Questa ventisettesima edizione del Rapporto – di cui diamo qui un sintetico resoconto, rinviando al volume completo per i molteplici approfondimenti – analizza le caratteristiche dello sviluppo recente dell’economia e della società italiana, le dimensioni e la qualità delle risorse naturali e produttive del Paese, le tendenze demografiche e i percorsi di vita, il capitale umano e l’evoluzione del mercato del lavoro. Il proposito è quello di fornire una lettura integrata e originale sia degli aspetti di competitività e crescita sia di quelli relativi al benessere, all’equità e alla sostenibilità che caratterizzano l’Italia nel tratto conclusivo di questo secondo decennio del nuovo secolo.
La rapida evoluzione dell’offerta di statistiche ufficiali – che vede l’Istat al centro del Sistema Statistico Nazionale – è, infatti, sempre più in grado di generare dati, indicatori e analisi adeguati a cogliere la complessità del mondo in cui viviamo e orientati all’approfondimento, alla ricerca, al supporto e alla valutazione delle politiche. Si ampliano così le possibilità di identificare i nodi critici e i punti di forza del Paese, di scoprire e valorizzare quelle potenzialità e specificità – spesso poco note e largamente sottostimate – che a livello locale o settoriale possono talvolta segnare la differenza.
In tal senso, anche la progressiva affermazione di grandi sistemi di misurazione statistica di fenomeni multidimensionali (benessere, sostenibilità, competitività, ecc.), largamente condivisi a livello internazionale, ha offerto nuove opportunità analitiche per descrivere in modo innovativo la fase di transizione che la società italiana sta attraversando.
Tutto questo – va ancora ricordato – avviene nel quadro di un crescente coinvolgimento della statistica ufficiale in attività di ricerca metodologica e tematica; con un impegno che favorisce l’innovazione nella progettazione di statistiche e l’acquisizione di strumenti di analisi sempre più moderni e adeguati per un efficace e pieno sfruttamento del vasto potenziale informativo di cui si dispone.

Il quadro macroeconomico

Nel 2018, l’economia internazionale ha risentito della concentrazione di una serie di fattori negativi, tra i quali ricordiamo: la perdurante guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, il processo incompiuto della Brexit, il rallentamento della “locomotiva” cinese e l’aumento del prezzo del petrolio.
A partire dalla seconda metà dell’anno, tutte le principali economie hanno mostrato, sia pure con intensità differenti, una decelerazione e, nell’ambito dei paesi economicamente avanzati, si è accentuato il “distacco” tra area euro e Stati Uniti. Alla stregua di quanto accaduto ai principali partner europei, anche l’economia italiana ha segnato un netto rallentamento della crescita del Pil rispetto al 2017 (+0,9 per cento da +1,7 per cento), con segnali di flessione nel secondo semestre. Il lieve recupero registrato nel primo trimestre dell’anno in corso (+0,1 per cento rispetto al trimestre precedente), pur confortante in quanto associato a un allargamento della base produttiva e occupazionale, appare fragile.
La decelerazione della nostra economia nel 2018 è stata determinata, oltre che dal contributo negativo della domanda estera netta (-0,1 punti percentuali, da +0,3 nel 2017), dall’attenuarsi della dinamica dei consumi che, condizionati dalla debolezza del potere d’acquisto delle famiglie, hanno fornito un contributo alla crescita del Pil sostanzialmente dimezzato rispetto all’anno precedente (+0,4 punti percentuali da +0,9 nel 2017). Nella parte finale dell’anno, la riduzione della propensione al risparmio ha quanto meno contribuito a contenerne gli effetti negativi.
Il rallentamento dei consumi si è combinato con modifiche nei comportamenti delle famiglie, sia nella composizione della spesa, in termini di qualità dei prodotti, sia rispetto ai canali distributivi utilizzati per conseguire vantaggi di prezzo e mantenere il più possibile immutato il proprio tenore di vita.
Tanto nell’area euro quanto in Italia il ciclo degli investimenti ha sostenuto l’economia: nel 2018, gli investimenti fissi lordi hanno rappresentato la componente più dinamica della domanda in quasi tutti i paesi europei, seppur con diversa intensità. In Italia, la crescita degli investimenti (+3,4 per cento, a fronte di +4,3 per cento nel 2017), quand’anche superiore a quella della Germania e della Francia, non è ancora riuscita a colmare la distanza accumulata negli anni precedenti.
Nel nostro Paese, la ripresa degli investimenti è stata stimolata dalle politiche pubbliche di sostegno alle imprese adottate a partire dal 2015 (si pensi, ad esempio, al maxi-ammortamento e a “Impresa 4.0”). Anche gli investimenti in costruzioni hanno registrato un’accelerazione nel 2018 (+2,6 per cento rispetto al +1,3 per cento dell’anno precedente), che ha coinvolto sia la componente delle abitazioni sia quella dei fabbricati non residenziali e altre opere; la ripresa si è peraltro protratta nel primo trimestre del 2019.
Durante il 2018 l’Italia ha proseguito nel percorso di riequilibrio della finanza pubblica, con una riduzione dell’indebitamento netto in rapporto al Pil, dal 2,4 al 2,1 per cento, che ha portato a mezzo punto percentuale il miglioramento rispetto al 2015. Tale risultato è stato favorito da un ulteriore ampliamento del saldo primario, che ha raggiunto l’1,6 per cento in rapporto al Pil, valore superiore alla media dell’area euro (1,3 per cento). Questi progressi non sono stati però sufficienti ad arrestare la dinamica del debito, la cui incidenza sul Pil nominale è salita al 132,2 per cento, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al 2017 e ben al di sopra della media dell’area euro (85,1 per cento).
La situazione finanziaria del settore privato ha manifestato, invece, una minore vulnerabilità rispetto a quella delle Amministrazioni pubbliche. Nel periodo 2000-2017, i valori del debito delle famiglie italiane e delle società non finanziarie sono stati inferiori ai corrispondenti valori mediani dei paesi dell’area euro, rispettivamente di 16,5 e 16,8 punti percentuali. Inoltre, dopo un triennio di risultati negativi, nel 2018 la situazione delle famiglie in termini di attività reali e finanziarie è migliorata confermando una specificità del nostro Paese nel panorama europeo. Infine, la ricchezza netta delle famiglie italiane – secondo il dato a fine 2017 – è risultata pari a 8 volte il reddito disponibile, un rapporto ben più elevato di quello osservato altrove in Europa.
Lo scorso anno, il mercato del lavoro ha risentito solo in parte del rallentamento ciclico dell’economia. L’occupazione ha continuato a crescere, seppure a ritmi inferiori rispetto ai due anni precedenti, riportandosi su un livello simile a quello pre-crisi. Contestualmente è proseguita con una intensità maggiore la diminuzione del numero di persone in cerca di lavoro.
Ne è conseguito un calo del tasso di disoccupazione (dal 12,2 per cento al 10,6 per cento), che rimane comunque largamente superiore a quello dell’area euro.
Nel 2018, le retribuzioni lorde di fatto (per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) sono cresciute dell’1,7 per cento, a fronte dello 0,3 per cento registrato nel 2017. L’andamento complessivo è la sintesi di una dinamica più elevata nei servizi – per gli effetti dei rinnovi nel comparto pubblico, dopo il blocco che si protraeva dal 2010 – e più contenuta nell’industria.
Sul fronte dei prezzi, il rallentamento della domanda di consumo ha contribuito a mantenere l’inflazione su livelli bassi, con tassi di crescita dei prezzi al consumo inferiori a quelli dei principali paesi dell’area euro.
Va preso atto che verso la fine del 2018 e all’inizio del 2019 il clima di fiducia dei consumatori è peggiorato significativamente, con valutazioni più pessimistiche diffuse a tutte le componenti. A maggio 2019, tuttavia, il corrispondente indice ha mostrato una inversione, tornando ad aumentare.
Anche l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese (IESI), che aveva mostrato analoghe tendenze negative, in maggio registra un miglioramento: segnale che ha coinvolto tutti i comparti e, in misura maggiore, le costruzioni. Per il settore manifatturiero, l’indice di fiducia è risalito, grazie soprattutto ai giudizi sugli ordini e alle attese sulla produzione, associati a un calo delle scorte.
Negli ultimi mesi l’indicatore anticipatore ha tuttavia continuato a segnalare prospettive a breve termine caratterizzate da una persistente debolezza dei livelli di attività economica, con qualche lieve segnale di stabilizzazione nei mesi recenti.
Nel 2019, in base alle previsioni Istat, si attende che la crescita del Pil italiano, sostenuta solo dalla domanda interna, si attesti allo 0,3 per cento, in decelerazione rispetto all’anno precedente. I consumi delle famiglie, seppure in marginale rallentamento rispetto al 2018, costituiranno il principale sostegno alla crescita. Viceversa, l’attività di investimento sembrerebbe destinata a decelerare in termini significativi a causa della persistente incertezza che grava sul quadro macroeconomico nazionale e internazionale. Nel 2019, gli investimenti fissi lordi italiani segnerebbero un aumento marginale (+0,3 per cento) beneficiando in termini contenuti anche delle agevolazioni disposte nel Decreto crescita. Si prevede che il rallentamento di esportazioni e importazioni in volume determini un contributo nullo della domanda estera netta alla crescita.

