È plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio?

Franco Garelli *

«Allora Gesù, alzati gli occhi,
vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo:
“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” […]
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pane d’orzo e due pesci;
ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: fateli sedere”».
(Giovanni 6,5-10)

C’è molto pessimismo, vi sono tanti profeti di sventura, sia nelle analisi della situazione religiosa italiana, sia nelle ‘letture’ dell’attuale condizione giovanile. Guardando all’insieme della società vari studiosi e osservatori ritengono che la nostra nazione si stia lentamente avvicinando allo scenario che da tempo caratterizza i paesi del Centro-Nord Europa, già investiti alcuni decenni or sono da un processo di secolarizzazione che ha spezzato gli antichi legami. Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio Continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza. E proprio i giovani sono al centro di numerose analisi che non si limitano a descriverli come soggetti ormai privi di antenne per Dio, insensibili ai grandi temi dell’esistenza, tutti tesi a cercare la felicità altrove dalla religione; ma che fanno risalire l’apatia religiosa all’affermarsi di una cultura individualistica e nichilista che riduce le prospettive e gli orizzonti, indebolisce le coscienze, le rende prive di valori e di riferimenti morali. Sotto accusa, dunque, c’è una società in cui tutto sta evaporando, dalla famiglia alla scuola alla chiesa.
Siamo davvero di fronte alla prima generazione incredula? A uno tzunami secolare che rende vano l’annuncio cristiano? Le chiese vuote o meno frequentate indicano che si sta riducendo la spazio non soltanto per i messaggi proposti dalle chiese e dalle religioni storiche, ma anche per la ricerca di senso e per il sentimento religioso tout court?
Le ultime indagini sulle nuove generazioni [1] segnalano certamente che lo scenario religioso è in profonda trasformazione rispetto al passato, caratterizzato da un misto di chiari e scuri che occorre saper decifrare per evitare indebite generalizzazioni.

‘Non credenti’ in crescita

Il dato più rilevante è individuabile nella sensibile crescita in Italia – come in tutte le società occidentali – della quota di giovani che si dichiarano ‘senza Dio’ o ‘senza religione’, che ammontano ormai a circa il 30% dei soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Nell’arco di 15-20 anni, i giovani con questo orientamento sono quasi raddoppiati. Il fenomeno dell’ateismo o dell’indifferenza religiosa giovanile non tocca ancora da noi i livelli che si registrano in altre nazioni europee sia di cultura cattolica che protestante (come la Francia, il Belgio, la Svezia, la Germania), contesti in cui i giovani che si dichiarano ‘non credenti’ oscillano ormai tra il 50 e il 60% dei casi. Tuttavia, anche il nostro paese sembra avvicinarsi su questo aspetto alla tendenza prevalente in tutto l’Occidente, rispecchiando uno scenario religioso in rapido cambiamento. La percezione diffusa è che i ‘senza Dio’ e i ‘senza religione’ siano ormai uno dei gruppi più consistenti quando si parla del rapporto tra i giovani italiani e la fede, non ancora maggioritario, ma così rilevante per la storia e la cultura della nazione da poter essere considerato il fenomeno emergente dell’attuale panorama ‘religioso’ nazionale. Ecco dunque il nuovo che avanza dal punto di vista culturale e religioso, di cui c’è poca consapevolezza sia nell’opinione pubblica sia negli ambienti ecclesiali. Molti osservatori prestano oggi grande attenzione alla realtà dei nuovi movimenti religiosi, al fascino delle religioni orientali, alla voglia di spiritualità alternative; che da noi tuttavia crescono con assai meno vigore di quanto succede per i giovani che non soltanto vivono e si comportano come se Dio non esistesse, ma che dichiarano in modo esplicito di essere ‘non credenti’, di aver rimosso dalla propria carta di identità un riferimento ultimo e trascendente, di non avvertire più l’esigenza di una cittadinanza religiosa.
Quella dell’ateismo (anche a livello giovanile) si presenta comunque come una realtà variegata al proprio interno, comprendendo soggetti ‘non credenti’ di diversa natura e sensibilità. Essa si compone anzitutto di giovani che appaiono del tutto o sufficientemente convinti della loro posizione ateo-agnostica, i cui riferimenti culturali prescindono da un orizzonte religioso, per i quali la negazione di un essere superiore passa perlopiù per il dissidio tra fede e ragione, fede e scienza, religione e progresso. Rientrano tra questi casi quanti ritengono che «non occorra scomodare Dio per condurre una vita sensata»; che «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico»; che «con le conoscenze scientifiche che abbiamo adesso è davvero arduo credere nell’esistenza di un potere superiore che regoli tutto»; che «oggi, dopo tanti anni di evoluzione, di scienza, tecnologia e anche, perché no, di delusioni, è davvero complicato dire che esiste un Dio e che ci crediamo». Altri giovani, invece, motivano la loro non credenza per una sorta di incompatibilità tra la fede religiosa e la cultura contemporanea, ritenendo – ad esempio – «che è quasi impossibile conciliare una vita religiosa con gli stimoli che ci giungono dalla società moderna»; «che la fede in Dio e l’avvicinamento a qualsiasi religione siano oggi compromessi dai tratti della società contemporanea, che ha liberalizzato i costumi e aperto la strada ad un’ampia possibilità di scelte, così da far apparire la religione come un qualcosa di superato o di inutile». In questa linea, non mancano giovani che considerano anacronistica un’opzione religiosa nel mondo attuale, affermando che il credere è «una cosa antica», collegando «la fede all’insicurezza dell’individuo e soprattutto all’ignoranza», sostenendo che «la pratica della fede appartiene a una vecchia era storico-sociale, dove a prevalere erano altri valori, più assimilabili a quelli religiosi».
A fianco di questo ‘zoccolo duro’ della non credenza, troviamo gli atei che possiamo definire ‘deboli’, rappresentati da un insieme di giovani che negano Dio più per uniformarsi alle tendenze prevalenti nel proprio ambiente di vita che per specifiche convinzioni e opzioni esistenziali. Si è di fronte, in questi casi, a un rifiuto del credere che rispecchia il sentire diffuso tra i coetanei che si frequentano; quasi fosse una moda culturale che si fa propria per emanciparsi da un legame religioso che i più considerano antimoderno. Inoltre, quest’area giovanile si compone anche di soggetti disinteressati nei confronti di un orizzonte di fede, la cui «indifferenza religiosa è perlopiù legata al fardello della vita o all’eccessiva attenzione dedicata al successo personale e ai bisogni materiali».[2]
Altri giovani, invece, esprimono un ateismo dal carattere ‘ostile’ verso la religione costituita, la cui matrice dunque sembra essere più anti-clericale che anti-religiosa, magari a seguito di esperienze ambivalenti o critiche vissute in famiglia o negli ambienti ecclesiali. L’ateismo di questi soggetti pare caratterizzato da una duplice reazione: da un lato verso una formazione religiosa perlopiù imposta e subita, dall’altro nei confronti di un’istituzione religiosa in cui più non si riconoscono. Come se negando Dio volessero liberarsi nello stesso tempo dal peso di un passato ritenuto negativo e problematico e dall’influenza di una chiesa avvertita come invasiva nel campo della morale e della sfera pubblica.

