Le ragioni del cuore

Bruno Meucci

Quando si parla di vita della mente si pensa subito alla dimensione intellettuale, come se la parte affettiva fosse irrilevante. In realtà, è impossibile separare il sentire dal pensare: le emozioni tradiscono pensieri e i pensieri sono mossi da emozioni, come illustra un bel libro di Lugina Mortari: un viaggio filosofico-sapienziale nella complessità della vita interiore per superare la semplicistica distinzione tra sentimento e ragione.

Pensieri e sentimenti

Sentimenti, affetti, emozioni fanno parte dell’intreccio della vita vissuta dove è impossibile separare ciò che si pensa con la testa da ciò che si prova con il cuore. Tutti sappiamo che i nostri pensieri sono influenzati dai nostri affetti e che basta talvolta una giornata andata storta per alimentare pensieri cupi e bilanci negativi. Tutta la letteratura mondiale sta lì a ricordarci di non presumere troppo dal potere della nostra mente perché la mente spesso non è altro che l’umile esecutrice del volere delle passioni e í ragionamenti più solidi di oggi domani possono facilmente vacillare come fuscelli sballottati qua e là dall’onda fluttuante delle emozioni. D’altro lato, però, non prestiamo forse sufficiente attenzione al fatto che anche le emozioni, gli affetti e i sentimenti sono influenzati dai pensieri. Crediamo di essere dominati dal flusso ininterrotto dei nostri stati d’animo, collera, tristezza, ansia, serenità, improvvisa allegria, senza avere la possibilità di intervenire per modificare le condizioni climatiche del nostro cielo interiore. Invece, la nostra vitaaffettiva è condizionata fortemente dai giudizi che diamo delle cose e delle persone che stanno intorno a noi e che producono emozioni a seconda di come valutiamo gli eventi che ci accadono. Cambiare il modo di vedere certe cose che ci fanno stare male può significare talvolta togliersi un peso dal cuore e sentirsi finalmente meglio. Ciò sembra essere una conferma di quanto sia importante per la nostra vita emotiva la prospettiva con cui guardiamo a noi stessi e al mondo che ci circonda.
Un bel libro di Luigina Mortari dal titolo La sapienza del cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri (Raffaello Cortina Editore, Milano 2017) ha il coraggio di riproporre alla nostra attenzione l’antica questione del rapporto tra il pensare e il sentire, tra ragione e sentimento, tra la mente e il cuore. È ben noto che da lungo tempo nella riflessione filosofica occidentale c’è stata la tendenza a separare il pensiero razionale dalla sfera affettiva della personalità fino a ipotizzare in alcune teorie filosofiche il controllo assoluto della mente sulle passioni, viste come il nemico principale della virtù e della razionalità. Si è venuta a creare ín tal modo una contrapposizione fuorviante tra ragione e sentimento, tra il pensare e il sentire, contrapposizione che il romanticismo non ha fatto altro che confermare, pur ribaltandola a favore del sentimento. A nulla è servito rivalutare l’importanza del sentimento e della vita affettiva in generale perché ancora, nella mentalità comune, si continua a contrapporre le ragioni del cuore alla ragione, mantenendo in piedi una falsa alternativa che nella vita vissuta non esiste. Non è vero, in altre parole, né, da un lato, che la passione sia cieca e priva di ragioni logiche, né, dall’altro, che la ragione sia lucida e priva di qualsiasi coloritura emotiva. Esiste sempre una tonalità affettiva del pensare, come esistono delle ragioni per cui ci sentiamo in un certo modo e non in un altro. L’indagine filosofica e psicologica degli ultimi decenni sí è mossa in questa direzione e il libro di Luigina Mortari è un viaggio che ci porta dentro questa affascinante dimensione.

