Incarnazione e donazione

Un binomio vincente per dare presenza e qualità alla nostra pastorale giovanile

Rossano Sala

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11)

Pastorale giovanile e scelta dell’incarnazione

È un dato di fatto che la prospettiva pastorale del Concilio Vaticano II ha riavvicinato la Chiesa e il mondo, i giovani e la Chiesa, l’uomo a Dio. Una prossimità di cui un po’ tutti sentivano il bisogno, prima di tutto per essere fedeli al Vangelo, il quale ci presenta una sconvolgente vicinanza di Dio agli uomini: come condizione dell’evangelizzazione Dio sceglie una vera e propria “emmanuelizzazione” [1], cioè di essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio presente in mezzo a noi, il Dio che si fa carne, che si fa bambino tra bambini, ragazzo tra ragazzi, giovane tra giovani e adulto tra adulti. Ciò non fu una teoria, un mito, una speculazione o un sistema religioso, ma semplicemente l’esistenza del Signore tra noi:

Egli è come il figlio di un ricco datore di lavoro, che si propone di vivere assieme ai lavoratori di suo padre per provare se è veramente possibile farcela con questa paga e con queste condizioni di vita. Lascia presso il Padre la sua eredità – al punto che sulla croce non sa neppure più di possederla –, rinuncia alla propria divinità; porta con se soltanto quello che anche noi possediamo per la sua grazia: la fede, l’amore e la speranza; vive tra di noi nelle stesse condizioni in cui anche noi siamo costretti a vivere [2].

La pastorale giovanile, fin dai suoi primi passi nell’immediato post-Concilio, ha colto in pienezza questo nesso e lo ha sviluppato ampiamente. La stessa rivista NPG ha impostato su questo registro la sua intera produzione. Partendo dalla “teologia dell’incarnazione” viene messa punto una pastorale della presenza e della sincronizzazione con il mondo dei giovani, con il loro sentire, facendo sì che ogni educatore-pastore sia attento alla loro concreta condizione, entrando in una reale condivisione con il mondo dei giovani. Effettivamente questa prospettiva ha dato alla pastorale giovanile la possibilità di essere davvero simpatica ed empatica, vicina e concreta, attenta intrinsecamente ai destinatari. Poi, in un progetto di pastorale giovanile orientato alla gioia, sembrava naturale agganciarsi alla buona novella dell’incarnazione.
Alcuni, vedendo lo sviluppo di alcune pratiche ed esiti pastorali, si sono domandati se la prospettiva dell’incarnazione non fosse per alcuni aspetti riduttiva rispetto alla pienezza della rivelazione cristologica che, partendo dalla condivisione radicale della condizione umana, arriva poi nel suo centro ad un atto che sembra assolutamente in controtendenza rispetto a tutto ciò: la passione, la croce e la morte di Gesù. Momenti effettivamente difficili da conciliare in una pastorale giovanile che voglia presentarsi come “buona notizia” per ogni giovane: come conciliare sofferenza, offerta della vita, rinuncia, obbedienza, ascesi, mortificazione, abbandono con una autentica ricerca di felicità che abita nel cuore dell’uomo? Come conciliare la gioiosa condivisione dell’incarnazione con la dura realtà della croce? La croce è e rimarrà sempre una pietra d’inciampo. Eppure il cristianesimo ha sempre visto in essa l’atto risolutivo di tutta la storia della salvezza.

La questione teologica: l’unità e la differenza tra incarnazione e croce

La verità cristiana si presenta sempre in forma sinfonica e mai monolitica. Ciò significa che siamo sempre in presenza di tante verità che vanno collegate tra loro in maniera corretta. Essere cattolici non significa semplicemente scegliere una verità a scapito di un’altra, ma di porre il corretto ordine e la necessaria gerarchia delle verità di fede, perché è da ritenere che

tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che “esiste un ordine o piuttosto una ‘gerarchia’ delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana” [3].

