Un malessere sociale fortemente diffuso

Bullismo, il buon uso dell’aggressività

Silvia Vegetti Finzi


Nel tempo della “paura liquida”, il problema del bullismo sembra essere uscito dalle aule scolastiche per rivelarsi un fenomeno collettivo vasto e complesso, che interroga la nostra capacità di educare, convivere e progettare un futuro possibile e desiderabile. Come sopraffazione intenzionale e ripetuta del più forte sul più debole, il bullismo è sempre esistito, ma i modi con cui si manifesta variano a seconda dei tempi, dei luoghi, dei contesti ambientali, delle situazioni familiari e dei temperamenti personali. Nella società patriarcale, i frequenti atti di bullismo costituivano l’esito di un’educazione autoritaria e punitiva per cui i figli erano indotti, aggredendo i compagni, ad agire attivamente quanto avevano subito passivamente. Ma nella famiglia attuale, affettiva e permissiva, sono altre le dinamiche che possono indurre i ragazzi, in particolare gli adolescenti, ad agire aggressivamente verso gli altri e talora verso se stessi. Sin dagli anni ’70 le indagini sul bullismo hanno cercato di individuarne le cause. Dapprima è stato attribuito a un ambiente sociale povero e degradato e a una famiglia conflittuale, ma ogni singola ipotesi si è rivelata insufficiente perché il fenomeno dipende dall’interazione di molti fattori, dai  più generali, come il periodo storico, ai più particolari, ovverosia il temperamento del bullo. In ogni caso nulla è mai determinante, non esiste un rapporto lineare causa-effetto. Si può tutt’al più parlare di maggiori probabilità ma persino due gemelli identici, cresciuti nella stessa famiglia, possono agire in modo differente.Nel terzo millennio sono awenuti cambiamenti così rapidi e profondi, rispetto alla seconda metà del secolo scorso, da lasciarci spaesati e confusi. Viviamo in un mondo globale, dove i confini nazionali sono al tempo stesso rafforzati (vedi Brexit) e superati. L’espressione “andare all’estero”, che i giovani usano sempre più spesso quando programmano studi e lavoro, riveste un significato minaccioso per nonni e genitori, non per loro. II futuro si è fatto scuro e la competizione sempre più dura. L’ascensore sociale è fermo da un decennio e, nel migliore dei casi, si tratta di difendere il tenore di vita precedente.

Molti giovani si rivelano all’altezza dei tempi: hanno ricevuto una formazione adeguata e possiedono le doti personali per raggiungere le mete che si prefiggono. Ma non tutti. In una società agonistica, ad alto indice di competitività, accanto a chi ce la fa, vi è chi cerca vanamente di emergere e chi si ritira dalla contesa preferendo non giocare per non perdere. Comunque l’insuccesso mette in luce le contraddizioni della nostra epoca, le difficoltà irrisolte che bloccano l’evoluzione verso la maturità. Innanzitutto le nuove famiglie, qualunque forma assumano, non sono fondate sulla coppia ma sui figli, che costituiscono il nocciolo duro del matrimonio. Ed è per difenderli e promuoverli che la famiglia è diventata inclusiva, iperprotettiva, spesso sostitutiva, come se i figli fossero eterni minorenni affidati alle cure di un tutore provvidenziale.
Anche la scuola, benché si stia faticosamente rinnovando, risente delle pretese delle famiglie, incapaci di accettare che i ragazzi ricevano brutti voti, siano sanzionati e talvolta bocciati. I bambini, sempre più pochi e preziosi, crescono in spazi chiusi, guardati a vista da adulti che non tollerano alcun rischio. Privi di autonomia, non hanno bisogno di regole, tanto non possono sbagliare. Di conseguenza, quando il genitore protettivo e accudente dell’infanzia si trasforma in un esigente allenatore e chiede al figlio adolescente di impegnarsi nella competizione sociale, lo trova spesso impreparato. Privo di anticorpi per superare le inevitabili frustrazioni, di coraggio per rischiare, di forza d’animo per ricominciare, il ragazzo non sa come affrontare una competizione che, come tutte le gare, prevede molti partecipanti e pochi vincenti. Se le aspettative familiari superano le sue capacità, se sente di non farcela, viene travolto da un senso di inadeguatezza, da una perdita di autostima che può indurlo a imboccare due strade diverse, ma entrambe pericolose. L’una, quella scelta dagli inattivi, lo conduce a gettare la spugna, a farsi da parte rinunciando sia a studiare sia a lavorare. È la generazione “né-né”, cui appartiene più del 20% dei giovani tra i 14 e i 24 anni. L’altra, quella imboccata dal bullo, lo induce ad aggredire gli altri, ai quali attribuisce le parti negative di sé, ciò che non vorrebbe essere, ma anche ciò che non può essere, come quando perseguita per invidia il primo della classe, il più fortunato, il più bello. Talvolta provoca solo per trovare il pretesto di reagire.

