Vivere la gioia per dare senso alla vita

Lettera Pastorale ai Giovani

Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta

Introduzione

Carissimi Giovani, da diversi mesi porto in cuore il desiderio di scrivervi per mantenere vivo il dialogo con voi. Nella mia prima Lettera Pastorale ho accennato alla vostra esigenza di trovare tempi e spazi per essere ascoltati. In verità, sarebbe proprio bello se a parlare foste voi, scrivendo una vostra lettera al vescovo e alla nostra diocesi nissena. Per raccontare il vostro modo di vedere la Chiesa; per comunicare le fatiche, le difficoltà e le delusioni dei giovani; per dire la vostra fede e aiutarci ad entrare nel “pianeta giovani”; per renderci partecipi delle vostre speranze e offrire il vostro contributo di idee, riflessioni e attese alla nostra Comunità ecclesiale che è una “Chiesa in cantiere”, con i suoi “lavori in corso” per l’elaborazione degli orientamenti pastorali del quinquennio 2005-2010. E mentre attendo una Lettera dei Giovani alla Chiesa, eccomi a voi come vostro vescovo e amico, pronto a mettermi in strada con ogni giovane, per camminare insieme sui sentieri della gioia, quella che nessuno potrà mai toglierci, quella che sorge dal profondo del cuore perché viene d’altronde, perché è un dono dall’Alto, una consegna di Colui che ci inabita ospitandoci nel grembo del suo Amore. Paolo VI, che molti definivano “il Papa della tristezza”, ha scritto una breve ma splendida Lettera Apostolica sulla gioia, che ho sempre caramente custodito nel cuore. E parlando dei giovani dice: “Dall’incontro fra l’essere umano che possiede – per alcuni anni decisivi – la disponibilità della giovinezza, e la Chiesa nella sua permanente giovinezza spirituale, sgorga necessariamente, da una parte e dall’altra, un’intensissima gioia e una promessa di fecondità… Noi riteniamo di possedere tutte le ragioni di confidare – poiché proprio di questo si tratta – nella gioventù cristiana: essa non verrà meno alla Chiesa se, nella Chiesa, vi saranno abbastanza persone mature, capaci di comprenderla, di amarla, di guidarla e di aprirle un avvenire, trasmettendole in tutta fedeltà la Verità che rimane” (Gaudete in Domino, n. 6). Ecco, dunque, miei carissimi giovani amici, il mio volervi offrire una riflessione sul vivere la gioia… per dare senso alla vita, per entrare nel mistero dell’allegrezza dello Spirito e aiutarvi a cogliere la luce dell’essere e dell’esistere, il gaudio dell’Amore che ci precede e ci trascende e dal cui eterno bacio ognuno di noi è stato partorito. In questa mia Lettera, che scrivo come una conversazione confidenziale e amicale, non intendo parlare dei giovani e dei loro problemi perché voi ne sapete più di me, né voglio parlare ai giovani come perenni destinatari di consigli e ammonimenti. Desidero piuttosto colloquiare con i giovani comunicando – da cuore a cuore – l’orizzonte della mia fede, il gusto e la bellezza del mio essere vescovo con voi e per voi, il sapore dell’avventura cristiana come io mi sforzo di interpretarla. E si tratta appunto della gioia, del coraggio di danzare la vita al ritmo di una letizia che sgorga dal costato trafitto di Gesù Crocifisso e dalla certezza credente del Signore Risorto. Con l’incontro diocesano del 14 novembre scorso ci siamo incamminati verso la Giornata Mondiale dei Giovani (GMG), che celebreremo nell’agosto 2005 a Colonia con il Successore di Pietro, Giovanni Paolo II, il quale il 6 agosto di quest’anno ha indirizzato a tutti voi una bella Lettera – “Siamo venuti per adorarlo” – nella quale vi invita a seguire l’esempio dei Magi. Essi – scrive il Papa – partirono dal lontano oriente “lanciandosi con coraggio per strade ignote e intraprendendo un lungo e non facile viaggio… È importante, carissimi, imparare a scrutare i segni con i quali Dio ci chiama e ci guida. Quando si è consapevoli di essere da Lui condotti, il cuore sperimenta una gioia autentica e profonda, che si accompagna ad un vivo desiderio di incontrarlo e ad uno sforzo perseverante per seguirlo docilmente”. E allora, miei cari giovani, non abbiate paura! Mettiamoci insieme in strada sulle orme di Gesù. Superate resistenze e timori, lasciatevi stringere la mano da Dio perché “grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia” (Sal 126,3).

  1. FRACTIO GAUDII

Beati coloro che aspirano a camminare verso un tempo di fiducia e di semplicità. Beati coloro che non vogliono essere maestri dell’inquietudine ma servitori della gioia e della fiducia. Beati i giovani che scoprono nel Vangelo una speranza così bella da avventurarsi nella scommessa di volerla vivere. Perché non è proiezione di desideri fuggevoli, ma speranza che genera uno slancio creatore persino nelle situazioni che sembrano senza via d’uscita. Una speranza che genera l’abbraccio della gioia per lo sguardo di amore che il Signore posa su ciascuno di noi. Dio dà un senso alla nostra vita anche attraverso ciò che in noi è vulnerabile, “senza apparenza né bellezza” (Is 53,2). Perciò “confida nel Signore e fa’ il bene; abita la terra e vivi con fede. Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 37,4). In questa fractio gaudii, nello spezzare e condividere il pane della gioia si accende in noi un chiarore; può anche essere flebile, ma già illumina le nostre oscurità. Se anche ci sono momenti in cui la fiducia si attenua, la gioia della speranza ci aiuta a vivere la promessa di Cristo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Facciamo nostra la preghiera dell’orante ebreo: “Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine. Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore. Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia” (Sal 119,33-35). Il teologo ortodosso Olivier Clément scrive: “Certi si chiedono come sia possibile rallegrarsi di fronte alle prove della vita umana. Portiamo in noi una grande gioia che non ci rende insensibili alla sofferenza degli altri. Al contrario, essa ci renderà ancora più sensibili, e potremo, allo stesso tempo, portare nel profondo di noi stessi quella grande gioia del Cristo Risorto ed entrare intensamente nella disperazione e nella sofferenza del nostro prossimo. La gioia non si oppone alla compassione, essa la nutre”. Giovani, noi cristiani abbiamo la vocazione alla gioia, che sgorga dentro di noi in forza della Parola e dell’Eucaristia. In quella gioia è la nostra reciprocità comunionale, la nostra vera amicizia, il godere la vita che è dono immenso di Dio. Viviamo la gioia! Perché la gioia è un fatto di vita, è questione di senso che riguarda l’essere e il vivere. La gioia tocca la vita! Si è nella gioia e si può esperire la gioia solo se si è “vivi”; se si gusta, si cerca e si scopre con stupore il senso della vita, la meta verso cui la freccia della nostra fragile preziosa esistenza è orientata. Bisognerebbe far nostra la bella “confessione” di Sant’Agostino: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace” (Confessioni, X, 23). Se noi non siamo testimoni della gioia, allora l’umanità sarà inondata dalla tristezza! Giovani, mi pare che voi oggi navigate con fatica nella vita: desiderando abbeverarvi al calice della gioia vi scontrate però con il non-senso, e correte il rischio di “accontentarvi” o di “accantonare” le vostre più profonde aspirazioni tentando almeno di soddisfare i vostri bisogni più immediati. Facilmente portati ad esperire la fragilità e la debolezza, trovate difficoltà a trasformare queste ineludibili dimensioni della vita in forza propulsiva, in “talento” non da sotterrare ma da spendere e far fruttificare. La fatica della vita non può essere dribblata o elusa: va attraversata perché il suo estuario non è la morte ma l’acquisizione di una pienezza di senso. La gioia, appunto! Tentiamo allora di capire quale significato ha, per noi credenti, la vita e quale atteggiamento si può assumere dinanzi ad essa, proprio in vista del perseguimento della gioia.

