Il bello come componente della nostra educabilità

Marisa Musaio

Il tema del bello non sempre riceve una specifica attenzione in ambito pedagogico, ma non per questo risulta privo di spunti che possono contribuire a migliorare il pensare e l’agire educativo, soprattutto quando si tratta di potenziare il nostro operare attraverso richiami valoriali in grado di rifluire direttamente e in maniera significativa sia sul nostro modo di accostarci alla realtà personale dei ragazzi sia sulla relazione che come educatori siamo chiamati ad instaurare con essi.
Certamente si tratta di una tematica complessa che risente delle interazioni con l’ambito della riflessione filosofica ed estetica, ma nei confronti della quale occorre apportare le necessarie chiarificazioni per fugare dubbi ed errate identificazioni che ancora oggi inducono a confondere il bello con aspetti diversi, a volte purtroppo distanti da una sua declinazione in termini educativi.

Quando il bello è identificato soltanto con la bellezza del corpo

Pensiamo per un momento all’importanza che la componente della bellezza riveste nella vita degli adolescenti quando ricercano la perfezione della propria figura estetica e della forma personale del proprio corpo. E a come questa ricerca si trasformi frequentemente in estetizzazione quando tende a prevalere sotto forma di ricerca esasperata della bellezza ad ogni costo, lasciata coincidere esclusivamente con determinati canoni estetici: le ragazze tendono a sentirsi belle se il loro corpo è magro o longilineo, oppure se il loro viso tende a rispecchiare quei criteri di perfezione estetica solitamente adottati dagli idoli o personaggi del mondo dello spettacolo o dei media; così come per i ragazzi, la bellezza tende ad essere identificata con un corpo modellato attraverso esercizi fisici e sportivi, ricorrendo ad attività che ne accentuano la prestanza e l’armonia della fisicità.
Si assiste così, nel mondo degli adolescenti, ad un rincorsa verso modelli predefiniti e preconfezionati di bellezza intesa e vissuta soprattutto nella sua valenza di perfezione estetica del corpo, espressione più che altro visibile di sé, culto dell’immagine e di tutto ciò che è in grado di migliorare e accrescere le richieste di gratificazione e di appagamento personale. In tutti questi aspetti, diversi studiosi contemporanei intravedono forti segnali di criticità legati soprattutto all’eventualità di sviluppare, da parte dei giovani, dinamiche narcisistiche verso se stessi, verso gli altri e la realtà.
Non è casuale infatti che la «sindrome narcisistica» sia quella più diffusa nella società occidentale e, in particolare, tra i giovani, essendo espressione di un culto eccessivo di se stessi che impedisce e rende difficoltoso ogni comportamento ispirato alla relazione, ma anche la possibilità di poter vivere e riconoscere effettivamente il bello di sé come richiamo in grado di apportare invece un valore formativo, etico, religioso ed esistenziale alla propria vita.