Il bullismo è uno dei frutti velenosi, esasperati da una comunicazione contraddittoria, che in questi anni l’adulto invia ai giovani: come individuo devi batterti per realizzare le tue aspirazioni, per avere successo. Ma non ho alcuna fiducia nel futuro che ti attende e nelle risorse della generazione alla quale appartieni.
Ma un agonismo individualistico, narcisistico, può cogliere solo vittorie contingenti e caduche. I veri atleti, come hanno mostrato le recenti Olimpiadi, s’impegnano allo spasmo non soltanto per sé, ma per la squadra, la città, la nazione, il continente cui appartengono. Dalla crisi che stiamo attraversando si esce non uno contro l’altro, ma tutti insieme. A partire, come insegna il femminismo, dalla necessità di partire da sé, dai propri conflitti interiori.
La prima mossa per superare il bullismo è far pace con se stessi, accettare i propri limiti, incrementare le proprie risorse, senza «desiderare il male altrui», come Aristotele definisce l’invidia. È su questo sfondo epocale che si proietta il bullismo adolescenziale, sintomo delle difficoltà di convivenza in cui ci dibattiamo.

Il bullismo diffuso

Un potenziale aggressivo fa parte del patrimonio vitale che possediamo fin dalla nascita. Energie vòlte alla difesa dell’individuo e alla continuazione della specie sono, in modo diverso, a disposizione di tutti gli animali. Con la differenza che negli animali sono guidate dall’istinto, mentre noi umani, dotati di libero arbitrio, dobbiamo gestirle con la nostra intelligenza. Un’intelligenza emotiva, fragile, ambivalente e conflittuale. Per cui, il confine tra aggressività e violenza risulta sottile e, in certi momenti, facilmente valicabile. Ma per vivere insieme e proseguire l’opera della civiltà è necessario indirizzare l’aggressività verso mete socialmente utili. Di qui l’importanza dell’educazione, della morale, del diritto, senza i quali, come ricorda con insistenza Freud, cadremmo in balìa della prepotenza del più forte. Gesti di bullismo si riscontrano persino nella scuola d’infanzia, benché sia improprio considerarli tali finché manca, nei più piccoli, la consapevolezza di nuocere. Si tratta di spintoni, sottrazione di giocattoli, piccole prepotenze fisiche come tirare i capelli, mordere e dar calci, facilmente riconoscibili e correggibili instaurando in classe un clima sereno e collaborativo.
A quell’età, l’apparato per pensare dei bambini, ancora immaturo, non consente di distinguere tra pulsioni erotiche e aggressive, tra baciare e mordere, abbracciare e stringere, dare e prendere, difesa e aggressione. Occorre sensibilizzarli al più presto perché imparino a conoscere le potenzialità del proprio corpo e a controllarne le espressioni motorie. Ma anche perché divengano capaci di esprimere le emozioni con immagini e parole. Ad esempio, la paura e la collera possono essere riconosciute e condivise utilizzando le fiabe, narrazioni capaci di mettere in scena il male e il dolore senza indurre sentimenti di disperazione perché anche le vicende più perturbanti si svolgono nella rassicurante prospettiva della giustizia finale, dove la verità trionfa, i cattivi vengono puniti e i buoni premiati. Fin da piccoli vanno aiutati a uscire dall’egocentrismo dell’età, a percepire che l’altro gioisce e soffre come loro e a trattarlo con reciprocità. L’empatia è progressivamente favorita dalla maturazione dei neuroni a specchio che consentono, attraverso l’imitazione spontanea, di riconoscere che le sensazioni e le emozioni dell’altro sono analoghe alle proprie. Vivendo insieme, comprendono presto che le regole sono necessarie per intendersi e collaborare. Ma per crescere, per diventare grandi, è necessario che il controllo esterno diventi controllo interno. Che, tra la frustrazione subita e l’impulso a reagire immediatamente con un gesto aggressivo, s’interponga il pensiero. A costo di tollerare il dolore mentale provocato dal rinvio. Il bambino arrabbiato va aiutato a calmarsi e a prender tempo per trovare, anche ammettendo i propri torti, la soluzione migliore. Ai più piccoli basta sentirsi contenuti da un abbraccio affettuoso per ritrovare la serenità. In seguito, negli anni della scuola elementare, gli atti di bullismo vero e proprio sono piuttosto rari in quanto, in quella che Freud definisce “l’età di latenza”, tra i sei e i dieci anni, le spinte pulsionali si fanno più blande, l’aggressività rimane sopita, controllata dal desiderio dì ottenere l’approvazione degli insegnanti e dei genitori. È con la pubertà, sempre più anticipata, che l’aggressività si fa più forte, subdola e mirata. L’inquietante metamorfosi che trasforma il corpo infantile, neutro e angelicato, in un corpo sessuato, fa sorgere per la prima volta la domanda, la più importante: «Chi sono io?».
L’immagine ricevuta dai genitori, sentita come inadeguata, pone ai ragazzi il compito evolutivo di prendere le distanze dalla famiglia per divenire se stessi, magari diversi da com’erano stati sognati e plasmati dai desideri altrui. A questo scopo si costruiscono un “Io ideale”, ricavato per lo più dalle suggestioni dei mass-media e della Rete, al quale cercano di conformarsi. Sembra paradossale, ma il bullo è un debole che nasconde la sua debolezza sotto un guanto di ferro. Non riuscendo ad accettare i propri difetti, li proietta fuori di sé, sugli altri, che rappresentano tutto ciò che lui non vuol essere o, come dicevo, non riesce a essere. Sentendosi, di rimbalzo, perseguitato dalle ombre che ha proiettato sull’altro, il bullo cerca di allontanarlo, emarginarlo, umiliarlo, distruggerlo nel tentativo di mostrare il suo potere e di confermare l’immagine onnipotente di sé. Se non posso farmi amare, pensa, mi farò temere. La mossa psicologica più facile per disegnare e confermare la propria identità ancora nebulosa è quella di contrapporsi agli altri, di trovare un nemico sul quale proiettare ciò che si vuole espellere dall’Io per adeguarlo al proprio ideale. Ma, poiché l’ideale è per definizione irraggiungibile, il bullo sí scontra con i propri limiti e imperfezioni. Poiché, nella nostra società, il valore più immediatamente riconoscibile è la prestanza fisica, sono presi di mira soprattutto i compagni con evidenti inestetismi come il sovrappeso, i foruncoli, la pancetta, la statura troppo alta o troppo bassa.
