L’accompagnamento spirituale – percorso di comunione /II[1] 

Quale luce dal carisma dell’unità?

Passiamo ora a considerare alcuni aspetti del carisma donato da Dio a Chiara Lubich che possono essere di luce nell’accompagnamento spirituale. Si tratta solo di accenni, giacché il tema esigerebbe ben altro spazio.

Si potrebbe partire da quella che Giovanni Paolo II ha definito la «scintilla ispiratrice» dei Focolari, di quanto si opera e di quello che si è: l’amore. «Ho potuto in questo incontro avvicinarmi un po’ di più a quello che costituisce il carisma proprio del vostro Movimento», disse alla conclusione della sua visita all’allora Centro Mariapoli di Rocca di Papa il 19 agosto 1984, e proseguì affermando che «l’amore», che è il dono dello Spirito Santo e la più grande virtù dell’anima umana, «costituisce il carisma proprio e la specificità» del Movimento.  Ricordando nella storia della Chiesa la presenza di «tanti radicalismi dell’amore», sottolineava:  «C’è un vostro radicalismo dell’amore, un vostro, di Chiara, dei focolarini, un radicalismo che scopre la profondità dell’amore e la sua semplicità; […] e che cerca di far vincere sempre questo amore […] in ogni circostanza». Ciò scaturisce, come il papa evidenziava, dall’aver «trovato» la «formula meravigliosa» di san Giovanni: «Dio è amore».

Dio è Amore. Questa verità – che nell’anima di Chiara Lubich è risultata in quegli anni tristi e terribili della guerra come una scoperta “folgorante”, che l’ha spinta immediatamente ad annunciare «Dio ti ama immensamente, Dio ci ama immensamente» – è il fondamento imprescindibile dell’accompagnamento spirituale. «È l’Amore che ci ha chiamato all’Amore!»[2] possiamo dire facendo nostra la certezza espressa così nitidamente da Chiara già nelle lettere degli anni Quaranta. In questa luce appare con chiarezza, nel riconoscere e interpretare gli eventi e le situazioni, che «tutto ciò che succede attorno a me succede per me, è tutt’un’espressione corale dell’amore di Dio a me»[3]. Sia a chi ha intrapreso il cammino che a chi si fa compagno di viaggio, può essere di aiuto il rimeditare, nelle diverse tappe del cammino, su quel fondamento saldo condiviso con semplicità da Chiara, 24enne, con una ragazza più giovane di lei:

«Se in poche parole posso dire il perché della mia vita, queste sarebbero: Amo Dio e lo vorrei amare come mai fu amato. […]

Tutto il resto che accade nella mia vita non mi tocca: uno solo è il mio desiderio, la mia passione, che l’Amore sia amato.  

Sento la mia impotenza, ma l’abbandono a Dio. Tutto fondo su una fede che non crolla: credo all’Amore di Dio: credo che Iddio mi ama, ed in nome di quest’Amore domando alla mia vita e alla vita di quelle anime che camminano nel mio ideale cose grandi, degne di chi sa d’essere amato da un Dio… »[4].

Questi pensieri sono molto vicini a ciò che scrive Benedetto XVI: «Abbiamo creduto all’amore di Dio – così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»[5].

Nelle intuizioni avute per dono di Dio, sul nascere dell’esperienza spirituale di Chiara Lubich improntata al Vangelo, troviamo punti luminosi per l’oggi anche per la realtà dell’accompagnamento. Pensiamo, ad esempio, alla chiara comprensione dell’identificazione di Cristo con ogni uomo (cf. Mt 25,40) che ha impresso nell’anima della Lubich una concezione alta della dignità di ogni persona, nella quale – ne sia cosciente o meno – Dio è presente. «Credi: Dio è in te! – scriveva Chiara in una nota lettera circolare risalente probabilmente al 1943 – La tua anima in grazia è centro dello Spirito Santo: il Dio che santifica. Rientra in te: cerca Dio, il tuo Dio, quello che vive in te!»[6]. Ed è significativo già da allora il rilievo dato alla coscienza, espresso anche nell’invito costante ad «ascoltare quella voce» per discernere la volontà di Dio. Che vicinanza si può riscontrare con quanto, come abbiamo visto, la Gaudium et spes afferma al n. 16 circa la dignità della coscienza di ognuno!