La vita della mente

Prendiamo la questione dal lato del pensiero. Scrive innanzitutto Luigina Mortari: «In ambito filosofico, va riconosciuto alla fenomenologia il merito di aver evidenziato che il modo affettivo dell’esserci costituisce un fenomeno esistenziale fondamentale, perché l’esperienza vissuta è sempre affettivamente connotata». L’autrice cita opportunamente autori come Edith Stein, Maria Zambrano, Martin Heidegger per avvalorare la tesi per cui l’uomo, qualsiasi attività egli compia, è sempre consegnato a una situazione emotiva «ed è la qualità dei vissuti emotivi a definire la qualità del proprio modo di sentirsi nel mondo». Se questo è vero, «anche l’attività cognitiva all’apparenza più pura è connotata emotivamente: quella particolare attività della mente che è il pensare al senso dell’esserci trae origine non da un atto cognitivo neutro, bensì dal modo in cui il soggetto sente la qualità della propria condizione esistenziale. È il sentirsi dentro una precisa colorazione affettiva che genera il pensare meditante, quello che sí interroga sul senso dell’esserci» (L. Mortari, cit., pp. 16-17). Lo stretto rapporto che esiste tra il pensiero interrogante della filosofia e la sua profonda tonalità affettiva lo aveva già individuato Socrate nel Simposio platonico quando mette in relazione Eros con la ricerca della sapienza. Se la ricerca della sapienza fosse solo un’attività della mente, essa non avrebbe significato per la totalità dell’esistenza. In realtà, ogni percorso di pensiero, anche quello in apparenza più astratto e lontano dall’esperienza concreta dell’esserci, riceve la sua energia vitale dalle ragioni affettive che lo muovono, dal calore e dall’intensità del sentire. Ogni vero pensiero filosofico nasce «da un’urgenza sentita da dentro la situazione emotiva» (L. Mortari, cit., p. 17).
Quando si parla di vita della mente – insiste Luigina Mortari – si pensa subito alla dimensione intellettuale, come se la parte affettiva fosse irrilevante. Invece il cuore è il vero centro dell’esperienza dell’esserci nella sua totalità, poiché il cuore, come lo intende la Bibbia, non è un organo corporeo, ma il nucleo più intimo della personalità. È col cuore che si fanno i pensieri più profondi, si compiono le esperienze affettive più importanti e si prendono le decisioni più rilevanti. Il cuore, secondo Edith Stein, è l’«intimo dell’anima», «il lato più sensibile dell’essere», tanto è vero che di una persona buona e generosa si dice che ha un cuore grande, viceversa di una persona indifferente o spietata che non ha cuore. Il nostro animo, continua Edith Stein, «è per natura pieno di sentimenti, tanto che l’uno soppianta l’altro e tiene il nostro cuore in continuo movimento, spesso in tumulto e inquietudine». Nel flusso della nostra vita affettiva – commenta la Mortari – non c’è un momento di pausa o di silenzio, neppure – aggiungiamo noi – quando sembra che uno scienziato sia occupato nella ricerca pura o pensi a risolvere un’equazione matematica.
Nel campo delle emozioni, fa notare Luigina Mortari, una svolta nel modo in cui la teoria filosofica ha pensato l’affettività è venuta dalla rilettura di Aristotele e delle filosofie ellenistiche compiuta da Martha Nussbaum. Riprendendo la lezione di queste filosofie antiche, la Nussbaum ha osservato che «i vissuti emozionali non sono impulsi irrazionali che trascinano l’essere di una persona indipendentemente dalle sue convinzioni, ma si situano nella dimensione della razionalità, poiché sarebbe propria di ogni atto affettivo una componente cognitiva» (L. Mortari, cit., p. 32). La componente cognitiva presente in ogni atto affettivo è data dalla valutazione che diamo più o meno consapevolmente della circostanza che stiamo vivendo. Per fare un esempio banale, se mi arrabbio perché un mio amico arriva sempre in ritardo agli appuntamenti è perché ritengo che la puntualità sia un segno di rispetto verso le altre persone. C’è quindi un perché dietro ogni nostro stato emotivo, ciascuno di noi ha una scala di valori in base ai quali giudica cose e persone e quello che sento dipende molto spesso da una valutazione implicita che do sulla realtà e che produce in me emozioni positive o negative. Aristotele nella Retorica esaminava i sentimenti come se fossero “movimenti dell’anima” che accadono “al pensiero di”. Ho paura al pensiero di poter subire qualcosa, provo vergogna quando penso di aver fatto qualcosa di riprovevole, sono allegro quando penso di trascorrere una giornata felice. I filosofi stoici affermavano, molto più radicalmente, che i sentimenti sono giudizi che diamo sulla realtà delle cose e che possiamo renderci immuni dalla sofferenza se riusciamo a comprendere da quali pensieri nascono i nostri sentimenti e le nostre passioni: modificare i giudizi equivale per gli stoici a modificare le passioni.
Se proviamo timore al pensiero della morte è perché riteniamo, erroneamente, che la morte sia un danno per il nostro essere. Allora, sostituendo a questo giudizio errato quello corretto, secondo cui la morte del singolo non è un male, ma è un bene per l’universo di cui facciamo parte, è possibile allontanare da sé il timore e vivere serenamente la vita che ci è data.