Oppure quelli che non corrispondono al look dominante, col risultato di omologare ragazzi e ragazze in un unico modello. Le scarpe, la felpa e i jeans diventano una prova di appartenenza: se vesti come me, sei come me, altrimenti ti considero un estraneo minaccioso e inquietante. Desta riprovazione soprattutto il ragazzino che indossa vestiti “per bene”, come il maglioncino blu e i mocassini, evidentemente scelti dalla mamma, indizio di quella dipendenza che s’intende superare. Esiste ormai un ambito commerciale che, avendo captato questa esigenza, propone capi di abbigliamento che costituiscono veri e propri marchi d’inclusione, per cui il logo della felpa o del giubbotto decide se sei in o out. Comportamenti di bullismo ben più gravi si possono poi riconoscere nell’emarginazione dei compagni di scuola considerati diversi perché portatori di handicap, oppure di provenienza extracomunitaria o che si dimostrano appartenenti a un ceto inferiore ma anche relativamente superiore. II figlio della professoressa o del preside non è ben visto dai compagni che lo ritengono un privilegiato.
Dagli ultimi anni delle elementari sino alla terza media, circola un bullismo soft che coinvolge parimenti maschi e femmine. Prima che il fenomeno si diffonda ed esasperi, è questo il momento più opportuno per indurre gli alunni ad assumere un atteggiamento critico rispetto alle suggestioni pubblicitarie che minacciano la loro autostima svelando che le immagini delle divinità mass-mediatiche che tanto ammirano sono costruzioni tecnologiche, effetti di Photoshop, e che gli dei di quell’Olimpo sono fantasmi che esistono solo nella realtà virtuale. Tuttavia convincere i ragazzi a tollerare le differenze non basta; occorre formarli, non solo ad accettare, ma a valorizzare le diversità, considerandole occasioni di arricchimento personale e collettivo. L’estraneo, il forestiero, appare molto più minaccioso di chi ci è prossimo e, come tale, diventa il ricettore delle nostre paure. È stato provato che esiste una correlazione diretta tra conoscere l’altro e apprezzarlo. Se, oltre allo scambio d’informazioni storiche, geografiche e culturali, sempre un po’ astratte, si aggiunge l’esperienza concreta di cibi, vesti, ornamenti e giochi, la diffidenza nei confronti del coetaneo che viene da lontano lascia man mano il posto all’amicizia. Il compagno extracomunitario, differente per certi aspetti, uguale per altri, se ha molto da imparare, ha anche molto da insegnare. Dobbiamo però riconoscere che, in una società individualistica e competitiva, è difficile coniugare eguaglianza e differenza e che la giustizia, considerata un valore fondamentale tanto dal Cristianesimo quanto dalla cultura laica di matrice illuminista, è ben lungi dall’essere realizzata. Troppo spesso il pregiudizio che afferma la superiorità della civiltà occidentale, radicato nella cultura della Grecia classica, alle origini della nostra stessa civiltà, funziona in modo inconsapevole e acritico.
Per noi è quasi automatico inscrivere ogni differenza in una scala gerarchica per cui il maschile è superiore al femminile, l’adulto al bambino, il cittadino al barbaro e così via. L’atavica diffidenza verso lo straniero è ultimamente esasperata da un’incontenibile immigrazione di massa, dal diffondersi del fanatismo islamico e dal susseguirsi di azioni terroristiche che, non solo provocano molte vittime, ma diffondono un clima di minaccia incombente. L’ansia diffusa incrementa l’ostilità e ostacola la realizzazione di una convivenza equa e solidale tra differenti tradizioni. Eppure, in una società multiculturale, costruire ponti per incontrarsi a metà strada è l’unico modo per evitare la contrapposizione frontale che trasforma l’aggressività in violenza.
Ancor più subdola risulta la paura del diverso e la tentazione di emarginarlo, quando si rivolgono al coetaneo portatore di handicap, uno svantaggio evidente, che l’adolescente cerca di esorcizzare respingendolo e isolandolo, come temesse di esserne contagiato. In realtà, una cultura della solidarietà risulta liberatoria per tutti perché aiuta a sconfiggere il timore di essere noi stessi fragili e vulnerabili. A ben guardare, siamo tutti “sani da legare”, come sosteneva Dario Fo. Gli atteggiamenti da bullo, più frequenti tra gli studenti delle scuole superiori, tendono a diminuire con l’età, man mano che si definisce la propria identità. Ma per gli adolescenti la tentazione di comportarsi da bulli è forte, sollecitata dal primo compito evolutivo che devono svolgere: riconoscersi e presentarsi agli altri come maschio o come femmina, definizioni esasperate dalla competizione per la seduzione. A quell’età tutti i ragazzi vogliono la più bella, tutte le ragazze il più popolare. Ma tra i poli maschile e femminile, semplici riferimenti, esiste tutta una serie di posizioni intermedie.
Come sostiene Freud, entrambi i generi possiedono elementi di bisessualità che ci permettono di stabilire relazioni di amicizia con persone del nostro stesso sesso. Ma la nostra mente è così impregnata di pregiudizi secolari che l’omosessualità, intesa come libertà di “iscriversi sotto le insegne del sesso opposto”, non è stata ancora completamente riconosciuta. Nel frattempo il bullismo antifemminile (che trova un esito estremo nel femminicidio) e quello omofobico stanno diventando sempre più diffusi e inquietanti, soprattutto se esercitati dal gruppo. L’aggressività, sequestrata al singolo e gestita collettivamente, scatena un senso di onnipotenza che ottunde la coscienza e la responsabilità personale. Luigi Zoja, nel suo ultimo libro Centauri (Bollati Boringhieri, Torino 2016), a proposito di stupri collettivi in pace e in guerra, parla di “contagio psichico”, una forma di regressione orgiastica in cui si attivano strati precivili dell’inconscio, dove sessualità e violenza, eros e thanatos si confondono, col paradosso di dare la morte con l’atto che semina la vita.
Qualche cosa di analogo, seppure in forma attenuata, avviene nel bullismo adolescenziale, accentuato dal sempre più precoce abuso di alcolici. Nell’ebbrezza dell’alcol il “Super-io” si dissolve, lasciando l’individuo in balìa di pulsioni incontrollate.