Diversi volti della credenza

A questo scenario più mosso nel campo dell’ateismo corrisponde un movimento analogo sul versante della popolazione giovanile che nel nostro Paese continua a mantenere un legame con la religione prevalente e a credere – pur con intensità diversa – nella presenza di Dio, riconoscendo una qualche influenza di tale riferimento nella propria vita. La condizione ‘credente’ è ancora diffusa, ma assai differenziata al suo interno.
Per meglio comprendere questa varietà religiosa si può richiamare l’efficace immagine coniata a suo tempo dal cardinal Martini per descrivere il diverso profilo dei cristiani presenti nella nostra società. Pur con proporzioni diverse, si tratta di una tipologia di religiosità applicabile non soltanto all’insieme degli italiani, ma anche alla quota più giovane della popolazione. Così, l’allora Arcivescovo di Milano descriveva la varietà del campo religioso in Italia: «Accanto ai cristiani della linfa, vi sono quelli del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero».[3]
Proprio la religiosità del ‘muschio’, e in parte della ‘corteccia’, sembra avere un buon seguito nelle attuali giovani generazioni, alla stessa stregua di quanto avviene nella popolazione adulta. Oltre un terzo degli italiani di età compresa tra i 18 e i 29 anni presentano infatti un profilo religioso sorprendente e curioso, tipico di quanti mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria. Si delinea in tal modo una religiosità più delle intenzioni che del vissuto, che assume il tratto più di una ‘memoria remota’ che di un criterio attivo di vita. Sembra questo il profilo di chi è «religiosamente connesso senza essere religiosamente attivo»; che tuttavia pare ancora ammettere l’esistenza di una “sacra volta” sopra di sé, cui potersi ancorare in particolari circostanze, quando si è interpellati dalle questioni decisive della vita. Prevalgono in questi casi considerazioni di questo tipo: «È meglio credere in Dio (ad esempio, nel Dio della tradizione cristiana) che essere privi di riferimenti fondanti; può essere più ragionevole affidarsi (magari solo idealmente) alle risorse offerte dalla religione in cui si è stati formati piuttosto che rimanere scoperti su quegli interrogativi di fondo dell’esistenza fortemente riproposti nell’epoca attuale».[4] Si tratta di giovani che si ritengono – per citare alcuni brani di intervista – «culturalmente cristiani, ma non praticanti né osservanti» o «credenti per formazione, perché più che una chiara idea di Dio o il dovere di frequentare i luoghi di culto e la chiesa, mi è rimasto il rispetto e l’importanza di valori che si possono definire religiosi». O che riconoscono «di avere una fede in qualcosa anche di cristiano, ma di non sapere bene cosa», o «di scoprirsi cattolici nel momento del bisogno, sia che si tratti di matrimoni o di funerali o anche semplicemente della preghiera». Per quale motivo questo profilo religioso risulta sorprendente? Perché la sua diffusione pare contraddire l’idea che i giovani d’oggi siano i depositari della cultura dell’autenticità, che si esplica nella propensione ad operare scelte libere e consapevoli in tutti i campi dell’esistenza, mentre nei casi cui qui si fa riferimento prevale l’impressione di essere di fronte ad opzioni culturali e religiose ancora influenzate dalla tradizione e per vari aspetti nebulose.
Tale orientamento di matrice più culturale che religioso-spirituale non è presente soltanto nel nostro paese, ma si riscontra in tutti i contesti che hanno alle spalle una lunga tradizione religiosa. Si tratta di un fenomeno noto a sociologi delle religioni, che da tempo si interrogano sia sui fattori che lo alimentano, sia sul significato o sul valore di questo orientamento. Per alcuni questo legame religioso, labile e poco coinvolgente, rappresenta l’ultima tappa del processo di secolarizzazione in atto, l’anello vacillante di un rapporto destinato nel tempo a vanificarsi. Non molto diverso è il giudizio di altri studiosi e osservatori, che rilevano come questo tipo di religiosità sia intrisa di quell’ateismo pratico tipico di quanti – pur dichiarandosi ‘credenti’ – di fatto «vivono come se Dio non ci fosse», come se il riferimento religioso non avesse alcuna risonanza nella propria esperienza di vita. Si tratta di un ateismo ben diverso da quello più motivato e convinto descritto in precedenza, caratterizzato da alcune convinzioni teoriche di fondo o da particolari opzioni esistenziali e morali; a conferma dunque che la ‘non credenza’ si compone di espressioni diverse, alcune delle quali si colorano di significati marcatamente profani, mentre altre possono annidarsi anche in soggetti che pur mantengono un legame con la comunità religiosa.
Un altro insieme di giovani è poi costituito dai credenti più convinti e attivi (circa un sesto della popolazione giovanile), il cui numero si sta assottigliando nel tempo, anche se rappresentano un gruppo perlopiù qualificato e impegnato. Si tratta di giovani che hanno perlopiù alle spalle positive esperienze umane e religiose in famiglia e negli ambienti ecclesiali, in buona parte coinvolti nell’associazionismo e nel volontariato cattolico, per i quali la fede rappresenta un iter di ricerca rigenerante, più propensi a identificarsi nelle figure credibili della chiesa che nelle sue strutture.
Anche a livello giovanile sembra dunque mantenersi nel tempo quella ‘subcultura’ cattolica che è uno dei tratti culturali più interessanti del nostro Paese. Con riferimento a questi casi, non si può dunque affermare che gli ambienti religiosi non abbiano più presa tra i giovani, siano disarmati di fronte alle loro domande espressive; anche se ciò avviene per una minoranza di soggetti, particolarmente ‘affini’ (per cultura, famiglia, percorsi di crescita) ad uno stile di vita e di proposta religiosa coinvolgenti, che nella loro biografia hanno incontrato figure umanamente e spiritualmente feconde, mentre i più sembrano ormai distanti da tali riferimenti e legami.
Dall’analisi sin qui condotta è emerso un trend sufficientemente chiaro circa il rapporto giovani-religione: non mancano soggetti che nella società aperta vivono con entusiasmo e impegno un’opzione religiosa e un’appartenenza ecclesiale consapevole, smarcandosi dal sentire diffuso; ma molti altri mantengono un legame allentato e assai soggettivo con la fede della tradizione in cui sono stati perlopiù formati e educati; mentre sono in sensibile aumento quanti hanno ormai spezzato il legame con l’identità cristiana e cattolica ritenendosi in posizione ateo-agnostica o di indifferenza religiosa.

