Come degli sherpa: che cosa significa accompagnare

Raffaele Mantegazza

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Dante, Commedia, Inferno, XXIII, 1-3

Che cosa significa accompagnare spiritualmente ed educativamente un ragazzo o un adolescente? Si sa che la parola “accompagnare” deriva dal latino “cum+panis”: compagno è colui che mangia il pane insieme a me, che mangia il mio pane o che condivide il suo fino a che le parole “mio” e “suo” perdono di senso; e non può non venire in mente la narrazione dei discepoli di Emmaus nella quale proprio il pane spezzato trasforma lo sconosciuto pellegrino da casuale percorritore della stessa strada a vero accompagnatore spirituale, al quale i discepoli (che adesso si sanno tali) hanno appena chiesto di prolungare il piacere della sua compagnia: “quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero” (Lc 24, 30.31). “Accompagnare” significa diventare compagni e spezzare il pane insieme, ri-conoscersi, dunque, conoscersi di nuovo sulla strada che si sceglie di percorrere insieme.
Condividere il pane ricorda anche il gusto del fermarsi a fare merenda al sacco in certe gite, quando si è stanchi e ognuno mette a disposizione del gruppo quello che ha: “c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?” (Gv 6,9) Accompagnare significa condividere, e fare comunità, realizzare insieme un nuovo modo di vivere: “tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (At 2, 44-45).
La relazione educativa è sempre un faccia-a-faccia, un rapporto tra un “io” e un “tu”, ma è anche sempre questione comunitaria. Accompagnando un allievo si accompagna un mondo e si accompagna se stessi dentro il mondo. Non esiste relazione educativa che possa pensarsi sull’isola di Robinson, perché anche Robinson non era solo, aveva rapporti di memoria, ricordo, attesa che lo riguardavano anche da lontano. Questo è il mistero dell’accompagnamento educativo: porto te, proprio te, in mezzo al mondo, al “tuo” mondo che però cessa subito di essere solo “tuo” per diventare “nostro”, “di altri”, “di tutti”.
Una prima osservazione dunque è che per accompagnare i ragazzi occorrono gesti fisici di riconoscimento; e in quest’epoca nella quale la gestualità corporea e fisica è sostituita dai simboli virtuali è difficile trovare riti e gesti che ci aiutino a riconoscere i nostri compagni di strada; spezzare il pane è diventato difficile anche perché al supermercato lo vendono già affettato, nel tentativo di alleviare ogni sforzo, ogni fatica, ogni atto corporeo. Anche la fatica di alzare un pollice per dire “sono d’accordo” (un significato socialmente determinato e non universale) è sostituita da un click su un social. Chissà se coloro che usano mille volte al giorno questo “like” sanno che, dagli ultimi studi, pare che il pollice rivolto verso l’alto indicasse, negli agoni romani, non la salvezza del gladiatore sconfitto ma la sua morte. Amara ironia per il mondo destoricizzato e banalizzante dei social!
L’accompagnamento è sempre fisico, non è mai virtuale. Non si accompagna l’anima se al contempo non si accompagna anche il corpo. Non ci dispiace nemmeno troppo sottrarci dall’allucinata enfasi che da ogni dove si pone sulle cosiddette “nuove tecnologie” e soprattutto sull’ossimoro “insegnamento a distanza” (che potrebbe essere simile a “cielo liquido” se quest’ultima espressione non fosse infinitamente più poetica). Certo accompagnare significa giocare con le distanze: lasciar andare, contemplare da lontano, eclissarsi, ma il tutto in una prossimità che è fisica anche quando il corpo sceglie di stare un po’ in disparte, come Virgilio quando Dante parla con i suicidi. Accompagnare significa prendere in carico il corpo del ragazzo o della ragazza, con la sua fatica, con il suo piacere e anche con il suo dolore. Un dolore che rimane privato, intimo, anche indicibile a volte, ma che nel momento in cui viene accolto viene anche accompagnato a una possibile soluzione. Dante e Virgilio faticano per le erte vie dell’Inferno e a tratti il lettore si dimentica che uno solo dei due è portatore di un corpo. Stare fisicamente di fianco ai ragazzi, saperli abbracciare senza essere invasivi, sapere quando compiere un gesto e quando astenersene, saper leggere i messaggi del corpo senza trasformarsi in psicoanalisti improvvisati: tutto questo rientra nel bagaglio dell’accompagnatore educativo, tutto questo si può e si deve imparare se si vuole stare realmente a fianco dei ragazzi. Accompagnare è un’arte, ma anche le arti si imparano. Lasciare tutto a un indefinito “talento” educativo significa non considerare gli educatori come dei professionisti.