Lo scenario demografico

Sul fronte demografico, il bilancio del 2018 conferma le tendenze degli ultimi anni, fortemente caratterizzate dal calo delle nascite, dall’invecchiamento della popolazione e, a partire dal 2015, da una perdita di residenti. Le proiezioni dell’Istat per il futuro accreditano come altamente verosimile la prospettiva di un’ulteriore riduzione di popolazione residente nei prossimi decenni. In tal senso si prevede un primo leggero ridimensionamento, da 60,4 a 60,3 milioni di abitanti tra il 2019 e il 2030, per poi subire un calo ben più accentuato che porterebbe la popolazione nel 2050 a 58,2 milioni, con una perdita complessiva di 2,2 milioni di residenti rispetto a oggi.
D’altra parte non va dimenticato che i meccanismi demografici che sottendono un’ipotesi di regresso numerico – riduzione della consistenza delle coorti di donne in età feconda (con la conseguente contrazione delle nascite) e progressivo invecchiamento della popolazione (con l’inevitabile incremento dei decessi) – sono già largamente impliciti nella struttura per età di oggi.
Basti pensare che le generazioni del baby boom degli anni ’60 sono ormai sostanzialmente uscite dall’intervallo delle età riproduttive e si accingono a entrare nella così detta “terza età”. Tale passaggio, destinato a combinarsi col persistere delle tendenze all’allungamento della sopravvivenza e al calo della natalità – due fenomeni cui si dirà tra breve – si configura come una determinante fondamentale nel dar vita al massiccio invecchiamento demografico che si affaccia incombente nel futuro della popolazione italiana.
Le proiezioni Istat prevedono che nel 2050 la quota di ultra65enni sul totale della popolazione potrebbe ulteriormente aumentare rispetto al livello del 2018 (pari al 23 per cento) tra 9 e 14 punti percentuali, secondo ipotesi più o meno ottimistiche. Alla stessa data, la percentuale di popolazione di età 0-14 anni potrebbe mantenersi, nel migliore dei casi, attorno al livello attuale (13,5 per cento), ma anche scendere al 10,2 per cento nello scenario meno favorevole. In parallelo, la quota dei 15-64enni sembra verosimilmente destinata a ridursi al 54,2 per cento del totale, con un calo di circa dieci punti percentuali che equivale a oltre 6 milioni di persone in età da lavoro in meno rispetto a oggi.
Questi cambiamenti, in assenza di significative misure di contrasto, potrebbero determinare ricadute negative sul potenziale di crescita economica, con impatti rilevanti sull’organizzazione dei processi produttivi e sulla struttura e la qualità del capitale umano disponibile; non mancherebbero altresì di influenzare la consistenza e la composizione dei consumi delle famiglie, con il rischio di agire da freno alla domanda di beni e servizi. L’accentuarsi dell’invecchiamento demografico comporterebbe, inoltre, effetti significativi sul livello e sulla struttura della spesa per il welfare: con pensioni e sanità decisamente in prima linea, pur mettendo in conto che gli anziani di domani saranno in migliori condizioni di salute e di autonomia funzionale.
In proposito è utile sottolineare che se oggi garantire un’assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra65enni sembra, oltre che doveroso, ancora possibile, è opportuno interrogarsi “se” e “come” saremo in grado di soddisfare la stessa domanda anche solo tra vent’anni, allorché gli anziani saranno saliti di altri 5 milioni. Ma soprattutto c’è da chiedersi quali strategie andranno avviate per garantire la tenuta degli equilibri di welfare – e in primo luogo proprio nel campo della salute – se si mette in conto lo straordinario prevedibile accrescimento del numero dei “grandi vecchi”: gli ultra90enni, oggi circa 800 mila, sono destinati ad aumentare di oltre mezzo milione nei prossimi vent’anni e, al loro interno, persino gli ultra centenari, attualmente 14 mila, dovrebbero superare le 50 mila unità.
Il fatto che la vita si allunghi non può che essere una buona notizia. Ma non va dimenticato che una vita più lunga significa anche un maggior rischio e una crescente frequenza di tutte quelle patologie, cronicità e disabilità tipicamente connesse alla vecchiaia.
Acquisire consapevolezza, di questo come di ogni altro problema emergente, con argomentazioni rese oggettive da appropriati dati statistici, si configura come irrinunciabile premessa per governare il cambiamento, garantendo elevati livelli di qualità della vita ai cittadini.

