Come parlare di «vita consacrata» ai giovani di oggi?


Rino Cozza

Le vocazioni, oggi, oltre che per iniziativa di Dio, sorgeranno come conseguenza di una mediazione culturale profondamente nuova che lasci intravvedere meglio quello che, in forza del battesimo, è di tutti i cristiani. Un ruolo importante giocano i nuovi mezzi di comunicazione.
In questo nostro tempo la conoscenza della realtà passa ormai quasi esclusivamente per la mediazione dei mezzi di comunicazione sociale, per una sorta di delega indiscussa. Dicendo mezzi di comunicazione sociale intendiamo non tanto gli strumenti quanto i linguaggi e le forme espressive, anzi, la stessa formazione e configurazione del pensiero, della mentalità e quindi dei comportamenti.
Dal Vaticano II in poi è andata gradualmente imponendosi l’idea che non si debba vivere la novità del territorio mediatico stando solo in difesa, assumendo un atteggiamento di semplice riserva critica, essendo questo, a detta della Redemptoris missio (n.37) il singolare “aeropago dei tempi moderni”. Dunque il territorio dei media ci appartiene, se non altro perché è l’ambiente che respiriamo e che continuamente ci plasma. Come starci: da spettatori o da attori?
In questo crocevia di cambiamento la Chiesa si trova in difficoltà sia per una visione del mondo compiuta in se stessa, sia perché privilegia strumenti pastorali e un’azione sociale e religiosa che tende a perpetuare l’orientamento di maggioranza.
In particolare che cosa rende difficile la comunicazione con i giovani? Si sono arrestate le comunicazioni intergenerazionali perché i mondi dei giovani, degli adulti e degli anziani sono diventati satelliti incomunicabili. Le agenzie che tradizionalmente influenzavano la socializzazione dei giovani (la famiglia, la scuola o la Chiesa) non sono più punti forti di riferimento. La cultura giovanile si è resa autonoma. Riferimento è diventato il gruppo dei “pari”, per cui i valori, le scelte, i criteri di decisione, si formano molto di più “all’interno” dei gruppi che non in rapporto alla cultura adulta ed “esterna”. Ne consegue che i tempi e i luoghi della vita del giovane, della costruzione della sua identità sono molto diversi da quelli di un tempo. Una delle differenziazioni dal passato è il modo stesso di concepire la giovinezza: non più un momento di passaggio verso l’età matura ma una situazione ideale caratterizzata da propri valori, scelte, modi di vita, simboli su cui investire e “stare” quanto più possibile. Si potrebbe quasi dire che si è sempre più giovani “per scelta” anziché per dato biologico. Il loro stesso modo di comunicare è diverso per il fatto che, pur se meno formati, sono enormemente informati captando informazioni varie da emittenti diverse, sedimentandole senza organizzarle, abituati allo zapping che viviseziona la realtà in impressioni fugaci. Nel loro modo di comunicare non vi è una strutturazione della trasmissione nel senso logico in cui la intendono gli adulti. Sembra assistere a uno scambio tra due “banche dati”. Il dialogo avviene senza consequenzialità e successione logica: il primo giovane esprime una serie di considerazioni non necessariamente collegate tra loro; il secondo interviene recependo solo alcune delle considerazioni ascoltate ed emettendo a sua volta un altro numero ancora più elevato di considerazioni non necessariamente collegate e così via.
Ma come si pongono le nuove generazioni nei confronti della religione (fede), presupposto della vocazione? Nonostante il ritorno al religioso degli ultimi due decenni, il processo di secolarizzazione sembra irreversibile. Mentre prima la religione costituiva la principale risorsa simbolica per spiegare e legittimare l’esperienza, oggi il patrimonio di simboli e di proposte di cui è depositaria la religione si è indebolito nella sensibilità dei giovani anche per il fatto che le evidenze razionali le sentono sempre più distanti da alcune affermazioni della fede, per cui il credibile disponibile dell’intelligenza moderna si è evoluto rispetto a quello del passato. Le credenze religiose sono transitate dal ruolo di certezze al rango di opinioni e i suoi valori non rappresentano più una evidenza collettiva. Si osserva poi che nella modernità avanzata non mancano indizi di sacro, ma la loro presenza non è necessariamente congruente con la proposta cristiano-cattolica. C’è una religiosità soggettiva con scarse radici di interiorità, quasi il riflesso di una componente dell’identità sociale piuttosto che un effettivo orientamento esistenziale. C’è da distinguere in ogni caso tra religiosità e spiritualità: chi è attratto dalla dimensione religiosa spesso non lo è dalla dimensione spirituale. Inoltre è diffusa, specie tra i giovani, la percezione che vi siano molti percorsi di accesso alla verità religiosa in rapporto alle diverse culture di partenza, con la conseguenza di relativizzare la fede di appartenenza, sia rifiutando l’idea di vera religione, sia introducendo il dubbio che non esista una verità assoluta. Infine si va facendo strada il dubbio – nei giovani e adulti – che la religione non sia più in grado di presentarsi come il principio organizzatore della vita sociale e morale; e che il cristianesimo non riesca più ad essere il fattore che ispira e informa la storia.

