Luce e forza per il cammino. Strategia, stile e qualità per un rilancio della pastorale giovanile

Rossano Sala

L’obiettivo generale che mi prefiggo in questo contributo è di aiutare ogni operatore di pastorale giovanile a pensare come teologia e spiritualità debbano e possano essere al servizio dell’educazione e dell’evangelizzazione dei giovani oggi. Riconoscendo così che la nostra “testa” – ovvero la nostra capacità di riflessione profonda, di discernimento critico, di ordinamento saggio, di progettazione lungimirante e di verifica concreta – è un dono prezioso di Dio e non è nemmeno il più modesto! Siamo quindi chiamati a riconoscere questo dono, a coltivarlo con intensità e svilupparlo con creatività anche nella pastorale giovanile, che va pensata, progettata, realizzata e verificata con intelligenza, oltre che con speranza, coraggio e creatività.
La teologia pastorale – da cui la pastorale giovanile trae ispirazione, orizzonti e criteri – è nata proprio come scienza per “pensare l’agire” della Chiesa nella concretezza del tempo storico in cui è inserita. Se questo non avviene, il rischio non ipotetico è quello di “agire senza pensare”! Il che sarebbe certamente un guaio sotto tutti i punti di vista.
L’organizzazione di ciò che segue ha la forma a spirale in cinque tappe, che ha il vantaggio di creare un pensiero integrato e integrale, in grado di creare unità intorno a ciò che conta. Il primo punto ha il compito di condividere una piccola ma preziosa piattaforma che faccia da sfondo al nostro pensare. Il secondo punto è dedicato alla “strategia”, ovvero a ripensare il nostro compito educativo-pastorale nel tempo della nuova evangelizzazione. Il terzo punto, centro del contributo, cerca di mettere a fuoco lo “stile” complessivo di coloro che oggi sono chiamati all’apostolato tra i giovani. Il quarto punto cerca di andare in profondità rispetto alla “qualità” necessaria ad una comunità cristiana che desideri essere credibile nel suo impegno per e con i giovani. Infine, nel quinto punto si rilancia il tutto in direzione delle pratiche educativo-pastorali.

  1. SFONDO: FARO, ORIZZONTE E PORTO DELLA PASTORALE GIOVANILE

Parto facendomi insieme con voi quattro domande, le cui risposte, seppur solo abbozzate, fanno da sfondo al nostro impegno verso le giovani generazioni. Sembra infatti che oggi, proprio perché viviamo in un mondo sempre più “liquido”, possano sfuggirci alcuni fondamentali su cui invece è necessario convergere.

L’idea di pastorale giovanile

La prima domanda sembra addirittura ovvia: che cos’è la pastorale giovanile?
Lasciando la parola ad un autorevole protagonista della riflessione sulla pastorale giovanile nel post-Concilio in Italia recentemente scomparso – il caro don Riccardo Tonelli – in prima battuta possiamo dire che
«per noi pastorale giovanile è l’insieme delle azioni che la comunità ecclesiale compie, sotto la guida potente dello Spirito di Gesù, per dare pienezza di vita e speranza a tutti i giovani. […] La pastorale è una sola: il servizio alla vita in Gesù, il Signore della vita, l’unico nome in cui possiamo avere vita. Essa si diversifica nelle differenti realizzazioni pastorali, perché si incarna in situazioni diverse e concrete. Diventa pastorale giovanile quando il servizio alla vita in Gesù si realizza nel mondo dei giovani» [1].
Tale sforzo, che passa decisamente attraverso la pratica educativa e non è pensabile senza di essa, ha fin dall’inizio una chiara ispirazione e finalità evangelizzatrice, e quindi ci inserisce nel cuore della missione propria della Chiesa, dalla quale non è mai possibile indietreggiare e alla quale non ci è permesso sottrarci:
«La pastorale giovanile vuole annunciare che Gesù è il Signore e solo in lui possiamo essere pienamente nella vita e fondati nella speranza. Per questo non può accontentarsi mai di fare un ottimo servizio educativo, ma si interroga continuamente sul significato, sull’urgenza e le ragioni dell’evangelizzazione» [2].
Occorre poi dire che non si può e non si deve pensare alla pastorale giovanile come separata o parallela rispetto al cammino pastorale della Chiesa nel suo insieme. Non ci pensiamo in alternativa rispetto alla pastorale generale della Chiesa, ma ci muoviamo decisamente al suo interno.
Siamo qui in tanti e da diverse provenienze, ma il desiderio sincero di tutti è quello di camminare nella Chiesa, con la Chiesa e per la Chiesa, creando una comunione sinfonica, che per sua natura non è omologante ma arricchente rispetto all’unità:
«La proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito che apre strade nuove in sintonia con le loro aspettative e con la ricerca di spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto. È necessario, tuttavia, rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa» [3].
Di fronte a questo sfondo – generale ma non generico! – mi pongo nell’ottica di questo convegno, chiedendomi qual è il faro, l’orizzonte e il porto della pastorale giovanile.

Il faro: la luce di Cristo ci illumina, ci riscalda e ci invia

In secondo luogo allora: qual è il faro della pastorale giovanile?
Dobbiamo riconoscere che la luce viene dalla fede, viene precisamente dal Signore Gesù, luce del mondo. Il nostro faro rimane il cero pasquale, quello che tra qualche settimana nella veglia pasquale, “madre di tutte le veglie”, sarà accesso in ogni nostra Chiesa. Attraverso il sacrificio di Cristo noi abbiamo luce e calore per la nostra opera di educazione e di evangelizzazione. Vorrei risentire con voi le parole di Benedetto XVI che, nella sua consueta lucidità e precisione, così si esprimeva il 7 aprile 2012 durante la veglia pasquale:
«Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio» [4].
Lasciandoci illuminare e scaldare dalla grande luce che è Cristo possiamo anche noi divenire luce e calore per tutti coloro che incontriamo sul nostro cammino. È il Cristo crocifisso-risorto, colui che offre la sua vita e per questo è resuscitato, che invia i suoi discepoli verso la missione, donando loro il mandato e la forza dell’apostolato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli… Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo» [5]. Non può essere diversamente per la pastorale giovanile: “Andate e fate discepoli tutti i giovani!”. Un programma sintetico ma completo per la pastorale giovanile:
«Andate: si tratta di un movimento in uscita, un camminare, un prendere il largo, attraverso uno slancio missionario che incontra i giovani là dove sono [6];
Fate: la nostra azione pastorale è intessuta di pratiche, cioè di concretezza, di azione, di attività. Non si riduce a teoria o a formazione intellettuale;
Discepoli: l’obiettivo della pastorale giovanile non è una generica umanizzazione, ma implica il desiderio e l’impegno per far entrare ogni giovane nel ritmo e nello stile del discepolato cristiano;
Tutti i giovani: siamo e rimaniamo cattolici, ovvero in linea di principio non possiamo escludere nessuno dal nostro raggio d’azione. L’orizzonte della mediazione educativa di tutta la comunità cristiana è aperto su tutti i giovani» [7].