L’accompagnamento educativo non è uno strumento retorico: non annulla le differenze, non è un pacchetto turistico che vende lo stesso itinerario ad anonimi clienti. Anzitutto ogni ragazzo ha un suo modo di essere accompagnato, e questo pone all’educatore una grande sfida. “Trattare tutti allo stesso modo” è una ovvietà se parliamo di diritti, è falso se ci riferiamo alla relazione educativa, che semmai fornisce a tutti le stesse opportunità ma proprio attraverso relazioni che non sono mai le stesse perché declinate a partire dal singolo. La strada può essere la stessa per tutti, e a volte deve esserlo, ma non è mai lo stesso il passo che si utilizza per percorrerla. L’educatore sa stare al passo di ogni ragazzo, ma soprattutto sa sintonizzarsi sul ritmo degli ultimi: “il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir” (Gen 33,14). Abituati alla retorica dei capi che guidano le masse ponendosi davanti a loro (e magari non accorgendosi che ormai nessuno li segue) abbiamo scordato che la vera guida è quella che prende in braccio un bambino che fatica o un agnellino azzoppato. Accompagnare significa certo stimolare il passo, motivare al cammino, ma non deve trasformarsi in una sfrenata corsa nel quale chi resta indietro è una “perdita collaterale”. Le parole “educazione” e “competizione” non possono vivere insieme, si respingono, si escludono a vicenda. Uno dei tratti più angoscianti della scuola oggi è proprio questo importare al proprio interno categorie competitive che sono deleterie già nell’ambito del mercato e dell’azienda, figurarsi in campo educativo. Ancora una volta la pedagogia ha aperto le porte al cavallo di Troia, e sono sempre meno numerose le Cassandre che cercano di evitare il peggio.
Ma la principale retorica che l’accompagnamento educativo sgretola è quella della presunta uguaglianza di educatore ed educando; non nel senso dei diritti, ovviamente, ma in quello delle responsabilità. Essi non viaggiano paralleli, ma “l’un dinanzi e l’altro dietro”, perché uno conosce la strada e ha la responsabilità di guidare, l’altro deve scoprirla. Spesso sentiamo educatori dire “io non so quale sia la strada da proporre ai ragazzi”, oppure insegnanti affermare “io non ho niente da insegnare”. Aspettiamo che qualche medico dica che non ha nessuna terapia da prescrivere così il cerchio della banale retorica sarà chiuso. Quando un ragazzo si affida a un educatore, chiede che gli si mostri una strada; da percorrere, da abbandonare, sulla quale sdraiarsi, ma comunque una via. E’ sano che l’educatore nutra continuamente dubbi sul senso e sulla direzione del suo lavoro; è un antidoto alla presunzione, all’arroganza o all’abitudine. Ma i dubbi si pongono e si risolvono in equipe, non tra i ragazzi.
Questo significa che la relazione educativa non è democratica? E’ proprio questo il paradosso: educare alla democrazia è possibile anche (non solo: pensiamo alle pratiche di peer education) attraverso una relazione che formalmente non è democratica, perché c’è chi decide e chi no. E anche quando è l’educando a decidere, è l’educatore che “decide chi decide”. Indicare una strada significa assumersi una responsabilità, cosa che chi traveste la relazione educativa in relazione tra pari si guarda bene dal fare. Ovviamente un educatore deve imparare dai propri ragazzi, anzi questa è una delle sue principali qualità professionali. Ma la differenza consiste nel fatto che l’educatore ha tutto il carico delle relazione educativa, e quando impara dai suoi allievi in realtà sta insegnando qualcosa a se stesso. La nostra è un’idea molto forte di educatore, visto che i pensieri deboli hanno portato alla dissoluzione del pensiero, e con esso della pedagogia e dell’educazione.
Nessuna meta è mai certa in un mondo di cambiamenti repentini, nessun cammino è mai tracciato per sempre e definitivamente; ma come educatori non possiamo far naufragare i nostri ragazzi nella retorica per cui la strada si traccia solo percorrendola. “Caminante no hay camino” è uno splendido verso del grandissimo Antonio Machado, ma se lo vogliamo leggere in chiave educativa (come abbiamo sentito fare più volte e spesso senza nemmeno conoscere l’autore della poesia e la sua conclusione) allora occorre chiedersi se sia etico esporre i ragazzi all’”alto mar aperto” dell’assoluta incertezza che confina spesso con il più ancora assoluto relativismo (che è molto meno relativista di quanto sembri, facendo della relatività dei punti di vista il vero assoluto). I due poli opposti dell’arroganza del capo e della disperazione del naufrago non hanno cittadinanza nella relazione educativa. L’educatore è sfuggito al naufragio, è “fuor del pelago”, conosce l’Inferno e cerca di guidare il ragazzo a una qualche strada di salvezza; può darsi che non conosca del tutto la strada, che abbia paura delle sue buche e delle curve cieche, ma sa che una strada esiste.
In questo senso è possibile iniziare il cammino, in questo senso l’accompagnatore è qualcosa di diverso da un dittatore, da un amico, da un’anima sperduta. Occorre saper accendere di speranza e di fiducia l’anima di un ragazzo perché questi possa davvero iniziare il cammino insieme a noi e possa poi raccontare l’inizio dell’avventura educativa: “allor si mosse, e io li tenni dietro” (Inferno, 1, 136)