Rintracciare il legame con la nostra educabilità

Sulla scorta di tali considerazioni, l’educazione al bello, prima che proposta educativa, vuole essere il richiamo ad un diverso accostamento pedagogico alla realtà dell’educando, superando il pericolo ricorrente dell’oggettivazione, vale a dire della tendenza a considerare il ragazzo da educare come un semplice oggetto da osservare prescindendo dalle modalità in cui emerge la sua specifica originalità. Educare attraverso l’attenzione al bello vuol essere, inoltre, il segnale di una diversa considerazione della realtà di ogni ragazzo, da interpretare alla luce dell’intrinseca educabilità di cui ognuno è portatore. L’educabilità stessa si alimenta e si compone della tensione e della ricerca continua del bello all’interno della nostra esistenza. Come componente che rientra nell’educabilità di ognuno, il bello si apre ad una considerazione che supera e va oltre gli aspetti esterni della persona. In tal senso si tratta di una realtà che «naviga» attraverso l’interiorità della persona, alla conquista di una maturità interiore, sinonimo anche di uno stile e di un modo personale di relazionarsi con la propria e altrui realtà. Non necessariamente fa leva e si nutre di aspetti visibili, ma ci richiama ad attingere spesso a ciò che non appare, a quelle componenti che hanno a che vedere con il «segreto di ognuno», con il mistero di ogni realtà personale da «leggere» e saper interpretare. Di conseguenza, diviene motivo di considerazione più ampia alla luce di una dinamica di significazione che il soggetto avvia intorno a se stesso e che lo apre anche ad una ricerca di carattere etico ed esistenziale. In tal senso parliamo del bello non soltanto come questione estetica, ma come questione filosofica che investe a sua volta le più ampie questioni etiche del vero e del bene.
Se proviamo a rintracciare i ricordi del nostro originario accostamento al bello, vedremo come nella maggior parte dei casi essi siano legati ad un ritornare e ad un ri-andare alle esperienze iniziali di conoscenza della realtà e delle persone. E proseguendo in questo lavoro di ritrovamento, può venire alla mente l’immagine di quando da bambini guardavamo il volto di nostra madre. I bambini amano in modo particolare accarezzare il viso della mamma, e il loro guardare, già da questa prima esperienza, dice di un’unione tra bellezza e bontà: la mamma è bella perché è buona, dispensatrice di amore, di cura e di attenzioni.
Ritornare sulle esperienze originarie della nostra storia educativa può essere utile per capire come sia andato formandosi il nostro sguardo verso la realtà e gli altri, la sensibilità nel saper cogliere il bello dove si manifesta e averne al tempo stesso nostalgia quando, pur ricercandolo, esso non si mostra. Ma se il mio sguardo è esercitato ad allargare la sua attenzione verso ciò che trasmette armonia, non potrà non rilevare le disarmonie in tutto ciò che bello non è. L’aver maturato una familiarità e consuetudine al bello non costituisce necessariamente la certezza di una scelta automatica in tale direzione, ma può sicuramente risultare un idoneo tirocinio educativo anche per le età successive della vita.

Il bello all’origine delle esperienze educative

Ritornando sempre alle nostre esperienze fondamentali di vita e di educazione, possiamo rintracciare nell’infanzia come età iniziale della nostra storia evolutiva e personale, il modo in cui le figure adulte hanno interagito con noi, i modelli educativi, gli stili cognitivi e affettivi che abbiamo assimilato come riferimenti dell’educarci e dell’educare. E poiché la tendenza prevalente degli ambienti educativi e scolastici è di idealizzare l’immagine dei ragazzi considerandoli somiglianti a modelli e ad aspettative proprie del mondo adulto, ma sempre meno rispondenti a ciò che essi sono di per sé, può essere al contrario interessante recuperare l’attenzione per la «biografia educativa», nel senso di andare a «ripescare» il modo in cui ognuno ha formato progressivamente il proprio essere educatori [1] attraverso il richiamo alla storia educativa personale.
Il modo in cui educhiamo riflette infatti le premesse poste negli apprendimenti che hanno caratterizzato i percorsi di ognuno, gli aspetti belli e le difficoltà, i nodi problematici ma anche le positività che li hanno contraddistinti. La nostra funzione educativa viene costruendosi anche attraverso l’esperienza del bello e i modelli ricevuti in tal senso: se abbiamo avuto la possibilità di coglierlo e fare in modo che esso si rivelasse a noi piuttosto che celarsi, oppure dis-velarsi ai nostri occhi e riuscire a sorprenderci. Se nella vita la bellezza ci si offre e ci viene incontro a volte anche prepotentemente, in educazione essa va rintracciata affinché possa contribuire all’attuazione piena della nostra educabilità. Può essere che si debba ricercarla a volte dove non ci si aspetta, nelle pieghe più nascoste della profondità umana. Il bello ha questa capacità di sconfinare in ogni aspetto della vita per trascendere i limiti all’interno dei quali ci aspetteremmo di trovarlo. Può essere contenuto anche laddove non immaginiamo, si può cogliere nel volto di un bambino o di un ragazzo quando è felice, ma anche in un gesto di difficoltà. Può nascere dallo stupore e dall’incanto prodotti dalla visione di qualcosa di armonico, ma può anche trovarsi nelle cose più semplici. È facile trovarne riscontro nelle cose belle della vita, nella natura e in ciò che ci circonda, anche se questo non significa averne una visione garantita ad ogni costo. Il detto comune «la bellezza è negli occhi di chi guarda» ci richiama a porre attenzione al nostro modo di saper guardare la realtà e gli altri. Per tale motivo si tratta di imparare a riconoscere non solo i suoi caratteri estetici, così diffusi nella società attuale che sembra essere attratta soprattutto dalle declinazioni esteriori e illusorie del bello, ma in particolare la connotazione di natura essenziale che intreccia il bello agli aspetti trascendentali dell’essere come il bene e il vero.

Riscontri e corrispondenze personali

Per un approfondimento ulteriore può essere utile considerare che il bello educa sia quando è percepibile e riconoscibile nell’ordine e nell’armonia delle cose e della realtà, sia quando traspare in aspetti nei quali non è immediatamente riconoscibile. Può capitarci di coglierlo anche all’interno di un contesto, di una relazione e di una esperienza che sulle prime non lascia presagire per noi nulla di bello. Le persone che nel corso della loro esistenza hanno vissuto esperienze particolarmente drammatiche spesso vi rintracciano una componente che tendono a definire come «il bello della loro vita», anche se in molti casi vi associano vissuti di difficoltà e di sofferenza che hanno contribuito a modificare in positivo la loro stessa esistenza tras-formandola, vale a dire conferendole una forma nuova e differente. Possiamo dire allora che il bello viene ad avere un significato performativo, nel senso che conferisce una diversa forma e configurazione alla nostra esistenza.
Pensiamo per un momento alla frequenza con cui ricorre nella cultura occidentale la rappresentazione tragica della bellezza attraverso immagini e momenti difficili come l’approssimarsi della morte, degli ultimi istanti di vita nei quali accade all’uomo di vedere chiarificato una volta per tutte il senso della sua esistenza e, al tempo stesso, anche quello della bellezza attraverso il messaggio esistenziale che essa è in grado di lasciare alle generazioni successive. Innumerevoli sono gli esempi che il mondo dell’arte e della letteratura ci ha offerto in questa direzione: l’immagine della bellezza è impiegata per evocare l’addio alla vita, la solitudine vissuta dal poeta o dall’artista, la malinconia per una vita che sta per finire o che non si è compresa abbastanza, oppure troppo tardi. Le immagini letterarie e poetiche che conserviamo nella nostra memoria possono servire da opportune tracce per individuare i segnali del bello. Ognuno porta con sé ricordi e memorie narrative frutto di letture, figure, personaggi, modelli, nei quali ci si è identificati e che indicano come il bello va rintracciato anche in un nostro personale bagaglio narrativo. Le immagini potranno essere diverse, e ognuno ricorderà quelle che più lo hanno colpito e che più sono state in grado di «parlare» alla sua interiorità.

Il legame con la nostra umanizzazione

L’educazione dovrebbe rintracciare il bello non solo negli spazi e nei momenti difficili, residuali o ultimi della nostra esistenza. Ci è richiesta piuttosto l’acquisizione di una sensibilità e di un’attitudine al bello che si potrà configurare o chiamare anche gusto estetico, purché non si rinchiuda nei limiti di una considerazione esteriore o di critica estetica. E affinché possa risultare significativo dal punto di vista educativo, occorre che si espliciti più che altro nella sensibilità a riconoscere e attuare il bello come dimensione costitutiva della nostra umanità. Lo studioso J. Armstrong descrive così quello che indica come «potere segreto» della bellezza: «L’esperienza della bellezza, […], consiste nel constatare che un valore spirituale (verità, felicità, idee morali) è a suo agio in un contesto materiale (ritmo, forma, struttura) e lo è in un modo tale per cui, quando osserviamo l’oggetto, le due cose ci sembrano inseparabili.
Essere umani significa avere esperienza della vita in due maniere: fisica e spirituale – abbiamo l’impressione che sia così, quali che siano i fatti su cui poggia l’impressione. Dunque l’esperienza della bellezza è un riflesso, per così dire, di ciò che significa essere umani».[2]
In questa direzione penso che risulti ancora valido l’insegnamento trasmessoci dal pensiero classico nell’indirizzarci ad una visione unitaria del rapporto tra dimensione formativa, etica e dimensione estetica della bellezza. Nel corso del tempo la riflessione ha sempre più distinto e separato l’etica dall’estetica rispecchiando quel distacco tra ragione logica e discorsiva propria della scienza, ed emozione e affetti propri di una ragione estetica o poetante. La formazione della persona non può che beneficiare se tra questi due versanti si ristabilisce invece un rapporto di equilibrio soprattutto perché la forza dirompente del bello risiede nell’attivare i nostri vissuti partendo dalla soggettività e dal nostro essere-nel-mondo, senza ridurre l’uomo ad un vivere e pensare separati dal mondo in cui egli vive.
Inoltre intendere ragione ed estetica, pensiero e sentimento, come aspetti disgiunti induce il rischio di disperdere la tensione estetica della nostra vita anestetizzandola. A tal proposito lo studioso J. Hillman rileva come l’uomo corra il rischio di cadere in un vero e proprio «ottundimento psichico» se tralascia di considerare la propria inclinazione al bello.[3] Per tali motivi appare necessario risvegliare il nostro senso del bello e del brutto imparando a fidarci anche delle emozioni, della capacità di immaginazione, alla stessa maniera in cui ne fanno uso gli artisti quando riescono a rivelare il bello e lo straordinario all’interno dell’ordinario della vita, quando attingono al proprio io immaginale per elaborare immagini creative che scaturiscono unitariamente dall’integrazione fra tutti gli aspetti della loro personalità: dall’attività psichica, emotiva, cognitiva, affettiva, relazionale, spirituale, in una interrelazione tra mente, corpo e psiche.

Educabilità e forma personale

Un’interpretazione dell’educazione che tenga conto della dimensione del bello orienta ad una più ampia considerazione della persona e della sua educabilità non semplicemente per ciò che essa apprende e realizza in senso funzionale e utilitario, ma per il delinearsi di se stessa in termini di forma personale. La formazione di una persona è l’esito infatti di un lungo percorso fatto di processi attraverso i quali viene delineandosi, attingendo ad una complessità di aspetti (biofisici, psicologici, affettivi, relazionali, etici, estetici, religiosi, ecc.), la forma unica e originale di ognuno. In una prospettiva che considera pertanto l’uomo nella complessità di tutti i suoi aspetti e nella sua indissolubile unità come espressione anche della creatività che gli appartiene, la forma è esattamente quel principio che presiede alla possibilità per ognuno di attuare se stesso. Essa indica quanto di originario e di iniziale appartiene ad ogni uomo in termini di possibilità di muovere verso la piena attuazione della propria natura. L’educabilità ci dice ciò che ogni ragazzo/a è in grado di diventare come portatore di potenzialità, attitudini, caratteristiche proprie, talenti, libertà che chiedono di essere educate e formate per permettere al soggetto di divenire sempre più uomo.
La forma personale che viene progressivamente costruendosi non sarà pertanto identificabile nella mera forma esterna o immagine di sé, ma attingerà primariamente alla profondità e all’interiorità della persona. L’analogia con un’opera bella o un’opera d’arte rivela come la forma personale venga delineandosi alla stessa stregua dell’opera che va prendendo forma nelle mani dell’artista. Certamente occorre saper distinguere il carattere suggestivo dell’immagine impiegata dall’interpretazione che dovremo in ogni caso sviluppare, tenendo conto di quanto in ognuno tende a non mostrarsi o a rimanere celato perché intrinsecamente legato alla sua interiorità.
Proviamo a scrutare dentro di noi, ma anche negli eventi nei quali siamo coinvolti come educatori, per riuscire a rintracciare che cosa concorre a delineare la forma di ognuno. Per quanti risultano impegnati in ambito educativo, è abituale interrogarsi sui percorsi e le modalità più idonee affinché la forma che ogni persona porta dentro di sé possa trovare la possibilità di esprimersi e manifestarsi in modo autentico. Sinteticamente possiamo pensare all’educabilità come ad un’opera che attinge e trova i suoi contenuti all’interno delle nostre potenzialità, desideri, emozioni, nella sfera affettiva delle relazioni che siamo in grado di instaurare, nella nostra interiorità, e che può avvalersi delle diverse forme di ricerca del bello per esprimere concretamente se stessa. Si può pensare infatti che il concetto di forma piuttosto che essere qualcosa di astratto, muove in realtà gran parte delle principali modalità espressive dell’uomo: si pensi alla forma del racconto, alla forma musicale, alla forma pittorica e dell’arte in genere. Ogni persona individuerà, in base alle inclinazioni e alle attitudini personali, la forma più adatta a rappresentarla e sulla quale si potrà disegnare una sorta di progetto educativo. Se la forma che si assume come criterio metodologico è quella del racconto, allora la ricerca della forma personale verrà sviluppandosi attraverso la narrazione del racconto di vita della persona. Se assumeremo come riferimento la forma musicale potrà essere d’aiuto applicare l’analogia con il brano musicale che si sviluppa attraverso variazioni differenti di un tema di fondo che, pur variando, mantiene la sua specifica melodia allo stesso modo in cui la presenza di aspetti e dimensioni differenti concorrono nel loro insieme a delineare il senso unitario della personalità.

Percorsi di ricerca intorno all’educabilità

Diverse potranno essere le immagini adottabili per poter interpretare la forma che ognuno va componendo intorno a se stesso. Proviamo ad immaginare le potenzialità insite in attività come quelle del gioco o dell’arte, attività umane che consentono al soggetto di esprimere un senso di armonia e di equilibrio tra la propria libera espressività e la ricerca di qualcosa di altro, tra la propria spontaneità e creatività personale e il controllo di sé e il senso di una disciplina personale di vita. Attraverso la ricerca di qualcosa di bello viene a compiersi il passaggio dall’estetica all’etica, perché la ricerca del bello attinge, da un lato, alla sfera della libertà, personale e, dall’altro, concorre a realizzare compiutamente tale libertà, non come apertura illimitata verso qualsiasi desiderio o orizzonte che si profila dinanzi al soggetto, ma come esercizio della libertà che si orienta a ricercare un senso. Possibili spunti di riflessione provengono dal pensare la forma educabile attraverso l’analogia con un’opera pittorica che induce a vedere la personalità dell’altro come un quadro che inizialmente ci appare confuso, pieno di linee e colori per noi incomprensibili, o che siamo portati a rifiutare perché distanti dalle consuetudini con le quali siamo abituati a guardare le cose e la realtà. Accostarsi al bello come dimensione dell’educabilità di ognuno implica di conseguenza la considerazione e la valorizzazione delle differenze, l’interpretazione dei bisogni del soggetto, l’interrogarsi intorno alle diverse mete verso le quali ci si dirige, il confrontarsi con le opinioni altrui, l’andare oltre tutto ciò che ci si presenta in maniera immediata e contingente, per proiettarsi verso una dimensione significante nel nostro esistere. Aderire a questa concezione del bello, e assumerne i risvolti educativi, comporta il chiedersi come educatori di accogliere la domanda di senso che investe ogni soggetto e ogni momento dell’esistenza, comporta un impegno diverso insieme ad uno sforzo creativo nel saper vivere la propria e l’altrui educabilità.
Educare allora non è soltanto portar fuori e far emergere la forma di ogni persona, ma anche, utilizzando una terminologia heideggeriana, far emergere la consapevolezza della propria essenza-esistenza, far sì che l’uomo si viva come soggetto in grado di accorgersi di esser-ci in modo da potersi chiedere chi sono io? perché sono qui? essendo proprio dell’uomo interrogarsi intorno alle ragioni della propria esistenza. Il bello si rivela dimensione che spinge ad interrogarsi sugli orizzonti di senso e di direzione esistenziale ricongiungendo il proprio esistere, i ritmi, i modi, le attività che scandiscono il nostro vivere ad un percorso di ricerca personale significativo.

 

NOTE

[1] D. Novara, L’ascolto si impara. Domande legittime per una pedagogia dell’ascolto, Ega, Torino 1997, p. 91.

[2] J. Armstrong, Il potere segreto della bellezza, Guanda, Milano 2007, p. 191.

[3] J. Hillman, Politica della bellezza, Moretti&Vitali, Bergamo 1999.