Varietà religiosa e riconoscimento

La situazione descritta non è priva di risvolti curiosi e di sfide interessanti. Anzitutto si osserva che la varietà religiosa non emerge solo dalle statistiche, ma appare sempre più un tratto che attraversa la cultura e le interazioni quotidiane dei giovani. Intervistati sulla composizione del proprio gruppo amicale, la maggior parte dei giovani non ha dubbi ad indicare nel pluralismo religioso un tratto tipico della loro esperienza nel gruppo dei pari. Non è detto che tra i coetanei con cui più si interagisce si parli molto delle rispettive posizioni in campo religioso. Tuttavia, tutti sono avvertiti del fatto che in questa sfera gli orientamenti e le scelte sono molto diverse, che la varietà delle convinzioni religiose è un dato di fatto, che l’orientamento sulle questioni religiose è un fattore che produce più disomogeneità che l’unità di questa generazione. In altri termini, cresce nei giovani d’oggi l’idea – per l’esperienza che ne fanno nella vita quotidiana e nel proprio intorno immediato – che sia ‘normale’ vivere in un contesto plurale dal punto di vista religioso; o che le convinzioni in questa sfera della vita non siano l’elemento decisivo nella formazione delle cerchie amicali; o ancora, che sia doveroso rispettare le scelte che in questo campo ogni persona ha maturato nel corso della propria biografia.
Questa osservazione ne richiama immediatamente un’altra, indicativa di un dialogo sotterraneo che sembra svilupparsi tra una parte consistente di giovani ‘credenti’ e di giovani ‘senza fede’. Tra questi ultimi, vi è certamente una quota di atei assai critici e insofferenti nei confronti di qualsiasi espressione della fede e della presenza delle chiese nel mondo, particolarmente bruschi nei confronti di quanti professano una fede religiosa. Tuttavia, a fianco di questo ateismo dal profilo tranchant, si riscontrano numerosi giovani che pur dichiarandosi ‘senza Dio’ o ‘senza religione’ si caratterizzano per alcune singolari aperture nei confronti di quanti hanno maturato altre visioni della realtà. Ad esempio, ritengono che oggi non sia assurdo credere in Dio e avere una fede religiosa, se ciò fa parte dei desideri e degli orientamenti di qualcuno; o che occorra rispettare quanti hanno una ‘sacra volta’ di riferimento, credono in un Essere superiore e nella trascendenza, anche se essi si sentono estranei a questo anelito o propensione. In altri termini, si tratta di soggetti che non ridisegnano il mondo a partire dal loro ateismo o dalla loro indifferenza religiosa, ma che – pur nella fermezza delle proprie convinzioni – ammettono che la fede religiosa è plausibile anche nella modernità avanzata per quanti intendono servirsene in buona fede. Si è di fronte, dunque, a una posizione singolare, tipica di un ateismo non arrogante e non ideologico, comunque aperto alle scelte diverse dalla propria che altri possono effettuare sulle questioni fondanti della vita.
In parallelo, una quota consistente di giovani credenti, anche assai convinti e impegnati, oltre a rendersi conto che non è agevole professare una fede religiosa nella società contemporanea (in quanto – come è stato rilevato – «Dio non ha reso facile agli uomini credere, e il mondo fornisce buone ragioni per non credere»), si dimostra attenta e ‘comprensiva’ delle buone ragioni personali di quanti oggi fanno fatica a credere o si dichiarano ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. In sintesi, le contrapposizioni e gli steccati tra il credere e il non credere sembrano incrinarsi in una generazione abituata a ritenere che la diversità religiosa sia un prodotto della modernità avanzata, e come tale da accettare come un principio di realtà.

Plausibilità del credere