Le risorse del Paese: opportunità per uno sviluppo sostenibile

La crescita equilibrata di un paese è anche il risultato della capacità di valorizzarne le risorse, in modo da garantire uno sviluppo robusto, diffuso e sostenibile sul piano sociale, economico e ambientale. La ricerca dell’equilibrio tra questi diversi ambiti implica, non solo la conoscenza delle caratteristiche strutturali e delle dinamiche evolutive di ciascuno di essi, ma anche l’individuazione delle interazioni, per riuscire a cogliere sia i fattori che possono ostacolare il percorso di crescita nel medio e lungo periodo sia le potenzialità su cui fondare i processi adatti a muovere nella direzione-obiettivo che ci si è prefissati.
Il contributo informativo e di analisi del Rapporto su questi aspetti prende avvio dalle specificità che caratterizzano la struttura del tessuto produttivo e quelle del capitale territoriale del nostro Paese, declinato in termini di dotazioni delle diverse realtà locali, mettendo in luce i soggetti – cioè le imprese, le filiere, i settori e i territori – che sembrano maggiormente resilienti e capaci di imprimere una spinta alla crescita.
Nei primi anni della ripresa economica, il sistema delle imprese ha ricostituito soltanto in parte la base produttiva persa durante la seconda recessione del periodo 2011-2013. Nel 2016, le imprese attive erano circa 150 mila in meno rispetto al 2011 (-3,4 per cento), gli addetti oltre 294 mila in meno (-1,8 per cento) e il valore aggiunto nominale era inferiore del 5,5 per cento.
Il successivo recupero – che pur si è visto – è stato in gran parte circoscritto alle imprese di grandi dimensioni e, in generale, al settore manifatturiero, che ha beneficiato sia di aumenti di produttività del lavoro, derivanti da una maggiore spinta innovativa, sia di una crescente competitività sui mercati internazionali, che ha ampliato gli sbocchi per la nostra produzione.
A frenare la capacità di ripresa e l’avvio di una crescita robusta hanno contribuito alcuni limiti strutturali del sistema produttivo. Si tratta, in primo luogo, della dotazione di capitale fisico e umano: oltre tre imprese italiane su quattro con almeno 10 addetti nei settori dell’industria e dei servizi di mercato presentano livelli medio-bassi di capitale fisico e bassi di capitale umano.
Si tratta prevalentemente di imprese attive nei settori delle costruzioni, del terziario a minore produttività e dell’industria tradizionale.
Un secondo fattore da cui dipende la possibilità di generare una crescita diffusa, soprattutto per un sistema produttivo frammentato come quello italiano, è la capacità delle imprese di attivare relazioni produttive stabili con altre entità economiche. L’“Indicatore di rilevanza sistemica” – sintesi di tre caratteristiche fondamentali: dimensione d’impresa, intensità delle relazioni interaziendali e inserimento in gruppi di imprese – calcolato per le imprese stabilmente attive mostra come, tra il 2011 e il 2015, circa un quinto delle imprese che hanno attraversato la crisi si è spostato verso livelli più elevati di “sistemicità”, e tale evoluzione appare più intensa nei settori dei servizi.
Le potenzialità di una crescita stabile e diffusa del sistema produttivo si basano anche sulla capacità di trasmettere, attraverso le transazioni tra settori e filiere, produttività, tecnologia e conoscenza all’interno del sistema economico.
Le analisi condotte – di cui questo Rapporto dà ampia e dettagliata documentazione – indicano che, nel sistema economico italiano, la rete di relazioni tra settori è tendenzialmente policentrica. Nei suoi nodi centrali si collocano comparti come quelli di costruzioni, commercio, attività industriali del Made in Italy, trasporti, alloggio e ristorazione.
Rappresentando il tessuto connettivo del sistema produttivo in base ai rapporti di scambio e alle transazioni tra i settori, sono individuabili tredici filiere; alcune di esse – a carattere più industriale – si configurano come vere “catene del valore”; mentre altre, contraddistinte dalle attività del terziario, sono più assimilabili a “piattaforme”, trasversali all’intero sistema.
In generale, ricomponendo i legami in una prospettiva di creazione del valore, emerge il quadro di un sistema economico nel quale il 17 per cento più rilevante degli scambi rappresenta oltre il 75 per cento del valore totale delle transazioni ed è composto da filiere nelle quali la produzione tende a posizionarsi soprattutto nelle fasi a valle o centrali della catena del valore. I comparti che operano prevalentemente nelle fasi centrali realizzano infatti circa la metà del valore aggiunto nazionale e assorbono un terzo dei quasi 22 milioni di occupati totali; quelli a valle rappresentano un terzo del valore aggiunto e il 44,4 per cento dell’occupazione.
Un altro aspetto di rilievo delle vicende economiche degli ultimi anni è dato dai risultati positivi ottenuti dal nostro Paese riguardo ai temi della sostenibilità.
