Linguaggio dei giovani e linguaggi della fede

Giordano Goccini *

Il pregio dell’intervista faccia a faccia “semi-strutturata”[1] è che richiede al soggetto di esprimere in prima persona ciò che pensa o ritiene importante, utilizzando locuzioni proprie e non solo indicando un certo grado di accordo/disaccordo con affermazioni già confezionate. In questo modo diventa possibile indagare non soltanto i contenuti delle risposte, ma anche i modi e le espressioni con cui gli intervistati manifestano il loro pensiero.
Per raccontare le convinzioni più intime dell’animo ci vogliono le parole giuste. E non è sempre facile trovarle. Occorre andarle a prendere in prestito da qualche parte, ripescando nei repertori noti le immagini e le espressioni più pertinenti al proprio stato d’animo. C’è una grammatica esistenziale che ciascuno di noi ha acquisito e possiede e a cui fa appello quando deve rendere ragione delle proprie convinzioni.
Non di rado, alla fine del colloquio, l’intervistato ringrazia per l’intervista: un’ora abbondante di supplizio dialogico si concludono con l’espressione grata di chi ha scoperto nel proprio intimo tesori più ricchi di quanto riteneva di possedere. Quando le domande scavano in profondità esigono termini adeguati e costringono a esplorare angoli in penombra della coscienza. Come se le cose dello spirito se ne stessero lì, buone buone in un cantuccio, ma quando si prova a tirarle fuori occorra vestirle con vocaboli conosciuti e concetti manifesti, perché gli altri possano comprenderle e riconoscerle.
In queste brevi riflessioni proveremo a leggere le modalità con cui i giovani rispondono alle sollecitazioni e alle domande. Quando devono esprimere le loro convinzioni dove prendono parole, concetti e immagini? A quali repertori attingono? Utilizzano materiali già noti (magari in modo creativo o eterodosso) o ne inventano dei nuovi? Dove e quando li hanno acquisiti e adattati alle loro esigenze? Sono domande troppo complesse per lo spazio di queste pagine, ma possono essere utili agli educatori e operatori pastorali per mettersi più profondamente in ascolto di questa generazione. Non soltanto di ciò che dice, ma di come lo dice.

L’opzione narrativa

Di fronte alla prima domanda, molto aperta e personale: “Vorrei che mi raccontassi del tuo rapporto con la fede, partendo da dove vuoi…” la scelta prevalente è stata quella narrativa. Anziché definire se stessi in una certa posizione esistenziale e di fede, i giovani hanno preferito raccontare la propria autobiografia di credenti che inizia sempre dalla famiglia e dalla partecipazione al catechismo. Se da una parte l’opzione narrativa era suggerita dal verbo raccontare contenuto nella domanda, non è tuttavia scontata la scelta di questo percorso. Infatti vi è qualche raro esempio contrario[2].
Perché quasi nessuno dei giovani inizia professandosi credente (o meno), ma intraprende una narrazione di sé? Un primo motivo sta nel bisogno di raccogliere un senso, una direttrice che giustifichi la propria opzione attuale in merito alla fede ricevuta. Prima di collocarsi in una posizione, il racconto permette di giustificare (anche a se stessi), come vi si è giunti. Di consueto si parte dall’eredità della famiglia, della quale viene abbozzata una definizione[3], per poi passare all’esperienza del catechismo con valutazioni molto differenti[4]. Seguono i percorsi di presa di coscienza, con differenziazioni segnate da esperienze, incontri, scoperte, tiepidezze, entusiasmi e pigrizie.
Tendenzialmente, il racconto tende a giustificare la collocazione attuale in ordine alla fede come una opzione ragionevole. Raramente la scelta attuale è dichiarata con toni perentori: prevalgono le sfumature, gli accenti, le tonalità graduali. I termini categorici emergono di più nelle categorie estreme: quelli che si professano “atei” oppure i “cattolici convinti”[5]. Per gli altri si tratta di un testo incompiuto, con molte pagine ancora da scrivere.
Un secondo motivo sta nella possibilità offerta dalla narrazione di stabilire dei tempi: un prima e un dopo. Al primo tempo appartengono la famiglia, la parrocchia, il catechismo, i sacramenti, l’oratorio. Il secondo invece è connotato da un cammino più individuale, di ricerca e di scoperta, di domande e inquietudini, di entusiasmi o tiepidezze, di incontri o esperienze. Il percorso diventa solitario e tortuoso, a volte guidato e accompagnato da figure significative. Anche quando questo secondo tempo è in linea con il primo, nel senso che si continua a partecipare alla vita della comunità, ne sono diversi i presupposti, le scelte, la consapevolezza. Nel racconto appare forte la marcatura del distacco tra il prima e il dopo: anche quando la fede c’è, essa è raccontata dai soggetti come diversa dalla fede infantile, come se fosse di un’altra sostanza. Qualche volta, la fede da bambini viene ricordata come inautentica o ipocrita, ma in genere viene descritta con tratti abbastanza positivi. Tuttavia i giovani sentano il bisogno di prenderne le distanze.

