La meglio gioventù

Fiorella Farinelli

Per i ragazzi del servizio civile di oggi, c’è chi rispolvera il titolo del popolare film del 2003 dedicato alla generazione del Sessantotto. Troppe le differenze, in verità, per poter stabilire analogie attendibili, ma è vero che furono proprio i ventenni di quella generazione ad accorrere spontaneamente da tutta Italia per portare aiuto alla Firenze devastata dall’esondazione dell’Arno. Era il novembre del 1966 ma le immagini sono ancora vivide, quei ragazzi così seri impegnati per settimane a tirar fuori dal fango i preziosi volumi della Biblioteca nazionale o a svuotare dall’acqua seminterrati e botteghe. L’icona di un volontariato generoso e appassionato che per tanti si sarebbe trasformato di lì a poco in contestazione e lotta politica.

Le norme attuali

Ma oggi? Oggi il servizio civile per i giovani dai 18 ai 28 anni, nato a seguito dell’abolizione della leva militare obbligatoria, è tutt’altra cosa. È regolamentato da norme (l’ultima, che fa parte della riforma del terzo settore, è un decreto del marzo scorso), è finanziato dallo Stato, prevede durate e orari specifici, dà luogo a un’apposita retribuzione (433,80 Euro mensili), a crediti formativi riconoscibili dai sistemi di istruzione, ad attestati finali. È uno degli strumenti di «Garanzia Giovani», il programma europeo per lo sviluppo dell’occupazione giovanile, e ha tante, forse troppo ambiziose, finalità. Tutte insieme. La «difesa non violenta della Patria», il supporto economico alla disoccupazione dei giovani, l’offerta di un’esperienza concreta per far maturare orientamenti e vocazioni professionali, e poi ovviamente anche la formazione civica delle nuove generazioni, l’adesione matura ai valori costituzionali, la solidarietà, il rispetto dei beni comuni. Un miracolo, se tutto ciò potesse davvero materializzarsi per tutti quelli che l’esperienza la fanno e la faranno.

Cosa c’è di nuovo

Un nodo irrisolto, si sa, è quello dell’obbligatorietà o meno del servizio civile. Un altro è quello dell’equilibrio tra diritti e doveri (e dello spessore educativo dell’esperienza stessa, affidata agli Enti pubblici e del privato sociale che ne beneficiano). Ma è comunque un’opportunità concreta, nelle difficoltà di inserimento sociale e professionale dei giovani, e nel deserto di iniziative forti e diffuse di educazione alla partecipazione civile.
Ma che cosa c’è di nuovo, rispetto alla legge istitutiva del 2001, nel decreto varato la scorsa primavera e diventato attuativo il 18 aprile? Il servizio civile nazionale, intanto, viene definito «universale», intendendo con ciò che l’obiettivo è di assicurarne l’accesso a tutti i giovani che ne facciano richiesta. In anni recenti, si sa, non è andata affatto così, solo poco più di un terzo delle domande è stata accolta causa finanziamenti insufficienti (nel 2015 vennero finanziati solo 35.247 posti). Ma anche la nuova norma precisa che il numero dei volontari così come l’entità dell’assegno mensile sarà deciso «in base alle risorse disponibili». La verità è che per coinvolgere ogni anno l’intera leva dei diciottenni ci vorrebbe ben più di 1 miliardo di euro, che nel 2017 sono stati stanziati 257 milioni (per il bando in scadenza il prossimo 26 giugno) per 47.529 posti, che per
gli anni che verranno si vedrà. La domanda, intanto, si aggira attorno ai 100.000 l’anno ed è del tutto improbabile che una differenza così marcata possa essere colmata dalla possibilità, confermata dalla nuova norma, di bandi aggiuntivi emanati autonomamente da enti pubblici e del privato sociale, ma fuori dal finanziamento statale e con risorse proprie. Anche lì, nelle regioni e nei comuni, il piatto piange, o meglio le risorse – come del resto ha fatto lo Stato, col discutibile bonus cultura regalato ai 18enni – sono indirizzate preferibilmente altrove.
Un’altra novità del decreto, di valore politico più sostanziale, è che sono finalmente inclusi anche i giovani non cittadini italiani in possesso di regolare permesso di soggiorno. Un passaggio decisivo per facilitarne l’integrazione – il sentirsi parte accolta e attiva della comunità – su cui i Tribunali erano arrivati ben prima del Parlamento, e che è stato alla fine, e non senza acuti contrasti, accettato anche dalla politica. Sarà un indicatore interessante, fra l’altro, degli atteggiamenti verso l’integrazione da parte delle famiglie e delle comunità straniere residenti in Italia e, comunque, delle cosiddette «seconde generazioni».

