Un vero ascolto reciproco

Intervista a p. Giacomo Costa, SJ

Segretario Speciale del Sinodo sui giovani

  1. Qual è stato il clima vissuto durante l’Assemblea sinodale dell’ottobre 2018?

Senza dubbio un clima di ascolto: l’ascolto è stato una delle dimensioni più significative di quanto abbiamo vissuto. Il Sinodo infatti è stato innanzitutto un incontro tra persone. Ciascuno ha portato con sé la ricchezza della propria esperienza e quella della Chiesa da cui proviene, così come le inquietudini e le domande che l’attraversano. Così, per un mese, oltre 300 persone, in maggior parte vescovi, ma anche giovani, educatori ed esperti, ci siamo espressi e ascoltati, ci siamo confrontati e abbiamo anche litigato, ci siamo commossi e abbiamo riso insieme… Tutto questo non solo a titolo personale, ma come rappresentanti delle Chiese locali di tutto il mondo.
Ma oltre che un’esperienza reciprocamente arricchente, l’ascolto è anche un metodo che definisce in profondità l’esperienza di ottobre. L’ascolto – reciproco e del Signore – è stato il vero strumento di cui l’assemblea, che ha passato gran parte del tempo seduta ad ascoltare, ha avuto a disposizione per provare davvero a “camminare insieme” e riconoscere verso quali passi la Chiesa è oggi chiamata: è questo l’obiettivo del Sinodo! Tutto ciò è stato vissuto al tempo stesso in maniera seriamente impegnata e profondamente gioiosa. E anche i momenti vissuti fuori dall’aula sinodale come le celebrazioni, le pause caffè e i pasti, il pellegrinaggio, i momenti di festa hanno contribuito a creare il clima opportuno per questo ascolto e discernimento.

  1. Come è stata la partecipazione dei giovani nell’aula sinodale?

Intanto vorrei sottolineare che anche la lunga preparazione al Sinodo è stata un processo di reale incontro e ascolto tra generazioni. Come aveva espressamente chiesto papa Francesco, sono state sperimentate nuove modalità perché i giovani potessero far sentire la propria voce “senza filtri” ed essere presi sul serio. Lo hanno fatto, infondendo grande entusiasmo e portando un contributo assai stimolante, proprio perché proveniente da un diverso punto di vista.
Durante il Sinodo, certamente non sono mancati i problemi. La presenza dei giovani è stata numericamente ridotta (del resto era il sinodo dei vescovi) e non rappresentativa (come potrebbe?). Tuttavia credo sia stata per molti aspetti una presenza significativa: per i giovani stessi, ma anche – forse soprattutto – per i vescovi.
Diversi interventi accorati nell’Assemblea sinodale hanno reso presenti i tanti giovani che vivono situazioni di sofferenza, isolamento, solitudine e abbandono. In modo particolare sono risuonate le storie dei giovani migranti, delle comunità da cui partono e che vivono una dolorosa frattura, del senso di spaesamento e dell’ostilità che patiscono nei luoghi in cui arrivano. La loro condizione è per molti versi paradigmatica del nostro tempo, delle sue contraddizioni e delle sue faglie, ma è anche un laboratorio di incontro interculturale che esprime ciò a cui la Chiesa tutta oggi è chiamata, cioè un cambiamento radicale, che le consenta di “migrare” da una cultura antica alle nuove lingue del mondo globalizzato e tecnologico, senza però smarrire l’identità e la forza delle proprie radici. Di fronte a questi giovani, e a tutti quelli che in tanti luoghi sentono che la loro voce non è considerata interessante dal mondo degli adulti, il Sinodo ribadisce che prendersi cura di loro è una «priorità pastorale epocale su cui investire tempo, energie e risorse» (DF, n. 119).
Allo stesso tempo, però, grazie anche alla presenza dei 34 giovani uditori e uditrici, i Padri sinodali hanno potuto rendersi conto di quanto i giovani siano già presenti nella Chiesa e attivi nel portare avanti la sua missione di evangelizzazione e di promozione umana. Spesso sono autentici pionieri nel campo della lotta alla povertà e all’ingiustizia, dell’ecologia e della cura del pianeta, così come della cultura dell’ambiente digitale. In breve, se attraverso gli adulti che svolgono il ruolo di educatori e formatori la Chiesa ha molto da offrire ai giovani, siamo però chiamati a renderci conto che i giovani e la Chiesa non si fronteggiano come estranei: all’interno della Chiesa i giovani ci sono, e questi giovani cattolici rendono la Chiesa presente in un mondo giovanile variegato e frastagliato anche dal punto di vista religioso e spirituale.
Questa presa di coscienza non può non interpellare la Chiesa anche rispetto alla necessità di dare spazio adeguato ai giovani, mettendo in discussione le attuali modalità di funzionamento e categorie. Per farlo, il Sinodo ha scelto ancora la via dell’ascolto, questa volta della Parola di Dio e in particolare dei racconti evangelici che narrano l’incontro di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, il modo in cui li ha accolti, ascoltati, accompagnati e infine inviati.