In particolare, l’azione di tutela ambientale è un fronte sul quale in Italia sono stati conseguiti importanti risultati. Ad esempio, si è registrata una progressiva riduzione del consumo di risorse naturali, che nel 2017 ha portato il Paese al terzo posto in Europa per rapporto tra quantità di materiali utilizzati dal sistema socio-economico e Pil e al primo posto in termini di valori pro capite; l’intensità energetica primaria si è inoltre ridotta del 13,1 per cento nel corso dell’ultimo decennio; già dal 2014 l’Italia ha raggiunto il target del 17 per cento di consumi coperti da fonte rinnovabile, assegnatole dal pacchetto Clima-energia dell’Unione europea per il 2020, e ha soddisfatto il processo di de-carbonizzazione richiesto dall’Accordo di Parigi sul clima.
Il rapporto tra emissioni di anidride carbonica e valore aggiunto ha segnato nel 2017 il minimo storico di 178,3 tonnellate per milione di euro. Anche se va ricordato che si tratta di risultati in parte attribuibili al ciclo economico negativo e al complessivo rallentamento dell’attività produttiva, così come è accaduto almeno fino al 2014.
In ogni caso, ciò che va considerato compiutamente è il fatto che l’attenzione alle ricadute ambientali non rappresenta solo una necessità, ma anche una opportunità di natura economica. L’efficientamento dei processi produttivi nello sfruttamento e nella gestione delle risorse naturali è una occasione di innovazione e di miglioramento della competitività per le imprese, e apre nuovi spazi imprenditoriali e di mercato. In questa direzione, la tutela ambientale si configura come un’attività su cui va consolidandosi una rilevante dimensione produttiva: il valore aggiunto delle “Eco industrie” nel 2017 è stato pari a 36 miliardi di euro e al 2,3 per cento del Pil, con una tendenza alla crescita superiore a quella media dell’economia.
Il territorio rappresenta una delle dimensioni fondamentali su cui declinare la sostenibilità. È infatti dalle specificità dei singoli territori, a partire dalle loro potenzialità e dalle loro fragilità, che dipende la possibilità e la qualità della crescita: in proposito, un primo aspetto che il Rapporto mette in luce riguarda il modo in cui questo viene utilizzato. L’intensità e la velocità con cui il processo di antropizzazione si manifesta nel nostro Paese richiamano una particolare attenzione: nel 2017, la Superficie antropizzata lorda – vale a dire la superficie complessiva che ha subito una trasformazione a seguito delle attività produttive e insediative dell’uomo – copre oltre un decimo (11,1 per cento) della superficie nazionale (circa 33.500 km2) e tra il 2011 e il 2017, è aumentata del 4,3 per cento, delineando uno scenario ben lontano dall’obiettivo di crescita zero di nuovo suolo artificiale.
Nella prospettiva di una crescita sostenibile e di una progressiva valorizzazione del capitale territoriale del Paese, uno dei settori a maggiore potenziale per l’Italia, e che rende immediatamente evidenti le possibili conseguenze di differenti traiettorie di sviluppo, è quello del turismo. Uno sviluppo turistico non orientato produce effetti negativi per il territorio e può causare degrado ambientale e perdita di identità locali: consumo eccessivo delle risorse naturali, alterazione degli habitat, edificazione intensiva, scomparsa di tradizioni locali e spopolamento. Al contrario, un turismo attentamente pianificato rappresenta un elemento strategico per lo sviluppo, la salvaguardia e la valorizzazione dell’ambiente naturale, configurandosi altresì come un efficace agente di recupero delle tradizioni locali.
In Italia le attività economiche connesse al turismo hanno generato, stando ai dati più recenti (del 2015), il 6 per cento del valore aggiunto dell’economia, una quota simile a quella del comparto delle costruzioni.
Il turismo rappresenta un’opportunità di sviluppo anche per le aree “periferiche” che, a causa di svantaggi strutturali dovuti a fattori localizzativi, hanno spesso difficoltà a specializzarsi in attività che richiedono un’elevata dotazione infrastrutturale. Non a caso, oltre un quinto delle presenze turistiche si registra nei comuni geograficamente e/o logisticamente più isolati. In questi territori, il turismo rappresenta un’importante risorsa occupazionale e dà lavoro al 15,6 per cento degli addetti delle unità locali dell’industria e dei servizi, a fronte di una media nazionale pari al 2,1 per cento.
Per queste realtà, il turismo sembra dunque una leva fondamentale per la crescita del benessere delle comunità locali. Lo dimostra il fatto che, nonostante i comuni interessati siano quelli più difficilmente accessibili e circa il 70 per cento di essi sia classificato come “area interna periferica” o “ultra- periferica”, essi non sono soggetti a spopolamento: tra il 2011 e il 2017 la loro popolazione è cresciuta del 2,1 per cento; inoltre, nel periodo 2012- 2016 il reddito per contribuente è aumentato del 6,5 per cento, ben 2 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale.
Un fattore di crescita potenziale coerente con la valorizzazione del nostro patrimonio è l’attrattività delle risorse culturali, le quali sono distribuite in modo diffuso sul territorio e possono essere orientate verso un consumo non necessariamente stagionale. Basti ricordare che l’Italia detiene il primato nella Lista del Patrimonio mondiale Unesco: il numero dei beni italiani nella World Heritage List è nel 2018 pari a 54, circa il 5% del totale.