Scoprire se stessi

l discorso di Luigina Mortari vuole farci riflettere su quanto a tutt’oggi sia sottovalutata la dimensione cognitiva dei nostri sentimenti: se l’uomo, in quanto essere incompleto e indeterminato, è consegnato al compito di prendersi cura di sé stesso per dare forma al proprio esserci e determinare il proprio modo di stare al mondo, allora diventa importante andare alla ricerca delle motivazioni razionali che stanno alla base di quello che sentiamo e che spesso condizionano negativamente la nostra vita affettiva. Dalla qualità della nostra vita affettiva dipende la qualità del nostro stare al mondo: poter agire, nei limiti del possibile, sui vissuti affettivi per neutralizzare quelli negativi e favorire quelli positivi fa parte del prendersi cura di sé stessi e può migliorare la qualità della nostra vita. Per fare questo può essere utile riprendere dagli stoici la pratica dell’autocomprensione. Ogni tanto, tutti potremmo sospendere il flusso della coscienza in cui siamo immersi, per esaminare attentamente i nostri vissuti affettivi. Domandarsi perché sentiamo questa o quella cosa, perché siamo tristi o arrabbiati, ci sentiamo allegri o depressi, potrebbe diventare una pratica abituale. Questo porterebbe sempre di più a vederci chiaro sui ragionamenti impliciti che sono all’origine dei nostri sentimenti. Potremmo valutare allora se tali ragionamenti siano giusti o sbagliati, se siano sensati o irrealistici, e decidere poi di cambiarli oppure di mantenerli così come sono perché ci piacciono, perché definiscono il nostro modo di essere, a cui non vorremmo mai rinunciare, anche se talvolta, o molto spesso, ci fa soffrire. Infatti, ognuno di noi ha un proprio modo di stare al mondo, di relazionarsi con gli altri, e questo dipende da quello che implicitamente riteniamo essere più importante e da quello che lo è meno per noi. La scala di priorità implicita nel modo tutto nostro di sentire e di reagire è ciò che determina le persone che siamo. Potremmo arrivare a distinguere quello che ci fa stare bene, perché si concilia con il nostro essere, e quello che invece sempre ci farà stare male, perché è contrario al nostro modo di essere e di sentire. Accettare sé stessi significa alla fine accettare con serenità anche quella parte di sofferenza inevitabile che la vita riserva a un certo tipo di persone. C’è sempre la possibilità, tuttavia, mediante l’autocomprensione, di modificare alcune aspettative irrealistiche che abbiamo sulla realtà, che ci portano a provare dispiacere o frustrazione. Basta imparare a vedere la realtà da un altro punto di vista.
Ciò non significa, ovviamente, sposare una visione razionalistica e gestionale del proprio sé come quella che si vende nei manuali per stare bene o per superare l’ansia o per acquistare controllo sulla propria vita. Ci sarà sempre qualcosa di noi che sfugge alla comprensione e che fortunatamente ci coglie di sorpresa. E poiché siamo esseri fatti per la relazione, la qualità della nostra vita affettiva dipenderà sempre in qualche modo dalle persone che stanno con noi e dall’ambiente che ci circonda. Ma se vogliamo stare al mondo in maniera più consapevole e orientare il nostro essere verso un miglioramento della qualità dei nostri vissuti, allora dobbiamo prendere in seria considerazione ciò che Luigina Mortari dice sulla pratica dell’autocomprensione. Nel Filebo, Socrate afferma che l’anima patisce una condizione di malvagità quando non si sofferma a indagare sé stessa. Senza conoscenza di sé si resta soggetti a tre forme di ignoranza: non capire dove sta la vera ricchezza per la vita; costruirsi una falsa idea di sé; non arrivare a conoscere quali sono i veri “beni dell’anima”, costituiti dalle virtù. È questa la grande lezione degli antichi ed è questo lo sforzo che ogni uomo ragionevole è chiamato a compiere se non vuole essere dominato da ciò che gli accade, e diventare artefice, nei limiti del possibile, del proprio destino. «Noi aspiriamo alla trascendenza – scrive Luigina Mortari –. Divenire altro da quello che si è. Per divenire altro, per mettere in movimento l’esserci lungo crinali inesplorati che ci portino verso luoghi inediti dell’esistere, è necessario uscire dalla condizione irriflessiva in cui si tende a stare e conoscersi. L’ignoranza è intrascendenza» (p. 65). Siamo grati all’autrice di questo libro per avercelo ricordato.

(da FEERIA, 2018/1 – n. 53, pp. 9-12)