  1. LA VITA: DONO E COMPITO

“All’aurora della salvezza, è la nascita di un bambino che viene proclamata come lieta notizia: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,10- 11). A sprigionare questa “grande gioia” è certamente la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato anche il senso pieno di ogni nascita umana, e la gioia messianica appare così fondamento e compimento della gioia per ogni bimbo che nasce” (EV, n. 1). Con queste parole il Papa Giovanni Paolo II introduce l’Enciclica Evangelium vitæ. Ponendo l’icona del Natale a ouverture del documento, il Papa intona la sinfonia della gioia sulle note dell’inno alla vita, “realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli” (EV, n. 2). Per comprendere il significato della vita come dono di Dio, dobbiamo anzitutto avere fede nella vita, dobbiamo credere alla vita e alle possibilità di speranza racchiuse nella vita. Ma è necessario chiedersi: perché vivere? cos’è la vita? Questa domanda sta a fondamento delle prime pagine della Bibbia e la risposta la troviamo nei primi capitoli della Genesi, nei quali ci viene comunicata l’esperienza di chi ha scoperto che tutta la vita è un grande dono. L’autore biblico vuole mettere per iscritto questa esperienza, Dio la assume facendola diventare sua Parola. E così in quelle pagine bibliche troviamo l’origine e la vocazione dell’uomo, la scoperta della vita come dono di Dio e come impegno che l’uomo è chiamato ad assumere. “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). È Dio stesso che prende l’uomo e lo plasma. L’iniziativa dell’esistere e della vita dell’uomo è di Dio. Ma nonostante l’uomo sia un grande dono di Dio, rimane sempre polvere, cioè inconsistente. L’uomo non può stare in piedi da solo perché è polvere! Questa polvere per vivere ha bisogno del “soffio di Dio”. Il soffio viene dall’intimo della persona, è comunicazione di ciò che è dentro la solitudine dell’essere. Ebbene Dio dalla sua intimità trae questo soffio e lo comunica alla “polvere” che ha plasmato e questa diventa un essere vivente! È il primo bacio nella storia dell’umanità. Dio è un bacio e l’uomo è il bacio di Dio! L’uomo è polvere inconsistente: “Polvere sei e in polvere tornerai” (Gen 3,19), ma è una polvere che contiene ormai il respiro di Dio! Se Dio toglie questo respiro noi ritorniamo fragile polvere. Il salmista infatti dice: “Mandi il tuo soffio e siamo creati; togli il tuo alito e ritorniamo in polvere” (Sal 104,9). Senza Dio l’uomo non può esistere! Anche dopo il peccato Dio ha continuato a dare ad Adam il suo soffio, ha continuato a farlo vivere nella sua libertà. Il dono dell’amore di Dio è più grande del nostro peccato! Dopo aver immesso nell’uomo il suo alito di vita, “il Signore Dio piantò un giardino in Eden a oriente e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” (Gen 2,8). Il Giardino è un dono del Signore; l’uomo non l’ha chiesto e se l’è trovato. Noi siamo totalmente nelle mani di Dio. E la vita all’uomo chiede saggezza e umiltà di cuore per essere capita e degnamente vissuta. La saggezza e l’umiltà di cuore consistono nel guardare alla vita come un dono ricevuto e da amare, perché “amando la fatica della vita, voi ne capite il segreto più profondo!” (Kahlil Gibran).

III. NEL LABIRINTO DELLA VITA

  1. La gioia un’illusione?

L’affascinante poesia di queste prime pagine della Bibbia, sembra smentita dalla travagliata prosa di molti Salmi e, in particolare, del libro di Qohelet e di Giobbe. Perché l’uomo ha bisogno di soffrire per raggiungere la gioia e la felicità? Conoscevo un ragazzo buono, intelligente, bravissimo all’Università, di buona famiglia con la quale aveva un rapporto sereno. Aveva una ragazza che amava e dalla quale era pienamente contraccambiato. Era molto impegnato nella pastorale giovanile e universitaria della sua diocesi del centro Italia. E un giorno i suoi lo hanno trovato impiccato sulle scale di casa. Impossibile trovare motivazioni razionali. Impossibile darsi ragione di un gesto privo di ragione. Eppure è morto. Nel segreto e ignoto dibattimento della sua anima il non-senso ha avuto il sopravvento… o forse ha trovato un senso in quel non senso?! “C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male… Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un uomo!”… E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?… Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce… Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento!” (Gb 1,1; 3,1-26). “Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?… molta sapienza, molto affanno; chi arricchisce il sapere, aumenta il dolore… Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento” (Qo 1,2-3.18; 2,17). Per Giobbe la vita è un vomito che si è costretti a rimangiare, per Qohelet essa è un infinito vuoto, un’esistenza inconsistente impossibile da amare. Per la vita – dice Qohelet – non si può che avere un solo sentimento: l’odio! È una bestemmia, una dura accusa al Creatore della vita… eppure è Parola di Dio! Il libro di Giobbe è la rappresentazione ideale della nostra umanità che non trova la pienezza della gioia, che non vede Dio con chiarezza, ma lo cerca attraverso la galleria oscura delle sue contraddizioni e delle sue assurdità. Giobbe rappresenta ogni uomo di qualsiasi epoca; nella storia di Giobbe è rappresentata la nostra storia. Noi siamo Giobbe! Giobbe assume e rappresenta l’umanità sofferente che audacemente ricerca Dio e in Lui la gioia. Nel suo itinerario si mescolano coscienza e incoscienza. Soffre e non sa perché. La sua ignoranza è parte della prova. Il non-senso è parte del senso stesso! Ma, miei cari giovani, la debolezza è la forza di Giobbe! “La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita sua non è che nel mondo esiste il dolore, ma che dipende da noi trarne profitto, che ci è consentito trasformarlo in gioia” (Tagore).

  1. La vita: un labirinto senza via d’uscita?

La prova più dura – dice Giobbe – è che dopo aver vissuto le affascinanti esperienze della scienza, dell’amore e della fede, l’uomo può arrivare al grande momento in cui vede crollare tutto, in cui questo mirabile disegno diventa una scrittura cifrata o, peggio ancora, un disegno senza alcun senso… È un assurdo che non trova spiegazione. La prova è sempre un fatto intimo e personale dell’uomo, e Giobbe capisce che deve affrontarla da solo. Giobbe vive un’esperienza di cui non vede il senso e non si accetta. La sua condizione è propria di chi è demotivato, di chi non trova più le ragioni per resistere nella lotta: “I miei giorni passano più veloci d’un corriere, fuggono senza godere alcun bene, volano come barche di giunchi, come aquila che piomba sulla preda” (Gb 9,25-26). Perso ogni motivo per lottare, Giobbe sembra passare dalla resistenza alla resa e rivolge al Dio che sente lontano una preghiera blasfema: “Stanco io sono della mia vita!… Lasciami, sì ch’io possa respirare un poco prima che me ne vada, senza ritornare, verso la terra delle tenebre e dell’ombra di morte, terra di caligine e di disordine, dove la luce è come le tenebre” (Gb 10,1.20-22).