E si guarda anche al dopo lavorativo

Novità ci sono però anche su altri versanti. Con un occhio rivolto a servizi che hanno un enorme bisogno di energie nuove e un altro allo sviluppo di nuove vocazioni/ opportunità professionali per i giovani, alcune riguardano l’ampliamento degli ambiti di utilizzo del servizio civile. Oltre a quelli tradizionali come assistenza, protezione civile, tutela di ambiente, patrimonio artistico e culturale ecc., ce ne sono di nuovi, come educazione e promozione culturale dello sport, agricoltura in zone di montagna, agricoltura sociale e biodiversità.
Altre novità riguardano invece la durata dell’esperienza, non solo i 12 mesi ma anche gli 8 (un periodo troppo breve, in verità, ha sempre ritenuto la Caritas, per una vera educazione alla responsabilità civile); e gli orari di impegno settimanale (30, ma anche 25 ore), per esperienze più compatibili con lo studio ed altri «lavoretti». Altre ancora sollecitano la domanda più curiosa e intraprendente, come la possibilità di servizio civile anche all’estero, in programmi di cooperazione dell’Unione Europea. Poi ci sono le innovazioni organizzative, come la programmazione triennale e la valorizzazione delle «reti» non solo tra pubblico e privato sociale, ma anche tra questi e il privato delle imprese. E una più attenta regolamentazione dei crediti formativi, anche attraverso convenzioni tra lo Stato, le Università, il mondo del lavoro. Si guarda al dopo, insomma, in primis al futuro lavorativo dei giovani. Non è infatti per niente tranquillizzante l’esito del servizio civile all’interno del programma Garanzia Giovani. Secondo un recente Rapporto, a 6 mesi dalla fine del servizio civile, risulta occupato solo 1 giovane su 3 (e si tratta non solo di giovanissimi visto che l’età massima è 28 anni), e di questi solo il 22,5% ha trovato lavoro presso gli Enti in cui ha svolto il servizio. Bilancio assai magro se il servizio civile dovesse essere interpretato solo come veicolo per l’occupabilità giovanile.

Ma servizio civile è altro

Ma non è questo il punto. O quanto meno non dovrebbe essere questo il punto principale. Perché il servizio civile è o dovrebbe essere sopratutto altro. Dovrebbe essere la comunità, la Repubblica (come dicono i francesi) che – compiuti i 18 anni -chiama i più giovani ad imparare cos’è, cosa deve significare, essere cittadini di un paese con una Costituzione come la nostra. Dovrebbe chiamarli tutti, ragazze e ragazzi, figli di famiglie italiane da sempre e nuovi – italiani, chi farà l’università proprio come chi ha lasciato la scuola dopo la terza media. Per conoscerli e farsi conoscere e per farli misurare con i problemi più seri del Paese, e delle persone che lo compongono. Le povertà e le marginalità, l’ambiente consumato e minacciato, l’immigrazione e l’esclusione, i rischi in cui versa il patrimonio artistico e culturale, le criticità di beni comuni assediati da mille interessi privati. Un rapporto con la realtà per diventare più consapevoli del mondo in cui viviamo, e per provare per un certo periodo con atti concreti la solidarietà, la partecipazione civile, l’etica del «dono», la responsabilità. Il volontariato, sebbene retribuito, come tragitto per diventare più capaci di riconoscersi nella comunità di cui si fa parte. Ce n’è bisogno? Si direbbe di sì, a leggere dati come quelli circolati in questi giorni sulla riluttanza proprio dei più giovani a donare il sangue. Un segno piccolo ma inquietante di una generazione tenuta fuori troppo a lungo dalle responsabilità della cittadinanza. E di un paese che sembra poter fare a meno delle energie morali ed intellettuali dei più giovani.

Non una nuova forma di lavoro precario e sottopagato

La scommessa è questa, e finora è stata giocata in modi e forme molto variabili. Molto meglio dove le organizzazioni del volontariato hanno curato con attenzione la formazione dei giovani volontari (50 ore, confermate anche nella nuova legge), affiancandoli con azioni di tutoraggio e coinvolgendoli progressivamente nei compiti di maggiore responsabilità, molto peggio dove il servizio civile diventa, intenzionalmente o meno, una delle tante forme di lavoro giovane precario e sottopagato. Non è un caso, del resto, che gran parte delle domande vengano dal Sud più affamato di lavoro. Sono tempi in cui anche 433 euro mensili possono essere molto ambiti. Ma un programma per la meglio gioventù richiede molto di più e molto altro. Ne saremo capaci?

(Rocca 13/2017, pp. 20-22)