L’accompagnamento spirituale – percorso di comunione (I parte)[1]

di Lucia Abignente

Quello dell’accompagnamento spirituale è un tema vasto che dovrebbe toccare ogni persona per tutta la vita: negli anni di formazione, nel discernimento della vocazione, nel vivere quotidiano, nel cammino verso la santità. In queste pagine verranno offerti soltanto alcuni spunti di riflessione su questa preziosa componente della vita spirituale, innanzitutto mettendo a fuoco, pur brevemente, alcuni aspetti per illuminare cosa è l’accompagnamento spirituale e a cosa tende; e successivamente indicando alcuni spunti propulsori che scaturiscono dalla spiritualità dell’unità che aiutano a vivere la realtà dell’accompagnamento.

Accompagnamento

La scelta dell’espressione “accompagnamento spirituale” vuole consolidare una formulazione che sta diventando più comune oggi rispetto a quella di “direzione spirituale”, affermatasi dai secoli XVI-XVII per indicare una forma specifica di aiuto spirituale. Come sottolineano anche teologi spirituali o moralisti, né l’una né l’altra, né altre simili (come consiglio spirituale, paternità o maternità spirituale) riescono ad esprimere fino in fondo realtà di per sé composite, che racchiudono dimensioni umano-divine. Tuttavia, tra quelle in uso, l’espressione “accompagnamento” appare più adeguata a liberare questa forma di aiuto spirituale da possibili fraintendimenti che possono derivare dai termini: “direzione”, “direttore” e “diretto”, che comportano il rischio di un’interpretazione che può risultare deviante della stessa volontà di Dio, quasi esecuzione di una direttiva posta dall’esterno.

La parola “accompagnamento” avvicina di più alla realtà di un percorso di sequela condiviso che richiede accordo, dialogo, impegno e coinvolgimento, esclude di rimanere a guardare inermi, piuttosto sprona a non lasciare nessuno da solo ma a portare insieme la fatica del viaggio, superando gli ostacoli. Nello stesso tempo la parola “accompagnamento” offre la gioia di una prospettiva più ampia. Ci si pone accanto senza pretese di essere un “fratello maggiore” che guida il presunto “fratello minore”, piuttosto si è compagni di viaggio, come un giorno i due discepoli di Emmaus, lasciando che sia quel Terzo a guidare, a indicare, alla luce della Scrittura, il senso della vita, infondendo gioia e speranza.

La presenza di Dio tra noi è l’autentica guida. Essa permette una visione della vita, del cammino, delle scelte da operare da una prospettiva diversa, interiore e unitaria, che non si ferma ai nostri limiti, ma nutre e dona una prospettiva che si potrebbe dire “dall’alto”, come se si trattasse di un cammino in alta montagna che desta stupore e non a caso è fatto generalmente in più, almeno in due. Si sperimenta quello che con una bella metafora Chiara Lubich scrive: «Se tu entri nel Vangelo – e questa è una bella avventura per te – ti trovi di colpo come sul crinale di una montagna. Già in alto quindi, già in Dio, anche se guardandoti a lato vedi che la montagna non è una montagna ma una catena di montagne e la vita per te è camminare lungo lo spartiacque fino alla fine»[2].

Figure di accompagnamento nella Scrittura

L’attenzione all’accompagnamento è sempre stata presente nella vita e tradizione della Chiesa. Essa trova, del resto, il suo fondamento nella Bibbia che è ricca di esempi, di indicazioni, di verità che offrono il senso profondo di cosa significhi “accompagnare”. Viene spontaneo pensare ai Vangeli, ma anche l’Antico Testamento illustra sapientemente questa realtà. Per fare solo qualche esempio, basta pensare, già in Genesi, all’agire di Dio nei confronti di Caino, un agire che esprime vicinanza (cf. Gen 4,3-16). Dio parla con Caino e lo aiuta a vedere la presenza della tentazione e a superarla prendendone coscienza. Ma Caino non ascolta e, reagendo con sfiducia anche verso se stesso, uccide il fratello. La tragica risposta di Caino in Gen 4,9: «sono forse io il custode di mio fratello?» si trasforma progressivamente, di fronte alla forza della verità espressa da Dio, in un riconoscimento della propria colpa. Eppure non la disperazione e la condanna hanno l’ultima parola, ma l’incontro con Dio nella sua misericordia, l’appartenere a lui, visibile nel segno che il Signore pone su Caino. Che dire poi del cammino di Eli con Samuele e del progressivo comprendere che in quel “Samuele, Samuele” si attua la chiamata del Signore? (cf. 1Sam 3,1-10). Interessanti sono poi i modelli che emergono dall’esperienza e dall’annuncio dei profeti e i diversi esempi di accompagnamento presenti nei libri sapienziali [3].