  1. La vita: ferita e benedizione

Per capire se stesso e le contraddizioni della vita, l’uomo deve far memoria delle sue origini, deve rivisitare le radici della sua esistenza. È quello che fa Giobbe, nel tentativo di ricordare a Dio che l’uomo gli appartiene. L’uomo non ha preso parte alla decisione del suo esistere, essa sta unicamente in Dio ed è a Lui che Giobbe fa appello, elevando con stupore il canto dell’uomo capolavoro di Dio. Giobbe intende così chiamare in causa la memoria di Dio perché – commenta Gregorio Magno – “se non vuoi perdonare quanto ho fatto abbi almeno compassione di quanto tu hai fatto!”. Amici giovani, l’esperienza di Giobbe ci mostra come a volte la vera relazione dell’uomo con Dio si gioca nella profondità della protesta e della ribellione, mentre l’indifferenza è la morte della fede. Perciò, dentro l’umana disperazione prende respiro la speranza; nonostante tutto, Giobbe ricerca la sua giustizia e la gioia in Dio e fa delle sue parole una preghiera lacerata. “Ci sembra infatti che la presente crisi del mondo, caratterizzata per molti giovani da una grande confusione, denunci da una parte l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire. Contro questa illusione, la reazione istintiva di numerosi giovani, pur nei suoi eccessi, esprime un valore reale. Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa. Privata repentinamente di tradizioni protettive, e poi amaramente disillusa dalla vanità e dal vuoto spirituale delle false novità, delle ideologie atee, di certi misticismi deleteri, non sta forse per scoprire o per ritrovare la novità sicura e inalterabile del mistero divino rivelato in Gesù Cristo? Non ha forse egli – secondo la bella espressione di Sant’Ireneo – “disvelato ogni novità venendo nella sua persona”?” (Gaudete in Domino, n. 6). La lunga travagliata lotta nella notte oscura di Giobbe sfocia nella consapevolezza e nella scoperta di un Dio diverso da quello che i teologi di professione – suoi amici – gli avevano presentato: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,3-6). Giobbe scopre e incontra non il Dio dei sapienti, ma il Dio vivo e vero, il Dio presente nelle pieghe dell’umana tragedia, il Dio che accetta anche il lacerante grido del ribelle sofferente e mai intende chiudergli la bocca. “Adesso il sentiero sale e stiamo facendo più fatica di prima. La grandezza è così, non contempla mai la facilità… Per il momento tu sai soltanto di essere diverso, e questo è già un punto molto importante. Continua a non cedere, a vivere fuori dalle rotaie e vedrai che prima o poi la tua vocazione ti verrà incontro” (Susanna Tamaro, Anima mundi). Giobbe si è sforzato di vivere “fuori dalle rotaie”, non ha voluto allinearsi ai benpensanti, ai credenti per tradizione e non per convinzione; non ha mai voluto cedere ad un’idea preconfezionata di Dio. Per questo la sua notte si illumina d’immenso, la sua ricerca nell’oscurità della ragione “vede” dischiudersi un orizzonte di senso nel non-senso… e torna a vivere, a godere in pienezza la vita; ancora una volta ricevuta e accolta come dono del suo Dio e Signore. È un Giobbe adulto quello che si sveglia all’aurora del nuovo giorno, un Giobbe “provato” che, se per un attimo stava per cedere il passo alla resa, alla fine ha fatto della resistenza la sua forza, il senso stesso della sua lotta e della sua voglia di vivere. La vita è fumo, nient’altro che fumo – sosteneva Qohelet -, ma essa ha in sé l’arrendevole dolcezza e felicità del vivere, a condizione di essere vissuta come dono di Dio. Pure nella sua limitatezza e nella consapevolezza di essere solo un’orma che muore nello sconfinato paesaggio dell’universo, l’uomo può godere la dolcezza del vivere. Il pensiero della morte insegna a vivere senza paure la propria condizione di “creatura”, cioè di essere finito e limitato. E così Dio accende in noi un flebile gioioso chiarore… “Come un pescatore di perle, o anima mia, affonda in profondità!… senza stancarti, persisti e persisti ancora, affonda in profondità, sempre più in profondità e cerca! Coloro che non sanno il segreto ti derideranno ma tu non scoraggiarti, o pescatore di perle, o anima mia!” (S. Paramananda).

  1. DALLA STASI ALL’ESTASI

Miei carissimi giovani, la gioia e la felicità dell’uomo si giocano sul terreno del senso che ognuno dà alla vita, dell’atteggiamento che assume dinanzi ad essa. Tutti desideriamo essere nella gioia, tutti vogliamo conquistare la vetta della felicità e possedere in pienezza la vita. Ma diversa è nella realtà la nostra posizione di fronte alla vita, fiume nel quale scorre la corrente della gioia. In una conversazione tenuta a Pechino il 28 dicembre 1942 Pierre Teilhard de Chardin comunicava alcune sue personali riflessioni sulla felicità, nella profonda convinzione che l’avventura della vita va inserita nella più complessa e vasta avventura del mondo. La felicità è possibile se l’uomo cerca con forza e ostinata salita di essere se stesso, di aprirsi agli altri e di lasciarsi attirare da Dio, coniugando nella sua vita creatività, amore e adorazione. Prendo a prestito, perciò, alcuni tratti salienti di quella conversazione del grande scienziato gesuita. Immaginiamo un gruppo di escursionisti partiti alla conquista di una vetta difficile, e guardiamoli alcune ore dopo la partenza. Probabilmente troviamo la loro comitiva divisa in tre gruppi o “tipologie”.

  • Alcuni rimpiangono di aver lasciato l’albergo. Le fatiche e i pericoli sembrano loro troppo sproporzionati rispetto all’eventuale successo. E decidono di tornare indietro.
  • Altri non sono dispiaciuti di essere partiti. Il sole risplende. Il panorama è bello. Ma perché salire ancora? Non sarebbe meglio godersi la montagna dove si è, in mezzo ai prati o in pieno bosco? E si sdraiano sull’erba o esplorano i dintorni aspettando l’ora del picnic.
  • Altri, infine, non staccano gli occhi dalla vetta che hanno deciso di conquistare. E riprendono la salita… Questi tre gruppi potrebbero rappresentare l’umanità, nella quale troviamo gli stanchi, i gaudenti, i coraggiosi. Tre tipologie di cui ognuno di noi porta il germe dentro di sé, e tra le quali, in realtà, si spartisce da sempre l’umanità. Per gli stanchi l’esistenza è un errore o uno scacco. Siamo mal imbarcati, si tratta dunque di lasciare il gioco, nel modo possibilmente più abile, perché è meglio “essere meno” che “essere più”, anzi sarebbe meglio non essere per nulla. Per i gaudenti è certamente meglio essere che non essere. Ma “essere” per loro assume un significato del tutto particolare. Non vuol dire agire ma riempirsi del momento presente. Godendo ogni attimo e ogni cosa gelosamente, senza nulla lasciar perdere, trovano godimento anche nel rischio per il rischio, sia per gustare il fremito dell’osare, sia per provare il brivido della paura. Per questa categoria di persone l’ideale della vita è bere senza mai estinguere la sete, anzi pronti a chinarsi, sempre più avidamente, su ogni nuova sorgente. Per i coraggiosi, invece, vivere è una salita e una scoperta. Non solo l’essere è preferibile al non essere, ma è anche sempre possibile e unicamente interessante “divenire di più”, perché ogni uomo è più di quello che di sé ha raggiunto, perché nella vita si può sempre dare di più. E si può fare… si può essere e volare…

Tre tipologie: pessimismo e ritorno al passato; godimento del presente; slancio verso l’avvenire.