Il cyberbullismo

Premesso che il bullismo è sempre esistito, la causa che lo ha diffuso e potenziato va attribuita alla diffusione dei mezzi di comunicazione informatici. Ultimamente, proprio all’inizio dell’adolescenza, i ragazzi fruiscono di mezzi di comunicazione capaci di trasformare il bullismo diretto, dove il bullo ci mette la faccia e il nome, in una forma di persecuzione molto più subdola e potente: quella che si attua tramite le nuove tecnologie informatiche. Usando Twitter, Facebook e Instagram, i bulletti possono divulgare immagini compromettenti, correlate di ingiurie e insinuazioni in modo tendenzialmente illimitato. Per comprendere l’incidenza di questo fenomeno, dobbiamo considerare che quella attuale è la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza quotidiana. Da recenti dati Istat risulta che, nel 2014, 1’83% dei ragazzi possedeva il cellulare e il 57% navigava in rete. Possiamo ora ascoltare, grazie a registrazioni compiute dalla “Società Italiana di Pediatria”, come comunicano in chat due ragazzi, maschio e femmina, protetti da pseudonimi.

Boy: «Come sei? Fisicamente, intendo»;

Lynda: «Non male»;

Boy: «Che significa “non male”?»;

Lynda: «Carina»;

Boy: «Non hai voglia di parlare?»;

Lynda: «Sì, scusa: 1,65, bionda, occhi chiari, III di seno, 52 kg»;

Boy: «Vestita come?»;

Boy: «Parto sempre dicendo che ho trent’anni [in realtà frequenta le medie inferiori]. Poi semmai, se capisco che quella con cui parlo è piccola, scendo».

La possibilità di presentarsi al mondo con un’identità fittizia, di descriversi non solo come uno vorrebbe essere ma anche come crede che l’altro vorrebbe che fosse, è un formidabile incentivo ad esprimere impunemente pulsioni erotiche e aggressive ancora indistinte, di cui un esito possibile e attraente è il bullismo telematico, dove la comunicazione è virtuale ma le conseguenze sono reali.

