Santa Messa nella Festa della Presentazione  del Signore  e

XXIII Giornata Mondiale  della Vita Consacrata

Alle ore 17.20 di oggi, Festa della Presentazione  del Signore e XXIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata, il Santo Padre Francesco ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa con i membri degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Hanno concelebrato  con il Santo Padre Cardinali,  Vescovi e Sacerdoti appartenenti  a Ordini, Congregazioni e Istituti religiosi.

Nel corso del rito,  che si è aperto con la benedizione  delle  candele  e la processione  ed è proseguito  con la celebrazione eucaristica,  il Papa ha pronuncia to  l’omelia  che riportiamo  di seguito :

Ome lia de l Santo Padre

La Liturgia  oggi mostra Gesù che va incontro al suo popolo. È la festa dell’incontro: la novità del Bambino  incontra  la tradizione  del tempio;  la promessa trova compimento;  Maria e Giuseppe, giovani,  incontrano  Simeone e Anna, anziani.  Tutto, insomma,  si incontra quando arriva Gesù.

Che cosa dice questo a noi? Anzitutto  che anche noi siamo  chiamati  ad accogliere  Gesù che ci viene  incontro.  Incontrarlo: il Dio della vita va incontrato  ogni giorno  della vita; non ogni tanto, ma ogni giorno.  Seguire Gesù non è una decisione  presa una volta per tutte, è una scelta quotidiana. E il Signore non si incontra virtualmente,  ma direttamente,  incontrandolo  nella vita, nella concretezza della  vita.  Altrimenti  Gesù diventa  solo un bel ricordo  del passato. Quando  invece  lo accoglia mo come Signore della vita, centro di tutto, cuore pulsante  di ogni cosa, allora Egli vive e rivive  in noi. E accade anche a noi quello  che accadde nel tempio:  attorno a Lui tutto si incontra,  la vita diventa armoniosa.  Con Gesù si ritrova il coraggio  di andare avanti e la forza di restare saldi.  L’incontro  col Signore  è la fonte.  È importante  allora  tornare alle sorgenti:  riandare  con la memoria  agli incontri decisivi avuti con Lui, ravvivare  il primo amore, magari scrivere la nostra storia d’amore col Signore. Farà bene alla nostra vita consacrata, perché non diventi  tempo che passa, ma sia tempo di incontro.

Se facciamo  memoria  del nostro incontro  fondante col Signore,  ci accorgiamo  che esso non è sorto come una questione  privata tra noi e Dio. No, è sbocciato nel popolo credente, accanto a tanti fratelli  e sorelle, in tempi e luoghi precisi.  Ce lo dice il Vangelo,  mostrando come l’incontro avviene nel popolo di Dio, nella  sua storia concreta, nelle sue tradizioni  vive: nel tempio,  secondo la Legge, nel clima  della profezia,  con i giovani  e gli anziani  insieme  (cfr Lc 2,25-28.34). Così anche la vita consacrata: sboccia e fiorisce nella Chiesa; se si isola, appassisce. Essa matura quando i giovani e gli anziani  camminano  insieme,  quando  i giovani  ritrovano  le radici  e gli  anziani  accolgono  i frutti. Invece ristagna  quando si cammina  da soli, quando si resta fissati al passato o ci si butta in avanti per cercare di sopravvivere.  Oggi,  festa dell’incontro,  chiediamo  la grazia  di riscoprire  il Signore vivo, nel popolo credente, e di far incontrare il carisma ricevuto  con la grazia dell’oggi.

Il Vangelo  ci dice anche che l’incontro  di Dio col suo popolo ha una partenza e un traguardo. Si comincia  dalla chiamata al tempio  e si arriva alla  visione nel tempio. La chiamata è duplice.  C’è una prima chiamata  «secondo la Legge» (v. 22). È quella di Giuseppe e Maria, che vanno  al tempio per compiere ciò che la Legge prescrive.  Il testo lo sottolinea  quasi come un ritornello,  ben quattro volte  (cfr  vv.  22.23.24.27). Non è una  costrizione:  i genitori  di Gesù non vanno  per forza  o per soddisfare  un mero adempimento  esterno; vanno  per rispondere  alla chiamata  di Dio. C’è poi una seconda chiamata,  secondo lo Spirito. È quella di Simeone  e Anna. Anche questa è evidenziata  con insistenza:  per tre volte,  a proposito di Simeone,  si parla dello  Spirito  Santo (cfr vv. 25.26.27) e si conclude con la profetessa Anna che, ispirata,  loda Dio (cfr v. 38). Due giovani accorrono al tempio chiamati  dalla Legge; due anziani mossi dallo  Spirito.  Questa duplice  chiamata,  della Legge e dello Spirito, che cosa dice alla nostra vita spirituale e alla nostra vita consacrata? Che tutti siamo chiamati a una duplice obbedienza: alla legge  – nel senso di ciò che dà buon ordine alla vita  – e allo Spirito, che fa cose nuove nella  vita.  Così nasce l’incontro  col Signore:  lo Spirito  rivela  il Signore,  ma per accoglierlo  occorre la costanza  fedele  di ogni  giorno.  Anche i carismi  più grandi,  senza  una vita ordinata, non portano frutto. D’altra parte, le migliori regole non bastano senza la novità dello Spirito: legge e Spirito vanno insieme.