Tre atteggiamenti fondamentali di fronte alla vita. E di conseguenza, inevitabilmente, tre forme divergenti di gioia.

  • Gioia di tranquillità: niente preoccupazioni, niente rischi, niente sforzi. L’uomo felice è colui che meno pensa, sente, desidera.
  • Gioia di piacere: lo scopo della vita non è agire e creare ma godere. Dunque, anche qui, minimo sforzo, appena quello necessario per espandersi al massimo come la foglia ai raggi del sole. L’uomo felice è quello capace di assaporare più compiutamente l’attimo che tiene tra le mani. Tuttavia, “il piacere è un canto di libertà, ma non è la libertà. È la fioritura dei vostri desideri, ma non è il loro frutto. È un abisso che spinge verso l’alto, ma non è il fondo né la cima. È un uccello in gabbia che prende il volo, ma non è lo spazio conquistato. Sì, il piacere è un canto di libertà. E mi piacerebbe che lo intonaste con tutto il cuore, ma non vorrei che a cantarlo perdeste il vostro cuore” (Tagore).
  • Gioia di sviluppo: in questa terza prospettiva, la gioia è l’effetto e la ricompensa dell’azione convenientemente diretta, verso l’alto e in salita. L’uomo felice è dunque colui che trova la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di se stesso, in avanti… sempre più in alto… Gioia di tranquillità, gioia di piacere, gioia di sviluppo. Fra queste tre direzioni, la vita esita e spartisce la propria corrente. Perciò “occorre lottare, e questo è possibile perché abbiamo in noi la gioia: è questa gioia che ci dona la forza per lottare” (Olivier Clément).
  1. ALLE SORGENTI DELLA GIOIA

Ma dove attingere l’acqua pura della gioia, la fresca acqua che dà senso e rigenera la vita? Sant’Agostino così risponde: “Tu ci hai creati per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

  1. La gioia è d’altronde

La gioia è uno stato emozionale superiore, un sentimento della persona umana che avverte un bene presente e prossimo ad essere conseguito, e lo ritiene razionalmente importante per la propria situazione di vita. La gioia è emozione, passione, sentimento, ma principalmente consapevolezza di un bene o valore vantaggioso alla persona, senza che riduca la responsabilità della situazione vitale e ne alteri l’equilibrio. La gioia è uno stato interiore, che evidenzia ed eleva il tono della piacevolezza di vivere. L’uomo prova gioia quando si trova in armonia con la natura, e soprattutto nell’incontro, nella partecipazione, nella comunione con gli altri. A maggior ragione egli conosce la gioia o la felicità spirituali quando la sua anima entra nel possesso di Dio, conosciuto e amato come il bene supremo e immutabile, dandogli ospitalità nel proprio cuore e lasciandosi da Lui possedere: “Quando ami non dire: Ho Dio nel cuore, dici piuttosto: Sono nel cuore di Dio” (Kahlil Gibran). Così scriveva Paolo VI nella citata Lettera Apostolica: “La società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia. Perché la gioia viene d’altronde. È spirituale. Il denaro, le comodità, la sicurezza materiale spesso non mancano; e tuttavia la noia, la malinconia, la tristezza rimangono sfortunatamente la porzione di molti. Ciò giunge talvolta fino all’angoscia e alla disperazione, che l’apparente spensieratezza, la frenesia di felicità presente e i paradisi artificiali non riescono a far scomparire. Forse ci si sente impotenti a dominare il progresso industriale, a pianificare la società in maniera umana? Forse l’avvenire appare troppo incerto, la vita umana troppo minacciata? O non si tratta, soprattutto, di solitudine, di una sete d’amore e di presenza non soddisfatta, di un vuoto mal definito? Per contro, in molte regioni, e talvolta in mezzo a noi, la somma di sofferenze fisiche e morali si fa pesante: tanti affamati, tante vittime di sterili combattimenti, tanti emarginati! Queste miserie non sono forse più profonde di quelle del passato; ma esse assumono una dimensione planetaria; sono meglio conosciute, illustrate dai mass media, non meno delle esperienze di felicità; opprimono la coscienza, senza che appaia molto spesso una soluzione umana alla loro dimensione. Questa situazione non può tuttavia impedirci di parlare della gioia, di sperare la gioia. È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto… Ci sarebbe anche bisogno di un paziente sforzo di educazione per imparare o imparare di nuovo a gustare semplicemente le molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino: gioia esaltante dell’esistenza e della vita; gioia dell’amore; gioia pacificante della natura e del silenzio; gioia talvolta austera del lavoro accurato; gioia e soddisfazione del dovere compiuto; gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione; gioia esigente del sacrificio. Il cristiano potrà purificarle, completarle, sublimarle: non può disdegnarle. La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali… Il problema è soprattutto di ordine spirituale” (Gaudete in Domino, n. 1).

  1. Gioia nel dare e nel ricevere

La gioia nasce quando riusciamo a raggiungere un obiettivo e quanto più dura è stata la fatica per raggiungerlo, tanto più profonda ed esaltante è la gioia che ci invade. La gioia sgorga spontanea in noi quando facciamo esperienza di essere vivi, quando attraversiamo il crocevia dell’amore, ricevuto e donato. Afferma ancora Paolo VI: “Il segreto della gioia di Gesù: l’amore ineffabile di cui egli sa di essere amato dal Padre. È una Presenza che non lo lascia mai solo” (Gaudete in Domino, n. 3). Quando qualcuno si piega con gratuità e amicizia verso di noi e sa ascoltarci e capirci, allora sentiamo sorgere spontanea in noi la gioia: è come la rugiada che si posa rinfrescante e delicata sul filo d’erba. Si pensi alla gioia della Samaritana in quell’assolato mezzogiorno al pozzo di Sicar (Gv 4,5-26). Alla gioia di Bartimeo, il cieco guarito da Gesù (Mc 10,46-52). Alla gioia di Zaccheo (Lc 19,1- 10), o di Pietro il rinnegatore che sente su di sé lo sguardo di amore e di perdono di Gesù: il tradito va a dare la vita per il traditore (Lc 22,54-62). Alla gioia dell’adultera: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11), o della peccatrice: “Molto ti è perdonato perché molto hai amato” (Lc 7,47). Alla gioia dei due scoraggiati discepoli in fuga verso Emmaus che il forestiero Gesù ascolta, comprende, riprende, ama, spezzando con loro il pane del perdono e dell’amicizia (Lc 24,13-35). Ma “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Si pensi al pastore che va in cerca della pecora smarrita e quando la trova se la porta sulle spalle pieno di gioia (Lc 15,4-7). Si pensi alla gioia della donna che trova la sua dracma smarrita (Lc 15,8-10). Alla gioia di Gesù quando constata il successo della missione dei suoi discepoli (Lc 10,21-22). Alla gioia di quel padre: quando vede il giovane figlio come uno straccione ritornare a casa, “commosso gli corse incontro… bisognava far festa e rallegrarsi perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto e l’abbiamo ritrovato” (Lc 15,11-32). Amante perché amato per primo, il credente è “lieto nella speranza” (Rom 12,12) e cammina serenamente, con passo fermo e spedito, verso “la stella del mattino” (2Pt 1,19) che, come miraggio, esercita su di lui una potente forza di attrazione. Trasportato dalla sua gioia esclama: “Rallegriamoci ed esultiamo… perché sono giunte le nozze dell’Agnello… Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello” (Ap 19,7.9). Non c’è nulla di più anticristiano che la sfiducia, lo scoraggiamento e la stanchezza. L’esortazione, che rende bene il senso cristiano della vita, dovrebbe essere quella di Paolo alla comunità di Roma: “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rom 15,13). “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi… Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,9-11). Carissimi giovani, per noi credenti la sorgente della gioia è nello sguardo di compassione che Dio posa su ciascuno di noi. L’amore consolante, gratuito e liberante di Dio implica – scrive frère Roger Schutz – “cercare di essere creatore di solidarietà e di condivisione che libera in te delle forze vive. Esse provengono direttamente dal cuore di Cristo. Più attingerai energie creatrici nella preghiera, più scoprirai il desiderio e la capacità di costruire insieme agli altri. Lo intuisci? Lotta e contemplazione hanno una stessa ed unica sorgente: se tu preghi, è per amore; se tu lotti, assumendo delle responsabilità per rendere la terra più abitabile, è ancora per amore”.