Ancora, sempre agli albori del Movimento, troviamo la cura premurosa per le persone che si esprime in un’attenzione responsabile – e non per proselitismo – volta a favorire la possibilità dell’incontro dell’altro con Dio. Ne abbiamo un esempio nel marzo 1944, dunque a soli tre mesi dalla nascita del Movimento. Chiara prende l’iniziativa di scrivere a una signorina incontrata una sola volta e brevemente. Non sa se l’altra si ricorderà di lei, eppure le parla apertamente e profondamente; benché si tratti di qualcuno che, in effetti, si potrebbe dire “sconosciuto”, Chiara comunica la «delicata nostalgia d’Infinito» che arde nel cuore suo e delle prime compagne e la sete di Verità che le penetra: «abbiamo la mente avida di Verità, di quella Verità che non tramonta perché è Vita!», scrive. E con queste parole spiega il perché della sua lettera: «È l’amore che mi fa parlare. […] Giacché penso che: “mai un’anima sfiori la nostra invano”!  Ecco perché Le ho scritto»[7]. Riconosciamo qui il desiderio di farsi prossimo al fratello, sentendo la responsabilità del suo cammino, non per interporsi tra lui e Dio, ma per camminare insieme nella certezza che l’amore di Dio è per ognuno. Molti anni dopo, riprendendo la drammatica domanda rivolta a Caino ed invitando proprio ad aver cura degli altri, Chiara diceva: «Che Dio Padre non debba chiederci: “E dove sono i tuoi fratelli?”»[8].

Nel discorso tenuto nel settembre 2016 ai partecipanti al corso di formazione per nuovi vescovi, discorso ricco di indicazioni per la realtà dell’accompagnamento, quali la capacità di favorire l’ascolto di Dio che parla[9] o la cura della vita interiore[10], papa Francesco raccomandava: «siate vescovi capaci di accompagnare» e spiegava:

«Vorrei soffermarmi su uno dei verbi coniugati dal Samaritano. Lui accompagna all’albergo l’uomo per caso incontrato, si fa carico della sua sorte. Si interessa della sua guarigione e del suo domani. Non gli basta quello che aveva già fatto. La misericordia, che aveva spezzato il suo cuore, ha bisogno di versarsi e di sgorgare. Non si può tamponarla. Non si riesce a farla smettere. Pur essendo solo un samaritano, la misericordia che lo ha colpito partecipa della pienezza di Dio, pertanto nessuna diga la può sbarrare.

Siate Vescovi con il cuore ferito da una tale misericordia e dunque instancabile nell’umile compito di accompagnare l’uomo che “per caso” Dio ha messo sulla vostra strada. Dovunque andiate, ricordate che non è lontana la strada di Gerico. Le vostre Chiese sono piene di tali strade. Molto vicino a voi non sarà difficile incontrare chi attende non un “levita” che volta la faccia, ma un fratello che si fa prossimo»[11].

È noto come già negli anni Quaranta è entrata in uso, come espressione della spiritualità dell’unità, una formula semplice, in certo senso nuova anche se con molte radici paoline[12]. È un’espressione di sole due parole: «farsi uno» e cioè essere realmente uno con il fratello, «sentir in noi i sentimenti dei fratelli. Risolverli come cosa nostra, fatta nostra dalla carità. Esser loro. E questo per amor di Dio, di Gesù nel fratello. […] Solo Cristo può far di due uno, perché il suo Amore che è annullamento di sé, che è “non egoismo”, ci fa entrare fino in fondo nel cuore degli altri. Amare. Io in te e tu in me»[13]