Nel Vangelo sono tanti i quadri che ci riportano all’incontro con Gesù, come fondamento e pienezza di realizzazione della persona. Basta pensare ai dialoghi di Gesù con la samaritana, con il cieco nato, con Natanaele, con Zaccheo, con l’adultera… Il riconoscere la verità su se stessi non è mai fine a se stesso, ma è riconoscimento dell’amore di Dio che chiama a un cammino risanante e liberante. Pensiamo al dialogo con il giovane ricco, riportato da tutti e tre i vangeli sinottici, alla “controdomanda” del Maestro alla richiesta del giovane – «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo» –  e allo sguardo d’amore con cui Gesù cerca d’incontrarlo, di permettergli di passare «dal campo dell’avere in cui è imprigionato a quello dell’essere», di liberarlo «dalla visione unidimensionale che egli ha di sé come uno che ha molto», offrendogli una dimensione più ampia, una realizzazione autentica e piena[4].

Fondamentale per comprendere cosa significhi accompagnare è il rapporto di Gesù con i discepoli. Gesù assomiglia al Rabbi della tradizione giudaica, maestro spirituale che chiama, insegna a pregare e di cui i discepoli condividono il destino. Egli, però, non è solo un maestro ma è «via, verità, vita» (Gv 14, 6): egli è il Verbo, la Parola del Padre.

È significativa la collocazione in cui l’evangelista Luca pone la chiamata dei primi discepoli. A differenza di Matteo e Marco essa non avviene nell’atto inaugurale della predicazione di Gesù, ma dopo un’ampia narrazione dell’inizio del ministero di Gesù, della centralità della Parola che vuole salvare eppure non è da tutti accolta. Illuminante in questo contesto il racconto della vocazione di Pietro (Lc 5,1-11)[5], segnata dalla radicalità della risposta, avvenuta, però, gradualmente. Dapprima si tratta solo di un atto di cortesia offerto da Simone rispondendo alla richiesta di Gesù di spostare un po’ la barca da riva per lasciare che da lì ammaestri le folle. Si passa poi a un ascolto più attento fino all’accoglienza di una proposta apparentemente insensata di Gesù: quella di prendere il largo e calare le reti per la pesca. Di fronte ad essa Simone non nasconde la propria difficoltà a comprendere  («abbiamo faticato tutta la notte…»), seppur con grande rispetto rivolgendosi a Gesù come «Maestro». Tuttavia lo ascolta e sulla parola di lui «getta le reti». Un passo non da poco per un esperto pescatore, un “consegnarsi” con fiducia in una situazione contingente che apre poi la via ad un consegnarsi più grande, non di un solo momento. Alla pesca prodigiosa segue la reazione di Pietro che si pone con sincerità davanti a Gesù: «Signore, allontanati da me, perché sono peccatore». La pesca abbondante è solo un segno che chiama a una relazione più grande. D’ora in poi per la relazione con Gesù egli diventerà «pescatore di uomini». E l’atto di sequela è deciso: … lasciano le reti e lo seguono senza sapere cosa li aspetta.