  1. SUI SENTIERI DELLA GIOIA

Miei carissimi giovani, mettiamoci nel gruppo di coloro che vogliono arrischiare la scalata sino all’ultima vetta. Avanti!… Non basta però aver optato per la salita, occorre non sbagliare il sentiero. Alzarsi per partire sta benissimo. Ma, per raggiungere allegramente la cima, qual è la buona strada? Anche qui ricorro all’ausilio della teoria di Teilhard de Chardin.

  • In primo luogo, per vivere la gioia bisogna reagire contro la tendenza al minimo sforzo, che ci spinge o a fermarci sul posto o a ricercare preferibilmente nell’agitazione esterna il rinnovamento delle nostre esistenze. Nelle ricche e tangibili realtà che ci attorniano, dobbiamo senz’altro immettere radici profonde. Ma è nell’opera del nostro perfezionamento interiore, – intellettuale e spirituale – che, in definitiva, la gioia ci aspetta. La cosa più importante nella vita è scoprire il proprio volto e trovare se stessi. È la fase dell’incentrazione. Non solo fisicamente ma intellettualmente e moralmente, l’uomo è tale alla condizione di coltivarsi. E non già soltanto sino ai vent’anni!… Per essere pienamente noi stessi, dobbiamo sempre lavorare su noi stessi dandoci una regola di vita e una disciplina interiore, mettendo ordine nelle nostre idee, nei nostri sentimenti, nella nostra condotta. In ciò sta tutto il programma, tutto l’interesse (ma anche tutto l’impegno!) della vita interiore. In questa prima fase, ognuno di noi ha da riprendere e da ripetere per conto proprio l’impegno generale della vita: essere artigiani della propria vita, cioè trovarsi per costruirsi. È il tempo prezioso della contemplativa solitudine del cuore.
  • In secondo luogo, bisogna reagire contro l’egoismo che spinge o a racchiudersi in sé o a ridurre gli altri sotto il proprio dominio. Esiste un modo di amare – egoistico e sterile – per cui tentiamo di possedere anziché donarci. L’unico amore veramente liberante e gioioso va al di là della gratificazione perché è pura gratuità. È la fase della decentrazione. La tentazione o illusione sarebbe pensare che, per crescere, l’uomo ha bisogno d’isolarsi in sé e perseguire egoisticamente da solo il lavoro originale del suo perfezionamento: separarsi dagli altri o ricondurre tutto a sé. Ora, per quanto individualizzati per natura siano gli esseri pensanti, ogni uomo rappresenta soltanto un atomo, una grandissima molecola ma insieme a tutte le altre simili. L’uomo è essenzialmente pluralità. Ciò significa che non possiamo progredire sino al nostro punto estremo senza uscire da noi unendoci agli altri, per sviluppare con questa unione un sovrappiù di coscienza. È la maturazione dalla solitarietà alla solidarietà.
  • In terzo luogo, per vivere la gioia ed essere profondamente felici dobbiamo, in un modo o in un altro, trasportare l’interesse finale delle nostre esistenze nel reale cambiamento del mondo e della società. E per far questo è necessario attingere luce, forza ed energia da Colui che ci trascende e ci accompagna, da Gesù Crocifisso Risorto per sempre Dio-con-noi. Ciò non significa dover compiere azioni notevoli o straordinarie; ma, diventati coscienti della nostra solidarietà vivente con una Causa grande, noi ci impegniamo a fare grandemente la più piccola delle cose. Aggiungere un solo punto, per quanto piccolo sia, al magnifico ricamo della vita; discernere l’Immenso che si sta facendo e ci attira nel cuore e al termine delle nostre infime attività; vederlo ed aderirvi. Ecco, in fin dei conti, il grande segreto della gioia. “È in una profonda ed istintiva unione con la corrente totale della vita che sta la maggiore di tutte le gioie” affermava Bertand Russel. È la fase della supercentrazione. Per essere pienamente noi stessi ci troviamo costretti ad ampliare la base del nostro essere, cioè ad aggregarci all’Altro. Ciò che la vita ci chiede di fare, per essere, è incorporarci al totalmente Altro, a Dio Onnipotente eppur nostro Compagno di viaggio. Per essere nella gioia occorre non solo sviluppare se stessi e nemmeno soltanto donarsi agli altri. Occorre anche ricondurre la propria esistenza ad uno più grande di sé: a Gesù nostro vero grande Fratello. Si tratta così di essere, amare, adorare… perché la gioia viene d’altronde. È spirituale! Ecco, cari giovani, le fasi della nostra personalizzazione; ecco i sentieri della gioia! Tre gradi concatenati nel moto ascensionale della vita; tre gradi sovrapposti di gioia indissolubilmente associati all’atto di salire: gioia di crescere, gioia di amare, gioia di adorare. Gioia di crescere interiormente in forza, sensibilità, padronanza di sé. Gioia di aprirsi all’accoglienza e all’amore degli altri. Gioia di perdersi e immergersi in Dio, grembo e patria della nostra gioia, eternità da cui proveniamo e a cui ritorneremo. Partiamo! Gesù ci illuminerà la strada… Dobbiamo essere un solo respiro e un solo cuore che batte… allora anche se il cammino sarà duro il fiato non ci mancherà e il cuore non ci scoppierà per la fatica… perché “la vera gioia non consuma il cuore, / è come fuoco con il suo calore / e dona vita quando il cuore muore; / la vera gioia costruisce il mondo / e porta luce nell’oscurità… / la vera gioia libera il tuo cuore, / ti rende canto nella libertà” (Marco Frisina).

VII. SENTIERI DI SPIRITUALITÀ

Carissimi giovani, per vivere ed esperire giorno dopo giorno la gioia di crescere, amare e adorare dobbiamo percorrere, con coraggio e umiltà, i sentieri di una profonda spiritualità che ci porti alla “misura alta” della vita cristiana, che ci dia ali per volare nell’alta quota della vita e ci faccia prendere il largo nell’oceano dell’esistenza. Eccovi, dunque, tre piste che tanto mi stanno a cuore e desidero comunicarvi.