Tendenze demografiche e percorsi di vita

Si è già anticipato come i due punti più qualificanti del panorama demografico italiano di questi anni siano identificabili nella significativa crescita della durata media della vita – è senz’altro piacevole sentirci dire che ogni giorno che passa “non è uno in meno” – e, sul fronte opposto, da una altrettanto accreditata immagine di Paese dalle “culle vuote”. Sono fattori che, associati agli effetti indotti dalla struttura per età (di cui si è detto), hanno alimentato (e ancor più lo faranno in futuro) il problematico fenomeno dell’invecchiamento della popolazione.
Secondo le stime più recenti, al 1° gennaio 2019 la popolazione residente in Italia ammonta a 60,4 milioni, cioè oltre 400 mila unità in meno rispetto al dato del 1° gennaio 2015. Si tratta di un declino demografico che è esclusivamente dovuto a un saldo naturale sempre più negativo (prossimo alle 200 mila unità negli ultimi anni), per effetto della continua diminuzione delle nascite e dell’aumento tendenziale dei decessi: secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439 mila bambini, quasi 140 mila in meno rispetto al 2008, mentre i cancellati per decesso sono circa 633 mila, quasi 50 mila in più. È bene non dimenticare che siamo di fronte a dinamiche che, quand’anche condivise con altri partner europei, da noi sono generalmente più veloci e più accentuate che altrove.
Nel 2018 prosegue l’evoluzione favorevole della sopravvivenza: si valuta che gli uomini possano contare alla nascita su una vita media di 80,8 anni e le donne di 85,2. Nel tempo, il divario di sopravvivenza delle donne rispetto agli uomini si è ridotto: il differenziale osservato ha raggiunto 4,4 anni, quasi uno in meno rispetto a dieci anni fa. Questo ha peraltro portato le donne in età anziana a convivere più a lungo con il coniuge rispetto al passato, quando le vedove ultra65enni erano più numerose delle corrispondenti coniugate.
Se fino al secolo scorso la componente demografica ha mostrato segnali di vitalità e ha spesso fornito un impulso alla crescita del Paese anche sul piano economico, oggi potrebbe svolgere, al contrario, un effetto frenante.
Ricordiamo in proposito che negli anni ’50, quando si costruiva il “miracolo economico”, gli italiani di allora avevano vissuto in media 32 anni e ne avevano ancora davanti a loro (mediamente) più di 42. Oggi l’ordinamento tra i due numeri si è invertito: l’età media (ossia la strada già percorsa) è salita a 45 anni, laddove la frazione residua si è ridotta – nonostante i guadagni di sopravvivenza – mediamente a 40.
Con queste premesse, viene da chiedersi se siamo (e saremo ancora) un popolo che guarda avanti e investe sul suo futuro o se invece dobbiamo perlopiù sentirci destinati a gestire e a manutenere il presente. L’orientamento verso l’una o l’altra risposta dipenderà solo dalla nostra capacità di saper costruire sviluppo, convertendo in fattore “produttivo” la crescente “esperienza” che avremo sempre più acquisito con il lungo “mestiere del vivere”.
In proposito, è interessante osservare che nella nuova classificazione delle stagioni della vita, recentemente elaborata nell’ambito della comunità dei geriatri, il popolo dei 65-74enni ha perso la connotazione di “anziani” per assumere l’etichetta di “tardo-adulti”. L’auspicio (nell’interesse collettivo) è che ciò che oggi può sembrare solo un riconoscimento formale meramente accademico possa invece sempre più trasformarsi nell’attribuzione di un vero e proprio ruolo attivo nella nostra società di oggi e di domani.
Non dimentichiamo poi che oltre all’aumentato squilibrio nella struttura per età della popolazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni, più recentemente si è manifestata (come si è detto a partire dal 2015) una significativa recessione demografica: un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di “spagnola”.
D’altra parte non va ignorato che la crescita della popolazione italiana degli ultimi vent’anni è avvenuta unicamente grazie all’aumento della componente di origine straniera. Una componente che al 1° gennaio 2019 conta 5 milioni e 234 mila residenti, pari all’8,7 per cento della popolazione, una numerosità di tutto rilievo e superiore al numero degli abitanti di nove dei ventisette paesi dell’Ue. Va inoltre considerato che, con l’ingresso del nostro Paese in una fase matura del processo d’integrazione dei cittadini stranieri, negli ultimi dieci anni una quota crescente di questi ultimi ha alimentato il flusso dei nuovi italiani, divenuti tali per acquisizione della cittadinanza o per trasmissione dai genitori (ex art. 14 legge 91/1992); contemporaneamente è aumentato il peso relativo delle così dette “seconde generazioni”, molte delle quali formate da ragazzi nati sul territorio italiano.
Ricordiamo che al 1° gennaio 2018 gli italiani per acquisizione di cittadinanza sono oltre un milione e 340 mila nella popolazione residente; nel 56,3 per cento dei casi si tratta di donne, mentre i minori di seconda generazione sono 1 milione e 316 mila, pari al 13 per cento dei loro coetanei, e di essi il 75 per cento è nato in Italia (991 mila).
Va comunque preso atto che il contributo dell’immigrazione alla crescita e alla vitalità demografica del nostro Paese è andato via via ridimensionandosi sia per effetto della contrazione dei flussi e della trasformazione dei motivi di ingresso sia a seguito di comportamenti riproduttivi sempre meno dinamici.
Diminuiscono infatti gli stranieri che scelgono l’Italia per realizzare un progetto migratorio di permanenza stabile, mentre aumentano i flussi di ingresso per motivi dettati dall’emergenza, come nel caso dei richiedenti asilo e protezione umanitaria: i permessi rilasciati per questi motivi nel 2017 hanno infatti raggiunto il 38,5 per cento.
Riguardo al fenomeno delle migrazioni interne, si osserva un sistematico deflusso di giovani italiani dai 20 ai 34 anni con livello di istruzione medio-alto dalle regioni del Mezzogiorno verso il Centro-nord (circa 250 mila durante il decennio). Il saldo migratorio con l’estero degli italiani mostra contestualmente valori negativi, con una perdita netta nell’ordine di 420 mila residenti nello stesso arco temporale. Circa la metà di questa perdita è costituita da giovani dai 20 ai 34 anni e, tra essi, due su tre sono in possesso di un livello di istruzione medio-alto. I principali paesi di destinazione di questo brain drain sono il Regno Unito e la Germania.
Dalle analisi proposte emerge la necessità di individuare per ciascuno dei nodi critici di oggi (denatalità, invecchiamento e migrazioni) le leve su cui agire per creare nuove opportunità per il futuro. In particolare, il contrasto del declino demografico passa per la rimozione degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti di vita dei giovani. Uscendo dalla famiglia di origine sempre più tardi, i giovani di oggi sperimentano percorsi esistenziali più frammentati rispetto alle precedenti generazioni, nei quali le tappe della transizione alla fase adulta della vita, a cominciare dal raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza economica, si spostano in avanti.
L’analisi congiunta dei tempi e delle motivazioni di uscita dalla famiglia di origine suggerisce come la posticipazione della transizione allo stato adulto stia assumendo sempre più un carattere strutturale. Il prolungamento dei percorsi di istruzione e formazione, le difficoltà nell’inserimento e nella permanenza nel mercato del lavoro hanno determinato il cronicizzarsi di questo fenomeno. Le differenze generazionali mostrano un incremento dell’età mediana all’uscita: da circa 25 anni per i nati nel Secondo dopoguerra a circa 28 anni per la generazione degli anni Settanta.
Al 1° gennaio 2018, i giovani dai 20 ai 34 anni sono 9 milioni e 630 mila, il 16 per cento del totale della popolazione residente; rispetto a 10 anni prima sono diminuiti di circa 1 milione 230 mila unità (erano il 19 per cento della popolazione al 1° gennaio 2008). Più della metà dei 20-34enni (5,5 milioni) è tuttora celibe o nubile e vive con almeno un genitore.
La fecondità bassa e tardiva è un altro fenomeno particolarmente rappresentativo del malessere demografico del Paese. La diminuzione della popolazione femminile tra 15 e 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017 – circa 900 mila donne in meno – spiega quasi i tre quarti della differenza di nascite che si è verificata tra il 2008 e il 2017, mentre la restante quota dipende dalla diminuzione dell’intensità del modello riproduttivo (da 1,45 figli per donna nel 2008 a 1,32 nel 2017). D’altro canto, l’età media al parto è sempre più posticipata e sfiora i 32 anni nel 2018 dai 31 del 2008. La diminuzione delle nascite è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359 mila nel 2017.
Si accentua ulteriormente la posticipazione delle prime nozze e della nascita dei figli verso età sempre più avanzate. Tra le donne senza figli (circa il 45 per cento di quelle tra 18 e 49 anni), meno del 5 per cento dichiara di non includere la genitorialità nel proprio progetto di vita. Per le donne e le coppie, la scelta consapevole di non avere figli è quindi poco frequente, mentre è in crescita la quota delle persone che sono costrette a rinviare e poi a rinunciare alla realizzazione dei progetti riproduttivi a causa delle difficoltà della propria condizione economica e sociale.
Anche a seguito della specificità dei processi di formazione e di sviluppo della vita in coppia è in atto da decenni un processo di semplificazione delle strutture familiari, che vede da un lato la crescita del numero di famiglie, dall’altro la contrazione del numero medio dei loro componenti. Nell’arco di vent’anni, le famiglie sono passate da 21 milioni (media 1996-1997) a 25 miIioni 500 mila (media 2016-2017) e il numero medio di componenti è sceso da 2,7 a 2,4.