L’orizzonte: il nostro ampio e articolato impegno educativo-pastorale

In terzo luogo mi domando qual è l’orizzonte della pastorale giovanile?
Se la Chiesa nel suo insieme ha a cuore lo «sviluppo di tutto l’uomo e tutti gli uomini» [8], dobbiamo dire che, all’interno di questa passione dominante, l’orizzonte della pastorale giovanile è quello di avere a cuore “tutto il giovane e tutti i giovani”. L’orizzonte è quello di una educazione integrale e integrata, che non lasci nulla fuori dal suo raggio d’azione. Per precisare meglio mi esprimo parlando di cinque cerchi concentrici, che stanno uno dentro l’altro e non uno accanto all’altro:
«La promozione umana, che nell’ambito delle giovani generazioni prende chiaramente il nome e la declinazione educativa, e che in primo luogo impegna la Chiesa a «camminare con i giovani» [9], accompagnandoli amorevolmente nel loro itinerario di vita;
L’evangelizzazione, che implica per ciascun giovane «l’incontro vitale con la persona di Gesù Cristo» [10]: attraverso la liturgia e la catechesi ciò avviene anche oggi nella Chiesa;
La formazione morale della coscienza, perché «la Chiesa, attraverso la catechesi e la pastorale giovanile, si sforza di renderli [i giovani] capaci e di attrezzarli per discernere tra il bene e il male, di scegliere i valori del Vangelo piuttosto che i valori mondani, e a formare solide convinzioni di fede» [11];
La corresponsabilità apostolica con i giovani: la pastorale giovanile si qualifica nel momento in cui è vissuta non solo “per i giovani”, ma “con i giovani”, facendo di loro non dei destinatari passivi della nostra azione pastorale, ma coinvolgendoli in prima persona nell’apostolato come protagonisti della loro stessa evangelizzazione;
La cura della vita spirituale in ottica vocazionale: per essere all’altezza della sua vocazione, la pastorale giovanile deve condurre ogni giovani a riconoscere, accogliere e rispondere alla sua personale vocazione e missione. Questo implica un competente impegno di accompagnamento spirituale in vista del discernimento vocazionale».
Appare evidente che queste cinque attenzioni non vanno separate, ma vanno coltivate insieme, pur rispettandone la singolarità propria. La legge generale che regola l’integrazione e l’interazione di questo orizzonte è quella della gradualità della proposta e dell’integralità dell’annuncio.
Sta di fatto che dalla diversa modulazione e sottolineatura di questi differenti aspetti nascono diverse impostazioni di pastorale giovanile, tanto plurali ma insieme caratterizzate da un unico, ampio e articolato orizzonte che non va mai perso di vista.

Il porto: luce, sale e lievito all’interno del mondo

In quarto luogo ci domandiamo qual è il porto della pastorale giovanile?
E rispondiamo immediatamente che ci occupiamo della vita quotidiana, perché noi operiamo lì dove i giovani vivono. Il popolo di Dio vive nel cuore del mondo, all’interno di una cultura e di una storia: ci rendiamo sempre più conto che «la grazia suppone la cultura e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» [12].
La fede, per dirla in breve, è certamente altro rispetto alla cultura, ma non è mai altrove rispetto ad essa. Noi viviamo e operiamo nel porto, che è il luogo dello scambio, della laboriosità quotidiana, delle grandi progettualità, dell’arrivo e della partenza, delle progettazioni e delle realizzazioni.
Non ci separiamo dal mondo, ma siamo lievito, sale e luce del mondo. L’antichissima e sempre attuale lettera A Diogneto pone i cristiani come differenti dal mondo, ma mai fuori dal mondo o viventi al di là di esso. E questa posizione non deriva da una nostra scelta, ma dal modo in cui siamo stati stabiliti da Dio nel mondo:
«I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per terra, né per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né fanno uso di qualche dialetto speciale, né seguono un genere di vita singolare. Abitano nelle città sia greche che barbare, come ciascuno ha avuto in sorte, e seguendo i costumi locali sia per i vestiti, sia per il nutrimento e il restante modo di vivere, mostrano la meravigliosa e veramente paradossale modalità della loro cittadinanza. Abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; condividono tutto come cittadini, ma tutto sopportano come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria per loro terra straniera. Vivono sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Dio li ha stabiliti in una tale posizione, che non è loro lecito abbandonare» [13].
Non siamo quindi gente che fugge dal mondo, ritenendo oggi impossibile educare ed evangelizzare i giovani: con Papa Francesco sappiamo invece che, in realtà, onorare il compito pastorale ricevuto non è mai stato facile: allora «non diciamo che oggi è più difficile; è diverso» [14]. In quanto raggiunti e conquistati dal Signore Gesù qui e adesso vogliamo essere speranzosi rispetto al tempo in cui esistiamo, se non altro perché è l’unico che ci è dato di vivere:
«Il mondo è in crisi fin dall’origine. E tale situazione critica non ha mai smesso di ripresentarsi nel corso dei tempi. […] La cosa certa è che non possiamo avere nostalgia di una cristianità sepolta. Bestemmierò contro la provvidenza che mi ha posto in questo momento della storia? Non devo forse riconoscere che sono nato in quest’epoca, che la mia missione, anche se complicata, è adesso, e che non devo aspettare il ritorno di condizioni favorevoli per cominciare ad essere testimone?» [15].

2. STRATEGIA: CHIAMATI A MOSTRARE AI GIOVANI LA CONVENIENZA DEL CRISTIANESIMO

Viviamo in una stagione originale della storia e della Chiesa. Stiamo assistendo ad una transizione epocale, dove si vivono tanti pericoli, ma anche tante opportunità inedite. Sta di fatto che questo tempo richiede un cambio di strategia. In ambito ecclesiale si parla volentieri di “nuova evangelizzazione”. Si tratta di comprenderne il senso e di arrivare alle conseguenze necessarie per l’impostazione strategica della nostra azione pastorale.

Come dobbiamo intendere la nuova evangelizzazione?