  1. Quali sono secondo te i principali contributi che vengono dall’intero processo sinodale?

Trovo molto corretta e appropriata l’espressione usata nella domanda: “processo sinodale”. In effetti, da “evento” il Sinodo, in realtà tutti i Sinodi di questi anni, si sta trasformando in “processo”, lungo e articolato, raccogliendo così gli stimoli di papa Francesco, il quale desidera che lo stile della Chiesa sia ispirato alla cultura del “camminare insieme”.
Se il Sinodo rimane ufficialmente “dei Vescovi”, tuttavia proprio per il loro ruolo di pastori non può non coinvolgere tutta la Chiesa. L’evoluzione non è ancora terminata, il format dell’Assemblea dell’ottobre 2018 è rimasto in larga parte quello tradizionale, ma la direzione imboccata è molto chiara, ed è riassumibile con l’espressione, sempre più conosciuta, dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco: «avviare processi possibili» più che «occupare spazi» e cercare di «ottenere risultati immediati» (EG, nn. 224-225). Resta comunque molto da imparare su come far partecipare i fedeli, come coinvolgere gli esperti, come valorizzare adeguatamente le diverse prospettive sociali e culturali in tutte le fasi del cammino. Si tratta per la Chiesa di imparare ad ascoltare: soprattutto quando ci si muove a livello globale, trovare modalità concrete, adeguate, sostenibili è tutt’altro che scontato e c’è ancora molta strada da fare, ma essere già riusciti a fare qualche passo è stato ed è comunque appassionante!
La centralità dell’ascolto – reciproco e della Parola di Dio – che ha caratterizzato tutto il percorso sinodale ha condotto a quella che può per molti versi essere descritta come la vera sorpresa del Sinodo, quanto meno confrontando il Documento finale con i testi preparatori: nell’esperienza vissuta dall’Assemblea si è riconosciuto un frutto dello Spirito che rinnova continuamente la Chiesa e la chiama a praticare la sinodalità come modo di essere e di agire, promovendo la partecipazione di tutti i battezzati e delle persone di buona volontà, ognuno secondo la sua età, stato di vita e vocazione» (DF, n. 119).
La sinodalità non resta dunque confinata al tempo definito dello svolgimento dei Sinodi, ma viene intesa come stile che dà forma e riorienta la vita ordinaria della Chiesa e il suo modo di svolgere la missione: è questo il vero “contenuto innovativo” del Sinodo, capace anche di rispondere alle attese espresse nella fase preparatoria dai giovani, che cercano una Chiesa autentica, libera, fraterna, relazionale, concreta, trasparente, impegnata.
La sfida di camminare insieme testimoniando una fraternità autentica interpella tutti i livelli e le articolazioni della vita ecclesiale. Le conseguenze concrete per le comunità cristiane sono evidenti, e vanno proprio nella direzione dell’apertura di spazi di partecipazione:
Un tratto caratteristico di questo stile di Chiesa è la valorizzazione dei carismi che lo Spirito dona secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei suoi membri, attraverso un dinamismo di corresponsabilità. Per attivarlo si rende necessaria una conversione del cuore e una disponibilità all’ascolto reciproco, che costruisca un effettivo sentire comune. Animati da questo spirito, potremo procedere verso una Chiesa partecipativa e corresponsabile, capace di valorizzare la ricchezza della varietà di cui si compone, accogliendo con gratitudine anche l’apporto dei fedeli laici, tra cui giovani e donne, quello della vita consacrata femminile e maschile, e quello di gruppi, associazioni e movimenti (DF, n. 123).