Mercato del lavoro e capitale umano

A cinque anni dall’avvio della ripresa economica il mercato del lavoro italiano mostra, nonostante il recente rallentamento ciclico, un sostanziale miglioramento, superando i livelli occupazionali pre-crisi e riducendo progressivamente la forza lavoro non utilizzata nel sistema produttivo, che permane tuttavia ancora su livelli elevati. La ripresa dell’occupazione è riuscita però solo parzialmente a ridurre vulnerabilità e divari che si erano acuiti durante la fase recessiva; anche l’input di lavoro complessivo, misurato dal totale delle ore lavorate, resta tuttora ampiamente al di sotto del livello del 2008.
Nel 2018 il numero degli occupati ha raggiunto il valore più alto nel corso dell’ultimo decennio, superando di 125 mila unità il dato del 2008, pur in presenza del rallentamento del ritmo di crescita (+0,8 per cento nel 2018 a fronte di +1,2 e +1,3, rispettivamente, nel 2017 e 2016).
I divari territoriali si sono però ampliati ulteriormente. Il Centro-nord, con 384 mila occupati in più rispetto al 2008 (pari al +2,3 per cento) ha realizzato un pieno recupero, mentre nel Mezzogiorno il saldo è ancora ampiamente negativo (-260 mila; -4,0 per cento). Nel Centro-nord la ripresa è stata trainata, tra il 2013 e il 2018, dalle professioni qualificate, che hanno superato i livelli pre-crisi (+71 mila). Nel Mezzogiorno la pur positiva dinamica degli ultimi anni ha riguardato soprattutto le professioni non qualificate e quelle esecutive nel commercio e nei servizi, mentre resta negativa la dinamica di quelle qualificate.
Con riferimento al periodo 2008-2018, il deciso aumento dei lavoratori dipendenti e il calo di quelli indipendenti si sono accompagnati a una ricomposizione interna dei due aggregati, che ha comunque accresciuto il peso di componenti che presentano al loro interno segmenti relativamente più vulnerabili. Tra i dipendenti è infatti aumentata notevolmente l’incidenza dei lavori a termine, in particolare di quelli di durata inferiore ai sei mesi, e tra gli indipendenti si è accresciuta quella, già cospicua, degli autonomi senza dipendenti: un segmento particolarmente eterogeneo e con importanti tratti di vulnerabilità.
Contestualmente, si sono ridotte le forme di lavoro permanente a tempo pieno, mentre è fortemente aumentato il part-time involontario, soprattutto per la componente femminile. La dinamica positiva dell’occupazione per le donne, la cui partecipazione al mercato del lavoro è aumentata nel decennio, si è accompagnata a una riduzione della stabilità e delle ore lavorate.
Anche nella fase di ripresa, il part-time involontario rappresenta una caratteristica rilevante delle dinamiche occupazionali, riguardando, tra il 2013 e il 2018, il 40 per cento dei nuovi posti di lavoro. Benché il tasso di occupazione femminile sia cresciuto di tre punti percentuali nel complesso, tale aumento è stato di gran lunga più contenuto per le donne tra 25 e 49 anni (+1,5 punti). In questa fascia di età, il tasso si è persino ridotto in corrispondenza di quante hanno figli tra 0 e 2 anni (-1,5 punti), prova di una partecipazione delle donne al mercato del lavoro fortemente condizionata dal ruolo svolto in famiglia.
Questa trasformazione dell’occupazione è anche il riflesso della ricomposizione avvenuta nei settori e nelle professioni, che vede ridursi il peso dei comparti a maggiore intensità di lavoro a tempo pieno, e aumentare quello dei settori e delle professioni a più alta concentrazione di lavoro a orario ridotto.
L’espansione dell’occupazione meno qualificata ha inoltre accentuato la segmentazione del mercato del lavoro, con la concentrazione dei lavoratori stranieri in occupazioni caratterizzate da bassi skill, minori tutele e retribuzioni inferiori. Allo stesso tempo, i dati sulle piccole e medie imprese attive in Italia indicano che nel 2016 (ultimo dato disponibile) quelle guidate da imprenditori nati all’estero ammontano al 7,1 per cento: si tratta di quasi 320 mila aziende, che impiegano oltre 700 mila addetti.
Fra il 2008 e il 2018 è aumentata la distanza fra giovani e adulti in termini di stabilità del lavoro: la quota di dipendenti a tempo indeterminato tra i primi è scesa dal 61,4 per cento al 52,7, mentre quella degli over 35 è aumentata di 1,1 punti, attestandosi al 67,1 per cento. In parallelo va dato atto che l’innalzamento del livello medio di istruzione della popolazione si è tradotto in un ricambio generazionale degli occupati a favore di coorti sempre più istruite: tra il 2008 e il 2018 i laureati occupati aumentano di 1 milione 431 mila unità e il loro peso relativo (tra gli occupati) passa dal 17,1 al 23,1 per cento.
L’innalzamento del livello di istruzione della popolazione fa sì che tutti i gruppi professionali possano oggi contare su livelli medi di conoscenze superiori rispetto al passato. La ricomposizione occupazionale a favore di professioni meno qualificate acuisce il problema del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e, in questo contesto, la presenza di sovraistruzione – ovvero di occupati con un titolo di studio più elevato rispetto a quello richiesto per la mansione svolta – rappresenta un ostacolo alla piena valorizzazione del capitale umano, ed è anche uno dei grandi problemi sotto il profilo del benessere individuale e sociale. Il mismatch interessa infatti più del 42 per cento dei laureati 20-34enni.
Nel complesso, una maggiore dotazione di capitale umano si conferma comunque un fattore determinante per la performance individuale sul mercato del lavoro: chi ha conseguito la laurea o un titolo superiore presenta un tasso di occupazione pari al 78,7 per cento, valore maggiore di oltre venti punti percentuali rispetto al tasso di occupazione totale (58,5 per cento) e di quasi 35 punti percentuali rispetto a chi ha al massimo la licenza media.
Un segnale positivo emerge per le professioni più qualificate che, dopo aver subito una forte contrazione durante la crisi, sono tornate gradualmente a crescere a partire dal 2014. Tale progressiva ripresa può essere letta anche alla luce dei processi di ristrutturazione adottati negli ultimi anni dalle imprese che hanno investito in capitale umano e fisico, e in particolare da quelle impegnate nella transizione digitale e nell’introduzione di innovazioni: per queste si registra, per l’appunto, un aumento dell’occupazione qualificata, che appare peraltro anche premiata da retribuzioni più alte. Importanti segnali di cambiamento nell’assorbimento di professioni qualificate sono testimoniati anche dal fatto che, nel 2018, la crescita dell’occupazione rispetto all’anno precedente è dovuta, in otto casi su dieci, a professioni qualificate, soprattutto nei settori di informazione e comunicazione, servizi alle imprese e industria.

