Lettera su Etty Hillesum

Tzvetan Todorov

Faccio parte di quei lettori che non possono resistere al fascino esercitato da Etty Hillesum, dai suoi scritti e dalla persona che li ha potuti concepire. Proprio nel momento in cui il mondo si sprofonda attorno a lei, lei raggiunge il più alto grado di qualità morale: si preoccupa degli altri, combatte il male in se stessa. Inoltre, questa virtù interiore è accompagnata da un amore per la vita concreta, materiale, quotidiana, e questo tratto la rende ancora più avvincente ai miei occhi. Eppure, non mi sento capace di trasformare questa ammirazione in un’accettazione senza restrizioni di quel che si potrebbe definire il suo progetto di vita.
Tutto si svolge come se, per lei, la lotta contro il male interiore subentrasse a quella contro il male esteriore, in modo che l’una servisse di preparazione all’altra. A dire il vero, il suo duplice “programma” – non odiare il nemico e cominciare a lottare contro il male che ognuno porta in sé – non esaurisce il campo del possibile: niente è detto qui di un combattimento che sarebbe intransigente, senza tuttavia condurre alla diabolizzazione del nemico, all’idea della colpevolezza collettiva oppure al manicheismo. Possiamo anche interrogarci: un’attitudine come quella di Hillesum non rischia, in fin dei conti, di facilitare lo sviluppo del male? La “elementare indignazione morale” di cui lei parla sarebbe stata sufficiente a ostacolare l’avanzare del nazismo? Questione pressante che non riguarda soltanto l’autore di queste parole, ma ogni resistenza al male.

Hillesum ha fatto riferimento qui a un’argomentazione che lei crede di trovare nella tradizione cristiana, ma che si riallaccia, con maggiore aderenza, allo stoicismo, al quietismo o, nella tradizione orientale (alla quale lei fa ugualmente riferimento), al taoismo. Si deve accettare il mondo così com’è, con le sue gioie e le sue sofferenze, poiché sono queste cose a formarne la totalità e la bellezza. Tutto quel che esiste è buono. La sola cosa inaccettabile (ma questa eccezione non rimette in causa la coerenza della dottrina?) è la volontà umana, il desiderio di modificare l’ordine universale, di scartare il male e di preservare soltanto il bene. Per tale motivo, Hillesum non prova nessuna simpatia particolare per i riformatori di qualsiasi obbedienza. Ma non è concepibile volere eliminare quel fatto particolare, ad esempio, i campi di sterminio degli ebrei, senza distruggere comunque l’armonia universale?

In seguito a tale accettazione globale del mondo, Hillesum può andare ancora più lontano e (in certi momenti soltanto, è vero) dichiarare la propria preferenza per la sofferenza. Sono gli occidentali, afferma lei, ad essere particolarmente riluttanti ad accettare la sofferenza come fonte di forze positive, ad accettare la morte come parte integrante della vita. Poco importa, allora, quale sia la fonte della sofferenza: l’inquisizione, Ivan il Terribile o Hitler, le guerre o i terremoti, “quel che conta è il modo di sopportarla e di sapere assegnarle un posto nella vita, pur continuando ad accettare questa vita” (da Une vie bouleversée, 136). Hillesum conosce l’elemento di sofferenza nella vita umana e considera che il suo ruolo personale sia farlo accettare anche dagli altri, assistendoli e curandoli (senza cercare di eliminare le cause di questa sofferenza). Poiché in questi tempi di disperazione è il campo di sterminio ad essere l’incarnazione più pura del malessere, lei decide, di testa propria, di recarvisi. A Westerbork, lei è più felice che mai; si lamenta soltanto quando sta per andarsene, come se qualcuno le privasse di un privilegio. I primi mesi ivi trascorsi sono per lei “i più intensi e i più ricchi della mia vita e mi hanno fornito la conferma clamorosa dei valori più gravi, più elevati della mia vita. Ho imparato ad amare Westerbork, per cui sento nostalgia di quel posto” (196). Tanta gioia finisce per renderci Etty Hillesum estranea, anche se possiamo comprendere la sua esultanza davanti alle difficoltà da superare; è come se lei aspirasse allo sviluppo crescente del malessere intorno a sé pur di facilitare la propria pienezza personale. Nei suoi momenti più esultanti, vi è qualcosa di sovrumano in lei e, per questa stessa ragione, qualcosa di inumano. Anche se io non credo che un mondo senza male, né sofferenza sia possibile, non ammetto che si accolga tutto il male e tutta la sofferenza come una fatalità o come l’elemento di un’armonia cosmica, di un disegno della Provvidenza o di una astuzia della ragione. È necessario riservare, nella vita, un posto alla morte, è vero; ma mi rifiuto di credere che la morte nei campi di sterminio appartenga alla stessa categoria di quella dovuta alla vecchiaia o alle malattie inguaribili. Hitler non era una calamità naturale. L’idea di un mondo senza sofferenza è un’utopia pericolosa, per cui sono grato a coloro che hanno escogitato dei mezzi (artificiali e non naturali) affinché gli esseri umani soffrissero di meno, a coloro che lottano per eliminare le cause di certi mali nient’affatto ineluttabili. Non ammetterò mai che il totalitarismo e i campi di sterminio siano stati, in un senso cosmico o storico, “necessari”. Ecco perché, pur considerando l’attitudine scelta da Etty Hillesum di un’incontestabile nobiltà, mi guardo bene dal raccomandarla a tutti i dannati della terra.

Da: Etty Hillesum. Diario 1941-1943. Un mondo ‘altro’ è possibile, a cura di Maria Pia Mazziotti e Gerrit Van Oord. Apeiron Editori, Sant’Oreste (Roma) 2002. www.apeironeditori.com www.ettyhillesum.it