S.O.S adolescenza

di Costanza Miriano

Sto affrontando una piena adolescenza di un figlio, e una precoce preadolescenza di un altro. Il mio equilibrio psichico ne è minato, e più che distribuire consigli, ne vorrei ricevere. Insomma, più che scriverlo, questo articolo, io vorrei tanto leggerlo. Sarebbe bello che qualcuno mi potesse fornire una ricetta – possibilmente veloce e sicura – che garantisca la crescita armoniosa dei miei figli, soprattutto la loro crescita nella fede. Sarebbe bello, ma purtroppo questa ricetta non c’è.

Non c’è niente e nessuno che possa garantirci il controllo totale sul futuro dei figli, né assicurarci la loro riuscita (se ci fosse una polizza la pagherei qualsiasi cifra…). Non c’è perché educare significa anche correre il rischio che le nostre proposte non vengano accolte, che il figlio decida di prendersi la sua parte di eredità per andare a spenderla in giro. Il suo no temporaneo è quasi una certezza: d’altra parte tutti dobbiamo attraversare la nostra Babilonia.

Educare significa a un certo punto dunque soprattutto restare a casa, nel caso che il figlio decida di tornare. Restare, cioè rimanere fermi su quello che si è cercato di insegnare, non inseguire i figli per proteggerli dai pericoli né tanto meno assecondarli in tutto per ingraziarseli.

Bene, adesso, detto tutto quello che i genitori non sono in grado di fare, prima di causare una crisi isterica alle eventuali altre madri di figli adolescenti che stiano leggendo (noi madri siamo deboli di nervi, d’altra parte avere in casa un coso alto quasi due metri che cambia umore ogni mezz’ora, dice due parole  al giorno, salvo poi essere colto dall’unico attacco di loquacità nell’istante in cui scolate la pasta e rispondete al telefono e apparecchiate, non aiuta la stabilità mentale) vorrei dire che per la mia modesta, parziale esperienza le cose non sono poi così complicate. La ricetta segreta non la possiamo dire semplicemente perché non esiste, ma questo è un bene. A trasmettere contenuti di vita cristiana non servono tecniche di comunicazione, marketing, product placement. Se i genitori vivono da cristiani insegneranno ai figli a fare lo stesso, prima o poi. Quindi il punto come sempre è la nostra conversione, la nostra crescita. I figli vedono tutto, e ascoltano con gli occhi. Tutto ciò vale fino a che i bambini sono piccoli, diciamo fino ai dodici anni, che è l’età entro la quale i bambini non dovrebbero mettere in discussione seria e profonda le cose che dicono i genitori (capito, figlio numero due? Deponi il tuo acume critico e annuisci, dammi ragione una volta tanto).

Poi arriva una fase in cui il gruppo diventa fondamentale per i ragazzi, più della famiglia stessa. È quella fase in cui i genitori, proprio come è successo a Maria e Giuseppe, credono che il loro figlio sia al sicuro col resto della carovana, e invece lui è sparito. E adesso non stare a guardare che Gesù era un ragazzetto a modo, e non se ne era andato in giro a fare danni, ma stava insegnando ai dottori del tempio: rimane il fatto che i genitori non lo trovavano più, il ragazzo era sfuggito al loro controllo, proprio come capita a tutti i genitori di figli che stanno diventando adulti.

Cosa fare dunque quando il gruppo sembra portare il figlio in una direzione opposta alla nostra? Innanzitutto non inseguirlo con la felpa o il panino incartato con l’alluminio come vorrebbe fare qualche mamma che conosco molto molto da vicino, ehm… Non risolvere tutto con i divieti. Non andare nel panico, soprattutto. Vigilare con discrezione, seguire a distanza, mettere dei limiti ma non togliere ogni libertà. E trovare un equilibrio è una specie di guerra.