  1. Fractio Panis e Fractio Verbi

“Di due cose specialmente io sento la necessità assoluta in questa vita, senza le quali diventerebbe impossibile sopportarne le miserie. Chiuso nella prigione di questo corpo, io confesso di avere bisogno di cibo e di luce. Perciò Tu hai dato a questo infermo il tuo sacro Corpo per nutrimento della mente e del corpo, e hai posto sul mio cammino la tua Parola come una lucerna. Non potrei vivere senza codesti due sostegni: poiché la parola di Dio è la luce dell’anima, il tuo sacramento è il pane per la vita. Sono come due mense poste da una parte e dall’altra del tesoro della Chiesa. L’una è la mensa del santo altare che porta un pane consacrato, cioè il prezioso Corpo di Cristo; l’altra è quella della Legge di Dio che contiene la dottrina santa, istruisce sulla vera fede ed è guida sicura fin dall’al di là del velario dove sta il Santo dei Santi” (Imitazione di Cristo, cap. XI, n. 4). Il Corpo di Cristo, l’Eucaristia, e la Sacra Scrittura sono dunque – secondo questo intramontabile testo, manuale di santità per tanti secoli – le due cose massimamente necessarie all’anima cristiana. Nell’ultimo capitolo dedicato alla S. Scrittura nella vita della Chiesa, la costituzione del Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione per ben due volte accosta in stretto parallelismo il mistero della Parola e quello dell’Eucaristia: “La chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli… Come dall’assidua frequenza al mistero eucaristico si accresce la vita della chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio che permane in eterno” (Dei Verbum, nn. 21 e 26). La fractio panis è un’espressione tipica della Chiesa primitiva, che allude al memoriale della Cena del Signore. Perché una Comunità possa veramente essere Chiesa deve vivere dell’Eucaristia, consapevole che “Quando tu, cristiano, ti nutri dell’Eucaristia, diventi ciò che mangi!” (Leone Magno). L’Eucaristia cristifica il credente e la comunità. Nutrirsi dell’Eucaristia è lasciarsi trasformare da Essa in rendimento di grazie vivente e quotidiano. La comunità diventa Chiesa perché si nutre dell’Eucaristia. Il Papa Giovanni Paolo II così scrive nella sua ultima Lettera Apostolica: “La fede ci chiede di stare davanti all’Eucaristia con la consapevolezza che siamo davanti a Cristo stesso… L’Eucaristia è mistero di presenza, per mezzo del quale si realizza in modo sommo la promessa di Gesù di restare con noi fino alla fine del mondo” (Mane nobiscum Domine, n. 16). Luca riferisce nel contesto dell’ultima cena di Gesù, in quel santo giovedì della settimana di pasqua, i due detti sul servizio di coloro che hanno autorità: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,25- 27). L’evangelista Giovanni vede nella lavanda dei piedi l’espressione perfetta del senso interiore dell’Eucaristia, di cui egli non parla (cf Gv 13,1-20). Il legame fra servizio ed Eucaristia non è dunque accidentale, ma fa parte del senso stesso del memoriale eucaristico. La Chiesa, che da questo memoriale è generata ed espressa, deve far suo lo stile del Servo di JHWH diventando essa stessa serva: mangiando il corpo donato deve diventare, per la forza che esso le comunica, corpo ecclesiale donato, corpo per gli altri, corpo offerto per le moltitudini. Nel memoriale eucaristico la Chiesa nasce dunque come popolo servo, comunità di servizio. Questo servizio, modellato sul sacrificio della Croce, di cui l’Eucaristia è ripresentazione sacramentale, fa dell’esistenza cristiana un’autentica “proesistenza”, un esistere per gli altri, totalmente ricevendosi da Dio e totalmente donandosi agli uomini. La bellezza che salva si fa eloquente specialmente nel dono della vita quotidianamente offerta per amore, fino alla fine… Nutriti dell’Eucaristia, i credenti annunciano la morte del Signore fino al suo ritorno (cf 1Cor 11,26). Nell’evento eucaristico il “non ancora” della eterna gioia diventa sempre più il “già” della storia: l’Eucaristia è veramente il sacramento della speranza ecclesiale, è un rapporto di intima e reciproca “permanenza” fra noi e Gesù che ci consente di anticipare in qualche modo il cielo sulla terra. Al tempo stesso, mentre fa presente il Cristo glorioso e fa crescere il “già” verso il “non ancora”, l’Eucaristia porta i segni del “frattempo”: il sacramento è destinato a scomparire nella pienezza della Gloria, il frammento a cedere il posto alla manifestazione del Tutto. L’Eucaristia diviene così sacramento della speranza del mondo, promessa e anticipazione della bellezza senza tramonto! L’Eucaristia è fonte della comunione e della solidarietà tra gli uomini: solidarietà nell’amore, nello spendere la propria vita per gli altri, nell’impegno per una vita rinnovata. L’uomo salvato dall’amore del Padre in Gesù, uscendo da se stesso, dai propri ritegni interiori più profondi, deve riconoscere con gioia che è questo amore che lo fa essere e che lo definisce come dono per gli altri; accettandolo, non può non derivarne un atteggiamento di prossimità, un percorrere la vita come cammino verso l’altro. Per statuto battesimale il cristiano è un uditore e un ricercatore a vita del significato profondo della Parola che illumina il concreto snodarsi della storia, con l’orecchio teso a percepire i rumori della strada, per saper declinare nel quotidiano l’intus-legere: la capacità di leggere e discernere il disegno di Dio nelle pieghe della storia. Infatti, “solo alla luce della fede e nella meditazione della parola di Dio è possibile sempre e dovunque riconoscere Dio…, cercare in ogni avvenimento la sua volontà, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore delle realtà temporali in se stesse e in ordine al fine dell’uomo” (Vaticano II, Apostolicam Actuositatem, n. 4). Lo studio e la meditazione della parola di Dio nell’esercizio della lectio divina dovrebbe essere l’asse centrale del cammino spirituale dei giovani, sia al livello personale che comunitario, perché coniuga impegno culturale e spiritualità, intelligenza e fede. Il termine lectio, infatti, anche se fa riferimento all’azione del “leggere”, deriva etimologicamente dal verbo latino lego, cioè “cogliere-raccogliere”. La lectio, attraverso la lettura attenta e intelligente del testo, intende “cogliere” il pensiero che esso racchiude per “raccogliere” il messaggio che da esso si esprime. La lectio divina è una lettura “sapienziale” ed “esistenziale” della parola di Dio; è ricerca del significato nascosto fra le pieghe della Parola per una rivisitazione dell’esistenza personale ed ecclesiale alla luce della fede, illuminata dalla intelligenza delle Sacre Scritture. Nutriti dell’Eucaristia e illuminati dalla Parola, voi giovani cristiani esercitate il vostro sacerdozio regale consacrando la storia, germogliando – come i semi nei solchi – lì dove si snoda la vostra vita, nell’esercizio di una quotidiana consegna di voi stessi dentro le pieghe della vicenda umana, altare su cui celebrare l’epiclesi dello Spirito, che dà vita anche alle ossa inaridite (cf Ez 37,4-5). Fractio Panis e fractio Verbi: ecco le due specialissime “presenze” di Gesù fra noi e per noi. In esse l’eterno Figlio di Dio si fa “Verbum abbreviatum” sotto le specie del Pane eucaristico e delle sacre Scritture. Eucaristia e Parola sono le due mense alle quali accostarci per saziare la nostra fame e sete di Dio, per gustare la bontà della sua misericordia, per contemplare la bellezza del suo smisurato Amore. Fractio Verbi e fractio Panis: mediante l’azione dello Spirito Santo la piccolezza e la finitudine di umane parole e di fragile frumento divengono segni efficaci della presenza e dell’azione di grazia del Signore. In esse e con esse nasce la Chiesa, si riconosce la comunione della comunità, si genera la missionarietà dei credenti e il bisogno di annunciare e testimoniare a tutti il Vangelo della gioia. Se la Parola fa “ardere il cuore” dei discepoli tirandoli fuori dall’oscurità della tristezza e dello smarrimento, l’Eucaristia si fa pane spezzato d’amicizia di fede e illumina i sentieri della vita anche nel notturno dello spirito. Miei carissimi giovani, l’educazione alla preghiera e all’incontro con Dio nasce dall’incontro amicale e contemplativo con Gesù Eucaristia. Dall’adorazione del suo essere dono d’amore nel Pane eucaristico e da una quotidiana frequentazione della scuola della Parola, quale operazione dell’intelligenza e del cuore ed elevazione dell’anima, in tensione verso Colui che è intimo a noi più di noi stessi. Nella lectio, infatti, si deve avere l’intenzione di leggere Dio più che di leggere su Dio, apprendere Dio stesso più che le cose che lo riguardano. “Studia dunque, di grazia, e medita quotidianamente le parole del tuo Creatore. Apprendi il cuore di Dio nelle parole di Dio” (S. Gregorio Magno). Giovani amici, piegate le ginocchia nella preghiera silenziosa e adorante di Gesù Eucaristia, sforzatevi di pregare la Parola e studiare il mistero affascinante della nostra fede, per poter capire con l’intelletto ciò che credete con il cuore, per saper rendere ragione della speranza che è in voi. Perché “soltanto due cose salveranno il mondo: il pensiero e la preghiera; il guaio è che chi pensa non prega e chi prega non pensa” (Bruce Marshall).