Per comprendere meglio  questa chiamata  che vediamo  oggi nei primi giorni di vita di Gesù, al tempio, possiamo andare ai primi giorni del suo ministero  pubblico, a Cana, dove trasforma l’acqua in vino.  Anche lì c’è una chiamata  all’obbedienza,  con Maria che dice: «Qualsiasi  cosa [Gesù]  vi dica, fatela»  (Gv 2,5). Qualsiasi  cosa. E Gesù chiede una cosa particolare;  non fa subito  una cosa nuova, non procura dal nulla  il vino che manca – avrebbe potuto farlo –, ma chiede una cosa concreta e impegnativa.   Chiede  di riempire   sei  grandi  anfore  di pietra  per la  purificazione   rituale,   che richiamano  la Legge. Voleva dire travasare circa seicento litri d’acqua dal pozzo: tempo e fatica,  che parevano inutili,  perché ciò che mancava non era l’acqua, ma il vino! Eppure, proprio da quelle anfore riempite  bene,  «fino   all’orlo»  (v.  7), Gesù  trae il vino  nuovo.  Così è per noi:  Dio  ci chiama  a incontrarlo  attraverso  la fedeltà  a cose concrete  – Dio  si incontra  sempre  nella  concretezza  –: la preghiera  quotidiana,   la Messa, la Confessione,  una carità  vera,  la Parola di Dio  ogni  giorno,  la prossimità,  soprattutto  ai più bisognosi,  spiritualmente  o corporalmente.  Sono cose concrete, come nella vita consacrata l’obbedienza  al Superiore e alle Regole.  Se si mette in pratica con amore questa legge  – con amore! –, lo Spirito  sopraggiunge  e porta la sorpresa di Dio, come al tempio  e a Cana. L’acqua della quotidianità  si trasforma allora nel vino della novità e la vita, che sembra più vincolata, diventa  in realtà più libera.  In questo momento  mi viene  alla memoria  una suora, umile,  che aveva proprio il carisma di essere vicina  ai sacerdoti e ai seminaristi.  L’altro ieri è stata introdotta  qui, nella Diocesi [di Roma],  la sua causa di beatificazione.  Una suora semplice:  non aveva grandi luci,  ma aveva la saggezza  dell’obbedienza,  della fedeltà e di non avere paura delle novità.  Chiediamo  che il Signore,  tramite suor Bernardetta, dia a tutti noi la grazia di andare per questa strada.

L’incontro,   che nasce dalla  chiamata,  culmina  nella  visione. Simeone  dice: «I miei  occhi hanno visto  la tua salvezza»  (Lc 2,30). Vede il Bambino  e vede la salvezza.  Non vede il Messia che compie prodigi,  ma un piccolo bimbo. Non vede qualcosa di straordinario,  ma Gesù coi genitori,  che portano al tempio  due tortore o due colombi,  cioè l’offerta  più umile  (cfr v. 24). Simeone  vede la semplicità  di Dio e accoglie la sua presenza. Non cerca altro, non chiede e non vuole di più, gli basta vedere il Bambino  e prenderlo  tra le braccia: “nunc dimittis, ora puoi lasciarmi  andare” (cfr v. 29). Gli basta Dio com’è. In Lui trova il senso ultimo  della vita.  È la visione  della vita consacrata,  una visione  semplice  e profetica  nella  sua semplicità,  dove si tiene il Signore  davanti agli occhi e tra le mani,  e non serve altro. La vita è Lui, la speranza è Lui,  il futuro  è Lui.  La vita consacrata è questa visione  profetica  nella Chiesa: è sguardo che vede Dio presente nel mondo, anche se tanti non se ne accorgono;  è voce che dice: “Dio  basta, il resto passa”; è lode che sgorga nonostante  tutto,  come mostra la profetessa Anna. Era una donna molto anziana,  che aveva vissuto  tanti anni da vedova, ma non era cupa, nostalgica  o ripiegata  su di sé; al contrario  sopraggiunge,  loda Dio e parla solo di Lui (cfr  v.  38).  A  me  piace  pensare  che  questa  donna  “chiacchiera va   bene”,  e contro  il  male  del chiacchiericcio  questa sarebbe una buona patrona per convertirci,  perché andava da una parte all’alt ra dicendo solamente:  “È quello! È quel bambino!  Andate a vederlo!”.  Mi piace vederla così, come una donna di quartiere.

Ecco la vita consacrata: lode che dà gioia al popolo di Dio, visione  profetica che rivela  quello che conta. Quand’è così fiorisce  e diventa  richiamo  per tutti contro  la mediocrità:  contro  i cali di quota nella  vita spirituale,  contro la tentazione  di giocare al ribasso con Dio, contro l’adattamento  a una vita  comoda e mondana,  contro il lamento  – le lamentele!  –, l’insoddisfazione  e il piangers i addosso, contro l’abitudine  al “si fa quel che si può” e al “si è sempre fatto così”: queste non sono frasi secondo Dio. La vita consacrata non è sopravvivenza,  non è prepararsi all’ “ars bene moriendi”: questa è la tentazione  di oggi davanti al calo delle vocazioni.  No, non è sopravvivenza,  è vita nuova. “Ma… siamo  poche…” – è vita  nuova.  È incontro vivo  col Signore  nel suo popolo.  È chiamata all’obbedienza  fedele di ogni giorno  e alle sorprese inedite dello  Spirito.  È visione di quel che conta abbracciare per avere la gioia: Gesù.

[00186-IT.02] [Testo originale: Italiano] [B0090-XX.02]