Accade che il bullo, nella veste di fidanzatino, convinca la partner a farsi fotografare in pose erotiche o pornografiche, che poi diffonderà, tramite i social-media, a una platea illimitata di utenti, pronti a postare, sotto quelle immagini compromettenti, commenti derisori e insultanti. Oppure, in modo molto più distruttivo, che la vittima sia ripresa in atteggiamenti osceni, dopo essere stata stordita con sostanze stupefacenti. I partecipanti al misfatto, nonostante siano consapevoli di essere complici di un atto immorale e penalmente perseguibile, evitano per quanto possibile di denunciare o testimoniare perché psicologicamente si identificano con l’aggressore e ne condividono l’intenzione sadica e la condotta violenta. Anche gli altri, quelli coinvolti indirettamente, per sentito dire o per informazioni via Internet, preferiscono tacere, mantenendo un atteggiamento di omertà difficile da scardinare. Spaventati, si rassicurano dicendo: «Meno male che non è successo a me». Lo scampato pericolo li conforta facendoli sentire dalla “parte giusta”, quella del più forte naturalmente. Nel clima di paura in cui stiamo vivendo, guardare, partecipare da lontano, impunemente, alla persecuzione, sembra l’unica condotta possibile. Da parte sua la vittima, anche se innocente, si vergogna, si colpevolizza e, temendo di suscitare uno scandalo, preferisce mantenere il segreto, evitando di confidarsi con la mamma, le amiche o l’insegnante più disponibile. In molti casi l’aggressore, protetto dall’anonimato concesso dalla comunicazione virtuale, riesce a farla franca, salvo che intervenga a identificarlo il servizio specialistico della Polizia Postale. Gli episodi più clamorosi di cyberbullismo (che in generale colpisce il 7% degli adolescenti) sfociano nel suicidio della vittima. Sono esiti estremi, eppure il desiderio di “non esistere più” si riscontra nella maggior parte delle vittime, che lo esprimono confidandosi con le amiche, scrivendolo nel diario o, come vedremo, rispondendo agli interrogativi suscitati da educatori vigili e competenti.
In questo senso è interessante lo svolgimento dell’intervista (pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 14 agosto 2016) a Carolina B., ora diciassettenne, vittima di cyberbullismo nel 2013, quando aveva 14 anni. La persecuzione è iniziata, in modo del tutto casuale, nel momento in cui Carolina, durante un incontro organizzato dalla parrocchia, è salita sul palco per testimoniare la sua fede. Il video, girato furtivamente da un compagno e diffuso su Internet, suscita una campagna denigratoria violenta e prolungata che destabilizza la vittima. Anonimi commentatori, accusandola di essere «grassa, piena di brufoli, una sfigata, un cesso, una troia», l’incentivano a suicidarsi e lei ci prova, per fortuna senza riuscirci, buttandosi da un ponte.
Si sente in colpa e non sa come punirsi finché trova in Rete, di cui è diventata dipendente, suggerimenti su come tagliuzzarsi le braccia con lamette e coltelli, coprendo poi le ferite con abiti larghi e neri a maniche lunghe. Nei confronti dei genitori diventa ribelle, va male a scuola, fuma qualche spinello, soffre di attacchi di panico. La mamma cerca di comprenderla, di starle vicina, di tranquillizzarla, ma non riesce a risalire alla causa della sua sofferenza, finché un valido agente della Polizia Postale, preparato ed esperto nell’arte di comunicare con i ragazzi, stabilisce con lei un dialogo aperto e costruttivo. Solo allora Carolina ritrova la stima di sé e la fiducia nei genitori e così commenta l’esito della vicenda: «Sono sopravvissuta a una guerra, ma ora ho acquistato più sicurezza, adesso mi voglio bene. Non provo odio, ho capito che i bulli sono vittime anche loro, e per curare le vittime bisogna curare anche i bulli».

Tra parentesi: nell’autunno del 2016, come avesse colto l’invito, l’Ospedale “Fatebenefratelli” di Milano ha previsto l’apertura di un centro specializzato per la cura dei bulli e delle loro vittime.  Carolina B., resa consapevole e matura dalla sua disavventura, prosegue l’intervista confrontando la sua esperienza con quella, ben più tragica, di un’altra vittima del bullismo che, per una strana coincidenza, porta il suo stesso nome, Carolina P., la ragazzina di 14 anni che, nel 2014, a Novara, morì lanciandosi dal balcone, sconvolta per essere stata stordita e violentata da un gruppo di compagni e perseguitata da due video che la riprendevano ubriaca. Ha fatto discutere la proposta di suo padre d’invitare i bulli pentiti a testimoniare nelle scuole la loro vicenda. Una proposta davvero generosa, ma temo che farli “salire in cattedra” possa suscitare emulazione nei coetanei desiderosi di popolarità.