Oramai da molto tempo si avverte l’esigenza di proporre una “nuova evangelizzazione”, ma sorge una domanda tutt’altro che marginale: come dobbiamo intendere la parola “nuova”? Similmente al celebre assioma pirandelliano, dell’“uno, nessuno e centomila”, la questione appare molto sfuggevole e per nulla banale. Forse questo “nuovo” è meglio definibile, per affondare nell’immagine pirandelliana, un “personaggio in cerca d’autore”. Mi pare, da quel che ne capisco, che oggi ci siano due direzioni fondamentali di interpretazione di questa nuova esigenza.
Un primo vettore di movimento è quello della “riconquista cattolica”, che ci riporta all’atmosfera del conflitto moderno fatto di diretta e dura contrapposizione con il cosiddetto mondo. Alcuni segnali di ritorno ad una solidità identitaria dai tratti comunitaristi e fondamentalisti – per lo più in ambito liturgico come reazione ad uno certo sbilanciamento orizzontalistico postconciliare – lo lasciano intravedere con una certa forza e irrigidimento. Va certamente notato che in un mondo liquido-moderno che polverizza ogni certezza condivisa, è più che comprensibile lo sforzo per recuperare una compattezza sociale da parte di una Chiesa che rischia una vera e propria sparizione sociale; dall’altra parte un movimento di questo genere, se prendesse il sopravvento, sarebbe un vero e nuovo tonfo storico, che ci riporterebbe indietro, nel fuoco incrociato di una evidente ripetizione della modernità e dei suoi conflitti, evadendo il grande segno dei tempi che è stato l’evento stesso del Concilio Vaticano II, che ha invece segnato un’epocale cambio di strategia guidato dallo Spirito del Signore.
Un secondo volano è quello che ci vede impegnati verso un vero e proprio “riposizionamento del cristianesimo” nella nostra epoca, capace di fare i conti, prima ancora che con l’uomo d’oggi, con le esigenze del Vangelo. In questo secondo movimento si distinguono, a mio parere, due diverse accentuazioni:
(a) da una parte chi fa leva maggiormente sui destinatari dell’evangelizzazione: la cultura odierna, l’uomo d’oggi e per noi i giovani sono radicalmente diversi e quindi va ripensato l’impianto generale della trasmissione della fede. In questo senso bisognerebbe impegnarsi maggiormente per comprendere “come parlare di Dio ai giovani”;
(b) dall’altra parte chi fa leva maggiormente sui soggetti dell’evangelizzazione: la Chiesa, prima di pensarsi adeguata al Vangelo, deve prima di tutto riconoscere di esserne la destinataria privilegiata. In fondo si tratta di prendere coscienza che non vi un momento storico in cui la Chiesa possa dire di essere “a posto con Dio”, ma sempre è chiamata ad una continua conversione al Dio vivente, che è sempre maggiore e sempre avanti! In questo senso bisognerebbe impegnarsi maggiormente per comprendere “perché parlare di Dio ai giovani”.
Non si tratta evidentemente di contrapporre queste due “accentuazioni” – una più culturale e l’altra più eccle­siale, una più ad extra e l’altra più ad intra – perché in fondo si tratta di un unico riposizionamento del cristianesimo. Si tratta invece di integrarle secondo una corretta e adeguata asimmetria. Non si tratta prima di tutto di trovare nuove tecniche e nuove pratiche – il “come lo facciamo” –, ma occorre trovare rinnovate convinzioni e motivazioni – cioè chiarirci il “perché lo facciamo”, e soprattutto il “per chi lo facciamo”! –, perché le tecniche e le pratiche emergeranno come logica conseguenza, così che il “saper essere” divenga davvero un “saper fare”:
«Mettere il come prima del perché ci fa soccombere poco a poco al fascino del telecomando. E questo succede perfino all’interno della Chiesa. Molti pensano che il punto cruciale della “nuova evangelizzazione” (quello che la rende davvero “nuova”) consista nell’adottare le “novità”, nel migliorare i metodi di comunicazione, nel padroneggiare meglio le tecnologie più recenti. Il Vangelo in sé non funziona abbastanza: ciò che serve è il Vangelo più il multimediale, la Faccia di Dio più Facebook, lo Spirito Santo più Twitter… I nostri giorni corrono su queste rotaie. Moltiplichiamo i mezzi, ma siccome non ne conosciamo più la finalità, questi mezzi diventano fini. […] Sentendo la domanda “come parlare di Dio oggi?”, si suppone che si tratti di parlare agli altri, come se, per se stessi, la domanda non si ponesse affatto. Implicitamente, presupponiamo che, essendo noi dei cristiani, è solo nei confronti dei non cristiani che si pone il problema» [16].

La via di Gesù, ospite e pellegrino in mezzo a noi

Ogni volta che si riposiziona il cristianesimo si opera una riforma nella Chiesa. Cioè si cerca di nuovo una conformazione a Cristo Signore, il quale rimane sempre «il primo e il più grande evangelizzatore» [17] e quindi il modello a cui ispirarsi sempre di nuovo, proprio perché il Signore Gesù è l’eterna novità: «Se poi vi viene in mente questo pensiero: ma allora il Signore che cosa è venuto a portarci di nuovo?, sappiate che ha portato ogni novità portando se stesso» [18].
La sua strategia è quella dell’incarnazione: non sta né nell’ostilità verso il mondo e nemmeno nella generosa ospitalità verso di esso, ma precisamente nella richiesta di ospitalità. È per noi illuminante, a questo proposito, l’ispirata attestazione liturgica per cui il Padre invia a noi il suo Figlio come ospite e pellegrino:
«Nella pienezza dei tempi hai mandato il tuo Figlio, ospite e pellegrino in mezzo a noi, per redimerci dal peccato e dalla morte; e hai donato il tuo Spirito, per fare di tutte le nazioni un solo popolo nuovo che ha come fine il tuo regno, come condizione la libertà dei tuoi figli, come statuto il precetto dell’amore» [19].
La figura del Cristo – e conseguentemente quella della sua Chiesa – sarà qui da ripensare secondo un’ospitalità rovesciata, forse evangelicamente più pertinente: cioè non più nella forma di un “cristianesimo ospitale” – di contro ad un “cristianesimo ostile” –, ma un cristianesimo che chiede ospitalità al mondo. Un cristianesimo capace di bussare di nuovo sia al Vangelo che al mondo, con umiltà e modestia, conformemente al suo Signore: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» [20].
Emerge così l’unica duplice sfida di fronte alla quale il cristianesimo storico – e, per quanto ci riguarda più da vicino, la pastorale giovanile – non può defilarsi, ma a cui deve rispondere con rinnovato coraggio: (1) lasciarsi di nuovo ospitare dall’evangelo, da cui dobbiamo sempre di nuovo ripartire; (2) chiedere ospitalità al mondo degli uomini e dei giovani, da cui dobbiamo sempre di nuovo farci amare e apprezzare per quello che siamo e per quello che facciamo.
Effettivamente la svolta qualitativa che ci è richiesta ci porta a cogliere la necessità di una vera e propria conversione missionaria della Chiesa, perché oggi «l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» [21]. E il missionario è per definizione è uno che prima di tutto domanda umilmente di essere ospitato.
Così diventa importante rendere ragione della propria fede – compito permanente della Chiesa di tutti i tempi – secondo uno stile pastorale umile e rispettoso: «Sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» [22]. Soprattutto sia fatto seguendo la via di Gesù: Anche questo è un impegno prioritario della nuova evangelizzazione:
«Questo stile deve essere uno stile globale, che abbraccia il pensiero e l’azione, i comportamenti personali e la testimonianza pubblica, la vita interna delle nostre comunità e il loro slancio missionario, la loro attenzione educativa e la loro dedizione premurosa ai poveri, la capacità di ogni cristiano di prendere la parola dentro i contesti in cui vive e lavora per comunicare il dono cristiano della speranza» [23].