Il discorso sulla plausibilità del credere merita un approfondimento. Non soltanto per evidenziare il fatto che la maggioranza dei giovani (circa i due terzi) ritiene possibile aver fede in Dio anche nella modernità avanzata, ma per valutare in particolare le motivazioni sottese a questa convinzione diffusa. La riflessione dei giovani su questo tema risulta oltremodo interessante, perché sembra mettere in discussione alcuni luoghi comuni circa la chiusura (perlomeno a livello teorico o ideale) delle nuove generazioni nei confronti di una prospettiva religiosa. Nel ritenere che sia legittimo per l’uomo contemporaneo credere, molti giovani (e tra essi anche un buon numero di soggetti di orientamento ateo-agnostico) esprimono la convinzione che il bisogno religioso sia una costante degli esseri umani in quanto tali o mettono l’accento sulla capacità della religione di fornire in ogni epoca una risposta ai punti di rottura dell’esistenza (cioè alle domande fondamentali che da sempre accompagnano la vita umana). In parallelo, è sufficientemente estesa l’idea che anche la società contemporanea possa essere un luogo favorevole all’espressione religiosa, per le molte incertezze che gravano sul futuro, per la fragilità dei legami sociali e delle prospettive di vita, per il senso di inquietudine e di pessimismo relativo alle sorti della società.
In questo quadro, quanti ritengono che sia plausibile una domanda religiosa nella società contemporanea non necessariamente risultano coinvolti in questo tipo di opzione, dal momento che la loro testimonianza può limitarsi a registrare una tendenza diffusa nella società, in cui tuttavia essi possono non riconoscersi. In parallelo, il ritenere possibile, credibile o ragionevole avere una fede religiosa nel mondo attuale, non comporta l’accettazione a tutti i costi di un qualsiasi orientamento religioso, visto il carattere ambivalente o improprio di non poche espressioni di fede.
In sintesi, la maggior parte dei giovani (e una buona quota di ‘non credenti’) ritiene dunque che il credo religioso abbia delle chances anche nella modernità avanzata, pur secondo forme che non necessariamente rispecchiano gli scenari del passato.
L’apertura di parte dei non credenti nei confronti di una fede religiosa sembra comunque condizionata alla qualità della fede stessa. Qui emerge la particolare allergia dei giovani nei confronti di espressioni religiose ritenute perlopiù ambigue o incoerenti, che non sembrano rappresentare per il soggetto un principio vitale, apparendo più frutto di convenzioni sociali che di riflessione. È la religiosità fredda e asettica, che non smuove gli affetti, non interpella la coscienza contemporanea, più imposta dalla famiglia o dall’ambiente che fatta propria dal singolo… il vero bersaglio di molti giovani, siano essi credenti o meno. Mentre, per contro, la fede ritenuta plausibile è quella al centro di una scelta consapevole, che si esprime in un iter di ricerca senza confini di cui il soggetto si sente protagonista. Ecco la propensione al credere che molti giovani considerano oggi plausibile e non anacronistica, quella sintetizzata alcuni anni fa da Peter Berger come: «credo, ma… a certe condizioni». Va da sé che il credito attribuito a questo tipo di fede religiosa può essere più ideale che fattuale, più frutto di un ragionamento astratto che di un effettivo impegno di vita. C’è il rischio che una profonda e consapevole ricerca di senso (anche a livello religioso) sia più teorizzata che praticata, in una società e in una cultura ricche di opportunità di realizzazione facili e immanenti. Inoltre, si osserva che questa idea alta (e mitizzata) di fede viene accettata – in modo un po’ contradditorio – anche da una quota di giovani che (come s’è accennato) hanno di fatto un rapporto labile con la religione della tradizione, che più che maturare delle opzioni specifiche e ripensate in questo campo tendono a mantenere nel tempo un legame religioso convenzionale.