Quale fede?

Emergono così i tratti di una visione dell’autentica esperienza di fede, abbastanza comuni sia a coloro che dichiarano di credere sia a quelli che lo negano. Proviamo a indicarne alcuni:
Al centro dei racconti c’è sempre il tema della relazione. Esso è ribadito con forza sia in ordine al rapporto con Dio e con Gesù, che nei confronti della comunità e delle sue figure significative (preti, suore, missionari, educatori catechisti ecc.). La fede è interpretata come una relazione diretta con Dio, senza bisogno di tante mediazioni. Questo giustifica sia il ricorso agli strumenti “tradizionali” della vita ecclesiale (la messa domenicale, i sacramenti, l’impegno nel servizio, la partecipazione alla vita della parrocchia), sia l’allontanamento da essi per una ricerca più individuale, attraverso la preghiera interiore e alcune forme rituali personalizzate. La relazione con Dio viene descritta con i tratti della protezione, della libertà, della fiducia filiale e dell’abbandono confidente. Una relazione calda e carica di affetto, che va sentita, provata sulla pelle e riguarda più i sentimenti che la ragione.
Grande importanza riveste la coerenza con i valori etici, al punto che molti abbozzano una sorta di valutazione dell’autenticità della fede in base ad essa. Qui possiamo riconoscere l’intreccio di due istanze. Da una parte una reminiscenza della visione precettistica della vita cristiana, legata alle scelte etiche e alla condotta morale, interiorizzata negli anni del catechismo da una formazione autoritaria e riduttiva. Dall’altra si respira nelle parole dei giovani un anelito alla giustizia e una reazione alla ipocrisia, vista come il male tipico dei “buoni cristiani”, che non di rado viene attribuito ai frequentatori assidui[6].
Emerge così anche una visione più feriale della fede, che appare smarcata da impegni e rituali festivi e connotata invece da un sentimento di fiducia e protezione che abbraccia le attività ordinarie della vita. Probabilmente la relativizzazione della festa accusa anche il colpo di una organizzazione del tempo sociale sempre più individualistica e disorganica, ma ciò non sminuisce l’importanza assegnata alla vita quotidiana nel suo svolgersi. Anche quando la fede si è accesa o si è nutrita in qualche esperienza forte (GMG, pellegrinaggi, campeggi, ritiri spirituali, campi di servizio…) essa si esprime nella ferialità e nelle dimensioni più ordinarie, accompagnando lo scorrere della vita[7].