Chiamati a privilegiare la via regale dell’evangelizzazione

Mi pare illuminante, a proposito di strategie, un’indicazione di un teologo italiano di indubbia qualità, Giuseppe Colombo, il quale, in un agevole e denso libretto scritto nel 1997 sul tema dell’evangelizzazione, ha anticipato una prospettiva che effettivamente si sta verificando, e che ha avuto nell’imprevedibile, misterioso e inaspettato “cambio di pontificato” una sua accelerazione [24]. Secondo G. Colombo nel nostro tempo «s’impone il ripensamento dell’evangelizzazione» [25]: godendo di una libertà senza precedenti, alla Chiesa
«si aprono due vie, non alternative. L’una: quella di convincere gli uomini e quindi la società postmoderna a tornare alla ragione. L’altra: quella di proporre se stessa, cioè le proprie forme e il proprio stile di vita. In altri termini, invece di impegnarsi nel tentativo di convincere gli uomini a tornare alla ragione, impegnarsi a convincere i cristiani a praticare il cristianesimo nella sua autenticità; propriamente a vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù Cristo» [26].
La prima via, quella orientata a riportare gli uomini alla ragione – che senza ombra di dubbio ha caratterizzato l’intero pontificato di Benedetto XVI –, sembra oggi strategicamente la meno conveniente e la più improbabile, per vari motivi:
«La Chiesa riesce a difendere la ragione, ma solo dove ha autorità, cioè nell’ambito propriamente ecclesiale; non riesce invece a imporre il rispetto della ragione nell’ambito vasto e indeterminato della cultura generale; la quale procede per vie proprie, incurante degli indirizzi e delle condanne della Chiesa. Sembra imporsi come conclusione l’alta improbabilità che la Chiesa, o se si vuole più in generale la cultura cattolica, riesca a riportare alla ragione gli uomini dell’età postmoderna» [27].
La rinuncia epocale di Benedetto XVI in quest’ottica si potrebbe leggere, per alcuni aspetti, come “impraticabilità kairologica” del tentativo di riportare gli uomini alla ragione nel tempo della tarda modernità. È bene però riconoscere che l’abbandono di tale strategia pastorale non obbliga all’abbandono della ragione a se stessa, ma chiede ai cristiani di essere, proprio in questo tempo, dei veri e propri custodi della ragione stessa perché, come dice bene il grande e insuperato polemista cattolico G.K. Chesterton, «la Chiesa è l’unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione» [28].
Rimane però, dal punto di vista pastorale, la seconda via – che sta caratterizzando fino a questo momento le linee guida del pontificato di Francesco –, quella che potremmo definire “regale” o “testimoniale”, che vede impegnata la Chiesa e i cristiani a proporre se stessi e le loro esistenze in conformità a quella di Gesù Cristo. Tale via «non è il ripiego cui adattarsi per la constatata impraticabilità della prima strada: è invece la strada “regale”, propria, di sempre, da preferire a qualsiasi altra, anche se in qualche momento persa di vista» [29]. Non per nulla Papa Francesco appare, nei suoi gesti e nelle sue parole, molto esigente nei confronti di coloro che sono “nella Chiesa” e sono chiamati a guidarla, e insieme molto accogliente verso coloro che vengono dalla “periferia”, restituendoci in modo originale il tratto evangelico per cui Gesù è tanto rigoroso e ruvido con i suoi discepoli, quanto è tenero e misericordioso nei confronti di tutti gli altri. Gesù non fa sconti per chi vuol essere suo discepolo, perché deve assumere il suo stile e la sua passione per la salvezza di tutti e di ciascuno.
Il cristianesimo oggi, lungi dal pensare all’evangelizzazione come «parola/idea/verità (astratta) da dimostrare razionalmente» [30], deve convincersi che la vera alternativa da seguire
«è quella della evangelizzazione impegnata, non a dimostrare la verità astratta del messaggio/vita cristiana, ma a mostrare nella pratica effettiva la sua “convenienza”, alla quale soltanto, nell’età “postmoderna” possono essere riconosciute le chances di farsi valere e di persuadere. “Convenienza” non nel senso mercantile del termine, ma nel senso oggettivo – e, se è permesso – ontologico» [31].
La via di Gesù non può che essere anche la via della Chiesa: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza» [32]. Alla Chiesa, per riabilitare se stessa agli occhi del mondo giovanile, rimane sempre la possibilità strategica di offrire una testimonianza credibile circa la convenienza della sua forma di vita: effettivamente una Chiesa che vive come il suo Signore diviene una provocazione e una interrogazione per ogni giovane che sia alla ricerca del senso pieno della propria esistenza.

  1. STILE: TESTIMONIANZA, PROSSIMITÀ ED ESSENZIALITÀ DELL’APOSTOLO

Il 14 ottobre 2013 Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’incontro plenario del “Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”. Nel breve ma intenso indirizzo di saluto ha riassunto in tre punti lo stile e i contenuti della “nuova evangelizzazione”: (1) primato della testimonianza; (2) urgenza di andare incontro; (3) progetto pastorale centrato sull’essenziale. Metto alla vostra attenzione alcuni passaggi che mi paiono illuminanti per poter mettere a fuoco i tre punti di forza che intendo mettere alla vostra attenzione:

«[Sul primato della testimonianza]
Nuova evangelizzazione significa risvegliare nel cuore e nella mente dei nostri contemporanei la vita della fede. La fede è un dono di Dio, ma è importante che noi cristiani mostriamo di vivere in modo concreto la fede, attraverso l’amore, la concordia, la gioia, la sofferenza, perché questo suscita delle domande, come all’inizio del cammino della Chiesa: perché vivono così? Che cosa li spinge? Sono interrogativi che portano al cuore dell’evangelizzazione che è la testimonianza della fede e della carità. Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in questi tempi, sono testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo, risveglino l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio.
Ogni battezzato è “cristoforo”, cioè portatore di Cristo, come dicevano gli antichi santi Padri. Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al pozzo, non può tenere per sé questa esperienza, ma sente il desiderio di condividerla, per portare altri a Gesù (cfr. Gv 4). C’è da chiedersi tutti se chi ci incontra percepisce nella nostra vita il calore della fede, vede nel nostro volto la gioia di avere incontrato Cristo!
[Sull’urgenza di andare incontro]
La nuova evangelizzazione è un movimento rinnovato verso chi ha smarrito la fede e il senso profondo della vita. Questo dinamismo fa parte della grande missione di Cristo di portare la vita nel mondo, l’amore del Padre all’umanità. Il Figlio di Dio è “uscito” dalla sua condizione divina ed è venuto incontro a noi. La Chiesa è all’interno di questo movimento, ogni cristiano è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Incontrare tutti, perché tutti abbiamo in comune l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo andare incontro a tutti, senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza.
Nessuno è escluso dalla speranza della vita, dall’amore di Dio. La Chiesa è inviata a risvegliare dappertutto questa speranza, specialmente dove è soffocata da condizioni esistenziali difficili, a volte disumane, dove la speranza non respira, soffoca. C’è bisogno dell’ossigeno del Vangelo, del soffio dello Spirito di Cristo Risorto, che la riaccenda nei cuori. La Chiesa è la casa in cui le porte sono sempre aperte non solo perché ognuno possa trovarvi accoglienza e respirare amore e speranza, ma anche perché noi possiamo uscire a portare questo amore e questa speranza. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire dal nostro recinto e ci guida fino alle periferie dell’umanità.
[Sul progetto pastorale centrato sull’essenziale]
Tutto questo, però, nella Chiesa non è lasciato al caso, all’improvvisazione. Esige l’impegno comune per un progetto pastorale che richiami l’essenziale e che sia ben centrato sull’essenziale, cioè su Gesù Cristo. Non serve disperdersi in tante cose secondarie o superflue, ma concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato. Un incontro con Cristo che è anche adorazione, parola poco usata: adorare Cristo. Un progetto animato dalla creatività e dalla fantasia dello Spirito Santo, che ci spinge anche a percorrere vie nuove, con coraggio, senza fossilizzarci! Ci potremmo chiedere: com’è la pastorale delle nostre diocesi e parrocchie? Rende visibile l’essenziale, cioè Gesù Cristo? Le diverse esperienze, caratteristiche, camminano insieme nell’armonia che dona lo Spirito Santo? Oppure la nostra pastorale è dispersiva, frammentaria, per cui, alla fine, ciascuno va per conto suo?».