Con un’espressione, che riteneva in certo senso sinonimo del “farsi uno”, Chiara parlava anche di «fare il vuoto» e ciò implica l’ascolto pieno, totale, la libertà da ogni desiderio egoistico. «Non si può entrare nell’animo di un fratello per comprenderlo, per capirlo, per condividere il suo dolore, se il nostro spirito è ricco di una preoccupazione, di un giudizio, di un pensiero… di qualunque cosa. Il “farsi uno” esige spiriti poveri, poveri in spirito»[14], dunque una grande capacità di ascolto perché Dio possa parlare, e sia Lui – non i pensieri, le indicazioni e tanto meno le direttive nostre – a dare la risposta nel cuore di ognuno…

«Farsi uno». Questo elemento essenziale della cosiddetta «arte di amare» da  Chiara proposta in alcuni punti («amare tutti», «amare per primi»…)[15], mi sembra una componente valida nel vivere quella che è stata definita da papa Francesco «arte dell’accompagnamento»: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)» scrive nell’Evangelii Gaudium (n.169). E ancora:

«Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito […]. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita» (EG 171).

È capitato che, soprattutto da sacerdoti o religiosi, venisse posta a Chiara Lubich la domanda sul ruolo della direzione spirituale, in una spiritualità che ha una forte dimensione comunitaria come quella che scaturisce dal carisma dell’unità. Chiara non ne ha mai negato l’utilità in alcuni momenti della vita, soprattutto nelle prove che Dio ci dà da vivere. Ha sottolineato, però, soprattutto parlando a religiose, l’importanza di non trascurare mai il carisma donato loro e la via e la vita spirituale che esso indica. Per questo le sembrava utile che la persona che accompagna conosca bene la spiritualità dell’istituto o della congregazione e che il suo sia un servizio all’unità della comunità e non viceversa. Nel viverlo può essere utile per entrambi ricordare quanto ella ha ribadito costantemente, anche in brevi frasi: la necessità di una vita interiore che non induca a cercare appoggi, ma piuttosto a rivivere Maria nel suo stabat ai piedi della croce, «nella sua totale solitudine che la porta all’unione con Dio»[16]. Vivere in questa «divina solitudine» permette di «trovare nell’unione con Dio la forza ed il rapporto ideale con tutti»[17].  

            Conseguentemente a ciò, Chiara reagiva con fermezza quando, in occasioni diverse, le si chiedeva come avesse fatto a coltivare cosi bene le sue prime compagne o a seguire tante anime: è Dio che forma le anime, lei aveva seguito Lui.

            Si potrebbero ripercorrere tutti i 12 punti cardine costituitivi della spiritualità dell’unità e cogliere l’aiuto che da essi viene per vivere l’accompagnamento. Ricordavamo, ad esempio, oltre a Dio Amore, il fondamento della Parola da incarnare in noi; si potrebbe menzionare ancora lo Spirito Santo, o Gesù Abbandonato. Quanto conforto nel riscoprire nelle prove della vita la sua fedeltà e quanta sapienza per viverle in una dimensione di fede, come lui ha fatto quando abbandonato si riabbandona al Padre[18]!

Nel cammino da fare nell’accompagnamento spirituale mi pare che ci sia un punto peculiare della spiritualità dell’unità, che possa portare nuova luce a questa pratica già presente da secoli nella vita della Chiesa. Si tratta di Gesù presente tra due o più uniti nel suo nome, come ha promesso (cf. Mt 18,20). «Gesù in mezzo non è un fatto che può verificarsi ogni tanto, è la natura della nostra vita, deve esserci sempre. Non è solo un punto d’arrivo, è anche un punto di partenza»[19], diceva Chiara e, in forza di questa certezza, ha messo già dai primi Statuti dell’Opera di Maria (negli anni Sessanta)  una premessa :

«La mutua e continua carità,  

che rende possibile l’unità  

e porta la presenza  

di Gesù nella collettività,  

è per le persone che fanno parte  

dell’Opera di Maria  

la base della loro vita  

in ogni suo aspetto:  

è la norma delle norme,

la premessa di ogni altra regola».  