«Ragazzi, fate come me, imparate a ribellarvi» è l’invito che l’intervistata rivolge, non solo alle vittime del bullismo, ma anche ai complici e agli spettatori più o meno consenzienti. Non è casuale che il bersaglio del bullismo diffamatorio sia costituito soprattutto da ragazzine, le più esposte al ricatto. Desiderose di ricevere l’apprezzamento dei coetanei, accettano ingenuamente di essere ritratte in pose compromettenti, oppure di inviare un’immagine intima al “fidanzatino”, senza pensare al rischio di cadere, come un pesciolino, nella Rete.
Ma accade anche che il bullo sia una bulla e che, attraverso l’esclusione e la maldicenza, riduca la perseguitata alla disperazione, com’è awenuto a Bagnolo di Reggio Emilia, dove tre complici, tutte minorenni, hanno perseguitato una sedicenne ingiuriandola, picchiandola e derubandola. Individuate attraverso i loro profili Facebook, che possono servire da identikit, sono state denunciate dai Carabinieri. Il bullismo femminile è sempre stato sottovalutato perché, in prevalenza verbale, rimane spesso segreto. Ma i lividi dell’anima sono più profondi di quelli del corpo e le cicatrici più indelebili. Le vicende che ho rievocato non solo invitano a riflettere, ma contengono importanti suggerimenti. Il primo e il più importante è di considerare le condotte trasgressive dei ragazzi come richieste di aiuto. Destinatarie di questi messaggi sono soprattutto le mamme, spesso restie a convincersi che il contesto in cui vivono i figli è radicalmente cambiato, non solo nelle grandi città ma anche nei paesi più piccoli. Temono, come sempre, il mondo esterno – la notte, la strada, gli estranei, le frequentazioni sociali –, ignorando che molto più pericoloso è il mondo virtuale. Sulle piste telematiche ci si può far più male che girando in motorino. Pronte a reagire in difesa del figlio che torna a casa con il corpo ferito, non lo sono altrettanto per quello o quella che nasconde umiliazioni e paure. Cogliere i segnali di malessere dei ragazzi non è facile. Sono molto abili a deviare le indagini e a negare l’evidenza ma lasciano anche indizi indiretti, che non vanno trascurati. Per captare il loro mondo interiore e raggiungerli là dove sono, occorre affinare la sensibilità, disporsi all’ascolto, diventare competenti, per quanto possibile, nelle nuove tecnologie informatiche. Se improvvisamente cala il rendimento scolastico, considerano un incubo frequentare le lezioni, sfuggono gli amici, evitano di parlare, manifestano sintomi organici – quali insonnia, disturbi alimentari, mal di testa –, si mostrano irritabili e talora collerici, ascoltano ininterrottamente musica con gli auricolari e si chiudono in camera dinanzi al computer, vuol dire che stanno attraversando una crisi esistenziale che rischia di cronicizzarsi. Per recuperarli, riportarli tra noi, occorre intervenire subito chiedendo aiuto ai genitori degli amici dei figli e agli educatori. L’insegnante, l’allenatore, il prete, l’animatore delle attività ricreative conoscono l’altra parte dei vostri figli, quella sociale. In generale, i docenti sono più abituati a osservare i comportamenti verticali che intercorrono tra cattedra e banchi, piuttosto che le comunicazioni orizzontali, che circolano nella classe, meno evidenti ma più coinvolgenti per gli alunni. Vi sono molti modi per controllare le comunicazioni telematiche dei ragazzi, ma anche quella del controllo è una questione problematica perché va in senso opposto all’opportunità di favorire l’autonomia e l’indipendenza. Ad esempio, monitorare l’uso che fanno dei messaggini, delle mail e delle chat, quali siti frequentano, quali filmati vedono, quali fumetti e libri leggono, è possibile e giusto ma sino a un certo punto. Dai sedici anni in poi, secondo la maturità dimostrata, hanno diritto alla privacy e a una certa autonomia, revocabili in caso di condotte riprovevoli. Sempre in una prospettiva di prevenzione, è giusto informarli dei rischi che le comunicazioni telematiche comportano e poi responsabilizzarli su eventuali conseguenze, ma non basta. In un progetto, durato cinque anni, realizzato nella “Casa della Cultura” di Milano, con la psicoterapeuta Elena Rosci e la collaborazione di alcuni insegnanti degli Istituti superiori, abbiamo invitato i ragazzi a diventare produttori e non solo fruitori di Soda! network. I cortometraggi che hanno costruito, scrivendo, filmando e musicando la sceneggiatura, si sono dimostrati occasioni importanti per definire e condividere le identità in formazione, per modulare le emozioni, per sdrammatizzare con ironia problemi e conflitti. La padronanza tecnica e l’utilizzo creativo del mezzo costituiscono un antidoto potente contro le tentazioni del cyberbullismo. Vi è comunque un
rapporto diretto tra vita reale e vita virtuale. II cattivo uso della comunicazione è spesso conseguenza di gravi carenze nelle relazioni fondamentali. Di conseguenza, migliorare i rapporti esterni, richiamare i ragazzi fuori dalle pareti domestiche, offrire forme di partecipazione e d’impegno è il modo migliore per contrastare il dominio telematico. Tuttavia, nonostante molti tentativi di definirla, la personalità del bullo non presenta caratteristiche precise. Di solito, ma non sempre, ha un temperamento aggressivo che cerca di celare isolandosi dagli adulti, un’intelligenza penetrante e un intuito formidabile nel scegliere la vittima e manipolarla.
Come ogni leader, anche se negativo, interpreta le esigenze del gruppo e cerca di realizzare desideri che i seguaci, da soli, non riuscirebbero neppure a immaginare. Nei rapporti con i compagni, dietro comportamenti sprezzanti, atteggiamenti di autosufficienza, esibizioni di potenza, rivela una grande fragilità. Ha ragione Carolina quando sostiene che anche i bulli vanno curati. Ma, oltre che curati, vanno sanzionati perché sia chiaro che hanno commesso azioni antisociali contro il singolo e la comunità. Anche se sembrano baldanzosi e sprezzanti come eroi negativi, i bulli non vanno emulati ma denunciati. Tuttavia i prevaricatori, anche se costretti ad ammettere fatti incresciosi e a riconoscersi responsabili delle penose conseguenze che hanno provocato, provano raramente un vero pentimento. Di frequente fingono, per interesse, una contrizione che non c’è. Il comportamento del bullo esprime sentimenti negativi come la rabbia, l’invidia, la gelosia, l’insofferenza, il rancore e il sadismo, spesso combinati tra di loro. Ma è difficile individuare le cause delle sue tensioni, comprendere perché, a un certo punto, quella miscela sia divenuta così esplosiva. Resta comunque il sospetto che se avessimo potuto individuare precocemente il male di vivere che l’opprime e intervenire efficacemente, avremmo potuto evitare molte sofferenze. L’attenzione è il contributo migliore che possiamo offrire all’evoluzione dei ragazzi, aiutandoli a far buon uso della loro aggressività.