Non avanzando alcuna tesi dogmatica, cosa che non si addice sia alla riflessione che alla pratica pastorale, propongo tre elementi su cui far leva: testimonianza, prossimità, essenzialità. Mi sembrano questi i tre punti forza su cui siamo invitati a concentrarci in vista del futuro della pastorale giovanile, sapendo che
«la posta in gioco non è nient’altro che essere se stessi. È quindi una questione di essere e non di fare. Non si tratta di fare l’evangelizzazione, ma di essere veramente cristiani, e l’evangelizzazione viene in sovrappiù a partire da un modo di vita e non a partire da una tecnica di vendita» [33].

Testimonianza: discepolato e apostolato, spiritualità e pastorale

Il proprio della Chiesa, nella sua azione missionaria, è “portare Dio” e “portare a Dio”. Ogni operatore – sia esso sacerdote, consacrato/a o laico/a – è prima di tutto un testimone e bisogna a questo proposito tenere presente che la parola “testimone” deriva da “terzo”:
«Forse può sorprendere il fatto che le espressioni “testimonianza” e “testimone”, derivando dal termine latino testis, provengano, secondo un’accreditata etimologia, da terstis, che significa “colui che sta come terzo”. Il termine, di conseguenza, soprattutto per il suo valore giuridico, va a identificare colui che si pone in rapporto ad altri due soggetti, relazionandoli tra loro» [34].
Essere terzo significa porsi sotto l’ottica di una duplice obbedienza: da una parte rispetto al messaggio ricevuto, che non si può cambiare a proprio vantaggio, e dall’altra rispetto alle condizioni dei destinatari di tale messaggio, che vanno culturalmente intercettati.
Oggi sembra ad alcuni che la Chiesa parla molto di Dio, ma parla poco con Dio. Siamo effettivamente sfiniti da coloro che parlano di Dio, ma che lo fanno continuamente “per sentito dire”, e non per esperienza di chi viene da un’intimità con Lui. Parlare dopo essersi immersi nella Parola è cosa molto diversa dal sostituire la Parola con una moltitudine di parole! E i nostri giovani si accorgono subito, perché anche loro possiedono il senso della fede, se colui che parla è un “confidente di Dio” o un “mercenario della Parola”.
Ecco il tema della testimonianza nella sua semplicità disarmante: parlare con Dio prima che parlare di Dio, non parlare mai di Dio senza prima aver parlato con Dio. Tale prospettiva, dal punto di vista formativo, mette al centro la relazione di inclusione reciproca che sussiste tra spiritualità e pastorale: spiritualità e pastorale non si possono separare, così come non si possono omologare, ma crescono o diminuiscono in proporzionalità diretta. Per usare un’immagine, direi che sono gemelli siamesi con un cuore solo. La loro separazione sarebbe la morte di entrambe: una spiritualità senza pastorale sarebbe intimismo sterile; una pastorale senza spiritualità sarebbe un attivismo altrettanto infecondo. Il movimento giusto è quello di diastole e sistole, movimento vivente centripeto e centrifugo, che trova la sua realizzazione attraverso la “grazia di unità”. Questo programma è ben riassunto dai primi versetti della prima lettera di Giovanni:
«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» [35].
Bisogna che noi entriamo in piena comunione con il Signore Gesù, perché effettivamente siamo chiamati ad essere, nella nostra pastorale, profumo di Cristo [36]. Per questo è necessaria una ricca e profonda vita interiore, una dimensione contemplativa, che è di per sé connaturale con la vita cristiana autentica, che è sempre nutrita da una vera e propria “interiorità apostolica”.
Occorre essere discepoli del Signore prima di essere suoi apostoli. Davanti ai giovani siamo chiamati ad avere prima di tutto un’autorevolezza spirituale, che viene dalla nostra frequentazione e familiarità con il Signore Gesù. Mi pare che il tema della testimonianza mette in primo piano l’accordatura necessaria – che deve sussistere nella forma dell’inclusione reciproca – tra discepolato e apostolato, perché non vi è alcuna forma di apostolato che non trovi la sua intima forza in una profonda esperienza di discepolato; così come non vi è discepolo che non sia se stesso attraverso una missione apostolica. La chiamata dei primi discepoli e il cammino che Gesù intende far loro percorrere sono a questo proposito paradigmatici e insuperabili:
«per i “Dodici” Cristo attuerà una strategia di evangelizzazione intesa come una forma di “imparare Lui” e di annuncio che ha sempre Lui per oggetto. Il discepolato è pertanto per definizione un’istituzione cristologica che ha come meta un duplice obiettivo: la conoscenza della persona di Gesù e l’annuncio del Regno di Dio» [37].
Gesù chiama offrendo il privilegio di stare con Lui, di «vivere con lui e avere un particolare rapporto di familiarità e di comunione» [38]: non si tratterà solo di una frequentazione estrinseca, ma di un imparare da Gesù e soprattutto, con un’espressione indovinata e particolarmente pregnante, “imparare Gesù”. La successiva opera di evangelizzazione non sarà un estrinseco consegnare Gesù, ma l’assunzione della sua forma di vita come metodo proprio dell’evangelizzazione, che ne garantisce l’autenticità e l’efficacia
Così il contenuto della predicazione e l’esistenza dell’apostolo in un senso importante dovranno coincidere, allo stesso modo in cui in Gesù persona e missione sono indivisibili: si vive con Gesù per imparare ad annunciare Gesù vivendo come Gesù, non invece comunicando in maniera estrinseca qualcosa di Gesù, che non fa un tutt’uno con la propria esistenza. In tutto ciò sta l’essenza della testimonianza cristiana: così
«per Gesù non c’è spazio per l’opera dell’evangelizzazione se prima non si sia appreso chi lui sia e non si viva della sua stessa nuova esistenza, accolta mediante un rinnovamento della propria. Per tale motivo egli si dedica in modo del tutto particolare ai Dodici chiedendo stabile disposizione a vivere con lui. Ciò fa distintamente che per Gesù evangelizzare non è eminentemente sinonimo di un insieme di attività da fare per diffondere il vangelo, ma è innanzitutto un imparare Lui “vangelo”» [39].
L’indimenticabile Paolo VI, nell’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii Nuntiandi, riferendosi alla sensibilità dei giovani, così si esprime:
«È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità. […] Consideriamo ora la persona stessa degli evangelizzatori. Si ripete spesso, oggi, che il nostro secolo ha sete di autenticità. Soprattutto a proposito dei giovani, si afferma che hanno orrore del fittizio, del falso, e ricercano sopra ogni cosa la verità e la trasparenza. Questi “segni dei tempi” dovrebbero trovarci all’erta. Tacitamente o con alte grida, ma sempre con forza, ci domandano: Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete? La testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione. Per questo motivo, eccoci responsabili, fino ad un certo punto, della riuscita del Vangelo che proclamiamo» [40].