  1. Cosa possiamo aspettarci dal tempo post-sinodale? Come possiamo rendere più abbondanti i suoi frutti?

Chi si attendeva che l’esortazione post-sinodale, Christus Vivit, rispondesse a queste domande è rimasto deluso. Seppure estremamente ricca di spunti, essa non contiene indicazioni operative per proseguire il processo di attuazione del Sinodo. Anche questo è coerente con lo stile di papa Francesco, che fa della rinuncia a impartire indicazioni dall’alto una cifra del suo ministero. In Italia, ad esempio, lo abbiamo capito molto bene già nel 2015, quando in occasione del Convegno nazionale della Chiesa italiana, svoltosi a Firenze, aveva usato parole per molti versi paradigmatiche: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, Padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme».
Premesso questo, credo ci siano almeno quattro dinamiche che possono essere individuate come modi concreti per proseguire il cammino sinodale.
a) Rimanere radicati nel cammino sinodale – La prima cosa importante è non cominciare ogni volta da zero, come se nulla fosse avvenuto prima della CV. La sinodalità indica proprio questa capacità di inserirsi con rispetto e umiltà in un cammino di popolo che è cominciato prima di noi e continuerà dopo di noi. Occorre dunque sempre ricordare che un Documento prodotto durante il cammino sinodale non viene mangiato, superato o eliminato da quello successivo, ma ne viene invece arricchito e approfondito. Il successivo si inserisce sulla scia del precedente offrendogli luce, profondità e respiro.
Basti pensare, ad esempio, che l’IL è frutto dell’analisi di un ascolto che ha prodotto circa 20.000 pagine, oppure che nel DF sono raccolte circa novanta tra raccomandazioni, suggerimenti e proposte che riguardano soggetti, stili e ambiti. Solo alcune tra queste sono riprese e rilanciate nella CV, ma tutte dovrebbero essere oggetto di un attento discernimento ecclesiale a vari livelli.
b) Assumere l’habitus del discernimento – La seconda istanza è quella del discernimento, un tema, anzi, un’esperienza, che percorre e accompagna tutto il percorso sinodale, e in qualche modo tutto il pontificato di Bergoglio. La capacità di discernimento ci fa persone al cospetto di Dio, soggetti attivi nella Chiesa e parte viva del mondo. Ed è anche evidente che dal punto di vista sia personale sia comunitario (i due livelli sono sempre compresenti e si influenzano reciprocamente), «il discernimento diventa uno strumento di impegno forte per seguire meglio il Signore» (CV 295). Il discernimento, scrive papa Francesco, se lo si prende sul serio, di certo libera la Chiesa da due tentazioni tanto opposte quanto vicine: «Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri» (CV 35).
Nel processo sinodale è stato importante riconoscere che il “soggetto giovani” e il “soggetto Chiesa” si trovano, di fatto, nella medesima situazione: non solo i giovani devono discernere per giungere alla loro vocazione, ma anche la Chiesa deve fare questo per vivere con sapienza e prudenza nel nostro tempo. Per questo le molte indicazioni sul discernimento prodotte durante tutto il cammino sinodale sono in un certo senso “intercambiabili”: quello che è detto per i giovani vale per la Chiesa e viceversa. Soprattutto, la Chiesa è chiamata a risplendere come spazio e luogo di comunione e solo così può essere significativa per i giovani che vi appartengono.
c) Riattivare il protagonismo giovanile – CV offre a tutti un appello chiaro e diretto alla responsabilità personale: di ogni giovane e di ogni credente. Partiamo dai giovani. Sono molto forti e persino entusiasmanti le indicazioni che emergono nel capitolo 5 della CV, che chiedono di rendere effettivo l’incontro con Cristo. La via indicata è quella di non cedere sui propri sogni e sui propri ideali; di alimentare il proprio desiderio attraverso il confronto con la vita reale; di andare in profondità nell’amicizia con Cristo; di maturare scelte di fraternità, di impegno politico e sociale. È chiesto a tutti i giovani di mettersi in gioco in prima persona, senza lasciarsi paralizzare dalla paura di sbagliare.
E questo rinnovato protagonismo si può trasformare in uno strumento di azione pastorale e missionaria, perché nessuno è più in grado di annunciare il Vangelo ai giovani del nostro tempo dei loro coetanei che già hanno incontrato il Signore: vocazione e missione qui si saldano in maniera feconda. D’altra parte, quando è veramente vocazionale, la pastorale giovanile non può che diventare missionaria. E viceversa: quando è veramente missionaria, la pastorale giovanile non può che diventare vocazionale. Servizio generoso e discernimento vocazionale stanno o cadono insieme!
d) Intraprendere cammini sinodali – Dalla concentrazione sul fare organizzativo il percorso sinodale ci chiede di verificarci sui nostri stili relazionali e sulla qualità dei nostri cammini comunitari. Ci viene chiesto un passaggio dal fare all’essere: la nuova domanda è «Chi siamo chiamati ad essere?». Sono dunque chiamate in causa le comunità e le Chiese locali, invitate a dar vita a processi sinodali che includano i giovani. Questo invito contiene evidentemente una sfida – lasciare loro spazio – e richiede il coraggio di mettere in discussione ciò che si è sempre fatto.
Vi sono responsabilità a vari livelli: tutti i giovani, ogni credente, la comunità locale, i movimenti e le Congregazioni religiose, ogni singola Diocesi. Perfino alle Conferenze Episcopali e ai Dicasteri Vaticani è chiesto di mettersi in stato di conversione e di rinnovamento. In tutto questo chi ha responsabilità e quindi autorità nella Chiesa è chiamato in causa. D’altra parte, come è stato ben espresso in vari momenti del cammino sinodale, l’autorità della Chiesa o è generativa o non è.