Più rottura della trasmissione religiosa che ateismo di nascita

La maggior parte dei giovani italiani che oggi si dichiarano ‘senza Dio’ o ‘senza religione’ (come emerge dalla ricerca di cui qui si parla) ha alle spalle una socializzazione religiosa di base, a seguito delle proposte ricevute nella famiglia di origine e delle esperienze fatte negli ambienti ecclesiali, sia negli anni del catechismo sia nella frequentazione dell’oratorio e delle attività ricreative e formative offerte dall’ambiente. Al riguardo i numeri sono rilevanti. Tra i giovani oggi di età compresa tra i 18-29 anni, oltre l’80% ha seguito i corsi di catechismo nella fase di preparazione ai primi sacramenti della vita cristiana (prima comunione e cresima), oltre il 60% ha vissuto un periodo della propria infanzia o adolescenza in oratorio o in parrocchia, oltre il 40% ha partecipato a campi estivi, ritiri spirituali organizzati dalla parrocchia e dai gruppi ecclesiali. E ancora, più del 40% dichiara di aver conosciuto nelle varie circostanze una o più figure religiose particolarmente significative. Successivamente, molti di loro – soprattutto nel passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, nei primi anni delle scuole superiori – si sono allontanati da questo mondo originario, maturando nel tempo altre convinzioni e orientamenti. Si possono avanzare varie considerazioni in rapporto a questa estesa esperienza pregressa. Anzitutto, la constatazione che una parte consistente dei giovani che oggi si dichiarano ‘senza Dio’ o ‘senza religione’ non sono atei o agnostici o indifferenti alla religione ‘per nascita’, ma perché in un certo momento della loro vita (e per vari motivi) hanno preso le distanze da un imprinting religioso ancora diffuso. In effetti, i ‘non credenti’ di lungo corso – che sono tali perché nati in una famiglia che non attribuiva rilevanza alla religione o perché carenti sin dall’infanzia di proposte in questo campo – sono una piccola minoranza sull’insieme delle nuove generazioni. Altra considerazione riguarda i fattori che possono aver favorito – nella biografia personale – il distacco di molti giovani dagli ambienti religiosi e dalla visione della realtà ivi prevalente, interrompendo di fatto la trasmissione in atto. Per alcuni si può chiamare in causa la labilità della formazione ricevuta e delle esperienze vissute negli ambienti ecclesiali, che non sembrano dunque aver lasciato adeguata traccia nel vissuto. Per altri, l’impatto con la società più ampia (in particolare con la formazione prevalente nelle scuole superiori) sembra aver messo sottosopra la concezione del mondo sino a quel momento offerta dagli ambienti religiosi, minando anche la plausibilità del credere. Inoltre, questo processo di allontanamento da una prospettiva religiosa può essere dovuto anche alla crescente distanza che si registra tra la cultura giovanile e le posizioni del magistero nel campo della morale personale e della vita pubblica, a fronte della difficoltà delle chiese di proporre un discorso sull’uomo, sulla natura, sui rapporti sociali, sulle questioni etiche che appaia significativo e rispettoso della coscienza moderna.
In tutti i casi, i giovani convinti e attivi dal punto di vista religioso sono perlopiù quelli che hanno alle spalle famiglie credenti impegnate ed esperienze religiose significative. Anche se risulta più facile trasmettere da una generazione all’altra la ‘non credenza’ o una ‘credenza debole’ che un orientamento religioso più impegnato.