Prossimità: oltre la distanza di sicurezza, in presa diretta e personale con ciascuno

Un secondo passaggio ci invita ad uno stile di prossimità quotidiana con i giovani. Non è possibile rimanere a distanza di sicurezza dai giovani ai quali siamo mandati.
Il criterio dell’incarnazione ha l’indubbio vantaggio di mettere al centro della nostra pastorale la vicinanza, la condivisione e la piena solidarietà con i giovani. In effetti la valorizzazione della vita quotidiana risulta sempre essere quello stile vincente che nella prossimità di Dio trova il suo fondamento autorevole, definitivo e insuperabile. In effetti tale criterio è sempre da ribadire nel suo primato in ordine alla pastorale. Papa Francesco, parlando alla Chiesa latino-americana, ci offre un’indicazione su cui non possiamo sorvolare:
«Ad Aparecida si danno in maniera rilevante due categorie pastorali che sorgono dalla stessa originalità del Vangelo e possono anche servirci da criterio per valutare il modo in cui viviamo ecclesialmente il discepolato missionario: la vicinanza e l’incontro. Nessuno dei due è nuovo, ma costituiscono la modalità in cui Dio si è rivelato nella storia. È il “Dio vicino” al suo popolo, vicinanza che raggiunge il punto massimo nell’incarnazione. È il Dio che esce incontro al suo popolo. Esistono in America Latina e nei Caraibi pastorali “lontane”, pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi… ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la “rivoluzione della tenerezza” che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli. Da questo tipo di pastorali ci si può attendere al massimo una dimensione di proselitismo, ma mai portano a raggiungere né l’inserimento ecclesiale, né l’appartenenza ecclesiale. La vicinanza crea comunione e appartenenza, rende possibile l’incontro. La vicinanza acquisisce forma di dialogo e crea una cultura dell’incontro» [41].
Penso ai giovani. E quindi il mio pensiero va direttamente alla schiera di santi e sante che hanno evangelizzato i giovani attraverso la pratica educativa quotidiana. Per don Bosco la presenza costante e amorevole dell’educatore è la piattaforma per ogni pratica pastorale. Lo attesta in maniera semplice e profonda il beato Filippo Rinaldi, suo terzo successore, che ci ripropone il mistero dell’incarnazione nella sua traduzione educativa:
«Il sistema di don Bosco non si riduceva a non bastonare, a non castigare, ma stava soprattutto in una cosa semplicissima, cioè nel vivere in mezzo ai ragazzi. Diceva: – Don Bosco viveva in mezzo ai suoi ragazzi, conversava con essi, come Nostro Signore conversava coi peccatori, coi farisei, coi fanciulli. Il nostro è il sistema della familiarità e del contatto. Don Bosco non risplendette come grande oratore; non i suoi discorsi commovevano, ma la vista di lui, l’intrattenersi con lui. Neppure si presentava don Bosco come professore: la sua scuola era il cortile. Insomma l’ideale di don Bosco era vivere in mezzo ai suoi. Per lui educare è stare in mezzo ai ragazzi, non per imporsi, ma per conversare, per intrattenersi con loro, in modo che tutti ci si avvicinino e si possano così guadagnare i cuori di tutti» [42].
Questo stile di vicinanza è assolutamente necessario, tanto quanto è necessaria nella totalità dell’evento della salvezza la precisa scelta divina dell’incarnazione, che segna la radicale condivisione divina della nostra condizione umana.
Tale vicinanza, che rimuove ogni distanza di sicurezza, deve essere supportata da un cammino di ascesi che faccia maturare ciascuno verso una dedizione matura e saggia. In questo senso una prossimità senza castità – del cuore, della mente e del corpo – può essere molto pericolosa nell’ambito della pastorale giovanile. La castità è una virtù decisiva per ogni educatore: deve essere coltivata attraverso una maturità e un equilibrio affettivo, amata come condizione per poter vedere Dio in ogni giovane e perseguita attraverso un serio cammino di temperanza. La Chiesa intera sta ancora curando delle gravi ferite che gli sono venute dalla superficialità in questo campo così delicato, dove vi è necessità di un rigorosa ascesi e mistica dell’amore.
Non è comunque possibile per la nostra pastorale astrarre da questa dinamica di presenza, vicinanza, accoglienza, prossimità, partecipazione di vita che nella povertà solidale di Cristo trova massima espressione. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» [43]: questo è un fatto che la fede riconosce come principio della salvezza e che segna la singolarità del cristianesimo rispetto a qualsiasi altra religione.
Vi sono oggi, purtroppo, alcuni segnali anche ecclesiali di lontananza non solo spirituale, ma anche fisica, dai giovani: un certo stile di tradizionalismo e di clericalismo, che non vuole sporcarsi le mani con il gregge, ripropone una certa distanza tra la Chiesa e i giovani. Tali dinamiche vanno certamente contrastate sia a livello teorico che pratico, facendo proprio leva sulla verità dell’incarnazione, a cui si deve obbedienza e imitazione.

Essenzialità: vita povera e lieta per concentrarsi su ciò che è decisivo

Dalla prossimità di Dio si va immediatamente verso la pratica della povertà evangelica, che non è meramente funzionale, ma essenziale alla vita cristiana: rimane sempre vero che «il di più viene dal Maligno» [44]!
Proprio san Francesco, che in maniera così singolare ha messo a tema l’evento dell’incarnazione, ha proposto alla Chiesa del suo tempo – e con questo alla Chiesa di tutti i tempi – un ritorno radicale alla povertà e alla letizia per essere all’altezza delle esigenze dell’evangelo. Il farsi vicino di Dio, nella forma della nascita, è un grande atto di spogliamento iniziale. Morire in croce ne è il suo compimento radicale. Questa è propriamente la grazia che il Signore ci ha portato: egli, «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» [45]. È la povertà – frutto della condiscendenza, della condivisione e della fraternità – che arricchisce non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini, ridandoci la gioia essenziale della vita.
I poveri sono coloro che si attendono tutto da Dio e non per nulla la prima e più importante beatitudine di Gesù è dedicata a loro: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» [46]; «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» [47].
Anche oggi, per giungere all’essenzialità dell’annuncio, la “nuova evangelizzazione” ha bisogno di apostoli capaci di vivere dell’essenziale e di eliminare ciò che è superfluo: ad alcuni la Chiesa oggi appare come una bella mongolfiera piena di spirito, ma che non riesce ad innalzarsi perché ha troppa zavorra! Il grande teologo H. De Lubac, offrendoci qualche pennellata sulla possibile santità del futuro, così si esprimeva:
«Il santo di domani sarà povero, umile, senza ricchezze. Possiederà lo spirito delle beatitudini. Non maledirà e non adulerà. Amerà, invece. Prenderà il vangelo rigorosamente alla lettera. Una dura ascesi l’avrà liberato da se stesso. Sarà l’erede di tutta la fede d’Israele, ricordandosi però che tale fede è passata attraverso Gesù. Prenderà su di sé la croce del suo salvatore e si sforzerà di seguirlo» [48].
Sono prospettive alte. Ma, sappiamo, la pertinenza del cristianesimo, fondata sulla santità di Dio, diviene ecclesialmente affidabile/credibile per gli uomini e le donne di oggi proprio solo ed esclusivamente sotto il segno della santità: risulta infatti
«chiaro che nel centro dell’apologetica propria di Cristo, e parimenti di quella degli Apostoli, sta la santità. La Chiesa si raccomanda mediante l’amore cristiano. […] Solo quando si vede la Chiesa dei Santi la sua immagine appare irresistibile. ‘Sì, se voi foste tutti come questi…’, dice allora il mondo. Contro l’evidenza dell’amore cristiano non v’è alcuna obiezione solida» [49].
Oggi c’è bisogno di una rinnovata pratica della temperanza e dell’ascesi, soprattutto in un mondo che sta dimenticando ogni limite. Certamente nuovi tipi di ascesi: per esempio è urgente per noi oggi l’ascesi dei personal media e dei social media. Sono sia strumenti che sono luoghi, quindi vanno riconosciuti e utilizzati, perché fanno parte del nostro mondo: ma vanno usati sempre con prudenza e sapienza, nella logica di una vita adulta e responsabile [50]. Il “reale virtuale” non deve mai banalizzare, mortificare o escludere il “reale reale”. Il cristianesimo è la religione della prossimità e della comunione reale, del “Face to face” tra Dio e uomo, prima che del “Facebook”: «Il mezzo senza il fine diventa sempre più ludico. Così, se passate accanto a un uomo, non lo vedete neppure, tanto siete presi dallo schermo che tenete in mano» [51]!
L’essenzialità punta direttamente al passaggio dalla quantità alla qualità della nostra presenza di educatori-pastori dei giovani. Ci fa essere esperti in relazioni umane e non indistinti agenti che erogano grigi servizi pastorali.