Benessere, competitività e crescita economica: verso una lettura integrata

L’importanza di tutti gli attori economici, non solo per la crescita, ma anche per il benessere della società, è un tema chiave del dibattito pubblico a livello internazionale. Da qui, la necessità di costruire quadri concettuali che possano allargare la prospettiva ai diversi livelli di analisi (micro, meso, macro) e consentire l’individuazione dei fattori e delle sinergie in grado di determinare risultati positivi in termini sia di progresso sociale sia di sviluppo economico.
Già a partire dal 2010 l’Istat, in collaborazione con il Cnel, ha avviato il progetto Bes (Benessere equo e sostenibile), con l’obiettivo di proporre un sistema di indicatori in grado di misurare l’evoluzione del benessere nelle sue diverse dimensioni, ricondotte a dodici ambiti, con una particolare attenzione alle differenze territoriali, per genere e generazione. Alcune delle misure del Bes sono di recente entrate anche nel processo di definizione e di valutazione delle politiche economiche del Governo. L’Italia è il primo Paese che, collegando direttamente gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuisce loro un ruolo di grande rilievo nell’attuazione, nel monitoraggio e nella valutazione di impatto delle politiche pubbliche.
L’insieme di indicatori del Bes è particolarmente utile per tracciare un quadro articolato dei cambiamenti della nostra società. L’evoluzione di fondo degli ultimi dieci anni mostra molti segnali positivi, specialmente in sei ambiti: Salute, Benessere soggettivo, Politica e istituzioni, Sicurezza, Ambiente, Innovazione, ricerca e creatività. Più di recente, si osserva una ripresa anche per gli ambiti che riguardano Lavoro e conciliazione dei tempi di vita e Benessere economico, anche se per quest’ultimo pesa negativamente l’incidenza della povertà assoluta. Tale indicatore, che misura la quota di popolazione che non riesce a sostenere la spesa per i beni e servizi considerati essenziali e può quindi subire gravi forme di esclusione sociale, negli ultimi 10 anni è più che raddoppiato, passando dal 3,6 all’8,4 per cento, anche se i nuovi dati per l’anno 2018 segnalano un’interruzione della tendenza alla crescita.
Nell’arco temporale già delineato si osservano comportamenti e stili di vita più salutari: calano la quota di fumatori, i comportamenti a rischio nel consumo di alcol e la sedentarietà. Nel 2018 risale la quota di persone molto soddisfatte per la propria vita, quand’anche tuttora inferiore ai livelli del 2010, e aumenta sensibilmente la presenza delle donne nei luoghi decisionali e politici, pur rimanendo ancora minoritaria. Per quanto riguarda la Sicurezza, si osserva una diminuzione dei reati predatori, in particolare rapine e furti in abitazione che avevano registrato il picco negli anni 2013-2014, e calano altresì gli omicidi volontari.
Persistono forti disuguaglianze nelle condizioni di benessere, legate, oltre che al territorio, al livello di istruzione, al genere e alle generazioni. In particolare, i giovani appaiono fortemente penalizzati sul mercato del lavoro e più esposti alla povertà. L’incidenza di povertà assoluta è infatti particolarmente alta e ha registrato il maggiore incremento degli ultimi dieci anni per le persone fino a 17 anni e tra 18 e 34 anni (rispettivamente 8,9 e 6,4 punti percentuali in più del 2008). Infine, la tendenza a una minore partecipazione civica è più accentuata fra le giovani generazioni, sia guardando l’ultimo anno disponibile sia nell’orizzonte decennale.
Il Rapporto propone anche alcune evidenze sulle relazioni tra competitività, crescita, benessere e sostenibilità.
Gli aspetti soggettivi rappresentano una dimensione rilevante del benessere, ma emerge anche una notevole eterogeneità territoriale nel mix di fattori che influenza la soddisfazione personale. Tra quelli comuni emergono le condizioni di salute, la situazione occupazionale, la fiducia nei confronti degli altri e la tipologia familiare. D’altra parte, il confronto tra i livelli di benessere e le condizioni del sistema produttivo a livello territoriale consente di tracciare una geografia che si distanzia da quella amministrativa, evidenziando modelli locali originali e la possibilità di livelli di benessere simili anche in presenza di contesti economici e produttivi sostanzialmente differenti.
Un aspetto sul quale il Rapporto produce ampia evidenza è l’associazione fra percezioni positive dei lavoratori sulla qualità del proprio lavoro, migliori condizioni materiali e profili d’impresa maggiormente dinamici. Questa relazione compare in diversi approfondimenti e sembra rappresentare un aspetto strutturale da considerare adeguatamente, anche per le conseguenze che genera nell’analisi delle disuguaglianze retributive. Tale analisi fa emergere infatti due contesti di impresa, per molti versi opposti, ma accomunati da un elevato livello di dispersione salariale. Il primo è osservabile nei segmenti più fragili del sistema produttivo, che fondano la loro competitività sulla compressione del costo del lavoro e su strategie difensive e poco innovative; il secondo è invece presente nelle realtà imprenditoriali maggiormente competitive, che sono in grado di associare a un’elevata dispersione delle retribuzioni anche livelli salariali medi più elevati e migliori condizioni lavorative.
Infine, nel sistema produttivo emergono nitidamente comportamenti aziendali orientati a una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Secondo prime analisi condotte sulle imprese, tali comportamenti sono diffusi nel sistema produttivo italiano e sembrano coerenti con il raggiungimento di migliori risultati economici, seppure – e questo rappresenta un elemento di riflessione – solo a partire da precondizioni di adeguatezza in termini di capitale fisico e umano.