I giovani e la vita consacrata

Ciò che rende critica la comunicazione con le nuove generazioni è che i religiosi stanno scomparendo dal loro orizzonte relazionale, non perché i giovani siano ostili, anzi nell’insieme traspare simpatia, ma perché distanti. C’è un dato: la navigazione su siti curati dagli istituti religiosi rappresenta solo il 6% del totale e pare che questi contatti siano prevalentemente di adulti (religiosi e laici). Anche il loro stesso operare non li incuriosisce pensando (il 21% degli intervistati) che nell’attività dei religiosi ci sia poco di specifico e peculiare, e per il 41% ciò che fanno potrebbe essere fatto dai laici.
Ma soprattutto, oggi i giovani divaricano dalla VR in due realtà; innanzitutto l’etica: come mettere d’accordo l’idea cristiana del peccato in quanto trasgressione con la mentalità dei giovani che vede nella trasgressione l’unico contenuto della libertà? Il secondo è il riferimento del pensiero: mentre la vita religiosa fa riferimento alla cultura storica, filosofica, umanistica, i giovani appartengono alla cultura tecnologica e «la tecnologia non è solo una delle possibili forme di produrre oggetti o di fare della ricerca scientifica: essa è molto di più. Infatti è una vera e propria logica, cioè una modalità di rappresentarsi il mondo e di costruire legami di significato fino a divenire una vera e propria visione della realtà e di una conseguente filosofia della vita»[1].
Se non ci sono canali comunicativi che mettano in relazione queste due realtà (giovani-religiosi), relativamente alle idealità esistenziali non c’è spazio per la vocazione religiosa e anche quando i media non veicolano immagini o concetti negativi, ugualmente i messaggi risultano inadeguati a suscitare il desiderio di un incontro, di un dialogo. Dunque contigui e distanti: ma a indurre estraneità è solo questione di inadeguatezza dei linguaggi e delle modalità di comunicazione tra le generazioni oppure sono le esigenze strutturali della vita religiosa distanti dalle sensibilità dei giovani d’oggi? Accenno soltanto ad alcune diversità.
La vita religiosa comporta la scelta univoca di un preciso impegno, mentre i giovani risultano sempre disponibili a passare dall’uno all’altro, con una mobilità sociale e ideale finora sconosciute. Dire questo è rivendicare il diritto alla reversibilità che postula la provvisorietà della scelta. Diversa poi è la concezione del tempo della vita. I religiosi provengono da una cultura per la quale la storia si presenta come un disegno avviato verso un fine e il presente ha solo il valore di un punto strumentale di passaggio. Nei giovani invece il presente assume paradossalmente un valore inestimabile. Poco importa che la storia, sia orientata ai fini ultimi; ciò che conta è l’oggi. La cultura giovanile richiama allora la società al valore del presente come unica misura del cambiamento, chiede che ciò che vale si affermi nel qui e ora in risposta ai bisogni e alle esigenze che l’individuo è in grado di sperimentare oggi, per cui l’impegno verso una scelta che dura una vita, rispetto a cui si costruiscono gradualmente i singoli passaggi, è un modello che esce dal loro orizzonte. Altra difficoltà è nei confronti dell’istituzione. La base per le aggregazioni diventa il piccolo gruppo di solidarietà diretta, in cui gli individui sperimentano in modo personale un impegno e una forma di comunicazione con gli altri: un impegno non centrato su di un obiettivo esterno, ma su di sé e sulla qualità della relazione.