«Così è maturata la verità del suo rapporto con Gesù. Spostando di qualche metro la barca, Simone […] aveva detto sì a quel Gesù che conosceva, come allora lo conosceva, in ciò che allora gli chiedeva. Non aveva dato propriamente “la vita” per il Signore, aveva dato il tempo e l’attenzione a Gesù di Nazareth. Ma precisamente in questo modo egli aveva fatto la verità della relazione con lui come gli era possibile allora. In questo modo egli si è trovato presente poi, con questa verità di relazione, per sentirsi dire di andare al largo a pescare. E, a questo punto, di nuovo c’è stato un rispondere concreto, non una decisione di vita o qualcosa di straordinario, ma qualcosa di vero, una parola sincera e un gesto esplicito di fiducia. Simon Pietro non ha fatto prevalere la sua presunta saggezza, frutto di personale esperienza in fatto di pesca, ha fatto prevalere la relazione con questo interlocutore che ha capito essere “da Dio”»[6]. Tutto in questo brano è opera del Signore, ma, «allo stesso tempo, tutto passa attraverso l’ascolto, la disponibilità, la sincerità di cuore, la libertà delle persone, che assumono in responsabilità propria ciò che comprendono della parola rivolta loro»[7].

Con lo stesso nome del racconto iniziale, «Simone», il Maestro si rivolgerà al discepolo al momento della passione. Gesù lo prepara alla gravità dell’ora e nello stesso tempo gli promette la sua vicinanza, anzi afferma di aver già pregato per lui perché non venga meno la sua fede. Proprio nel momento in cui sta donando la propria vita, Gesù consacra il suo discepolo: «e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». Per Luca, infatti, è il cenacolo «il luogo dell’investitura petrina». Non che Pietro sia pronto. Il Maestro ne è consapevole e aiuta il discepolo a capire che dovrà convertirsi, eppure tutto ciò non impedirà a Gesù di rimanergli vicino «in questa triplice gratuita promessa di preghiera, conversione, missione»[8]. Torna in questa pericope (Lc 22, 31-34) la stessa dinamica riscontrata nella chiamata di Pietro e che esprime «la costante del dono»: «Gesù  non chiede a Pietro di essere pronto per ritenerlo compagno, non gli affida i fratelli perché è bravo, non gli promette di esercitare questa missione esercitandola sulle sue forze. Gesù chiede a Pietro di riconoscere il suo amore per lui, di credere a questo amore, di convertirsi a guardare, con questo stesso amore, la vita di coloro che gli sono fratelli e hanno bisogno di esser aiutati nella fede», i credenti cioè. «Gesù affida a Pietro quella stessa comunione gratuita che egli continua a costruire con Pietro: egli potrà viverla come grazia nel servizio gratuito all’altrui esperienza di fede e all’altrui verità di coscienza»[9].

Si potrebbe continuare a citare tanti momenti e brani evangelici. Del resto non solo i vangeli, ma anche gli altri libri del Nuovo Testamento (pensiamo, ad esempio, alle lettere paoline), offrono esempi e luce nell’accompagnamento sia personale che comunitario.

Un servizio di carità lungo i secoli

Guardando alla storia della Chiesa possiamo ricordare che nelle diverse epoche la direzione spirituale ha assunto una pluralità di forme. Essa si afferma con il monachesimo, soprattutto orientale, con necessità e modalità corrispondenti alle varie forme di vita (anacoretica/eremitica o cenobitica). Si tratta di una pratica che risponde all’esigenza del credente di essere guidato nel proprio cammino di perfezione. Tuttavia è solo molti secoli dopo, a partire dal Cinquecento, che si impone il concetto di direzione spirituale. È impossibile tralasciare di menzionare qui tre grandi santi che hanno contributo a ciò: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola.

«L’anima che vuole veramente progredire nel raccoglimento e nella perfezione – scrive Giovanni della Croce – deve guardare attentamente in quali mani si mette, poiché quale sarà il maestro, tale sarà il discepolo, e quale il padre, tale il figlio»[10].

Con Ignazio «nasce una forma originale di direzione spirituale»[11]. Senza usare la parola “direttore”, Ignazio, che ne ha fatto personale esperienza, comunica il ruolo ben preciso di chi accompagna colui che fa “esercizi spirituali”, aiutandolo nella ricerca della volontà di Dio su di lui, attraverso la proposta di meditazioni e attraverso il discernimento delle varie emozioni affettive dell’anima[12].