Io direi che ci sono due fronti. Su quello interno i genitori devono lavorare soprattutto a rafforzare la loro alleanza, e la loro gioia di stare insieme. I ragazzi soprattutto a questa età sono sensibilissimi alla bellezza, alla gioia, e all’autenticità. Sentono puzza di falso lontano un miglio. Se vedono invece che i genitori si divertono nell’essere insieme, che cercano davvero di volersi bene sapranno che quella è la via della felicità. Se vedono che il babbo e la mamma cercano Cristo nel loro matrimonio, senza fare troppi proclami, ma concretamente, e lo fanno divertendosi, vedranno che quella è la via della bellezza. Se vedono che i genitori non si mettono a litigare scambiandosi accuse reciproche per stabilire di chi è la responsabilità degli eventuali problemi – l’adolescenza dei figli è la prova più grande per la coppia, e dare la colpa all’altro è sempre la scorciatoia – vedranno l’alleanza del babbo e della mamma confermata, rafforzata, arricchita (il demonio tenta continuamente di attaccare quelli che sanno amarsi, si arrabbia un sacco con loro).

Poi c’è il fronte esterno. Lì i ragazzi che cercano di vivere cristianamente non solo non vengono incoraggiati dal gruppo, ma vengono fatti oggetto di sarcasmo. Chi non si mostra libero da ogni vincolo o costrizione, soprattutto sul tema della vita sessuale, diventa il bersaglio ideale delle prese in giro del gruppo. Il 90% dei ragazzi si rovina proprio così, per le critiche, le battutine, il sarcasmo degli “amici”: le virgolette sono dovute al fatto che i veri amici dovrebbero saper accogliere le differenze, ma non è questo il caso dell’adolescenza.

Il fatto è che tutti hanno bisogno di essere amati, e questo a quell’età si traduce con il bisogno di conferme dal gruppo dei coetanei. Come fare, dunque?

L’ideale sarebbe essere così furbi, e anche fortunati (o più precisamente assistiti dalla Provvidenza) da fare invaghire i ragazzi di un gruppo di coetanei che siano compagni di fede, compagni di cammino: il bisogno di comunità è una cosa buona e giusta, e se i ragazzi hanno solo una opzione di comunità, magari quella dei compagni di scuola cresciuti in famiglie estranee ai nostri valori, è inevitabile che cerchino di conformarsi agli altri.

Io non credo però che questo si possa imporre ai ragazzi, la loro libertà su quello che riguarda gli amici, a una certa età, deve avere l’ultima parola. Se quindi non si è tanto fortunati da trovare un gruppo che attragga i ragazzi, bisogna fare un lavoro di controformazione che contrasti con quella ricevuta a scuola (la scuola pubblica è una fucina di relativismo), e con quella del gruppo. Bisogna con pazienza, tempo, dedizione, mostrare le contraddizioni e le debolezze e i limiti della proposta culturale che viene ricevuta dai ragazzi. Bisogna metterli a contatto con persone credenti di valore, che siano affascinanti, che possano rapire il loro cuore, sedurli, conquistarli. Quando avranno assaporato la grandezza di certe persone, la loro stoffa, la qualità, saranno poi anche in gradi di farsi una risata per le prese in giro degli altri, di rispondere con un’alzata di spalle.

Infine, una cosa importantissima che a volte i genitori – e se posso soprattutto le mamme, a volte ossessionate dalla riuscita del figlio  – tendono a dimenticare, quando il figlio dà i primi segni di ribellione: perché la proposta della famiglia, soprattutto se alternativa a quella del gruppo, continui a sembrare attraente, è necessario che il ragazzo si senta fondamentalmente approvato. Deve vedere nello sguardo dei genitori che lui per loro è cosa buona, che la sua vita vale la pena di essere vissuta. Non può essere continuamente sgridato, né criticato, né ricevere solo ordini. Non può essere paragonato ai fratelli o ai figli degli amici. Deve essere guardato con speranza, con occhi pieni di amore, che sappiano guardare lontano, oltre quel mucchio di calzini abbandonati a terra, oltre quelle cartacce buttate, oltre quei giochi mezzi scassati, oltre i quaderni disordinati, oltre i musi, i silenzi, i cattivi umori. D’altra parte anche noi non siamo amati allo stesso modo da Dio?

 fonte> IL TIMONE