Il controverso rapporto con la chiesa

Come si sa, poi, il rapporto dell’insieme dei giovani con la chiesa non è dei migliori, sia perché oggi soffia un vento anti-sistema che coinvolge anche le istituzioni religiose (che pure – come succede da noi – sono assai radicate sul territorio e nella vita del Paese), sia perché essa è al centro (per varie e note vicende) di una rappresentazione pubblica negativa che non può non condizionare anche il giudizio giovanile. Molti dunque prendono le distanze da una chiesa che giudicano perlopiù di vecchio stampo, in difficoltà a dialogare con la sensibilità odierna, variamente compromessa, poco in sintonia con il messaggio che proclama, «lontana dai bisogni della gente», «fonte soltanto di precetti», «più giudice che madre». Tuttavia, il giudizio non è univoco, e una parte consistente di giovani (anche non credenti) riconosce che in questa realtà composita non tutto è da scartare. Si guarda con diffidenza o sfiducia alla chiesa istituzione, ma per contro non poco apprezzamento va alla chiesa di base, ai preti di strada, a quelli anti-camorra, alle figure religiose non conformiste; e in parallelo, anche a quella chiesa locale che si spende per i giovani, è prossima alle vicende degli ultimi, agisce nei luoghi di frontiera, nei quartier degradati o dormitorio. Ecco la chiesa che molti giovani (anche in difficoltà con la fede) intendono ‘salvare’, in forte contrasto con quella ufficiale o centrale, che sentono distante dalla gente comune e altrimenti affaccendata.

Spiritualità, mondi diversi

Ci si può ancora chiedere se e quanto i giovani italiani siano oggi interessati ai valori dello spirito, ed in particolare a quella ricerca di spiritualità alternative considerata da vari osservatori e studiosi come il fenomeno culturale e religioso emergente.
Si delineano al riguardo situazioni assai diverse, raggruppabili comunque in tre profili prevalenti. Circa un terzo dei 18-29enni italiani non sembra particolarmente coinvolto in una qualche esperienza di tipo spirituale, ritenendo di non sentire il bisogno né di averla, né di alimentarla; preferendo definirsi come mossi dalla concretezza della vita, attenti al lato immediato dell’esistenza; ammettendo di avere troppe insicurezze per coltivare slanci di questo tipo. Una delle testimonianze più nette al riguardo è quella di un giovane 23enne che afferma nell’intervista: «Sicuramente non ho nessun tipo di vita spirituale, nel senso che non medito, né prego, né vado in chiesa, né svolgo altri tipi di attività legati alla religione o alla spiritualità»; mentre una sua coetanea così accompagna la dichiarazione di non avere alcuna vita spirituale: «Mi è sufficiente vivere la vita in pieno e godere delle cose belle che mi capitano».
Per contro, una quota di giovani pari a quella precedente, dichiara l’interesse e il coinvolgimento in una ricerca spirituale, la cui matrice tuttavia è perlopiù profana e immanente, rispondendo all’esigenza di trovare dentro di sé, e nel rapporto con gli altri e con la natura, un’armonia umana che plasmi tutta l’esistenza. Di qui, a seconda dei casi, l’attenzione al potenziamento delle proprie qualità personali; l’importanza attribuita al rispetto del prossimo e alla tolleranza; la tensione a vivere meglio e a star meglio con sé e con quanti ci circondano; la ricerca della coerenza umana tra le varie scelte della vita.
Infine, una quota un po’ più estesa di giovani attribuisce rilevanza ai valori dello spirito, che vengono alimentati o attraverso pratiche spirituali alternative o mediante risorse offerte dalla religione in cui più ci si riconosce (il cattolicesimo), pur sottolineando sovente l’idea che questo tipo di ricerca non ha confini, è sempre aperta a nuove prospettive.
In sintesi, la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte di essi sembra attenta a questa dimensione dell’esistenza, altri la interpretano come una risorsa per essere più armonici e solidali nella vita, altri ancora come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso.
In questo quadro si osserva che la domanda di spiritualità alternativa (che si nutre dell’offerta dei nuovi movimenti religiosi, di pratiche meditative di cultura orientale, di culti di matrice diversa) è in rapida diffusione nel mondo giovanile; pur trattandosi di un fenomeno ancora minoritario ed esile, che sconfessa l’idea d’un paese ormai avviato verso un profondo cambiamento dello scenario spirituale e religioso. Del resto, non pochi giovani fruitori di queste pratiche meditative non attribuiscono ad esse un significato religioso, mentre altri combinano queste nuove fonti di senso con quelle più collaudate messe a loro disposizione dalla religione della tradizione.