Qualità del messaggio per poter “passare”

Evidentemente lo scopo di ogni messaggio è innanzitutto quello di farsi intendere. Vari anni fa in una intervista il card. Ratzinger disse: «E vero che il cristianesimo ha difficoltà a farsi capire nel mondo odierno, specialmente in quello occidentale (…); sul piano intellettuale, il sistema concettuale del cristianesimo appare molto lontano dal linguaggio e dal modo di vedere moderno»[2]. Dunque il problema è di comunicazione. I non credenti – osserva il monaco Enzo Bianchi – spesso non credono nel Dio narrato dagli uomini religiosi, ma hanno una passione per Dio che a volte i credenti non hanno. Allora la comunicazione religiosa deve imparare a cogliere i movimenti profondi che attraversano la società, per inserire in essi il proprio messaggio, capitalizzando e volgendo al bene le energie che da essi scaturiscono. Tutto ciò è cosa possibile se c’è un rapporto di simpatia con il destinatario cioè il mondo; senza simpatia non viene fuori la gioia dell’annuncio. Paolo VI disse: «Se anche il mondo non avesse simpatia verso noi cristiani e la Chiesa, noi siamo obbligati ad aver simpatia verso il mondo». Cosa non facile per quella vita religiosa che, nata dal monachesimo, si è sviluppata nella prospettiva del mondo come qualcosa da cui difendersi secondo l’indicazione di Arsenio: «fuggi, taci, vivi ritirato». Dalla simpatia promana un modo di annunciare improntato a cordialità, accoglienza, comprensione, apertura d’animo. Da questo scaturisce l’ascolto, atteggiamento irrinunciabile alla comunicazione perché chi non ascolta non è ascoltato. L’ascolto poi induce alla rinuncia del dogmatismo, cosa necessaria per aver accesso alle molteplici agorà mediatiche all’interno delle quali si cela una spiccata tendenza antidogmatica. Si pensi ad esempio a internet, dove tutte le opinioni, anche le più deboli, si equivalgono, nel senso che hanno lo stesso diritto di cittadinanza comprese quelle al di fuori di un qualsiasi quadro interpretativo plausibile.
La verità da sola può essere dispotica, aggressiva, violenta, creare guerre sante e inquisizioni. La storia è prodiga di esiti nefasti conseguenti a un certo utilizzo dei valori cristiani. La verità deve avere il volto della carità. Oggi nella Chiesa la sensibilità conciliare è quella di chi mette davanti a tutto il volto dell’uomo sofferente. Chi non ha questa sensibilità mostra la tendenza a giudicare più che ad ascoltare. Di ciò, in questi ultimi tempi in Italia siamo stati in diverse circostanze testimoni. Le decisioni sono state ineccepibili sul piano canonico ma non sul piano umano: si è preferito guardare i codici piuttosto che chiedersi semplicemente che cosa avrebbe fatto Gesù Cristo, per il quale all’origine di ogni scelta non ci sono i decreti ma la forza del cuore. Specie dai religiosi ci si attende che siano banditori di buona notizia passando dal “guai a voi” al “beati voi”. Non sarà forse per questo che per la maggior parte della gente la morale non significa bontà, virtù, valore, bellezza, elevazione ma significa sdegno, condanna, peccato, rimprovero, punizione?

Da dove verranno le vocazioni?

Le vocazioni, oltre che per iniziativa di Dio, sorgeranno come conseguenza di una mediazione culturale profondamente nuova che contribuisca a far intravvedere la visione estetica della vita di fede come esperienza che consenta di vedere meglio quello che, in forza del battesimo, è di tutti i cristiani.
Fino a qualche decennio fa i consacrati/e erano attraenti per l’aureola di santità che si attribuiva ad alcuni modi di essere e fare; oggi non bastano atteggiamenti che rimandano prevalentemente o solo alla vita eterna, ma quelli che invitano a vivere in pienezza l’oggi; infatti fede è acquisire quella bellezza dell’esistere che dischiude orizzonti impensati di una gioia, differente, ma ugualmente incremento di vita, intensificazione dell’esistenza. Una gioia che sia riserva di lieta notizia.

NOTE

[1] Pinkus L., Senza radici? Identità e processi di trasformazione nell’era tecnologica. Borla – Roma 1998.
[2] Intervista di M. Politi al card. Ratzinger nel 2004 in “La chiesa del no”, 107.