Per una ermeneutica della fede giovane

La figura del pellegrino[8] è quella che meglio di ogni altra sembra raccogliere i tratti del credente riscontrati nelle parole dei giovani. Da una parte essa è connotata da grande precarietà, itinerari tortuosi, cambi di passo, soste, deviazioni e anche possibili smarrimenti; dall’altra è rivestita da un’aura di libertà, da un’esigenza di autenticità e dal fascino della ricerca. Il credente accetta la precarietà del cammino perché vive la fiducia di essere ogni giorno accompagnato da una presenza misteriosa e forte a cui fare affidamento. L’esistenza (cristiana) appare perciò indefinita, sempre in movimento; esigente e preziosa, ma anche flessibile e provvisoria. Una ricchezza da scoprire, più che una identità da conquistare.
I passi appaiono più importanti della meta, che raramente viene evocata. La relazione con Dio lungo il percorso sembra bastare a rendere ragione del camminare. È sulla meta che la narrazione della fede dei giovani sembra farsi più evanescente. A parte qualche accenno ad un generico “al di là”, non vi è molto di più. Raramente spunta il tema della risurrezione, più come metafora del riscatto nella vita, che risposta alla morte. Qui possiamo riconoscere una marcata distanza dalla fede delle generazioni precedenti, molto orientata alla vita eterna e alla salvezza personale.
Ancor meno emerge nei giovani la rappresentazione che domina tutta la predicazione di Gesù nei Vangeli: il Regno di Dio, dove i poveri, gli afflitti e gli affamati saranno beati. È questo sogno di Dio sulla storia, questa promessa di felicità eterna per tutti i popoli – che accompagna ogni passo di Gesù e attraversa tutta la narrazione evangelica – il grande assente tra le parole dei giovani sulla fede.
I repertori a cui si ispirano attingono a piene mani dall’esperienza del vivere quotidiano, prendono le distanze dalla tradizione ecclesiale, ma sembrano ignorare la ricchezza e la profondità delle narrazioni evangeliche. Forse perché raramente ne incontrano nelle (tante) parole della Chiesa.

* Incaricato per la Pastorale giovanile della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, Viceparroco della Unità pastorale Oscar Romero e Direttore dell’Oratorio don Bosco a Reggio Emilia

NOTE

[1] Cfr. R. Bichi – P. Bignardi, Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015, pp. 158 ss.
[2] “Personalmente non ho fede, ce l’avevo quando andavo al catechismo perché sì, diciamo, ero obbligato, quindi poi crescendo l’esigenza di credere in qualcosa l‘ho persa, cioè non ho fede io”.
[3] “Io sono cresciuto in una famiglia cristiana, quindi sin da bambino andavo in parrocchia e frequentavo la messa”; “mio padre è molto credente, cioè credente praticante, mia mamma invece meno” .
[4] “Sono stato in un ambiente vicino alla chiesa, e da ragazzino ero molto felice di questa cosa, la vivevo in maniera molto positiva”; “lo vedevo abbastanza come un’imposizione” .
[5] Sui percorsi e i profili, soprattutto quest’ultimo, è interessante l’analisi di C. Pasqualini, I percorsi di fede dei giovani (di) oggi, R. Bichi – P. Bignardi, Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015, pp. 20-25.
[6] “È il fan club di Gesù che mi spaventa”.
[7] “Il cristianesimo è semplicemente la vita di tutti i giorni”.
[8] A questo riguardo cfr: Danièle Hervieu-léger, Il pellegrino e il convertito, Il Mulino, Bologna 2003.

I GIOVANI E LA FEDE

La ricerca Toniolo
Articoli su NPG
a cura di Paola Bignardi

– Una ricerca su giovani e fede: come e perché? (Rita Bichi), marzo 2016
– Diventare cristiani: (non) tutte le strade conducono a Roma (Cristina Pasqualini), marzo 2016
– Chi è Dio per i giovani? E Gesù? (Ilaria Vellani), aprile-maggio 2016
– Una fede senza Chiesa? (Ernesto Diaco), settembre-ottobre 2016)
– Fede e solidarietà (Diego Mesa), novembre 2016
– Linguaggio dei giovani e linguaggi della fede (Giordano Goccini), dicembre 2016