  1. QUALITÀ: FRATERNITÀ, CORRESPONSABILITÀ E PROFILO DEI DISCEPOLI

L’acquisizione principale del Concilio, a detta di molti teologi, è l’idea di Chiesa come “popolo di Dio”, che apre il campo ad una rinnovata ecclesiologia, detta appunto “ecclesiologia di comunione”, dove non vi è l’omologazione e l’appiattimento delle differenze, ma la loro sinfonica integrazione in vista della crescita dell’unico soggetto ecclesiale.
Questo pare essere il “nuovo” principio irrinunciabile da cui ripartire. Ci si chiede quindi, in quanto soggetti della Chiesa, a che punto siamo nella recezione nell’ecclesiologia di comunione voluta dal Concilio nelle nostre diocesi o all’interno degli Istituti, Congregazioni o movimenti a cui apparteniamo? In fondo siamo ancora nel bel mezzo della ricezione del Concilio Vaticano II e forse stiamo solo ora incominciando a comprenderne lo spirito per realizzarlo nella nostra missione. Ci fa tanto bene ogni tanto riconoscere che «siamo dunque molto lontani dall’essere cristiani, lo stiamo forse tutt’al più diventando» [52]!
Sta di fatto che la dimensione della relazione e della comunione divengono sempre più centrali per comprendere il nostro compito nel mondo di oggi, perché il modo in cui viviamo e lavoriamo insieme come Chiesa diviene sempre di più la nostra presentazione davanti ai giovani.
È da riconoscere, a questo proposito, che «anche se non sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo» [53].
Proprio su questi due aspetti desidero soffermarmi, concludendo poi con una parola sullo spirito delle beatitudini come referente programmatico per l’intera comunità cristiana.

Chiamati ad essere profeti e mistici della fraternità

La credibilità di quello che facciamo e di quello che diciamo, come singoli e come comunità, si gioca sul modo in cui questo avviene: Dio ama gli avverbi! La verità e la via per arrivarci non sono estrinseche una all’altra: i processi, le metodologie, le scelte sul come lavorare devono derivare dalla verità che si vuole annunciare ed è già compresa in questi cammini.
È radicalmente importante conoscere la meta a cui vogliamo portare i nostri ragazzi, ma è altrettanto decisivo approntare un cammino che rispetti la qualità di questa meta. Bisogna rileggere e correggere in maniera cattolica la famosa frase “il fine giustifica i mezzi”: i mezzi derivano dalla meta e devono essere ad essa esattamente conformi. Gesù è per noi non solo verità da raggiungere, ma via da percorrere!
Ora se la meta è la comunione con Dio e con i fratelli, non possiamo pensare che la via o i mezzi abbiano una qualità diversa rispetto a questo fine: se il fine è la comunione, il mezzo per raggiungerla non può che essere e lavorare in comunione. Certamente ancora in forma imperfetta e anticipatoria, ma reale e operativa qui e adesso. È importante cosa facciamo, ma non è meno importante come lo facciamo!
La regola della testimonianza cristiana ci viene proprio dall’evento cristiano stesso, che è appunto fondamento e compimento dell’umano:
«L’evento della fede, infatti, attua e si attua come relazione filiale, vissuta in Cristo mediante lo Spirito Santo, al Padre, e insieme, e di conseguenza, come relazione fraterna, vissuta in Cristo mediante lo stesso Spirito. La verità cristologica e la verità trinitaria, nella loro inscindibile reciprocità, sono destinate a strutturare da cima a fondo la forma comunitaria dell’esistenza credente: essendo verità teologiche, sono al tempo stesso verità antropologiche. Occorre dunque interpretare la relazione tra antropologia, cristologia trinitaria ed ecclesiologia in chiave non estrinsecista» [54].
Troppe volte tutto ciò non solo non avviene per via del nostro peccato personale, comunitario e istituzionale, ma a volte non è nemmeno tematizzato che è proprio il nostro modo di lavorare insieme che destruttura i contenuti che vogliamo, magari sinceramente, comunicare ai nostri giovani.
Un testo sulla “Pastorale dei giovani” recente e ben fatto riporta alcuni esempi molto provocatori sul tema del “doppio messaggio” e del “già deciso” di cui sarebbe interessante parlare [55]: valga qui l’idea che «non è sempre facile nell’ambiente ecclesiale – abitato da specialisti dei principi, della verità e dell’annuncio dei valori – porre attenzione ai processi e ai metodi […] La preoccupazione per il cosa ha sempre la meglio sul come» [56].
Allora è giusto ascoltare il pensiero di P. Coda su che cosa oggi lo Spirito dice alla Chiesa, ovvero “Diventa scuola e comunione e di dialogo”:
«Una robusta teologia della comunione e del dialogo deve camminare di concerto con una spiritualità della comunione e del dialogo – e cioè con la conformazione esigente alla vita in Cristo, nell’ascolto disarmato della sua Parola e nell’obbedienza gioiosa e responsabile agli impulsi del suo Spirito –, spiritualità capace di lievitare la cultura dell’intero Popolo di Dio. Echeggiando la Novo millennio ineunte, si può dire che la Chiesa, per realizzare la sua identità e missione di segno e strumento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (così LG 1), è chiamata oggi a farsi “casa e scuola della comunione” e del dialogo, promuovendone l’esperienza nello Spirito e facendoli emergere “come principio educativo in tutti i luoghi ove si plasma l’uomo e il cristiano” (cfr. NMI 43).
[…] Teologia, antropologia ed ecclesiologia della comunione e del dialogo vanno sapientemente e concretamente intrecciate in coerenti e articolati cammini di educazione, a tutti i livelli. Come cristiani, siamo chiamati a metterci con umiltà e pazienza alla scuola dell’unico Maestro (cfr. Mt 23,8), per imparare insieme – così scriveva Pietro Rossano – che “il dialogo interpersonale è l’esperienza più umana che esista tra gli uomini», perché, «ci mormora la fede, è la vita stessa di Dio”» [57].
Ecco che emerge in tutta la sua forza evangelizzatrice la qualità dei rapporti personali radicata nella qualità dell’evento cristiano fondante, ovvero di quella relazione di comunione che Gesù è venuto a portarci attraverso la sua vicenda tra noi e a confermarci come Risorto che rimane in mezzo a noi.
Diviene quindi chiaro che la prima “professionalità” di tutti coloro che sono impegnati nella pastorale giovanile è quella di una spiritualità della relazione, ovvero di una capacità di lavorare insieme che fa la differenza, e che è molto di più rispetto ad una generica capacità gestionale e manageriale. La recente Nota pastorale sugli oratori, parlando dei responsabili di questi decisivi ambienti educativi, mette al centro le necessarie competenze relazionali che non possono mai mancare:
«La necessità di avere in oratorio figure stabili di riferimento è indiscutibile: tradizionalmente essa è individuata nel direttore, coordinatore o responsabile dell’oratorio, ma in alcuni grandi oratori operano stabilmente diversi educatori. I ruoli di responsabilità, in passato, venivano svolti per lo più da sacerdoti o religiosi/religiose. Oggi, sempre più spesso, tale compito viene affidato a dei laici preparati. Al di là delle tradizioni e delle odierne situazioni, chiunque, su mandato ecclesiale, ne assuma la responsabilità deve operare perché l’oratorio “funzioni bene”, coordinando le varie attività, operando nell’ottica evangelica e vocazionale, garantendo la cura delle relazioni interpersonali, lo stile dell’accoglienza e la qualità educativa dell’ambiente. Il responsabile è chiamato a favorire un positivo e armonico intervento di tutte le altre figure educative: deve possedere pertanto buone doti di coordinamento e una spiccata attitudine al lavoro comune e condiviso. Non agisce mai a titolo personale e per questo riceve un incarico dall’autorità ecclesiale di riferimento che ne certifica la formazione e ne determina la funzione» [58].
Oggi dobbiamo e possiamo parlare di una “profezia di fraternità” e perfino di una “mistica di fraternità”: si tratta di una profezia, perché nel nostro mondo globalizzato è impossibile da vedere e molto difficile da attuare; si tratta poi di una mistica, perché affonda le sue radici nella comunione con un Dio che è comunione di amore: «Dio è amore» [59]!
In tutto ciò riposa una chance di tutto rispetto per il cristianesimo oggi: ecclesiologia di comunione, spiritualità della relazione e corresponsabilità apostolica indicano le frontiere qualitative da perseguire nell’impegno educativo-pastorale delle nostre comunità cristiane.