Il buon uso dell’aggressività

Come premesso, un potenziale aggressivo, più o meno rilevante a seconda dell’ambiente, dell’identità sessuale e del temperamento personale, fa parte del patrimonio istintuale di ciascuno. Storicamente le femmine sono più miti dei maschi ma la modernità tende a omologarle, restando diverso soprattutto il modo di esprimere l’aggressività: più verbale per le ragazze, più gestuale per i ragazzi. Ma il limite che separa l’aggressività dalla violenza è molto sottile e facilmente valicabile. Nella famiglia attuale, affettiva, accudente e protettiva, non c’è spazio perché il bambino possa conoscere ed esprimere le sue potenzialità vitali. Non avendo incontrato ostacoli, non essendo mai stato ferito dalla vita, cresce senza maturare anticorpi contro la depressione e la disperazione. Chi non ha mai affrontato rischi, non conosce le risorse del proprio corpo, né sa calcolare intuitivamente il pericolo. Le energie motorie, le prime vie di scarica della rabbia e della paura sono state sequestrate dagli adulti che, a casa e ascuola, in piscina, in palestra, in città e in vacanza, gli impongono le posizioni da tenere, i movimenti da fare, le azioni da svolgere. Monitorato a vista da mane a sera, il bambino non impara a giocare, a collaborare, a litigare. Un tempo i ragazzi si confrontavano in spazi esterni, piazze, strade, cortili, senza che nessun adulto intervenisse a risolvere i loro conflitti. Ora crescono sotto lo sguardo costante degli educatori per cui il loro sviluppo è disarmonico: a una straordinaria padronanza linguistica e a una ricchezza di nozioni senza precedenti, fa riscontro un pericoloso analfabetismo emotivo. Non sanno riconoscere i loro stati d’animo e mancano di parole e di pensieri per controllare quelli negativi.
In questi anni le famiglie danno molto ma pretendono anche molto dai figli: in una società competitiva, si aspettano che primeggino in tutto, che conquistino il Premio Nobel per la scienza e la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Nei limiti delle loro possibilità economiche, non badano a spese: scuole di prestigio, corsi sportivi, periodi all’estero per l’apprendimento delle lingue straniere. All’inglese, i genitori più abbienti e ambiziosi, aggiungono l’insegnamento del cinese, la lingua del futuro. Ma anche chi non può permettersi di partecipare in pole position alla corsa della vita, ai figli non fa man-care nulla. Consapevoli che il futuro non sarà come il passato, cercano in ogni modo di farli emergere contro tutto e tutti. Pronti, per difendere il loro bambino, a contestare l’insegnante che gli ha dato un brutto voto, l’allenatore che lo ha lasciato in panchina, i compagni con cui litiga, persino a intervenire per recuperare la morosa o il moroso che osa rifiutarlo. Di fronte alle scelte della vita – come gli studi e il lavoro – tendono a sostituirlo decidendo le scuole, gli amici, lo sport, i viaggi, la professione, col rischio di farne un adulto esteriormente vincente ma interiormente inappagato e scontento.
L’agonismo individualista, che vede nell’altro solo l’antagonista, l’avversario, il nemico, finisce con isolare il ragazzo rispetto ai coetanei, per impedirgli di superare l’egocentrismo infantile, di trasformare l’Io in Noi. La nostra psiche, dice Freud, è dominata da due forze, l’amore che unisce e l’odio che divide. Per vivere una buona vita occorre miscelarli in modo da ottenere la giusta distanza dagli altri, di non essere né troppo vicini né troppo lontani. Siamo come i porcospini di Schopenhauer che se stanno troppo lontani hanno freddo, se stanno troppo vicini si pungono. Non finirò mai di sostenere che il processo evolutivo, giunto alla fase dell’adolescenza, chiede al ragazzo o alla ragazza di utilizzare le componenti aggressive, temperate dall’amore, per uscire dall’infanzia e allontanarsi dai genitori. Per riconoscere i suoi desideri, e realizzarli con responsabilità, tenendo conto delle possibili conseguenze. Probabilmente l’adulto che ne uscirà non corrisponderà all’identikit disegnato dai genitori, ma sarà una persona nuova, forse sconcertante, ma comunque coerente con se stesso, una persona autentica, che etimologicamente significa “fatto da sé”.
L’importante è riuscire a spezzare i vincoli senza interrompere i rapporti. Ma se i genitori, invece di promuovere l’autonomia e l’indipendenza del figlio, lo tengono avvinto con il ricatto dell’affettività e dell’accudimento, se non promuovono la sua emancipazione, l’adolescente non riesce a diventare soggetto della sua vita, protagonista della sua storia. Lasciate a se stesse, prive di mete, d’incentivi e di regole, le pulsioni aggressive tendono a sfociare in comportamenti devianti come l’uso di sostanze tossiche, il vandalismo, il teppismo e il bullismo.
Con la differenza che, con l’abuso di droghe, il ragazzo aggredisce se stesso, con il vandalismo distrugge le cose, con il teppismo attacca gli altri, con il bullismo cerca di affermare il suo potere. Di fronte a eventualità così minacciose, i genitori divengono preoccupati e ansiosi. Ritenendo i figli fragili e insicuri, cercano di sottrarli a un mondo violento e a un futuro minaccioso   Ma la vita s’impara solo vivendo.In questi anni la tentazione materna di trattenere i figli presso di sé, di sequestrarli in una famiglia asfittica è esasperata dall’assenza o dall’inconsistenza della figura del padre. Mentre il padre tradizionale suscitava l’aggressività dei figli perché troppo incombente, quello moderno rischia di esasperarla perché troppo assente, “evaporato”, come sostiene Lacan. Assumere un atteggiamento permissivo, consentirgli di fare tutto quello che vogliono, non per convinzione ma per quieto vivere, lascia i ragazzi in balia di se stessi, spesso incapaci di regolarsi da soli. Le norme non sono soltanto catene ma anche argini che incanalano l’intemperanza giovanile verso mete socialmente utili. La storia dimostra che alle nuove generazioni si è sempre chiesto di continuare le tradizioni modificandole, di proseguire il passato innovandolo. Dal punto di vista psicanalitico, il primo agonismo è quello che ci confronta con i genitori interiorizzati, è la lotta che dobbiamo sostenere per modificare l’assetto infantile della mente, dipendente e conformista. Rompere lo specchio che ci avvince alle figure genitoriali è il primo passo per realizzarsi, per rispondere davvero alla domanda socratica «chi sono io?» e, definendosi, delineare un “futuro interiore”. Un adolescente ha bisogno, per crescere, sostiene provocatoriamente FranQoise Dolto, di trasgredire, di fare qualche cosa che il genitore vorrebbe che non facesse. Però è molto diverso se la disobbedienza è mortifera, vòlta a distruggere, o vitale, vòlta a cambiare in meglio ciò che del mondo non ci convince.
La generazione dei nonni, quella che ha fatto il ’68, ha contestato la società utilizzando comportamenti critici polemici e aggressivi e quella degli “anni di piombo” è ricorsa ad atti di violenza inaccettabili. Eppure entrambe erano mosse dal desiderio di costruire un mondo migliore. Una proiezione che l’ansia e la paura rischiano ora di soffocare. «Toglieteci tutto ma non il futuro», sta scritto su un muro della metropolitana milanese. Un futuro che non si riduca all’affermazione individuale, né alla proverbiale, compromissoria soluzione «speriamo che io me la cavo».