  1. Qual è stata la tua esperienza personale dell’intero processo sinodale?

La dimensione della ricerca di un dialogo, magari faticoso ma autentico, è forse l’esperienza che mi ha toccato maggiormente. Mi sono reso conto che, ben prima che un confronto o una contrapposizione tra idee, impostazioni teologiche e visioni di Chiesa, il Sinodo è innanzitutto un incontro tra persone. Ciascuno porta con sé la ricchezza della propria esperienza e quella della Chiesa da cui proviene, così come le inquietudini e le domande che l’attraversano. Il percorso sinodale favorisce questo scambio di testimonianze e riflessioni, che avviene tramite gli interventi in plenaria e il dialogo nei sottogruppi linguistici (detti circuli minores). Nelle parole di ciascuno si trova traccia della passione che lo anima, delle preoccupazioni e delle domande legate al proprio contesto, della varietà delle culture di cui la molteplicità delle lingue e degli accenti è un indice di grande efficacia. È stato emozionante ascoltare la passione con cui la Chiesa è impegnata per i giovani e con i giovani nelle diverse parti del mondo, cercando di andare incontro alle loro gioie e alle loro speranze, così come alle loro sofferenze e angosce. Alcune sono comuni, altre parlano della situazione di ciascuna regione o Paese. Particolarmente intense sono state le testimonianze di vescovi e giovani provenienti da contesti in cui i cristiani sono perseguitati, fino al martirio.
Al Sinodo, inoltre, la condivisione non è fine a se stessa, ma in vista della costruzione di un consenso, il più ampio possibile, a cui il DF è chiamato a dare espressione grazie al contributo dei partecipanti. Questo è possibile solo se l’ascolto autentico è oggetto di una specifica scelta di metodo. Anche questa è stata un’esperienza che mi ha toccato molto. Chi porta avanti il processo sinodale ha una precisa responsabilità in tal senso, svolgendo un servizio a favore dell’unità. Deve dunque esercitare un ascolto profondo, che gli consenta di valorizzare tutte le posizioni espresse e il dialogo che tra di loro si dischiude, senza limitarsi a riassumerle o a giustapporle. Il DF, infatti, è ben più di un verbale. Oltre alle parole, deve saper ascoltare anche ciò che il gruppo sta vivendo, i punti dove si registra una fatica, quelli in cui si procede spediti e quelli in cui si annuncia una svolta, magari inattesa, elaborandone un’interpretazione che poi sottopone all’assemblea che ha la possibilità di modificarla così da potervisi riconoscere.
L’esperienza che abbiamo fatto al Sinodo ha dimostrato ancora una volta che un processo di questo genere non solo è possibile, ma anche fruttuoso, e permette di articolare la varietà e la differenza delle posizioni in un testo in cui ciascuno può riconoscersi, perché nessuno ha cercato di imporre il proprio punto di vista. Davvero è legittimo affermare, come ha fatto nell’aula sinodale il Relatore generale, card. Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, che ciascun partecipante è autore del DF.
Un altro punto dell’esperienza fatta che mi ha interrogato è stata la difficoltà che abbiamo vissuto nel “comunicare” il Sinodo all’esterno, e nonostante un’apposita équipe che ha portato avanti questo compito con serietà e dedizione esemplare. È tutt’altro che facile comunicare all’esterno un processo spirituale condiviso, di cui ovviamente non si conosce il punto d’arrivo e che richiede riservatezza per custodire anche la possibilità di cambiare idea proprio a partire da ciò che si ascolta. La difficoltà aumenta in una società mediatica che cerca spasmodicamente le notizie ad effetto, che gioca a mettere in evidenza le contrapposizioni, magari costruendole in mondo fittizio, dando un’attenzione spropositata ai lati sensazionalistici degli avvenimenti. Effettivamente in più di una occasione quello raccontato dai media ci è apparso davvero “alieno” rispetto all’esperienza che stavamo vivendo all’interno del Sinodo.
Un ulteriore aspetto di quanto ho vissuto è stata la bellissima esperienza di collaborazione. Innanzitutto con l’altro segretario speciale del Sinodo, don Rossano Sala: nonostante le diverse spiritualità “di provenienza”, i diversi interessi e caratteri, e che non ci conoscessimo per niente prima di cominciare a lavorare al Sinodo, è stata davvero un dono poter lavorare con lui e sperimentare innanzitutto tra noi la ricchezza di un lavoro “in stile sinodale”. Poi anche con tutti gli esperti: erano tutte persone davvero competenti ma anche umili e fin dall’inizio si è creato un clima di disponibilità e di servizio “dietro le quinte” che è stato indispensabile per ascoltare in profondità quanto veniva detto nell’aula e nei gruppi. Infine con i membri della Segreteria generale del Sinodo e tanti altri volontari e collaboratori, che hanno reso possibile lo svolgimento dell’assemblea in tutte le sue dimensioni: senza di loro non si sarebbe fatto niente.

  1. I giovani sono davvero un “luogo teologico”, come si dice nel Documento Finale, e ci aiutano a leggere i segni dei tempi? In che senso?

Distinguerei le due cose, anche se sono in relazione tra di loro. Da una parte, come faceva notare l’Instrumentum laboris al n. 51, i giovani possono essere visti come un “sismografo” dei nostri tempi, o in altri termini, si può dire che attraverso le loro reazioni, preferenze, modalità di impegnarsi, ecc. essi rendono più facilmente percettibili i cambiamenti in atto nella nostra epoca a livello sociale, culturale, antropologico. Questo non significa che ne siano poi i migliori interpreti o che abbiano le risposte; ma senza dubbio sono più disponibili a lasciarsi coinvolgere, a far emergere novità e trasformazioni, con i loro rischi e le loro minacce. Pensiamo ad esempio ai tre ambiti messi in luce dal DF e dall’esortazione apostolica CV: le migrazioni, il mondo digitale, gli abusi; o anche il rapporto con il corpo, la questione della verità, il rapporto con le istituzioni. Sono tutti ambiti in cui prestando attenzione all’esperienza e al discorso dei giovani si riesce a prendere atto di logiche e prospettive con cui è inevitabile fare i conti, dalle quali lasciarci interpellare nel bene o nel male se vogliamo comprendere il mondo in cui viviamo e le sue trasformazioni.
Altra cosa invece è dire che sono un “luogo teologico”, cioè che attraverso di loro possiamo sentire qualcosa della voce di Dio. L’espressione si radica in una prospettiva di fede e va ben compresa (e non abusata!). Ovviamente non si tratta di canonizzare tutti giovani o di affermare giovanilisticamente (o paternalisticamente) che sono loro a indicarci la via da seguire. Però chiunque abbia a che fare regolarmente con giovani — genitore, famigliare, educatore, responsabile ecclesiastico che sia — non potrà non riconoscere e saprà raccontare episodi significativi di come la sua fede e conoscenza del Signore è potuta crescere proprio nella relazione con i giovani. Il Sinodo è stata una occasione preziosa per renderci conto di come Dio parli alla Chiesa e al mondo attraverso i giovani, la loro creatività e il loro impegno, come pure le loro sofferenze e le loro richieste di aiuto: attraverso di loro ci invita a una profonda conversione personale, comunitaria, istituzionale. Simpatici o provocatori. Complicati o creativi. Lontani o rumorosi. Attraverso i giovani il Signore chiama tutta la Chiesa a riappropriarsi di un rinnovato e gioioso slancio apostolico, ad essere una Chiesa autentica, relazionale, libera, trasparente, consapevole della sua fragilità, impegnata per la giustizia e la misericordia. Vogliamo continuare a tapparci le orecchie?