Nessuna teologia potrebbe escludere l’incarnazione come uno dei dati fondamentali della fede, perché esso fa parte di diritto della fede cristiana: «Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» [4]. Appare però chiaro nella lettura dei testi neotestamentari, e ormai vi è forte accordo tra i biblisti e i teologi, circa la convinzione che i testi evangelici sono stati generati dall’evento pasquale. Ripartendo dal “triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto” gli autori biblici, ma potremmo dire la Chiesa delle origini, sono poi risaliti nella loro comprensione verso l’evento dell’incarnazione.
L’evento fondamentale che ha ispirato e guidato la loro ricerca è il “mistero pasquale” – con il quale dobbiamo intendere l’insieme degli avvenimenti dell’intero triduo pasquale: ultima cena, passione, morte, risurrezione e invio dello Spirito – perché esso è il criterio interpretativo e riassuntivo dell’intera esistenza di Gesù. Tutto ciò viene evidenziato letterariamente (1) con l’abbondanza anche quantitativa dei racconti dedicati alla passione, morte e risurrezione di Cristo; (2) con la rilevanza data nella predicazione di Gesù alla sua morte e non tanto alla sua nascita; (3) con il fatto che gli episodi legati all’evento dell’incarnazione sono tardivi rispetto al nucleo centrale del vangelo e sono riletti alla luce della Pasqua; (4) con l’insistenza che il dato più scandaloso per la comprensione di Gesù non è tanto il suo pretendere di essere figlio di Dio, ma il suo pretenderlo proprio attraverso la morte di croce ed in relazione ad essa: non come “incidente di percorso”, ma come momento di “massima donazione” capace di legittimare la pretesa divina di Gesù una volta per tutte.
Tutti questi elementi ci costringono a considerare che l’evento-criterio-prospettiva fondamentale del Nuovo Testamento è l’insieme dell’evento pasquale – che è il preciso luogo della donazione totale di Gesù agli uomini – e non tanto l’evento dell’incarnazione isolatamente considerato. Non nel senso che questo debba essere considerato di poco conto, ma nel senso che la Pasqua è l’evento illuminante in cui anche l’incarnazione viene individuata e compresa nel suo esatto significato salvifico all’interno della storia della salvezza.

L’ottica risolutiva: la prospettiva unificante della donazione

Per allargare il nostro sguardo è opportuno affermare che la vita di Dio per noi, con noi e in mezzo a noi è realizzata, conformemente alla sua natura agapica, attraverso una donazione dopo l’altra e dentro l’altra. Creazione, alleanza, incarnazione e croce fanno parte di un vero e proprio itinerario di sempre maggiore donazione, in cui Dio si consegna progressivamente a noi in un amore che arriva fino all’insuperabilità del dono totale di sé. Propriamente, secondo le parole di Giovanni, si tratta di un amore che arriva «sino alla fine» [5], oltre cui è impossibile arrivare:

Questi quattro tempi dispiegano uno svuotamento progressivo dell’essere di Dio. Sarebbe stato possibile per Dio restare nella sua eternità, ma ha scelto di ritirarsi creando il mondo. Dopo la creazione per lui sarebbe stato possibile lasciare che la sua opera seguisse la sua strada secondo le leggi della natura, tuttavia ha scelto di entrare nella creazione stringendo alleanza con un popolo. Dopo le diverse alleanze e la consegna della Torah al suo popolo per lui sarebbe stato possibile ritirarsi lasciando che il mondo proseguisse da sé la sua strada, mentre ha scelto di rinunciare a una parte della sua divinità divenendo uomo tra gli uomini. Quando è entrato totalmente nella creazione, lo ha fatto divenendo non un re da servire e riverire ma un servo rifiutato da tutti e morto sotto tortura. Che cosa fare di un Dio così? Che cosa significa la fede per un cristiano? [6]

Ecco perché non bisogna separare incarnazione e croce: perché entrambi sono movimenti in continuità verso una sempre maggiore donazione di Dio a noi. Ecco perché propongo la cifra della donazione come trasversale e adeguata per comprendere l’intera storia della salvezza: perché il dono di sé a noi in vista di una piena comunione con noi è il cuore e il motivo di ogni cosa. La donazione non obbliga ad una scelta tra incarnazione e croce, ma permette di comprendere la verità gioiosa dell’una e la verità dolorosa dell’altra senza opporle.
Dalla piena rivelazione dell’amore che è Dio sulla croce – che implica quindi il dovere di guardare a colui che hanno trafitto [7] – prende senso l’itinerario di donazione che il Dio-Agape da sempre ha pensato ed attuato attraverso successive tappe, che mostrano la sua capacità pedagogica, in grado cioè di giungere all’integralità del suo amore attraverso la gradualità della sua attuazione: «La differenza fra i diversi fenomeni, in cui si dispiega la donazione, non è una differenza di essenza, ma di grado. […] Si può parlare di un’unica donazione che si differenza per gradi» [8].
Come comprendere tutto questo in maniera semplice e lineare? Attraverso la comprensione di quell’evento che Gesù stesso ci ha donato come luogo ermeneutico non solo della croce, ma anche di tutta la sua vita e di tutta la storia della salvezza: l’ultima cena, da cui scaturisce la prassi ecclesiale di tutti i tempi della celebrazione eucaristica, la cui centralità è affermata in forma indiscutibile dalla tradizione della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. In forma sintetica possiamo e dobbiamo attestare che l’eucaristia è da pensarsi, così come il Concilio Vaticano II ci invita a fare, come «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» [9] e soprattutto come «fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» [10]. L’eucaristia è in questo senso la vera chiave di lettura dell’essenza stessa di Dio.
Tale prospettiva mette al centro la donazione di Gesù come fonte e culmine di tutta la vita cristiana e di tutta l’evangelizzazione e quindi, di conseguenza, di ogni azione pastorale che abbia la pretesa di dirsi ed essere tale.