Conclusioni

Come ogni anno, il Rapporto dell’Istat propone una fotografia della realtà del Paese attraverso gli strumenti della Statistica ufficiale.
In questa edizione abbiamo cercato di raccontare ciò che è accaduto in Italia, con uno sguardo rivolto agli ultimi dodici mesi e sullo sfondo del passato decennio, ma abbiamo anche allargato l’orizzonte al futuro, per proporre, pur con le necessarie avvertenze sul piano dell’affidabilità e dell’interpretazione dei dati, una visione “anticipata” degli scenari e delle sfide che ci attendono.
Si è parlato di aspetti economici, socio-demografici e territoriali. Si è dato conto di nuovi stili di vita e di cambiamenti strutturali, organizzativi, tecnologici.
Si sono documentate e analizzate le molteplici trasformazioni, piccole e grandi, avviate e già concluse, assodate e previste che chiamano in causa – da attori o da spettatori – le persone, le famiglie, le imprese e le Istituzioni che, a tutti i livelli e con le più svariate finalità, operano nel nostro Paese.
Tutto ciò si è reso possibile grazie all’impiego di strumenti e metodologie largamente consolidati, adeguatamente associati alla valorizzazione del ricco materiale statistico che ci deriva dall’integrazione delle fonti amministrative con i risultati della tradizionale e capillare attività di indagine.
Per stare al passo con i cambiamenti e con l’obiettivo di fornire una conoscenza che possa aiutare ad accrescere la consapevolezza e a guidare verso scelte orientate al bene comune, l’Istat sperimenta continuamente nuove fonti e metodi innovativi sia nella raccolta di dati, sia tramite lo sviluppo di nuove analisi e la costruzione di nuovi indicatori.
Una delle innovazioni più rilevanti – nelle metodologie, nelle fonti e nel potenziale informativo messo a disposizione della collettività – riguarda la costruzione del Sistema dei Registri statistici. Si tratta di una infrastruttura informativa – integrata su individui, famiglie, unità economiche e istituzioni – che è stata realizzata utilizzando informazioni già in possesso della Pubblica amministrazione, in combinazione con le tradizionali indagini statistiche. In questo modo ci si è messi in grado, non solo di misurare esaustivamente dimensioni, struttura e caratteristiche delle diverse popolazioni oggetto di interesse (individui, imprese, istituzioni, ecc.), ma anche di considerare congiuntamente gran parte dei fenomeni rilevanti che le riguardano.
Un elemento costitutivo di questo nuovo approccio è rappresentato dalla strategia dei “Censimenti permanenti”, a partire da quello della popolazione che, abbandonata la tradizionale cadenza decennale (in uso dal lontano 1861), è passato dal 2018 a una periodicità annua. Ciò consentirà di offrire risposte aggiornate e puntuali a una società che proprio nella velocità del cambiamento vede sempre più la fonte sia di nuove opportunità sia di nuove sfide da affrontare.
L’Italia è – come ben sappiamo – una realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. È una terra ricca di tesori di arte e di bellezza, che Sintesi 19 ospita un popolo cui sono universalmente riconosciuti – e ben testimoniati dalla Storia – ingegno e creatività. Ma è altresì una nazione ricca di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità – una per tutti quella del tema ricorrente circa il “debito pubblico” – che certo avremmo preferito acquisire con “beneficio di inventario”.
Ma l’Italia è anche – e prima di tutto – milioni di persone che quotidianamente si adoperano con coscienza, con impegno e con capacità per portare avanti un loro progetto di vita. Un “mattoncino” che confluisce nell’edificazione del Sistema Paese e che contribuisce a creare benessere per l’intera comunità.
Perché dunque l’Italia possa valorizzare le sue indiscusse risorse e le sue energie, riesca a rispondere ai bisogni più profondi delle persone che la abitano, a colmare i vuoti e a recuperare i ritardi; perché si faccia in modo di non lasciare indietro nessuno, occorre che vi sia un grande lavoro da parte di tutti: dei cittadini, delle istituzioni, della stessa comunità scientifica di cui l’Istat è un membro attivo e riconosciuto.
Da parte nostra c’è piena consapevolezza dell’importanza del lavoro che ci spetta. Sappiamo di dover continuare a fornire informazioni statistiche indipendenti, rilevanti, tempestive e accurate, assicurando una conoscenza approfondita del Paese e delle sue trasformazioni. L’Istituto e tutti coloro che, secondo le proprie mansioni e competenze, vi operano con grande impegno e professionalità fanno già questo ogni giorno; e ogni giorno si propongono e si attivano per farlo sempre meglio.
Ci piace ricordare che le indagini statistiche curate direttamente dall’Istat sono più di 400 e gli archivi amministrativi utilizzati circa 200, con flussi crescenti di acquisizione e elaborazione che interessano anche i così detti “Big data”; ciò avviene attraverso sistemi di raccolta e primo trattamento dei dati di elevato profilo qualitativo in termini organizzativi, tecnologici e di sicurezza.
Le informazioni che raccogliamo e analizziamo riguardano universi di fenomeni le cui dimensioni vanno da poche migliaia di unità a centinaia di milioni e ci portano, ogni anno, a contatto diretto con svariati milioni di cittadini.
I cittadini sono, per l’appunto, una delle nostre fonti più preziose; sono la base che fornisce la “materia prima” da trattare, ma sono anche i destinatari del nostro “prodotto finale”: l’informazione statistica.
Nel 2018 il sito istituzionale è stato visitato da 3,7 milioni di utenti, con un aumento del 16 per cento rispetto all’anno precedente. Il datawarehouse I.stat ha registrato più di 813 mila visitatori (erano 707 mila nel 2017), per un totale di 7 milioni e mezzo di visite. L’account [email protected]_it in lingua italiana continua a registrare una crescita di follower, che sono arrivati a quasi 68 mila. La domanda e le collaborazioni in partnership sono numerose e in continuo aumento. Non ci mancano dunque stimoli e gratificazioni nel mettere tutto il nostro impegno al fine di offrire a tutti adeguate risposte.
Il fatto che la statistica – quella ufficiale in primo luogo – abbia il compito di trasformare il “dato” in “informazione” era il pensiero ricorrente di un collega e amico, Marco Martini, prematuramente mancato. È un pensiero che da tempo ho fatto mio, e che ho sempre tenuto vivo durante l’attività accademica.
È un pensiero che mi piace ribadire anche in questa occasione e che vorrei potesse diventare il principio-obiettivo con il quale caratterizzare il mio lavoro nei quattro anni di questa straordinaria esperienza, da poco avviata ma abbracciata con entusiasmo, presso l’Istituto nazionale di statistica.

* Sintesi presentata giovedì 20 giugno 2019 a Roma, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio