Cultura civile e teologia (/1): Un dibattito istituzionale e culturale da riscoprire  di Andrea Grillo

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L’occasione prossima per questa riflessione mi è stata offerta dall’ultimo post, dedicato alla recensione del libro di G. E. Rusconi su “La teologia narrativa di papa Francesco”. Nell’analizzare quel testo riemergeva una condizione fragile del rapporto tra “cultura” e “teologia”. Questo deficit non è imputabile ad alcun “soggetto” particolare, ma è il frutto di “scelte istituzionali” – politiche e culturali – che hanno condizionato la storia italiana dagli anni 70 del XIX secolo, periodo in cui le facoltà teologiche sono scomparse dalla Università italiana. Va detto che tale scomparsa è avvenuta consensualmente: lo stato liberale e la Chiesa antiliberale furono dello stesso avviso. Il primo ritenendo cosa necessaria escludere la teologia dalla cultura comune, la seconda considerando opportuno non lasciarsi corrompere dalla cultura comune. Queste scelte, legate ad un tempo di conflitto e che avrebbero trovato nei decenni successivi ampie conferme, soprattutto con l’esplodere della “antimodernismo istituzionale”, hanno recato un grave danno non solo alla cultura teologica, ma a tutta la cultura civile italiana.

Siamo tutti vittime di questo assetto, che si fonda sulla reciproca estraneità tra cultura e teologia: ad una cultura a/anti-teologica corrisponde una teologia a/anti-culturale.

Le questioni che questo assetto apre sono complesse e vanno accuratamente distinte. Provo ad enumerarne qui di seguito alcune, senza alcuna pretesa di completezza:

  1. a) La cultura tardo-moderna si fonda sul primato della “libertà” e fatica molto ad identificare il ruolo della “autorità”. Questo rischia di emarginare la “autorità liberante” attestata dalle diverse tradizioni teologiche, assumendo una “evidenza della libertà” che è culturalmente troppo ingenua. La autorità non è solo “potere”, mentre la libertà non è solo “immediatezza”.
  2. b) Le diverse nazioni europee ed extra europee, nel loro impatto con la tarda modernità, hanno gestito questa relazione in modi assai diversi. Considerando solo l’aspetto universitario e accademico troviamo la soluzione italiana affiancata dalla soluzione tedesca, dove ancor oggi la facoltà di teologia conserva l’antico “numero 1”, che Kant, Hegel e von Humboldt consideravano “prima facoltà”. Una mappa delle forme diverse della relazione potrebbe fornire orizzonti impensati e soluzioni inattese.
  3. c) All’interno della tradizione europea, la stessa teologia si declina in modo assai articolato. Diverse sono le teologie cristiane, ma anche la tradizione ebraica e quella islamica hanno elaborato forme di riflessione interne alla fede che meritano esame critico e discussione serena. Senza una conoscenza di questo “ragionare credente” non abbiamo alcuna possibilità di conoscere davvero la nostra storia, di ieri come di oggi.
  4. d) Il discernimento, all’interno delle singole Chiese, tra funzione “pedagogica” (formazione al ministero) e funzione “accademica” (approfondimento e ricerca scientifica) dovrebbe saper considerare anche i vantaggi di una integrazione universitaria, e non soltanto i rischi e le cadute possibili. L’ombra lunga dell’antimodernismo in un secolo ha reso quasi impensabile che un grande scienziato sia un prete – come è stato per secoli – e che un bravo pastore abbia formazione anche chimica o fisica.

Una sapiente elaborazione dei dati della tradizione, una curiosa lettura di altre modalità di rapporto e un atto direi quasi fenomenologico di considerazione dell’intreccio di libertà e di autorità nell’esperienza umana potrebbero creare le condizioni perché la cultura italiana sappia riconciliarsi con la/le “teologia/e” e che la teologia possa riconoscere il suo bisogno originario di rapporto con la migliore cultura ambiente. Vorrei che su questo tema, a partire da alcuni amici già disponibili e competenti, di aprisse un franco dibattito, in cui far emergere con schiettezza tutti i pro e tutti i contro di ogni possibile soluzione istituzionale. Ciò che è chiaro, mi pare, e che la reciproca esteriorità tra cultura e teologia non corrisponde più al “fenomeno” che cerchiamo di studiare. Per questo abbiamo bisogno di un supplemento non solo di libertà, ma anche di autorevolezza. Le nostre istituzioni, con le migliori intenzioni, producono letture inadeguate, perché muovono da un presupposto unilaterale e distorto: istituzioni civili e istituzioni ecclesiali possono imparare molto, le une dalle altre. Forse siamo entrati nel tempo che potrebbe rendersi possibile un tale atto di riconoscimento: essenzialmente riconoscimento del legame originario tra libertà e autorità.