La pratica pastorale: prossimità e dono di sé

Dopo aver chiarito teologicamente la questione, diventa più semplice cercare una corretta articolazione dei due termini nella pastorale giovanile.
Il Dio che si fa uomo, che entra nella stessa condizione e si pone allo stesso livello dei suoi destinatari, certamente offre «l’orientamento fondamentale per le scelte concrete» [11]. In effetti la prossimità è sempre da ribadire come punto di partenza in ordine alla pastorale.
Non si tratta però di una semplice vicinanza solidale, ma dobbiamo fare il passo dell’approfondimento nell’ottica di una donazione sempre maggiore, perché il criterio della prossimità è necessario ma insufficiente a rendere conto della pienezza del dato cristiano, segnato in maniera decisiva dalla donazione di Dio in vista della comunione con gli uomini. Non possiamo quindi considerare la prossimità, nemmeno dal punto di vista pastorale, il centro della proposta cristiana, perché mancheremmo di vedere come la donazione che Gesù fa di sé sia il cuore della fede da lui portata, che ci impegna all’imitazione del Signore: in effetti, al darsi di Dio a noi dovrà corrispondere il nostro pieno e totale darsi ai fratelli per entrare in comunione con Lui!
Se la necessaria “prossimità” segna dovere di essere lì dove sono i giovani, condividere, frequentare il mondo giovanile dall’interno e non conoscerlo solo teoricamente, la “donazione” rende conto della qualità della presenza, che non è da pensarsi nella logica dell’intrattenimento o dello spettacolarismo, ma di una testimonianza credibile capace di autentica perdita di sé a favore dell’altro.
La prospettiva della prossimità va dunque ricompresa pastoralmente, allargandone il logos, a partire dall’atto fondamentale di Cristo verso gli uomini – dal quale prende corpo e forma tutta la sua vicenda – che non può essere altro che la sua libera, radicale e totale donazione: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» [12]. La necessità della presenza educativa ed evangelizzatrice tra i giovani – garantita dal gesto inaudito di Dio di mandare il suo figlio come uno di noi – ha la necessità di un educatore-evangelizzatore, che, come Gesù Cristo, sia pronto non semplicemente a “stare con i giovani” o a “comunicare una buona notizia”, ma che faccia dono della sua vita a loro favore. Senza di questo non c’è pastorale giovanile, ma intrattenimento ed animazione più o meno culturale dei giovani; non c’è evangelizzazione, ma comunicazione di qualche utile insegnamento sul Vangelo; non c’è educazione, ma solidarietà, cordialità e simpatia.
Insomma, la prospettiva della donazione offre profondità, sostanza e contenuto alla prossimità pastorale: per la pastorale giovanile significa superare il rischio del “giovanilismo”, di una vicinanza ai giovani neutrale e leggera, incapace di essere incisiva e significativa per la loro vita. Per don Bosco la figura dell’educatore ha una identità ben precisa e per nulla generica: nel piccolo trattatello sul Sistema preventivo lo definisce «un individuo consacrato al bene de’ suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione de’ suoi allievi» [13]. Cioè deve essere disponibile perfino a perdere se stesso per la salvezza dei suoi ragazzi: «Io vi prometto e vi do tutto quel che sono e quel che ho. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» [14].(NPG)


NOTE

[1] Cfr. F. Mercadante, Engaging a new generation. A vision for Reaching Catholic Teens, Our Sunday Visitors Publishing Division, Huntington (USA) 2012, 101-126.
[2] A. von Speyr, San Giovanni: esposizione contemplativa del suo vangelo. II: I discorsi polemici, Jaca Book, Milano 1989, 109.
[3] Francesco, Evangelii gaudium, n. 36.
[4] Gv 1,14.
[5] Gv 13,1.
[6] A. Nouis, Lettera a un giovane sulla fede, Qiqajon, Magnano (BI) 2012, 66-67.
[7] Cfr. Zc 12,10.
[8] A. Bertuletti, Dio, il mistero dell’unico (Biblioteca di teologia contemporanea 168), Queriniana, Brescia 2014, 223.228.
[9] Lumen gentium, n. 11. Cfr. anche Potissimum istitutionis, n. 6; Unitatis redintegratio, n. 22 e Ad gentes, n. 9.
[10] Presbyterorum Ordinis, n. 5.
[11] R. Tonelli – S. Pinna, Una pastorale giovanile per la vita e la speranza. Radicati sul cammino percorso per guardare meglio verso il futuro (Nuova biblioteca di scienze religiose 33), LAS, Roma 2011, 58.
[12] Lc 22,19.
[13] G. Bosco, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù, n. 3.
[14] G.B. Lemoyne, Memorie biografiche di don Bosco, VII, 585.