Nel testo degli ultimi Statuti ha sottolineato che per le persone che fanno parte del Movimento dei Focolari la presenza di Gesù in mezzo è «punto di partenza, realtà sempre presente nel loro cammino, e, in modo speciale, punto d’arrivo della loro spiritualità»[20]. Dunque la sua presenza penetra anche la realtà dell’accompagnamento spirituale.

Leggendo libri di diversi autori sulla direzione spirituale, colpisce l’esigenza, espressa in modo più o meno esplicito, di rilevare questa presenza. Maurizio Costa, ad esempio, ritiene che per capire «la giusta portata del termine “direzione”», sia «utile, per non dire necessario, ricordare che le persone in relazione di fatto non sono due ma tre. Oltre il direttore e il diretto, c’è lo Spirito Santo»[21], dunque il dono del Risorto, di lui che è presente e vivo in mezzo ai suoi. Da parte sua Charles Andrè Bernard, grande teologo spirituale, nelle ultime righe del suo libro L’aiuto spirituale personale, parlando dell’incontro spirituale che «produce una certa osmosi fra i due dialoganti» riporta i versetti 19 e 20 del cap. 18 di Matteo e conclude: «Riunirsi nel nome del Signore: è questa la condizione fondamentale di ogni forma di aiuto spirituale personale»[22].

Ma cosa significa e cosa comporta riunirsi nel nome del Signore? Come fare perché Lui sia la luce, la guida nella realtà dell’accompagnamento, porti luce e sapienza, illuminando le coscienze, facendo da «altoparlante» della voce di Gesù che parla in ognuno, “ingigantendola” o rendendoci «più atti a coglierla» (e questo sia per chi “accompagna” così come per chi “è accompagnato”)? In una parola, come può Gesù in mezzo essere davvero il «punto di partenza» ed anche «realtà sempre presente nel […] cammino» pure nell’esperienza dell’accompagnamento?

Mi sembra che alcuni stralci di un brano di Chiara, senza data, ma risalente agli anni 1949- 1950 possano essere una risposta: «Esser uniti nel nome di Gesù significa sia esser uniti per Lui e cioè per adempire il suo comando (la sua volontà), sia esser uniti come Lui vuole». Chiara continua: «Gesù è fra noi quando siamo uniti in Lui, nella sua volontà, che è poi in Lui stesso, e la sua volontà è che ci amiamo come Egli ci ha amati». Spiega: «Questa parola di Gesù: “Dove due o più sono uniti nel mio nome ivi sono io in mezzo ad essi” va commentata con l’altra: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”». Dunque “ante omnia”, e quindi anche prima dell’“accompagnare” o dell’“essere accompagnati”, è necessaria la coscienza di esser chiamati a vivere tale realtà sulla base di un amore che, come Gesù, è pronto a dare la vita.  È ovvio, e Chiara lo precisa, che «non sempre» o, anzi «raramente» l’amare un fratello richieda un simile sacrificio, tuttavia l’amore che si porta all’altro dovrebbe aver in sé «intenzionalmente il modo d’amare col quale Egli [Dio]ci ha amato», dunque l’amare come Lui, essere Gesù. «Perché Lui sia fra noi  –  continua Chiara – è necessario essere Lui prima.  Ma è un prima che è anche un dopo. […]  Infatti noi non siamo perfettamente Lui finché Lui non è fra noi. Quand’è fra noi siamo UNO e siamo TRE, ciascuno dei quali è uguale all’uno».