Il Cinquecento è il secolo della Controriforma, ma anche della cosiddetta “Riforma cattolica” e del cammino di rinnovamento sancito dal Concilio di Trento. Tra le espressioni di esso vi è pure, con il decreto Cum adolescentium aetas, votato all’unanimità il 15 luglio 1563, la raccomandazione di erigere un seminario in ogni diocesi. Si rende dunque necessaria una formazione spirituale dei futuri sacerdoti attraverso ritiri più o meno lunghi, durante i quali ci si sottopone alla direzione spirituale sulla cui necessità gli autori spirituali concordano. Il ruolo del direttore spirituale viene concepito nella prospettiva di un controllo del cammino interiore del “diretto”. La direzione spirituale entra così, progressivamente, nella vita della Chiesa come una pratica ordinata sistematicamente. Sempre di più, anche per motivi contingenti, essa viene legata alla confessione. Questo collegamento, pur se innegabilmente ha portato e continua a portare frutti, non è stato e non è tuttora esente da rischi. Gli autori concordano sulla necessità di distinguere l’accompagnamento spirituale dalla confessione precisando innanzitutto la diversità di ruoli. L’agire in persona Christi del sacerdote in virtù del sacramento dell’Ordine ricevuto è altro da quello di chi accompagna spiritualmente un fratello. A parere di Charles André Bernard si può correre il rischio, nella vita concreta, di distinguere difficilmente un consiglio spirituale da una ingiunzione del confessore e si può arrivare anche ad una «distorsione della direzione spirituale» nei casi in cui «il confessore possiede una certa propensione naturale a voler dominare»[13].

«Il confondere la direzione spirituale e il sacramento della Riconciliazione – nota da parte sua Maurizio Costa – porta danni alla vera direzione spirituale e l’espone a critiche che talora giustamente le si rimproverano, cioè di “dirigere” attraverso norme e comandi. Porta, o facilmente può portare, a forme di paternalismo o di maternalismo, a meccanicizzazione della vita spirituale, a imposizione di spiritualità diverse perché proprie del direttore, ma non confacenti con le necessità spirituali di chi si fa dirigere, e anche a errori teologici, come – per esempio – quello del voto di ubbidienza al direttore spirituale»[14].

Collegare strettamente l’accompagnamento spirituale al sacramento della riconciliazione ha portato nel tempo a vederlo come un ruolo che va affidato a sacerdoti. In realtà non è così. Non lo era nemmeno nella sua origine, basta pensare al monachesimo. Papa Francesco ha sottolineato più volte il ruolo dei laici nell’accompagnamento spirituale. Nell’Evangelii gaudium esprimeva, ad esempio, il suo compiacimento nel vedere il contributo delle donne nell’accompagnamento di persone, famiglie e gruppi (n. 103). In modo molto chiaro si è espresso anche in un discorso ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica:

«Parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. E questo vorrei sottolinearlo. È necessario che la vita consacrata investa nel preparare accompagnatori qualificati per questo ministero. E dico la vita consacrata, perché il carisma dell’accompagnamento spirituale […] è un carisma “laicale”. Anche i preti lo hanno; ma è “laicale”»[15].

Il papa ha ribadito la necessità che siano i membri della stessa congregazione a prendersi cura dei propri fratelli: «Non insisteremo mai abbastanza su questa necessità – ha aggiunto. È difficile mantenersi fedeli camminando da soli, o camminando con la guida di fratelli e sorelle che non siano capaci di ascolto attento e paziente, o che non abbiano un’adeguata esperienza della vita consacrata. Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle esperti nelle vie di Dio, per poter fare ciò che fece Gesù con i discepoli di Emmaus: accompagnarli nel cammino della vita e nel momento del disorientamento e riaccendere in essi la fede e la speranza mediante la Parola e l’Eucaristia (cf. Lc 24,13-35)»[16]. Molte vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori. Perciò Francesco ricorda: «Mentre dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze, […] che protegga, controlli o renda infantili, non possiamo rassegnarci a camminare da soli, ci vuole un accompagnamento vicino, frequente e pienamente adulto. Tutto ciò servirà ad assicurare un discernimento continuo che porti a scoprire il volere di Dio, a cercare in tutto ciò che più è gradito al Signore, come direbbe sant’Ignazio, o – con le parole di san Francesco d’Assisi – a “volere sempre ciò che a Lui piace” (cf. FF 233)»[17].

Accompagnare dove?

La risposta scaturisce immediata: verso il Signore e l’esperienza di personale relazione con lui. «Benché suoni ovvio – scrive Francesco nell’Evangelii gaudium –, l’accompagnamento spirituale deve condurre sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà» (n.170). In questo senso l’accompagnamento sarebbe «controproducente» se diventasse una specie di terapia che rafforza la «chiusura delle persone nella loro immanenza» e cessa di essere «un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre» (ibid.).

Accompagnare la fede e la formazione di coscienza nella fede significa favorire una personale esperienza del Signore, non solo una conoscenza dei contenuti di fede o l’attuazione di alcune pratiche o doveri. Viene da richiamare ancora una volta la chiamata del giovane ricco, una persona certamente buona che aveva osservato  i comandamenti. Gesù, rispondendo alla sua domanda, gli mostra la via: non si tratta di un fare per “ottenere” qualcosa, si tratta di vivere in comunione con Lui, seguirlo in una condivisione piena del cammino fino alla fine. Il dramma di quel giovane che se ne va triste è quello di non riuscire a liberare il suo cuore da se stesso e dai suoi averi per incontrare il Signore e cogliere che quella proposta, esigente e discreta ad un tempo, nasce da uno sguardo d’amore, da un amare nella verità. In questo senso nota M. Costa: «Bisogna avere coscienza che alla base di qualunque tipo di percorso da attuare nella direzione spirituale non c’è solo un modello o quadro di riferimento ideologico o morale», ma « la persona di Gesù»[18].

Accompagnamento spirituale significa, dunque, favorire il maturare nella familiarità con il Signore, in un itinerario di  sequela-conversione il cui centro è la Parola, la «Parola che ci vive», verrebbe da dire con una densa espressione usata da Chiara Lubich, espressione lessicalmente inusuale eppure estremamente significativa. Benché noi siamo i soggetti in cammino, il Soggetto primo non siamo noi che viviamo la Parola, o la Parola come realtà che ci è data ma rimane estrinseca. Non si tratta di due entità, ma di una sola: la Parola che trasforma, che deve talmente penetrare il nostro essere da viverci.

Essere Parola viva: ciò santifica. Chiara ricorda: «La Parola di vita monda e chi la vive, chi è la Parola, è già mondato, purificato. È infatti trasferito in Altro, è in Dio, Parola. È (la vita della Parola in noi, noi: Parola viva) rigenerato, cioè figlio di Dio»[19]. Non è un caso che, nel momento in cui viene tentato dal diavolo, Gesù non apra un “dialogo” con lui, ma risponda decisamente con le Scritture.

Accompagnare l’altro nella sequela del Signore vuol dire aiutare a vivere il cammino in un’attenzione vigile al piano di Dio, alla sua volontà, nelle scelte più decisive come nella vita quotidiana, così che la prossimità e familiarità con Dio diventino sempre più forti perché «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 50).

Accompagnare come?

Ma come fare questo? “Accompagnare” è ben diverso da “dirigere” l’altrui coscienza. Favorire l’altrui esperienza di coscienza non è mai manipolarla, né sostituirsi. Nella tradizione della Chiesa questa è stata un’attenzione peculiare raccomandata sempre. «Chi accompagna – scrive papa Francesco nell’Evangelii Gaudium – sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto davanti a Dio e alla sua vita di grazia è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno» (n. 172). Da ciò consegue sia l’impossibilità di emettere giudizi sulla responsabilità e colpevolezza degli altri sia la comprensione e la pazienza[20].

Accompagnare umilmente e saggiamente vuol dire anche, in questo senso, favorire l’altrui capacità di discernimento, realtà fondamentale per comprendere e decidere il bene. Papa Francesco ritorna tante volte sul senso del discernimento e il suo magistero è in continuità e sintonia con la svolta segnata dal Concilio Vaticano II, e cioè il deciso superamento delle tendenze legalistiche e positivistiche dominanti nell’età moderna. Discernere e accompagnare l’altrui discernimento nella fiducia e nella prudenza è possibile se si pone, a fondamento dell’esperienza morale e spirituale, l’autonomia della coscienza e l’auto-comunicazione di Dio (cf DV 2,4,6). La Costituzione conciliare Gaudium et Spes parla di una “voce” presente nel cuore di ogni uomo, di un dialogo che Dio stabilisce nell’intimo della coscienza facendosi riconoscere, attraverso la relazione stessa, come colui che chiama all’amore. Questa coscienza umana è, come tale, un “sacrario”, un’intimità da riconoscere e favorire nella libertà capace di divenire responsabile[21].

La voce di Dio risuona, dunque, nell’intimità della persona e le permette di discernere. Si parla tanto oggi, nella riflessione teologica, di discernimento spirituale non prestando, però, a volte, sufficiente attenzione a quanto il Concilio ci ha ricordato e cioè che «il discernere è anche e prima di tutto luogo proprio della moralità». Così, parlando di vita morale e spirituale, non è raro constatare una duplice confusione: da una parte si considera il “morale” prevalentemente come insieme di verità normative da applicare, dall’altra si pensa la dimensione “spirituale” su un livello quasi sovrapposto al primo dimenticando «che lo Spirito opera in noi attraverso il nostro comprendere e la nostra libertà responsabile»[22].

In fondo l’attenzione all’accompagnamento spirituale implica la cura di una formazione della coscienza nell’attento discernimento, sia morale che spirituale, che non porti ad un dualismo, ma all’unità di vita: «Se una persona pensa di essere religiosa, ma cerca la propria immagine, la propria carriera, il privilegio di sé o del proprio gruppo, vive di fatto con criteri mondani, non sta vivendo con Dio»[23].

Sapienza spirituale

Se ogni decisione porta in una direzione è chiaro che le scelte esprimono l’orientamento che si dà alla propria vita. «Scegliere vuol dire preferire un determinato bene che la persona ritiene più grande o più urgente, accettando di non attuare altri beni teoricamente possibili, accettando che ne risulti pure qualche inconveniente»[24]. Una scelta che implica il discernimento della coscienza è sempre una realtà coinvolgente e trasformante la persona stessa, perché nel vivere un cammino di vita non si è mai uguali a come si era prima, sia nel bene che nel male.

Nell’importante processo del discernimento, quando si cerca il bene e il vero, processo indispensabile per un decidere responsabile, si riscopre, perciò, la necessità della virtù della prudenza. Tale virtù non viene sempre compresa adeguatamente. Accade che essa sia inficiata dalla considerazione della prudenza umana che induce, di fronte alla eventualità di un pericolo o a conseguenze negative dei propri atti, a non correre rischi. Essere prudenti non significa, però “negarsi al rischio” né significa soltanto essere intelligenti. In realtà, «la prudenza perspicace presuppone una capacità di ‘leggere dentro’ le cose (intelligenza), ma non è semplicemente la dote dell’intelligenza; è l’esercizio dell’intelligenza in funzione di un senso per la vita e in funzione di una moralità da vivere, di una bontà personale da riconoscere e perseguire attraverso scelte corrette»[25].

Nella sua riflessione sulle virtù, fatta alla scopo di «vivere meglio» e appassionarsi «al meraviglioso disegno che Dio ha su ciascuno di noi», Carlo Maria Martini così parla della prudenza:

«La prudenza anzitutto evoca la sapienza, cioè la capacità di vedere alla luce di Dio i fatti e le azioni umane da compiere. […] La prudenza, per la Bibbia e la tradizione, è sapienza che contempla alla luce di Dio gli eventi umani; discernimento che distingue tra ciò che porta a Dio e ciò che da Dio allontana; senso di responsabilità che si fa carico degli effetti delle proprie azioni; capacità di decidere ragionevolmente e coraggiosamente, senza paura di eventuali conseguenze negative a proprio danno. […] la prudenza è congiunta con la fortezza e con il coraggio»[26].

Vivere la prudenza, dono dello Spirito Santo, nell’esercizio del discernimento, «viene pure da una certa abitudine al silenzio, alla calma, evitando la precipitazione nei giudizi e nelle azioni»[27], silenzio che ci dà la capacità di ascoltare la voce di Dio che parla dentro di noi. Il discernimento spirituale, allora, è discernimento morale condotto consapevolmente nello Spirito. Come discernimento morale implica che sia fatto dalla persona con responsabilità libera e consapevole. Il farlo sotto la guida dello Spirito chiama la persona ad approfondire la propria relazione con il Signore, per vivere, per come è possibile nella nostra realtà di uomini, con lui e come lui.

In questo cammino non vanno disgiunti due aspetti che possono, a prima vista, parere quasi contrastanti, ma che in realtà non lo sono affatto. Riguardano il ruolo di colui che accompagna. Da una parte come Giovanni Battista egli deve viverlo nella consapevolezza di dover “scomparire”: «Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», afferma papa Francesco nell’Evangelii Gaudium (n.169). Dall’altra parte bisogna ricordare che accompagnare è un compito esigente che richiede certamente impegno di approfondimento, di studio, di formazione continua e, soprattutto, “compromettersi” nella cura della personale conversione per una vera cura dell’altro. Non si tratta, infatti, di dare indicazioni su una strada da percorrere: si tratta di essere testimoni, di vivere in prima persona la coerenza con quanto il Signore dice per progredire insieme. Vale anche in questo contesto la nota e sempre attuale frase espressa da Paolo VI nel 1974 ai membri del Consiglio dei laici e poi ripresa nell’Evangelii nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 41).

Si tratta di convertirsi di continuo, di affinare sempre di più la propria sensibilità alla voce dello Spirito, per vivere, nella sincerità, la svolta a cui Dio di volta in volta chiama e, nello stesso tempo, rivedere anche il proprio passato, comprendendo il senso perfino di eventuali sbagli. Ciò può un giorno risultare dono luminoso per altri e infondere speranza, analogamente a quanto accade per noi quando, constatando la fragile coerenza degli apostoli, riconosciamo la loro capacità di ricominciare, di rinnovarsi nella sequela di Gesù, di conversione quindi.

            Naturalmente la conversione, con il discernimento continuo che essa implica, non si fa in un giorno. Perciò parliamo di “accompagnamento” anche nella vita di fede, indicando un cammino. Non si tratta di presumere di poter cancellare il male, né di garantirsi dagli errori, ma procedere con sincerità e coraggio, facendo tesoro di ogni prova, alla sequela di Gesù.

                                                                                                                      Lucia Abignente

[1] Il testo è un’elaborazione della lezione tenuta il 13 marzo 2017 al  Corso di qualificazione per la formazione e l’animazione in Vita consacrata “Svegliate il mondo” del Centro Evangelii Gaudium – Istituto Universitario Sophia (Loppiano – Firenze).

[2] C. Lubich, L’attrattiva del tempo moderno (Scritti spirituali/1), Città Nuova, Roma 1978, p. 170. Lo scritto fu pubblicato per la prima volta il 15 marzo 1960, in «Città Nuova», 4 (1960), 5, p. 4.

[3] Cf. C.M. Martini – R. Vignolo – L. Manicardi – R. Capitanio, L’accompagnamento spirituale, Ancora, Milano 2007.

[4] Cf. L. Manicardi, La formazione alla luce del Vangelo: un itinerario. Lettura di Mc 10,17-22 (Mt 19,16-22; Lc 18,18-23), in C.M. Martini – R. Vignolo – L. Manicardi – R. Capitanio, L’accompagnamento spirituale, cit., p. 64.

[5] Cf. D. Abignente, Conversione morale nella fede. Una riflessione etico-teologica a partire da figure di conversione del vangelo di Luca, (Collana Aloisiana), Gregorian University Press. – Morcelliana, Roma- Brescia, 2000, pp. 113-132.

[6] S. Bastianel S.J., Discernimento e formazione cristiana, in D. Abignente – S. Bastianel, Sulla formazione morale. Soggetti e itinerari, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2013, p. 50.

[7] Ibid., p. 51.

[8] D. Abignente, Conversione morale nella fede, cit., p. 148.