Discernimento

Lo scenario sin qui descritto, oltre a renderci consapevoli di quanto siano complesse le dinamiche religiose nella modernità avanzata, ci spinge a verificare le categorie prevalenti con cui esse vengono analizzate. Molti studiosi e osservatori dei fenomeni religiosi sono soliti – per cogliere la particolarità del tempo presente – metterlo a confronto con gli scenari del passato (più o meno remoto), per cui descrivono la situazione religiosa attuale facendo ampio ricorso a termini come eclisse, “fine di un mondo”, secolarizzazione spinta, incredulità, scristianizzazione, uscita del cristianesimo dalla cultura comune ecc. Ovviamente, da questo punto di vista è legittimo prospettare in tal modo l’andamento della situazione, visto che il trend delle statistiche della religiosità istituzionale è da alcuni decenni a questa parte in costante attenuazione; e considerato che le forme religiose alternative sembrano interessare quote modeste, ancorché vivaci, di popolazione. Se si pensa che vi sia stata un’età dell’oro della fede e della religiosità – caratterizzata da alti tassi di credenza e di pratica, da una diffusa accettazione della verità e delle autorità religiose – è del tutto plausibile riconoscere che il barometro della religiosità prometta brutto tempo, se non tempesta. Tuttavia, quando si enfatizza la fede del passato in genere non si considera che parte di essa era dovuta al clima di conformismo sociale tipico dei contesti più tradizionali (e culturalmente più chiusi); e soprattutto non si presta attenzione alla diversa esperienza morale, religiosa e spirituale che caratterizza ogni periodo storico e informa quanti in esso sono chiamati a vivere. Questo gap culturale e spirituale tra il ‘mondo di ieri’ e la società contemporanea è stato ben descritto da Charles Taylor, che individua nel passato un’epoca in cui era (quasi) impossibile non credere in Dio e non aderire alla fede della tradizione, mentre considera il tempo presente come quello in cui la fede – anche per il credente più convinto – rappresenta solo un’opzione tra le tante.[5] Questo per dire che ‘leggere’ l’oggi con le categorie del passato impedisce di cogliere la profondità del cambiamento che ha interessato in questi ultimi decenni lo scenario religioso, che è indubbiamente caratterizzato da molti indizi di secolarizzazione, ma anche da forme di ricerca di senso per vari aspetti inedite e inattese.
Seguendo tale prospettiva, appare plausibile ritenere che quella attuale rappresenti una nuova epoca delle dinamiche religiose, la cui comprensione richiede particolari categorie concettuali e strumenti di analisi. Da un lato è pur vero che si è ancora – per quanto riguarda i paesi occidentali – nell’alveo di un processo di secolarizzazione, se si guarda allo scarso appeal che le chiese e le religioni storiche hanno sull’insieme della popolazione, soprattutto sulle nuove generazioni. Dall’altro lato, non si può affermare che questa distanza dai messaggi e dalle proposte offerte dalle religioni istituite sia accompagnata dalla perdita da parte delle persone del senso religioso in generale. Una parte dell’apatia e del disinteresse dei giovani in tema di fede sembra imputabile più alla loro difficoltà a sintonizzarsi con i modelli proposti dalle chiese che allo sradicamento nella coscienza moderna delle questioni del senso ultimo dell’esistenza. Inoltre, pare oggi euristicamente improponibile analizzare i processi che riguardano il campo religioso alla luce del binomio eclisse-ritorno del sacro, a fronte di una realtà che non ha più un suo baricentro, che si presenta sempre più sfaccettata e molteplice.
Occorre dunque rivisitare nel profondo il discorso su Dio e sulla religione, osservando – come è emerso in questo saggio – che «opporre in modo binario l’ateismo e la fede non permette più di entrare nell’intelligenza dei fenomeni spirituali, i quali al giorno d’oggi sono segnati dalla fluidità, dall’ambiguità, dal relativismo, dall’esitazione, dall’incertezza, dalle re-identificazioni, dalle inversioni».[6] Da tempo il campo religioso è un ‘luogo’ più di flussi che di blocchi, e questa situazione mossa riguarda sia quanti oggi si riconoscono in una fede religiosa sia coloro che si collocano nell’area crescente dei ‘non credenti’.
In sintesi, più di quanto si pensi, la ricerca di senso, l’esigenza di trovare una risposta alle questioni fondanti dell’esistenza, è diffusa nelle nuove generazioni, anche se si manifesta in modo diverso dal passato. Al riguardo, alcuni continuano ad attingere alle risorse offerte dalla tradizione religiosa, altri sperimentano cammini innovativi sia dentro che fuori le chiese, altri ancora danno vita ad un ‘fai da te’ religioso e spirituale che si compone di istanze eterogenee. Le domande esistenziali coinvolgono anche molti giovani ‘non credenti’, alla ricerca di riferimenti umani capaci di rendere armonica la vita. Insomma, c’è una grande domanda di significato (talvolta più implicita che esplicita) che occorre saper riconoscere e interpretare. Una domanda che sembra attivarsi in particolari situazioni, a fronte di eventi che interpellano nel profondo le persone o di figure pubbliche dotate di un particolare spessore umano, etico e spirituale. Il consenso di cui gode Papa Francesco sembra dimostrarlo. È uno degli aspetti che emerge con maggior chiarezza dall’indagine che in queste pagine abbiamo commentato. Da tempo le ricerche segnalano la difficoltà della chiesa di parlare alle nuove generazioni, di rappresentare un punto di riferimento sia a livello di fede sia sulle questioni etiche. Un gap culturale e generazionale, che sembra in parte attenuarsi di fronte ad un pontefice cui viene spontaneo stare in mezzo al suo popolo, condividere le gioie e le speranze ma anche le tensioni della gente comune, interessarsi non soltanto di quanti stanno dentro il recinto, ma anche di chi ha una vita meno ‘regolare’ e più accidentata.[7] Molti giovani (anche non credenti) sono colpiti da chi si rapporta a loro desideroso di accompagnarli nelle ‘vicende umane’, da quanti guardano alla giovinezza come ad un’età della vita piena non solo di ambivalenze e contraddizioni ma anche di risorse e potenzialità. Per cui apprezzano chi li segue nel loro iter esistenziale, sta al loro fianco, presta attenzione alle loro istanze, cerca di comprenderli nel profondo, li stimola a scoprire la propria ricchezza umana e spirituale, evita di applicare ad essi chiavi di lettura semplicistiche e banalizzanti. I tre quarti dei 18-29enni italiani giudicano positivamente la presenza e l’azione del papa argentino, a fronte di un 20% che non ne ha una chiara opinione e di un 5% che non sembra apprezzare la sua figura o la sua linea ecclesiale. Inoltre, più della metà dei giovani ammette un ‘effetto Francesco’ nelle proprie vite, riconoscendo che la presenza dell’attuale pontefice (e lo stile umano e dialogico con cui egli interpreta il suo alto ruolo) li sollecita ad un maggior impegno sia a livello religioso sia sul versante della solidarietà. È ancor presto per valutare le eventuali ricadute pratiche di questo impulso. Tuttavia, si tratta di un’ammissione non marginale, che indica come perlomeno a livello ideale molti giovani non sono insensibili ai grandi richiami che provengono da testimoni credibili.