  1. Quale futuro della fede cristiana nelle attuali e future generazioni di giovani possiamo aspettarci dopo il Sinodo? Dove è meglio spendere le nostre maggiori energie nella pastorale giovanile?

Quale che siano i tempi in cui viviamo, il fulcro resta lo stesso: a ciascun giovane, nelle circostanze concrete in cui si trova, la Chiesa non ha altro da offrire se non l’incontro con quel Dio vivo che essa continua a sperimentare come amore, come salvezza e come fonte di vita, sapendo che sarà questo incontro a dischiudere nuove possibilità di orientamento per la vita di ciascuno, cioè a diventare chiamata e vocazione.
In quest’ottica, una dinamica cruciale è certamente quell’accompagnamento. Al Sinodo si è compreso in profondità che l’accompagnamento è in primo luogo una azione e una responsabilità della comunità nel suo insieme, in quanto «nel suo seno si sviluppa quella trama di relazioni che può sostenere la persona nel suo cammino e fornirle punti di riferimento e di orientamento» (DF, n. 92).
Dove porre l’attenzione? Tra le tante sfide che Il Sinodo e l’esortazione apostolica hanno messo in rilievo vorrei riprendere il tema del lavoro e la minaccia che la disoccupazione rappresenta per la vita di innumerevoli giovani in tutto il mondo. Per la CV è una dimensione essenziale, trattata insieme alle relazioni affettive e familiari nel capitolo dedicato al tema della vocazione. Ribadire la pregnanza vocazionale del lavoro è una indicazione anche in termini di pastorale giovanile, non sempre sufficientemente sollecita a questa dimensione. L’attenzione al lavoro, centrale nel magistero di papa Francesco, non discende tanto da una preoccupazione sociale, quanto dalla coerente adozione della prospettiva integrale dell’antropologia cristiana. Dalla teologia cristiana e dalla tradizione monastica ricaviamo una precisa concezione della spiritualità del lavoro: non è solo fonte di reddito (pur indispensabile) e fattore di inclusione sociale, ma ambito in cui esercitare il discernimento alla ricerca del proprio modo concreto di “essere per gli altri” (cfr CV, n. 258).