[9] Ibid., p. 151.

[10] F.V. st. 3,30; cf. S.M.C. II, 22, 15-19.

[11] C.A. Bernard S.J.,  L’aiuto spirituale personale, 3a edizione  riveduta e ampliata, (Temi vocazionali di oggi), Editrice Rogate, Roma 1985, p. 15.

[12] «È ovvio che questa guida spirituale tende a prolungarsi fuori del tempo degli esercizi […]. Non si tratta più tanto di dichiarare ciò che si deve fare, quanto di illuminare le impressioni affettive ed i pensieri che nascono di una vita spirituale fervorosa» (Ibid, pp. 15-16).

[13] Ibid, p. 17.

[14] M. Costa, S.J., Direzione spirituale e discernimento, Edizioni AdP, Roma 20094, p. 60. Riguardo al vincolo del segreto proprio della confessione, l’autore nota: «Se la confessione e la direzione spirituale si confondessero e fra di esse vi fosse identità, il direttore spirituale non potrebbe ritornare sopra il contenuto di un incontro precedente senza l’esplicito permesso del diretto, come non lo può fare il confessore con il penitente. Ma questa impossibilità nel direttore snaturerebbe la direzione spirituale che richiede proprio di realizzarsi come un itinerario continuo e non come una semplice sovrapposizione in successione di momenti a sé stanti come lo sono le diverse successive confessioni di un penitente nel tempo» (ibid., pp. 60-61).

[15] Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, 28 gennaio 2017.

[16] Ibid.

[17] Ibid.

[18] M. Costa, S.J., Direzione spirituale e discernimento, cit., p. 102.

[19] Scritto di Chiara Lubich, 26 ottobre 1949, in C. Lubich, Essere tua parola, a cura di F. Ciardi, Città Nuova, Roma 2008, p. 55.

[20] «Il discernimento richiede, da parte dell’accompagnatore e della persona accompagnata, una fine sensibilità spirituale, un porsi di fronte a sé stesso e di fronte all’altro “sine proprio”, con distacco completo da pregiudizi e da interessi personali o di gruppo» (Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, 28 gennaio 2017).

[21] «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS16).

[22] D. Abignente, Discernere per decidere, in S. Bastianel (ed.), Tra possibilità e limiti. Una teologia morale in ricerca, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, p. 62. «La vita morale non è esperienza settoriale nell’esistenza di una persona e non sta semplicemente alla base del suo vivere nello Spirito, ma qualifica la vita personale nella sua unità: l’interiorità e l’esteriorità, il pensare, l’agire, il muoversi, il sentire della persona. Lasciarsi guidare dallo Spirito significa vivere questa unità di conoscenza e decisione, circa le realtà mondane e circa se stessi, all’interno e in forza della relazione con il Signore, volendo che la comunione con lui segni realmente lo sguardo sulla storia, sulla propria e altrui esistenza, le finalità intese e il modo di perseguirle nella concretezza delle scelte vissute» (Ibidem).

[23] Ibid., p. 64.

[24] S. Bastianel S.J., Discernimento e formazione cristiana, cit., p. 26. Il 2 marzo 2016, parlando ai parroci di Roma sul progresso nella fede, papa Francesco ha elaborato il suo discorso su tre punti: la memoria, la speranza e il discernimento del momento. La memoria, notava, «è radicata nella fede della Chiesa»; «la speranza è ciò che ci sostiene nella fede»; e nel discernimento si tratta, nel momento specifico «di mettere in pratica quella “fede che opera per mezzo della carità”», discernere, cioè, «un bene concreto, il passo avanti nell’amore che posso fare, e anche il modo in cui il Signore vuole che lo faccia». «La fede progredisce quando, nel momento presente, discerniamo come concretizzare l’amore nel bene possibile, commisurato al bene dell’altro». Si tratta di tre momenti strettamente legati e necessari.

[25] S. Bastianel S.J., Discernimento e formazione cristiana, cit., p. 30.

[26] C.M. Martini, Le virtù del cristiano che vigila. Catechesi quaresimale, In Dialogo, Milano 1993, p. 8.

[27] Ibid., p. 9.