Altri riferimenti bibliografici

Berger P. Una gloria remota. Avere fede nell’epoca del pluralismo, Il Mulino, Bologna 1994.
Berger P. – Zijderveld A. Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici, Il Mulino, Bologna 2011.
Cipriani R. – Garelli F. (ed.), Sociology of Atheism, in “Annual Review of the Sociology of Religion”, Brill, 7, 2016.
Garelli F. Educazione, Il Mulino, Bologna 2017.
Lecaldano E. Senza Dio, Il Mulino, Bologna 2015.
Matteo A. La prima generazione incredula, Rubettino, Soveria Mannelli 2010.

NOTE

* Professore di sociologia presso l’Università di Torino, dove è stato preside della facoltà di scienze politiche ed ha diretto il dipartimento Culture, Politica e Società. È membro della Associazione Italiana di Sociologia e dell’International Society for the Sociology of Religion. I suoi studi riguardano principalmente il mondo giovanile e il fenomeno religioso nella società contemporanea.

[1] Così come emerge dal volume F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016, che espone i principali risultati di un’ampia ricerca quantitativa e qualitativa svolta a livello nazionale sul rapporto tra le nuove generazioni e la religione.
[2] C. Dagens, Entre épreuves et renouveux: Indifférence religieuse, visibilité de l’Eglise et évangelisation, Rapport présenté à l’assemblée des Eveques, Paris, Bayard, Cerf, Fleurus-Mame 2009, p. 11.
[3] C. M. Martini, “Il seme, il lievito e il piccolo gregge”. Discorso per la vigilia di S. Ambrogio, Milano, 05 dicembre 1998.
[4] F. Garelli, Religione all’italiana, il Mulino, Bologna 2011, p. 11.
[5] Cfr. C. Taylor, L’età secolare, Feltrinelli, Milano 2009.
[6] J. P. Denis, Le Temps des religiosités instables, in L’Atlas des religios, La Vie-Le Monde, 2011, pp. 8-9.
[7] Cfr. A. Castegnaro – G. Dal Piaz – E. Biemmi, Fuori dal recinto. Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano 2013.

(FONTE: Francisco Sánchez Leyva, Credere e non credere a confronto. Per un’«apologetica originale, LAS 2019, pp. 181-198).
Per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore.