Quale uomo?

Crisi e rilancio del progetto umanistico

Giannino Piana

Dove va l’uomo? Da più parti viene oggi avanzata questa domanda, che non trova risposte univoche, ma che segnala l’esistenza di uno stato di malessere diffuso di fronte a un processo di disumanizzazione in corso.
Vi è chi parla, al riguardo, di «fine dell’umanità» o di «crisi del progetto umanistico» per l’avanzare di una serie di minacce che emergono su vari fronti. L’affiorare, in termini sempre più insistiti, di ideologie razziste e di tendenze particolaristiche, di chiusure preconcette e di spinte involutive rende trasparente l’assenza della percezione di un destino comune dell’umanità e il farsi strada di una situazione di frammentazione, che non può che alimentare la conflittualità interpersonale e sociale.

Le ragioni di una mutazione

Non vi è dubbio, dunque, che si sia di fronte a una vera e propria mutazione antropologica, di un cambio preoccupante di identità dell’uomo. Molte sono le cause di questo processo in corso; cause, in ultima analisi, riconducibili al venir meno di valori in passato avvertiti, in maniera immediata, come ineludibili dalla coscienza collettiva.
Ma dietro a tale caduta vi sono ragioni strettamente legate ai cambiamenti sociali e culturali intervenuti negli ultimi decenni, i cui riflessi si sono fatti sentire nella trasformazione del volto interiore dell’uomo e nella definizione dei suoi lineamenti.
Al centro dell’analisi va anzitutto collocato il fenomeno della globalizzazione che, mentre ha favorito, da un lato, nuove opportunità di confronto e di scambio tra culture diverse; ha dato la stura, dall’altro, a spinte individualistiche e corporative – dai nazionalismi e dai sovranismi ai rigurgiti etnici e tribali, dai fondamentalismi religiosi fino ai campanilismi territoriali – che sono espressione di una sorta di reazione nei confronti di un universalismo omologante e appiattente, che rischia di vanificare le differenze, ma che si risolvono poi – paradossalmente – nella negazione delle stesse in nome della difesa radicale della propria identità.
Lo spaesamento che l’uomo vive in questa situazione è poi ulteriormente aggravato dagli sviluppi di una tecnologia, che invade sempre più tutte le sfere della vita privata e pubblica, e che ha assunto in particolare nel campo dell’informazione un peso sempre più determinante, ingigantendo fenomeni come quello migratorio e alimentando di conseguenza le paure, nonché diffondendo false notizie, le cosiddette fake news, che condizionano pesantemente le scelte personali in campo economico e politico. A questo si aggiunge la perdita delle tradizionali coordinate spazio-temporali – l’innovazione tecnologica ha dato vita a una società aperta, caratterizzata da uno spazio illimitato e dalla possibilità di interagire anche a grande distanza geografica «in tempo reale» – che ha conseguenze destabilizzanti, le quali non fanno che accentuare la condizione di disagio esistenziale cui si è fatto cenno.
Da ultimo, non si può non rilevare – e non è cosa di poco conto – il divario crescente tra il progresso tecnico e i ritmi evolutivi della coscienza e del pensiero, dei sentimenti e delle decisioni. Alla accelerazione con cui i mutamenti avvengono sul terreno tecnico non corrisponde la capacità della loro assimilazione ed elaborazione soggettiva; il che determina inevitabili scompensi, resi ancora più laceranti dalla crisi delle comunità di appartenenza, nelle quali crescono conformismo e intolleranza, e dall’assenza di apertura al futuro, la quale alimenta un bisogno di rassicurazione, che si traduce talora nel desiderio di una leadership autoritaria o nella ricerca di un capo al quale affidarsi.

Quale immagine di uomo?

Ciò che dunque emerge – è questo il dato più allarmante – è un’immagine di uomo, dove la spinta individualista trova sbocco in una forma di radicalizzazione delle proprie appartenenze, cui sono legati gli interessi soggettivi, e perciò con la mancanza di interesse nei confronti degli altri, considerati come rivali e, persino come nemici, come attentatori della propria tranquillità e del proprio benessere. L’egoismo individuale assume così i connotati di un egoismo collettivo che si traduce nel «prima noi poi gli altri» o nel «perché accogliere i profughi?», nell’assunzione cioè di un atteggiamento anti-umanitario, che ha purtroppo avuto nel nostro Paese – è questo l’aspetto più grave dell’azione di Salvini – uno sdoganamento politico.
Ma c’è dell’altro. Il malessere odierno dell’uomo nasce anche da uno stato di espropriazione dell’identità, dovuto alla separazione dalla natura, alla nascita di un uomo «non ecologico» che sperimenta, in ragione dell’assenza di un contesto entro cui inserire la propria esistenza, una condizione di instabilità e di frustrazione. Lo strapotere della tecnica, che esercita un dominio incondizionato sulla vita quotidiana e che ha prodotto (e produce) effetti devastanti di carattere ambientale, si fa sentire anche sul versante della coscienza, dando luogo alla perdita dell’ambientazione ecologica. Questo fattore, che si assomma con la delocalizzazione e con la detemporalizzazione già ricordate, determina uno stato di de-situazionamento, che ha gravi conseguenze a livello esistenziale; conseguenze destinate a suscitare, per reazione, rigidi arroccamenti e rifiuto pregiudiziale di ogni diversità.
A tutto questo si aggiunge, infine, l’affermarsi di una visione economicista, che si estende a tutti i campi dell’esperienza umana – il cosiddetto «pensiero unico» – dove i criteri valutativi prevalenti sono quelli della produttività e del consumo. Il modello di uomo che affiora, in questo contesto, è quello dell’homo faber, proiettato totalmente sul «fare» e sull’»avere» (e non sull’«essere»); un uomo dunque che di fronte alle scelte che è chiamato a mettere in atto nelle diverse situazioni dell’esistenza, non si chiede se ciò che si appresta a fare ha senso; si chiede semplicemente se è utile o se serve. Ha luogo così uno svuotamento dell’interiorità, con la conseguente incapacità di distinguere «fatti» e «valori», o meglio con la riduzione dei valori a fatti, precludendosi perciò la possibilità di un giudizio etico, che esige il rimando a parametri oggettivi di autentica umanità.

La necessità di un cambio di paradigma

Sono questi (e molti altri) i tratti che definiscono l’immagine di un uomo il quale vive uno stato di lacerazione interiore, che spiega (seppure non giustifica) la caduta della tensione morale e la perdita dei valori che sono alla radice della costruzione di una convivenza civile ordinata e solidale. La possibilità di restituire all’uomo la capacità di essere «misura di tutte le cose», come voleva Protagora, di essere messo in grado di ritrovare cioè pienamente la propria identità vera e di poter esercitare un giudizio corretto nei confronti della realtà, è pertanto legata alla capacità di comprendere e di reagire ai mutamenti in corso.
Il criterio dal quale non è possibile prescindere è allora il concetto di «umanità».
Da tale concetto, che va di continuo ripensato e riattualizzato, discende infatti la dignità della persona, e in esso trovano radicamento i diritti umani, che vanno anch’essi di continuo ripensati e ridefiniti nei loro contenuti, ma il cui orizzonte formale riveste un carattere di indubbia universalità. Si tratta di procedere a un cambio di paradigma, di passare cioè – per usare una celebre distinzione di Gabriel Marcel – da un atteggiamento problematico ad un atteggiamento misterico; dalla tentazione di tutto «spiegare» – tentazione oggi non infrequente perché indotta da una forma di positivismo scientista largamente diffuso – alla disponibilità ad accogliere il «mistero», nella convinzione che non esista un metro di misura che possa circoscrivere con assolutezza i contorni dell’umano o catturarlo entro schemi predefiniti.
Tutto questo senza dimenticare – è l’altro dato apparentemente in contraddizione con quello appena enunciato – la precarietà della condizione umana, la quale ha la sua massima espressione in quello che Heidegger definisce come l’essere-per-lamorte, cioè l’inesorabile esaurirsi dell’esistenza terrena. La capacità di introiettare questo limite, non subendolo come costrizione, oltre ad essere un segno inequivocabile di maturità e di vera sapienza, rende possibile la sua trasformazione in occasione di crescita. Solo acquisendo la consapevolezza dei propri limiti è infatti possibile misurare le proprie possibilità reali e impegnarsi a svilupparle. E soprattutto solo avendo chiara la percezione che ogni accostamento all’umano è sempre segnato dal limite diviene possibile disporsi a vivere il confronto e lo scambio con gli altri, uscendo dal ripiegamento individualistico e dall’egoismo autoreferenziale che precludono la conquista di quella che Aristotele definiva la «felicità pubblica».

(Rocca, n° 11/2019)