È una realtà difficile da spiegare in termini umani. Trova, piuttosto, la sua luce nel mistero della Trinità dove «lo Spirito Santo è terzo dopo il Padre e il Figlio. Procede da ambedue. Ma pure è “ab aeterno” con i Due». Infatti, argomenta Chiara, «come si suppone un Padre che genera ed ama il Figlio se l’Amore non è in lui? E come si suppone un Figlio che ama se l’Amore non è in lui? Eppure lo Spirito Santo procede dagli altri Due ed è terzo (per così dire). In termini nostri diremmo che ognuno dei Tre è prima, dopo, contemporaneamente agli altri Due». Così, continua, «avviene dove due s’uniscono nel nome di Gesù. Debbono essere Gesù per averlo fra essi; ma sono Gesù quando l’hanno fra di loro». Così la vita trinitaria scorre «liberamente e noi, amando gli altri come Egli ci ha amato, li facciamo partecipi di questo tesoro, della Vita divina. O, meglio, essi sperimentano in sé il tesoro che già avevano avuto per l’innesto col Battesimo e gli altri Sacramenti in Dio per Gesù»[23].

Naturalmente, oltre il rimando alla comunione divina, la presenza di Gesù tra due o più evidenzia anche un altro aspetto: un ruolo importante di accompagnamento non lo ha solo una singola persona, ma l’intera comunità. Ciò sembra in grande sintonia con quanto emerge dagli Orientamenti (Per vino nuovo otri nuovi), frutto del lavoro della Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica del novembre 2014, dove troviamo esplicito il riferimento al ruolo di tutta la comunità, in una reciprocità di doni e responsabilità: «è la fraternità il luogo di eminente formazione continua» si legge al n. 36[24].

“Strumenti” per la comunione

Per questo, dopo avere preso in considerazione l’accompagnamento nella dimensione strettamente personale (accompagnatore e accompagnato), è importante almeno solo un breve cenno ad una prospettiva più ampia, che tocca la singola persona nella comunione con gli altri, in particolare con coloro che Dio pone accanto per progredire insieme nel cammino alla santità. Appare davvero preziosa al riguardo l’intuizione della Lubich di cinque “strumenti” che aiutano nel cammino spirituale di una collettività verso la santità. Si tratta di una proposta di per sé originale che sviluppa motivi presenti nella Chiesa dei primi secoli. Essa è rivolta ai membri del Movimento ma, pur esigente, può essere proposta e attuata da chi con consapevolezza e responsabilità vuol far sua quella spiritualità di comunione che all’aprirsi di questo secolo Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte ha indicato come via per la Chiesa.

Il primo passo, posto a fondamento del cammino comune, è il patto di amore scambievole, con l’esplicita dichiarazione della disponibilità di dare tutto di sé fino alla misura della vita. Vi sono poi: la comunione d’anima, cioè il «portare a beneficio anche degli altri quello che il Signore ci ha fatto comprendere»[25] nei momenti di raccoglimento con Lui, come il  momento della meditazione;  la comunione delle esperienze di vita della Parola giacché, come si è ricordato, vivere la Parola è fondamentale, ma non va tralasciato l’impegno di comunicare la vita, non certo per vanagloria, piuttosto per condividere i benefici ricevuti dal Signore, i frutti della sua vita in noi. Il quarto strumento che Chiara stessa definisce “esigente” ma molto utile nel cammino verso la santità è l’ora della verità dove, per la carità reciproca che desidera la santità altrui come la propria, si offre reciprocamente, con amore e sulla base del patto d’amore scambievole, quanto si possa osservare di negativo e di positivo nel fratello e ciò, appunto, all’interno di un gruppo che fa un cammino spirituale insieme e con l’aiuto di un moderatore, in un momento opportuno e ben preparato, in un contesto di ritiro spirituale[26]. E, infine, il colloquio «con un fratello o con una sorella più avanti di noi per esperienza o più adatti, per quella grazia particolare che hanno nei nostri riguardi»[27].