Auspico piuttosto un impegno generazionale, perché dalla crisi non si esce da soli, ma tutti insieme.
Per far questo è necessario che la paura immobilizzante sia sostituita, o per lo meno attenuata, da dosi massicce di fiducia e di speranza. Come ho cercato di testimoniare con il mio ultimo libro
Una bambina senza stella, i nonni possono raccontare che è possibile uscire da un’epoca di crisi e ricominciare. Basti pensare che, alla fine dell’ultima guerra, l’Italia era ridotta a un cumulo di macerie e che solo dieci anni dopo è scoppiato il cosiddetto Boom economico. Anche i giovani di oggi ce la possono fare, se glielo permettiamo. Se evitiamo di considerare il loro futuro come nostro, di rappresentarli e sostituirli, quasi ci avessero rilasciato una delega in bianco. Se la vita è una staffetta, giunge sempre il momento di passare il testimone al corridore successivo. Viviamo un periodo storico in cui i giovani guardano più al passato che al futuro: sanno quello che non vogliono, non ciò che vogliono. Incapaci di immaginare un mondo migliore, di condividere un’utopia, stanno dimenticando il tempo futuro dei verbi. La metafora migliore che la nostra civiltà abbia coniato per rappresentare il senso della vita è ancora quella del viaggio, di cui l’Odissea rappresenta il prototipo. Solo uscendo dal porto, alzando le vele, navigando verso l’ignoto è possibile uscire dalla stagnazione che ci paralizza. Ed è a un artista, Jovanotti, alla sua canzone La linea d’ombra, che affido la conclusione di questa mia riflessione, nella convinzione, espressa da Freud che, sulla via della verità, i poeti ci precedono sempre.

* Già docente di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia.
Lectio magistralis tenuta dall’autrice al “Festival della filosofia” il 17 settembre 2016 a Sassuolo, Modena.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 133 – aprile