  1. Pensiero e unità della coscienza

“Se pensare è una grande cosa, pensare è anzitutto un dovere… Pensare è anche una responsabilità… Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza”. Con queste parole Paolo VI nel 1965 affidava agli intellettuali di tutto il mondo il messaggio del Concilio Vaticano II. Pensare è vocazione a cui nessun credente può sottrarsi perché è una forma eminente di lode al Datore dell’intelligenza; è itinerario verso il pieno possesso di sé e delle proprie facoltà; è strada in salita alla conquista di un creato da “coltivare e custodire”; è acquisizione e offerta di senso. Giovani, in quanto laici cristiani, dovete imparare a vivere una spiritualità evangelica ed ecclesiale che “attraversa” ed eleva il pensiero, per appropriarvi della vostra vita e conquistare una profonda libertà interiore; per testimoniare la vitalità di una fede pensata che si fa quotidiana sapienza; per vivere lo studio come ascesi e ricerca amorosa della verità. Perché, cari giovani, oggi più che mai la Chiesa e la società hanno bisogno di persone capaci di pensare, capaci di leggere dentro e oltre l’apparenza delle cose, capaci di imparare la difficile arte della scelta. Amare Dio con tutto il cuore e tutta l’intelligenza dovrebbe così diventare il supremo vostro precetto. E allora, scrive il Papa nel citato messaggio per la GMG, “Giovani, non cedete a mendaci illusioni e mode effimere che lasciano non di rado un tragico vuoto spirituale! Rifiutate le seduzioni del denaro, del consumismo e della subdola violenza che esercitano talora i mass-media. L’adorazione del vero Dio costituisce un autentico atto di resistenza contro ogni forma di idolatria. Adorate Cristo: Egli è la Roccia su cui costruire il vostro futuro e un mondo più giusto e solidale”. Per questo è necessario che voi giovani ritroviate il coraggio di lasciarvi interrogare e di interrogare, quali dimensioni caratterizzanti la vostra coscienza credente. E così possiate incontrare e celebrare Dio nel feriale concreto snodarsi del quotidiano, che vi permetta di penetrare nella contemplazione pur rimanendo mescolati fra tutti, nella trasparenza di quell’Ulteriorità della quale tutta la vita del credente deve essere indice ed epifania. Per evitare il rischio di smarrirvi nella eccessiva “ordinarietà” occorre imparare a fare sintesi fra silenzio e Parola, ascolto e annuncio, studio e preghiera. E allora vivrete quell’unità interiore che vi consente di pensare la vita non a scompartimenti separati ma nella sua interezza, che trova nella coscienza il luogo di raccordo e di discernimento. Pertanto, “Vi invitiamo cordialmente a rendervi attenti ai richiami interiori che vi pervengono. Vi stimoliamo ad elevare il vostro sguardo, il vostro cuore, le vostre fresche energie verso le altezze, ad affrontare lo sforzo delle ascensioni dello spirito. E vogliamo darvi questa certezza: nella misura in cui può essere deprimente il pregiudizio – oggi dappertutto diffuso – che lo spirito umano sarebbe incapace di attingere la Verità permanente e vivificante, altrettanto profonda e liberatrice è la gioia della Verità divina riconosciuta nella Chiesa: gaudium de Veritate. Questa è la gioia che vi offriamo. Essa si dona a chi l’ama tanto da cercarla tenacemente. Disponendovi ad accoglierla e a comunicarla, voi garantirete nello stesso tempo il vostro personale perfezionamento secondo il Cristo, e la prossima tappa storica del Popolo di Dio” (Gaudete in Domino, n. 6).

  1. L’accompagnamento spirituale

Salire sulla montagna della vita per conquistare la vetta della gioia richiede umiltà e disponibilità a lasciarsi accompagnare, anche per essere meglio aiutati a percorrere il mistero della nostra speranza credente. L’accompagnamento spirituale è l’aiuto offerto, per lo più da parte dei sacerdoti, ai giovani per diventare sempre più se stessi nella fede “finché Cristo sia formato in voi” (Gal 4,10).