Anche l’indicazione di questi strumenti, così come le precedenti offertici dal carisma dell’unità, se tramutate in vita, possono far sì che Gesù stesso si unisca al nostro cammino come un giorno lo fece sulla strada verso Emmaus accostandosi ai discepoli che angustiati, «col volto triste» (cf. Lc  24,17), si meravigliavano che quel pellegrino non conoscesse ciò che era accaduto. Come è vicina spesso la loro meraviglia al nostro sentire e ai nostri ragionamenti…! Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che, quando gli occhi si aprono e “lo vediamo”, è altrettanto vicina e nostra la gioia che essi provano, gioia che interpella, fa riflettere e infonde gratitudine: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). Si comprendono forse di più allora le affermazioni nitide e certe di Chiara sul cammino tipico di chi vive la spiritualità di comunione. «La via collettiva – scrive Chiara – ha anch’essa i suoi progressi, ma pone il cristiano subito in vetta, in alto. È la presenza di Gesù in mezzo che lo esige, Gesù che vive in mezzo ed in ciascuno non può trovarsi a metà strada: Egli è sempre perfetto. Se cresce, cresce in perfezione»[28].

Così il cammino spirituale verso la santità non è concepito altrimenti che con Lui, il Santo, tra noi, che informa e penetra della sua santità. Scriveva Chiara già nel 1950: «Il comando di Gesù: “Siate perfetti come il Padre” (Mt 5,48) è comando che vale per tutti in ogni attimo della loro vita: anche per il peccatore appena convertito». Ma ciò è possibile solo «se a base della nostra santità (ante omnia, anche prima della santità) [e potremmo aggiungere: a base del cammino alla santità che si esplica anche nell’aiuto che si può dare o ricevere dal fratello] poniamo la mutua carità: Gesù fra noi come premessa o principio, come mezzo per santificarci e come fine»[29].

 

Sulle orme di Maria

            Un’ultima parola non può non essere su Maria, di cui l’Opera fondata da Chiara Lubich porta il nome, per il suo particolare legame con la Madre di Cristo, «della quale desidera essere – per quanto è possibile – una presenza sulla terra e quasi una continuazione»[30]. Il cammino spirituale di Maria viene illustrato da Chiara con intuizioni profonde già all’inizio degli anni Sessanta. I momenti della vita di Maria, così come il Vangelo li presenta, pur nella loro straordinarietà, le apparvero allora «come tappe successive a cui l’anima nostra poteva guardare, nelle diverse età della vita dello spirito, per riceverne luce e sprone»[31]. L’illuminazione fu così forte che avvertì che la strada che siamo chiamati a percorrere è Via Mariae. Certo, il cammino di ognuno è diverso, perché personale è l’amore di Dio per ciascuno, varie sono le grazie che lui elargisce così come diversa è la corrispondenza di ognuno. Eppure le diverse tappe della vita di colei che è “culmine della creazione” e “discepola per eccellenza” risultano di grande luce nel discernere i momenti della nostra e altrui crescita, il senso delle prove e dei dolori. Nel contemplare Maria ognuno può ritrovare il senso della fedeltà, la forza e il coraggio nel ridire il proprio sì come lei lo ha detto, e non solo al momento dell’Annunciazione, ma anche nel momento della morte del Figlio, nel suo compartecipare alla redenzione e nel farsene canale per l’umanità accolta in Giovanni, il discepolo.

Vorrei perciò concludere con un brano, perla preziosa nel vivere ogni tappa di un accompagnamento spirituale. Così scrive Chiara a soli 29 anni, il 15 ottobre 1949:

«Dobbiamo esser la Desolata viva che rinuncia al Figlio, che è Padre e Fratello e Tutto per Lei, per il Gesù da edificare negli altri. È per Lei l’abbandono di Dio. Ma guai se non l’avesse fatto!!

Il suo stesso “fiat” dell’Incarnazione sarebbe valso a nulla perché Ella avrebbe impedito la Redenzione. Il Sangue di Gesù che è lo Spirito Santo (Sangue di Dio!) non sarebbe passato ai fratelli.

Tutta l’opera di Gesù dipese da Maria.

E tutta l’Unità che ora lo Spirito Santo vuol portare, per noi, dipende da noi, da me e da te. E richiede che si lasci passare Dio attraverso di noi: ed ogniqualvolta passa (e passa se vi rinunciamo) va nel fratello e lo illumina vivificandolo come altro membro di Cristo».

 

Lucia Abignente

[1] Il testo è un’elaborazione della lezione tenuta il 13 marzo 2017 al  Corso di qualificazione per la formazione e l’animazione in Vita consacrata “Svegliate il mondo” del Centro Evangelii Gaudium – Istituto Universitario Sophia (Loppiano – Firenze).

[2] Lettera di Chiara Lubich alle giovani del Terz’Ordine, giugno 1944, in C. Lubich,  Lettere dei primi tempi (1943-1949). Alle origini di una nuova spiritualità, a cura di F. Gillet e G. D’Alessandro, Città Nuova, Roma 2010, p. 49.

[3] Lettera  di Chiara Lubich a Elena Alvino, 12 luglio 1949..

[4] Lettera di Chiara Lubich a Elena Molignoni, 15 aprile 1945, in C. Lubich, Lettere dei primi tempi, cit., p. 44.

[5] Benedetto XVI, Deus caritas est, introduzione, in EV/23, 1015 (1539).

[6] Lettera  di Chiara Lubich  alle giovani del Terz’Ordine francescano cappuccino di Trento, (fine 1943-inizio 1944), in C. Lubich, Lettere dei primi tempi, cit., p. 27.

[7] Lettera di Chiara Lubich a Fosca Pellegrini, 8 marzo 1944, in C. Lubich, Lettere dei primi tempi,cit., pp. 34-36.

[8] C. Lubich, La vita, un viaggio, Città Nuova, Roma 1984, p. 31

[9] «Penso a Eli con il piccolo Samuele, nel Primo Libro di Samuele. Benché fosse un tempo in cui «la parola del Signore era rara […], le visioni non erano frequenti» (3,1), Dio tuttavia non si era rassegnato a scomparire. Solo alla terza volta, l’assonnato Eli ha capito che il giovane Samuele non aveva bisogno della sua risposta ma di quella di Dio. Vedo il mondo oggi come un confuso Samuele, bisognoso di chi possa distinguere, nel grande rumore che turba la sua agonia, la segreta voce di Dio che lo chiama. Servono persone che sappiano far emergere dagli sgrammaticati cuori odierni l’umile balbettare: «Parla, Signore» (3,9). Servono ancora di più coloro che sanno favorire il silenzio che rende questa parola ascoltabile» (Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al corso di formazione per nuovi Vescovi, 16 settembre 2016).

[10] «Vi raccomando la cura dell’intimità con Dio, sorgente del possesso e della consegna di sé, della libertà di uscire e di tornare. Essere Pastori in grado anche di rientrare in casa con i vostri, di suscitare quella sana intimità che consente loro di accostarsi, di creare quella fiducia che permette la domanda: “Spiegaci”. Non si tratta di una qualsiasi spiegazione, ma del segreto del Regno» (Ibid.).

[11] Ibid.

[12] Cf. C. Lubich, la carità come ideale  [1971], in Tutti uno [Scritti spirituali/3], Città Nuova, Roma 1979, pp. 86-87.

[13] Id., L’unità, in «Nuova Umanità», 29 (2007), 174, p. 610. Il brano citato è del 12 dicembre 1946.

[14] Id., L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, p. 105.

[15] Cf. Id., L’arte di amare, Città Nuova, Roma 2005.

[16] Cf. Diario di Chiara Lubich, 8 luglio 1964. Aggiungeva: «Dunque: solitudine, sapendo che tutt’in giro è abisso, come attorno alla vetta del Cervino, e che appoggiarsi a chicchessia è appoggiarsi sul vuoto nel quale si può precipitare» (Id., Diario 1964/65, Città Nuova, Roma 1985,  pp. 69-70).

[17] Ibid., p. 70.

[18]Scrive Chiara: «Un fatto che impressiona sempre e che commuove è il costatare nella nostra vita la fedeltà di Gesù Abbandonato. Egli si è fatto così uno con tutti (praticando per primo in maniera sublime ed eroica quest’arte di amare), in ogni frangente della nostra esistenza, soprattutto nei momenti dolorosi. Ci sentiamo abbandonati, soli? Egli è lì. Traditi o umiliati? Egli è lì. Disorientati o estromessi o falliti? Tiepidi o peccatori? Egli è lì. È lì, sempre fedele. È un fatto: Egli non manca mai. Anzi, quando tutti spariscono, Egli compare» (Id., Gesù abbandonato, a cura di H. Blaumeiser, Città Nuova, Roma 2016, p. 120).

[19] Id., Una via nuova, Città Nuova, Roma 20022, p. 28.

[20] Statuti (2007), art. 8, par. 12.

[21] M. Costa, S.J., Direzione spirituale e discernimento, cit., p. 82. Continua: «La sua presenza nel seno stesso della relazione interpersonale garantisce e salvaguarda perfettamente la libertà di colui che domanda aiuto e impedisce manipolazioni degradanti, che a buon diritto attirano sulla direzione spirituale critiche e sguardi diffidenti. Tutti e due, direttore e diretto, sono chiamati ad essere diaconi dello Spirito Santo. La loro relazione interpersonale è in funzione di qualcosa d’altro, precisamente della relazione tra chi si fa dirigere e richiede un aiuto, e lo Spirito Santo, l’unico e vero direttore. Il cosiddetto “direttore” umano ha solo una funzione catalizzatrice: dovrebbe facilitare l’incontro tra diretto e Spirito Santo senza entrarci direttamente dentro. La sua persona e la sua azione va trascesa, perché chi si rivolge a lui per riceverne un aiuto spirituale deve fare l’esperienza di Dio e non l’esperienza di lui, del direttore» (ibid., pp. 82-83).

[22] C.A. Bernard S.J.,  L’aiuto spirituale personale, cit., p. 151.

[23] C. Lubich, Vita Trinitaria, in «Nuova Umanità», 24 (2002), 140-141, pp.135-136.

[24] Cf. Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Per vino nuovo otri nuovi. Dal Concilio Vaticano II la vita consacrata e le sfide ancora aperte. Orientamenti, (Collana Documenti Vaticani), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017, pp. 70-71.

[25] C. Lubich, Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001, p. 26.

[26] Cf. ibid., pp. 31-33.

[27] Come vivere questo momento? Ancora una volta sul fondamento della Parola. Tanti passi del Vangelo ci mostrano come Gesù viveva questi colloqui con singole persone, nella verità del loro essere a volte tormentato dal peccato, ma rivelando il dono di Dio, la sua grazia (pensiamo, ad esempio, al colloquio con la samaritana).«Così dobbiamo comportarci noi nei colloqui che facciamo con i nostri fratelli: dobbiamo partire dalla loro situazione presente – che verremo a conoscere se ci metteremo nell’atteggiamento giusto (quello di amarli con tutto il cuore e la mente) e se saremo totalmente vuoti (come ci insegna il mistero di Gesù Abbandonato) – perché il fratello possa aprirsi completamente, svuotando nel nostro cuore la piena che a volte ha nel suo spirito, così che si dia il via alla realizzazione, fra noi, di quel rapporto trinitario che dobbiamo stabilire con lui» (Ibid., p. 36).

[28] Id., Una via nuova, cit., p. 27.

[29] Id., La volontà di Dio a cura di L. Abignente, Città Nuova, Roma 2011, p. 91.

[30] Statuti (2007), art. 2.

[31] C. Lubich, Maria trasparenza di Dio, Città Nuova, Roma 2003, p. 49.