  1. Qual è stato il contributo del Sinodo sul tema del discernimento?

Lo stile sinodale di cui ho parlato più sopra ha tra le sue caratteristiche peculiari il metodo del discernimento comunitario, seguito lungo tutto il processo e su cui si è articolato il lavoro dell’Assemblea sinodale, sperimentando una modalità che la nuova costituzione Episcopalis communio rilancia come forma di ogni Sinodo.
Le fasi del percorso (preparazione, svolgimento dell’assemblea, attuazione) ripropongono i passi del processo di discernimento che, sulla base del n. 51 di EG, sono scanditi con i tre verbi riconoscere, interpretare, scegliere. Papa Francesco è il primo a seguire questo metodo, praticandolo con libertà feconda, in modo mai pedissequo e senza trasformarlo in una gabbia. Anche in CV è possibile rinvenire una struttura, pur sottotraccia, a cui il lettore può appoggiarsi: i nove capitoli che compongono il testo possono essere raggruppati tre a tre secondo la scansione dei tre verbi.
Il passo del riconoscere viene spesso confuso con un’analisi più o meno accurata della realtà, che potrebbe persino essere in qualche modo “appaltata” a un’agenzia esterna. Si tratta invece di una operazione ben più complessa, che coinvolge varie fonti, ma soprattutto chiama in causa l’interiorità e la fede del soggetto (personale o comunitario) che la compie. Entra in gioco una pluralità di fonti a cui fare riferimento, in particolare i dati di realtà, la Parola di Dio e la tradizione della Chiesa. Ma nessuna è di per sé conclusiva. Gli stessi eventi e la stessa Parola suscitano risonanze differenti a seconda di chi li ascolta ed è il dialogo tra queste diversità a consentire un discernimento in comune che conduce a riconoscere la volontà di Dio non in astratto, ma nella concretezza della storia e della quotidianità. È grazie a questo processo che ci possiamo rendere conto che la Parola di Dio non è un racconto vecchio di duemila anni o più, ma è viva ed efficace in ogni tempo, anche il nostro.
I primi tre capitoli di CV rappresentano una articolazione originale di questo processo. Il punto di partenza è in questo caso la Parola di Dio, e in particolare i molti racconti di incontri di giovani con il Signore che essa contiene (cap. 1). Il cap. 2 sottolinea l’importanza di questa Parola: in ogni epoca, compresa la nostra, è l’incontro con Gesù a illuminare la vita dei giovani e di tutta la Chiesa. Solo a questo punto arriva il momento di passare in rassegna la situazione dei giovani nel mondo contemporaneo (cap. 3): più lo sguardo è animato da fiducia e speranza, più può permettersi di lasciare emergere anche ombre e difficoltà.
Il secondo passo – interpretare – è un invito ad andare in profondità, senza fermarsi all’ascolto e alla risonanza emotiva che la realtà suscita dentro di noi. Si tratta di un passaggio cruciale, che richiede attenzione e finezza, tanto che a volte è contraddistinto con il termine stesso “discernimento”, indicando così la parte per il tutto. È una fase indispensabile, ma delicata, perché radicalmente esposta a inganni, illusioni e seduzioni di varia origine, così come all’incertezza e allo scoraggiamento. Per il credente alla base di questa dinamica c’è l’incontro con Gesù vivo nella propria vita, una familiarità che pian piano modella sguardo e prospettive.
È questo incontro a fornire una chiave interpretativa del mistero del mondo, a permetterci di riconoscerci figli di un unico Padre e soprattutto ad aprire nuovi orizzonti e prospettare nuove possibilità. È successo al Sinodo, ad esempio, meditando sul senso dell’autorità e sul modo di esercitarla. È sempre l’incontro con Gesù a renderci capaci di una lettura profetica della realtà: la critica del paradigma tecnocratico e la proposta dell’ecologia integrale che sono al cuore di LS si reggono su questa intelligenza della fede che è capace di tradurre nel concreto dell’oggi l’ispirazione dell’antropologia cristiana e della teologia della creazione. È questo un modo per mostrare la rilevanza della fede nello spazio pubblico, senza adeguarsi a una laicità insapore o ritirarsi all’interno dei confini della comunità. A ciascun credente e a ciascuna comunità compete la scelta del registro con cui dare espressione a questa relazione profonda con il Signore, in chiave più o meno esplicitamente confessionale. Opzioni diverse sono possibili – il lievito che si perde nella pasta non è la fiaccola che risplende sul lucerniere – e come Chiesa abbiamo probabilmente bisogno di crescere nella capacità di “fare sinodo” anche di queste differenze, invece di perderci in sterili polemiche.

  1. Si aspetta che la “sinodalità missionaria” prevista nel Documento finale sia messa in pratica in molti luoghi oppure sarà solo un pio desiderio che non si realizzerà?

Raccogliere la sfida del camminare insieme, testimoniando una fraternità autentica, richiede certo un rinnovamento delle forme di esercizio dell’autorità, nella linea della promozione della crescita personale di ciascuno e del presidio dell’unità come comunione delle differenze e non come omologazione uniformante. Ma richiede anche a ogni cristiano di assumere fino in fondo la propria vocazione battesimale, che include la responsabilità di contribuire attivamente alla vita della comunità e all’esercizio della missione. In questo modo si aprono spazi e percorsi di partecipazione ordinata, che evitano sia la trappola mortale del clericalismo, sia una interpretazione della sinodalità in chiave formale, sulla falsariga delle procedure della democrazia parlamentare.
Lo stile collegiale della sinodalità, e la pratica del discernimento in comune che ne è la logica conseguenza, diventano il modo per garantire la sovranità di Dio: «Nessuno può avere in mano tutto, ognuno pone con umiltà e onestà la propria tessera di un mosaico che appartiene a Dio» (FRANCESCO, Discorso alla riunione della Congregazione per i Vescovi, 27 febbraio 2014, n. 5). Al tempo stesso, offrono alla comunità il modo per riconoscersi come un soggetto collettivo dotato di identità propria, in cui tutti i membri trovano posto, contrastando l’individualismo che segna profondamente molti contesti culturali contemporanei.
Certo, se si vuole rendere la sinodalità lo stile condiviso della Chiesa, questa ha bisogno di concretizzarsi in strutture adeguate. Ciò richiede la disponibilità di vagliare in profondità ciò che “si è sempre fatto così”. Le novità del concilio Vaticano II sulla concezione della Chiesa e la partecipazione dei fedeli cominciano ad alimentare un processo che non può non portare alla riforma delle strutture ecclesiali, ancora legate all’impianto elaborato al concilio di Trento. Siamo invitati a ripensare le strutture in modo da renderle capaci di accompagnare le donne e gli uomini di oggi, le cui vite si snodano in spazi e tempi ben diversi da quelli tardorinascimentali. Vanno in questa linea vari stimoli che il DF rilancia a tutte le comunità ecclesiali, ad esempio per quanto concerne la parrocchia (n. 18), la liturgia (n. 47), il ministero (n. 17) e la partecipazione ai processi decisionali, in particolare per il coinvolgimento delle donne (n. 148).

  1. Perché è stata data tanta importanza alla formazione nel Documento Finale? Cosa dovremmo migliorare in questo aspetto?

I padri sinodali, con grande sincerità e umiltà, hanno riconosciuto che anche la sinodalità può e deve essere appresa, che crescere nella sinodalità richiede una formazione specifica. Questa deve riguardare in modo particolare tutti coloro che sono chiamati a vario titolo a gestire processi sinodali, a custodirli senza appropriarsene e a riconoscere l’autenticità e la bontà delle conclusioni, difendendole anche dalle opposizioni e resistenze che non mancheranno di suscitare.
Punto chiave è la formazione della coscienza, in cui la persona fa esperienza della propria libertà, della responsabilità che ne consegue e anche della Trascendenza che la abita senza mai lasciarsi controllare. Proprio per essere fedele alla realtà, questa coscienza non può non riconoscersi limitata e parziale, costitutivamente in dialogo con le altre coscienze, assieme a cui è invitata a camminare. La formazione dovrà quindi riguardare anche lo specifico dell’incontro e del dialogo tra coscienze, in vista di processi decisionali collettivi, a partire dalla fede nel fatto che lo Spirito è all’opera non solo in ciascuno, ma anche nelle dinamiche della comunità. È proprio questo lavoro di formazione a garantire che la prospettiva sinodale, che valorizza l’apporto di ciascuno, non ceda al relativismo.

  1. Quali coincidenze trova tra la spiritualità ignaziana e le proposte del Documento finale del Sinodo?

Ovviamente tante, in modo particolare per quanto riguarda la metodologia, il processo di discernimento. Ma è stato bello riuscire a fondere la spiritualità ignaziana con altre spiritualità, in modo che ciascuna potesse portare il proprio contributo. In particolare penso alla spiritualità salesiana, con il suo appassionato impegno per i giovani e la sua attenzione alla vita della comunità. Ma anche a quelle di tutti i padri sinodali e più in generale di coloro che hanno preso parte al processo. Se si guarda il cammino fatto dal DP all’IL e al DF ce ne si può rendere agevolmente conto. Un esempio concreto è quello dell’accompagnamento in cui si dà conto esplicitamente delle diverse sensibilità ma anche si cerca di intrecciarle costruttivamente:
C’è una complementarità costitutiva tra l’accompagnamento personale e quello comunitario, che ogni spiritualità o sensibilità ecclesiale è chiamata ad articolare in maniera originale. Sarà soprattutto in alcuni momenti particolarmente delicati, ad esempio la fase del discernimento rispetto a scelte di vita fondamentali o l’attraversamento di momenti critici, che l’accompagnamento personale diretto risulterà particolarmente fecondo. Rimane comunque importante anche nella vita quotidiana come via per approfondire la relazione con il Signore» (DF 95).
In fondo anche questo stile di accompagnamento, in cui chi accompagna si tira indietro per lasciare spazio al Signore che lavora in ognuno e per riconoscere la sua presenza in ogni momento e in ogni persona è anche tipicamente ignaziano!

(FONTE: MISIÓN JOVEN 510-511 (2019) 17-27)