  • Diventare se stessi significa aiutare il giovane a divenire “adulto”, cioè capace di saper agire, saper parlare, saper progettare la vita nel pieno esercizio della sua libertà e della sua volontà illuminate da una “sana” intelligenza.
  • Nella fede, cioè nella piena adesione a Cristo e alla Chiesa, riuscendo ad osservare, comprendere, valutare, progettare la vita dal punto di vista di Dio, intrecciando un dialogo personale con Lui in un linguaggio di amicizia.
  • Finché Cristo sia formato in voi: la realtà fragile dell’uomo è il traguardo dell’itinerario discendente di Cristo-Figlio di Dio. Il giovane nell’accompagnamento spirituale deve comprendere che egli, e tutto ciò che fa parte del mondo degli uomini, è lo spazio vitale in cui cogliere, interpretare e incontrare il Dio-con-noi, per lasciarsi trasformare nell’Io-con-Lui. L’accompagnamento spirituale deve portare il giovane a vivere l’esistenza come abbraccio dialogico col divino nelle coordinate spazio-temporali della storia e della quotidianità, nel concreto del progetto di Dio per “quel” giovane. L’accompagnamento spirituale, “discrezione di una presenza rispettosa che indica il senso ultimo” (Vaticano II, Gravissimum educationis, n. 1), aiuta i giovani a discernere, nel vivere quotidiano, come si possano dare risposte fedeli al Vangelo, risolvere problemi e interrogativi che non mancano di evidenziarsi alla coscienza, senza sostituirsi ad essa, evitando soprattutto di confezionare ricette. Li aiuta altresì a formarsi una coscienza capace di scegliere responsabilmente e liberamente perché possano assumere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù (cf Fil 2) per arrivare a dire con verità: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me!” (Gal 2,20). Ma tutto questo richiede il saper dedicare tempo ai giovani, il che costituisce anche un valido momento di confronto e di crescita per i sacerdoti, specialmente quando esso diventa un vero e proprio incontro nella sincerità. Il padre spirituale deve avere la coscienza e la capacità di essere “operatore del futuro” attraverso il discernimento umano e spirituale. Il discernimento, infatti, facendo “memoria” del passato del giovane (contesto familiare, sociale, umano, religioso, psicologico) ne interpreta il presente e lo aiuta a progettarsi e a vivere di conseguenza. Pertanto, si richiede al padre spirituale una profonda capacità di lettura dell’esperienza vitale del giovane, ma anche una “fascinosa umanità” che sappia infondere nel giovane amore alla vita, entusiasmo e speranza, fiducia in se stesso, apertura alla “novità” di Dio, amore alla Chiesa. Il giovane deve sapersi vedere come effettivamente è davanti a Dio, scoprendo e accogliendo le potenzialità nascoste nel suo cuore per mettere a frutto quanto il Signore gli ha donato e gli fa scoprire lungo l’itinerario dell’accompagnamento spirituale. Il giovane, accompagnato dal padre spirituale, deve riuscire a prendere pienamente in mano la sua vita. In gioco è il decidere la propria vita secondo il progetto di Dio, nell’esercizio di una libertà in crescita. Il giovane deve anche operare con pazienza, sapendo accogliere le sconfitte e i limiti come banco di prova della sua maturazione. Deve sapersi accettare e impegnare con pazienza. Non si può essere e agire tutto e subito, occorre progettare e poi realizzare, di volta in volta, il “primo passo”. È necessario perciò che si stabilisca un profondo clima di fiducia e di affidamento fra il giovane e il padre spirituale. Questi, infatti, guardando molto più “in avanti” sa verso dove cammina il giovane il quale, per la sua inesperienza, deve fidarsi con umiltà del suo padre spirituale, ma senza delegare nulla della propria responsabilità. In tal modo ci sono buone premesse perché l’accompagnamento spirituale formi personalità “adulte” capaci, a loro volta, di saper indicare la via ad altri. Il padre spirituale, vero uomo di Dio, deve sentire fortemente la sua “paternità” nei confronti del giovane, ma senza possessività. Il giovane deve gustare e sentire la bellezza della “figliolanza”, ma senza dipendenza. È indispensabile che fra i due si instauri anche una “affettività orante”: è Dio in prima istanza che guida il giovane nell’accompagnamento spirituale; è a Dio che il giovane deve arrivare, ed è Lui che deve incontrare nel padre spirituale. Il giovane, quindi, deve molto pregare per il suo padre spirituale perché, illuminato dal Signore, sappia a sua volta illuminare il giovane. Amici, cercate e scegliete un buon padre spirituale – e per grazia di Dio la nostra diocesi ha tanti santi e ottimi sacerdoti – e con lui intraprendete la scalata verso la conquista della vostra vita, nel discernimento di quella splendida melodia che il Signore ha da sempre inscritto nelle fibre del vostro essere. Perché possiate prendere per mano questa nostra amata Chiesa nissena e instillarvi la linfa vitale della vostra giovinezza e dei vostri sogni! Mi fido di voi! Voi sarete il futuro della nostra Chiesa perché ne siete il presente più radioso!

CONCLUSIONE

Miei carissimi giovani, eccoci giunti alla fine di questa conversazione. È come se avessi svuotato il cuore per porre nel cuore di ciascuno di voi quello che più mi premeva comunicarvi, perché vorrei che ognuno di voi intonasse la sinfonia della gioia trovando il coraggio di essere eroe dell’esistenza, perché… si può dare di più… si può fare… si può essere e volare… Se siamo credenti, siamo cercatori di Dio. Cercatori infaticabili, viaggiatori stupiti in una storia definitivamente orientata verso la sua pienezza: il compimento in Dio. Sulla soglia della speranza, che schiude orizzonti di senso anche nell’apparente non-senso dello snodarsi dell’esistenza, e in cammino verso la Trinità, Grembo da cui veniamo e Patria in cui riposeremo, noi amati e amanti dell’Eterno nel tempo siamo chiamati ad essere semi di gioia nei solchi di una storia, la nostra, a volte sghemba e assurda. Testimoni del Crocifisso Risorto, per sempre nostro invisibile presente Compagno di viaggio, abbiamo la responsabilità di donare e condividere una Gioia che ci trascende e ci inabita, la gioia dell’Amore più grande: Dio. Egli ci eleva ad amici e figli e ci fa dono del Figlio, nel segno della croce e di una tomba vuota. Camminare la vita in compagnia del Dio-con-noi apre lo sguardo alla fiducia e alla serenità del cuore, rende trasparente l’anima e ci dà un aspetto di salvati… perché la gioia viene d’altronde. È spirituale. In attento ascolto dello Spirito, che apre il cuore e la mente all’intelligenza delle Scritture, il credente deve poter essere eco udibile e credibile del Vangelo, testimone della Gioia che viene dall’Alto e chiede di essere cercata, offerta, condivisa.

Sui sentieri della Gioia il cristiano si scopre Popolo, Popolo in cammino illuminato dalla lampada della Parola, sostenuto dal sorriso grazioso di Dio, accompagnato dalla prossimità amicale di quanti – uomini e donne, giovani, vecchi e bambini – si sono lasciati afferrare dalla divina avventura della fede.

Sui sentieri sconfinati della gioia si incontrano padri e maestri, compagni e amici, figli e fratelli… di tutte le età. Da ognuno bisogna cercare di imparare qualcosa, a partire dalla grandezza, bellezza e fatica del credere. Perché la fede si apprende sui banchi dell’ordinarietà della vita, nel segreto della cella interiore, quando si ha il coraggio di trovare tempo per accogliere l’Eterno e, dinanzi a Lui, togliersi i sandali dell’orgoglio e dell’autosufficienza e piegare le ginocchia in un silenzio adorante. Perché la fede si apprende quando, nello scorrere della collana del tempo, si assapora il gusto dell’ascolto dell’altro, ci si lascia arricchire dalle parole nascoste nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Ma occorre fermarsi, dare tempo all’altro e affinare l’udito per captare il flebile appello confuso magari fra assordanti rumori. “Dall’incontro fra l’essere umano che possiede – per alcuni anni decisivi – la disponibilità della giovinezza, e la Chiesa nella sua permanente giovinezza spirituale, sgorga necessariamente, da una parte e dall’altra, un’intensissima gioia e una promessa di fecondità” (Paolo VI). Giovani, siete voi che dovete assicurarci il domani luminoso della storia presente!

Carissimi giovani, da voi la Chiesa deve poter cogliere quotidianamente l’arte e il gusto della ricerca; il coraggio di porre domande e interrogativi che non aspettano risposte già confezionate; l’entusiasmo e la fatica del pensare; la voglia di capire, di appropriarsi di significati che nel filtro della coscienza possano trovare sintesi, unità, forza incisiva e propositiva di percorsi inediti. Perché voi giovani siete – e dovete sempre più essere – portatori di una fede fresca, non sempre “continua” ma mai scontata; una gioia che è dono e conquista, allegrezza e goliardia, superamento di percorsi difficili, vittoria su se stessi, bagliore dell’intelligenza e intuizione di fede.

Desidero concludere questa nostra amicale conversazione con le parole del Papa Giovanni Paolo II, tratte dal citato suo messaggio ai giovani per la prossima GMG: “Maria, “donna eucaristica” e Madre della Sapienza, sostenga i vostri passi, illumini le vostre scelte, vi insegni ad amare ciò che è vero, buono e bello. Vi porti tutti a suo Figlio, il solo che può soddisfare le attese più intime dell’intelligenza e del cuore dell’uomo”.

Con grande affetto vi abbraccio idealmente tutti e di cuore vi benedico.

Avvento Giovani