L’Eucaristia sacramento  della Presenza

Carlo Molari

In una lista di discussioni teologiche e pastorali di Internet recentemente si è accesa una discussione sulla dottrina eucaristica, in particolare su come concepire la presenza reale di Cristo nella Messa e come giustificare le pratiche fiorite nei secoli attorno al tabernacolo dove si conservano le specie eucaristiche. La discussione ha preso lo spunto da alcuni sospetti e accuse specifiche rivolte alle catechesi del movimento ecclesiale Neocatecumenale. Con particolare animosità alcuni hanno attribuito ai catechisti di questa organizzazione la teoria della presenza di Cristo limitata al tempo della celebrazione eucaristica. Questa accusa, ritenuta da altri calunniosa, ha suscitato numerose reazioni e contro/risposte, che hanno portato al centro dell’attenzione la dottrina eucaristica della tradizione cattolica. Un primo dato emerso con chiarezza è stata la varietà delle opinioni e una certa confusione di idee. Questo non deve sconcertare perché la fede, in quanto atteggiamento vitale, non è compromessa dalle inesattezze delle interpretazioni, che ne accompagnano l’esercizio, se queste restano entro certi limiti di compatibilità. D’altra parte la ricchezza della vita e la profondità del suo mistero sono tali da non poter essere racchiusi in formule adeguate ed esaurienti, che tutti siano in grado di utilizzare con idee e sentimenti uniformi. È quindi non solo possibile, ma anche necessario che all’interno della comunità ecclesiale vi siano varietà di dottrine e di interpretazioni. Esistono però limiti invalicabili nell’uso del linguaggio perché alcune formule possono ostacolare lo stesso esercizio della fede e rendere molto difficile la pratica religiosa. È quindi opportuno ricercare la maggiore perfezione possibile nelle formule utilizzate per tradurre l’esperienza di fede, in modo da impedire gravi deviazioni e da favorire un minimo di sintonia dottrinale nelle comunità ecclesiali.
Non entro nell’esame dei testi del Movimento Neocatecumenale, che non sono ancora ufficiali e per i quali non ho alcuna competenza. Credo però opportuno riprendere alcuni dati della discussione per precisarne i contorni e per puntualizzare la dottrina tradizionale relativa alla presenza eucaristica.

Diversi tipi di presenze

La prima confusione, molto diffusa, riguarda il concetto stesso di presenza. Nell’uso comune la presenza è connessa alla spazio e indica il fatto che una persona o una cosa si trovino in uno stesso luogo. Istintivamente quindi si tende a connettere presenza e spazio e a considerare tutte le presenze secondo parametri locali. Certamente la presenza spaziale è la più immediata e intuitiva, ma è anche la più superficiale ed esteriore. Due persone, infatti, possono essere presenti nello stesso luogo ed essere completamente estranee l’una all’altra. Viceversa altre possono essere distanti nello spazio ma presenti in modo molto intenso e coinvolgente attraverso il pensiero, il sentimento, la parola o la visione realizzate con strumenti tecnici. La presenza infatti fra le persone si realizza quando fra loro è in atto un rapporto, che può essere vissuto secondo modalità molto diverse. Il tipo di azione che rende possibile la relazione ne determina pure la natura e le caratteristiche. Vi sono perciò diversi tipi di presenze secondo la varietà delle azioni che le persone compiono per entrare in relazione fra di loro. Vi è una presenza intenzionale, quando il rapporto è affidato al semplice pensiero o alla fantasia; vi è una presenza telefonica, radiofonica, televisiva secondo il mezzo con cui il rapporto orale o visivo è realizzato. Vi sono presenze reali o virtuali, presenze fisiche o simboliche ecc. Particolare attenzione occorre avere quando si parla della presenza di Dio alle creature. Essa infatti si fonda su un tipo di azione, quella creatrice, la cui natura ci sfugge e che riusciamo a intuire solo in modo analogico. Il rapporto con Dio da parte delle creature corrisponde alla loro perfezione e al tipo di attività che esse sono in grado esprimere. La presenza di Dio è molto più profonda di ogni altra perché l’azione che la realizza è la più intima che possa esistere, ma non sempre essa è vissuta da parte della creatura in modo corrispondente alle proprie capacità operative. A livello umano il grado di presenza di Dio è determinato dalla qualità della consapevolezza e dell’amore dell’uomo.

Presenza eucaristica

La prima difficoltà da superare a proposito della presenza eucaristica, riguarda la facilità con cui si ricorre a parametri spaziali. Nell’Enciclica Mysterium fidei (3/9/1965) Paolo VI afferma che la presenza eucaristica non si attua “come i corpi sono nel luogo” (EV 2 n.427). Il rapporto infatti tra il credente e Cristo non si realizza per contatto di dimensioni spaziali, bensì attraverso simboli che operano nella fede. Questo tipo di presenza viene detta sacramentale (che si realizza attraverso segni sacri) o con altri termini nelle diverse tradizioni cristiane. Oggi la maggioranza dei cristiani conviene nell’affermare che i diversi concetti con cui viene espressa la presenza di Cristo nel Sacramento “si oppongono insieme a una concezione spaziale o naturale.. e a una comprensione del sacramento puramente commemorativa o metaforica” (L’Eucaristia, Documento Luterani/Cattolici EOe 1,1223 p.598). La relazione che si stabilisce nel sacramento è reale e dinamica, nel senso che trasforma il fedele che si apre nella fede all’azione salvifica di Dio, che opera attraverso Cristo e il suo Spirito. Per portare un esempio: nella televisione o nel telefono le onde elettromagnetiche, che trasmettono informazioni, possono suscitare emozioni, mettere in comunione diverse persone distanti nello spazio ma intimamente unite fra loro. Esse contengono una nuova realtà ontologica, molto più ricca della loro ‘sostanza’ fisica. Attraverso simboli verbali o visivi, che le persone sono in grado di capire, queste vengono coinvolte in una stessa avventura emotiva o intellettuale, che le rende più presenti le une alle altre di persone che si trovano semplicemente in uno stesso luogo. Paolo VI riassumendo la dottrina della chiesa scrive che il pane e il vino «acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l’usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un elemento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova realtà, che giustamente denominiamo ontologica» (Paolo VI Mysterium fidei ib.). In questa prospettiva deve essere intesa la dottrina tradizionale della Chiesa secondo cui la presenza di Cristo nell’Eucarestia è “vera, reale e sostanziale” (Concilio di Trento, Sessione XIII, Sul sacramento dell’Eucaristia 4). È presenza vera perché la relazione tra il fedele e Cristo risorto esiste di fatto. È presenza reale perché ambedue i termini sono esistenti nell’atto stesso della relazione. È presenza sostanziale perché la relazione collega le persone e non solo qualche loro qualità accidentale o una loro immagine. Il Catechismo della CEI precisa che nel Sacramento «il Crocifisso risorto si fa presente come Agnello immolato e vivente. Il pane è realmente il suo corpo donato, il vino è realmente il suo sangue versato.. Il pane e il vino. sono diventati. nuova presenza… dinamica e personale, nell’atto di donare se stesso e non solo della sua efficacia santificante, come negli altri sacramenti» (La verità vi farà liberi, n 689). Per l’esercizio della fede i credenti entrano in relazione con Cristo risorto attraverso il rito. In questo senso non sono esatte tutte le formule che utilizzano parametri spaziali, che parlano cioè di Gesù dentro l’ostia o immaginano una sua presenza in miniatura. Egli infatti non è nello spazio, come l’attore non è dentro il televisore o l’interlocutore dentro la cornetta del telefono. La presenza si realizza in modo ‘sacramentale’, cioè attraverso simboli, come si può dire che alla televisione c’è un determinato personaggio o che al telefono c’è una persona cara. Il catechismo precisa inoltre che l’Eucaristia non è una ripetizione o un’aggiunta della croce “ma la ripresentazione, qui e ora, sotto i segni sacramentali, di quello stesso atto di donazione con cui Gesù è morto ed è stato glorificato” (ib. 690). Questo è il nuovo significato che acquistano il pane e il vino all’interno del rito eucaristico. Importante però è ricordare che la relazione sacramentale non è fine a se stessa, ma è ordinata alla missione della chiesa. Gesù ha reso presente Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo. Fare memoria di Cristo significa evocare questa sua missione salvifica e impegnarsi a essere epifanie viventi, ambiti della sua azione nel mondo. S. Paolo indicava questa missione quando scriveva ai cristiani di Roma: “vi esorto.. ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” (Rom, 12,1). La testimonianza che l’Eucarestia sollecita è l’impegno a rendere efficace l’amore di Dio nella storia umana, a realizzare la comunione o la solidarietà con tutti i fratelli, soprattutto i più deboli e poveri: Questo aspetto oggi ha acquistato una dimensione planetaria, che fino a pochi decenni or sono non aveva che potenzialmente.

Rocca, 10/2002