Il decisivo coinvolgimento corresponsabile dei giovani

Se davvero crediamo che la Chiesa nel suo insieme sia il soggetto dell’evangelizzazione, è evidente che i giovani, in quanto parte di essa, non possono e non devono essere pensati come soggetti passivi della loro stessa evangelizzazione. Comunione, condivisione e corresponsabilità sono da attuare non solo a favore dei giovani, ma con loro e mai senza di loro. Qualcuno parla a questo proposito di “pastorale dei giovani” anziché di “pastorale giovanile”: tale rinnovata terminologia ha un suo senso, in quanto la pastorale giovanile non è solo per i giovani, ma è anche pastorale realizzata dai giovani stessi.
I giovani possono prendere consapevolezza del loro ruolo nella Chiesa solo nella forma della condivisione evangelica di vita e quindi della corresponsabilità apostolica. Non è possibile entrare nel ritmo della fede al di fuori di un’esperienza ecclesiale coinvolgente che abbia la forma di un evento sempre inedito capace di generare simpatia, accoglienza e imitazione da parte dei giovani.
Considero questo il punto qualificante della pastorale giovanile, perché il cristianesimo è nella sua essenza un evento di donazione e quindi esso “si impara” solo attraverso il contatto con una testimonianza capace di generare sequela e imitazione: non nel sapere teorico, né nel ripetere scolastico, né nel contemplare spirituale, ma nel servizio concreto, nell’esperienza della dedizione reale si fa esperienza di Dio, della sua Chiesa e del suo Regno che viene. Il cristianesimo, pur esprimendosi in forma dottrinale, non è mai riducibile a questo: è una pratica di vita orientata intimamente alla sequela e all’imitazione del Signore Gesù: la pastorale giovanile rischia di rimanere una teoria senza questo aspetto di coinvolgimento corresponsabile dei giovani nella fede testimoniale. Non è mai troppo lontano il rischio di ridursi a pensare e ad agire come se i giovani fossero solamente destinatari passivi da “formare”, “istruire”, “riempire”, “educare”, “salvare” senza la loro necessaria e intima partecipazione.
Interessante invece annotare come i grandi santi che hanno avuto a che fare con i giovani hanno contato sui giovani stessi fin dall’inizio e hanno puntato su di loro per iniziare, sviluppare e consolidare le loro intuizioni carismatiche. Essi hanno fondato le loro opere sulla disponibilità di alcuni giovani generosi, coinvolti vocazionalmente in un progetto di grande portata, tanto grande da sfuggire dal loro sguardo, perché divinamente ispirato e misteriosamente guidato.
Questo sembra essere un punto discriminante e qualificante della pastorale giovanile e per alcuni aspetti è quello che decide della sua verità, perché ha a che fare direttamente con la pratica del discepolato: il segreto della pastorale giovanile consiste nel coinvolgimento corresponsabile dei giovani nella missione apostolica. Presentando il tema della “nuova evangelizzazione” ai salesiani nel lontano 1989, don Egidio Viganò, allora Rettor Maggiore, commentando alcuni passaggi dell’Esortazione apostolica Christifideles laici, affermava:
«È per noi importante rimarcare, inoltre, che nel medesimo capitolo 4° l’Esortazione riserva un’attenzione particolare ai giovani. Essi “non devono essere considerati semplicemente come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono, di fatto, e devono divenire incoraggiati ad esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale” (Christifideles laici, n. 46). Sono affermazioni coraggiose! Esse indicano la meta della nostra pastorale giovanile» [60].
La pastorale giovanile fa così dei giovani a cui è mandata dei soggetti impegnati in presa diretta nell’esercizio della vita cristiana, non degli inoperosi, disinteressati e indifferenti destinatari: l’idea che i giovani siano soggetti passivi della pastorale giovanile è assolutamente da respingere, perché – in primo luogo – tradisce il cuore della proposta cristiana, che è certamente ricezione dell’iniziativa di Dio a favore nostro, ma, nella sua piena maturità, è altrettanto un impegno esplicito di attestazione esistenziale di un certo modo di vivere che si pone al servizio degli altri. In secondo luogo tale prassi non è per nulla rispettosa dell’età della vita del giovane stesso: un’età che richiede l’energica presa in carico della propria vita, caratterizzata dall’esercizio in prima persona della libertà e della responsabilità, dalla capacità di iniziativa personale attraverso tentativi a volte fallimentari ma assolutamente necessari e improrogabili.
Nel pensare ai giovani come soggetti attivi nella crescita della loro stessa vita cristiana risiede la strategia vincente di evangelizzazione dei giovani, riconoscendo che i giovani danno molto solo quando a loro si chiede molto e si allontanano dalla Chiesa quando non si sentono da essa valorizzati, attraverso un’autentica corresponsabilizzazione. I giovani maturano se sono coinvolti come soggetti della pastorale e così crescono nella fede, allo stesso modo in cui Gesù coinvolse e inviò sia i “dodici” che i “settantadue”. Sappiamo che tutta la XXVIII Giornata mondiale della Gioventù (Rio de Janeiro, luglio 2013) è stata impostata da Benedetto XVI in questa direzione.
Rimane evidente che questa strategia pastorale richiede un atteggiamento fondamentale nei confronti dei giovani: la fiducia e la speranza nei giovani stessi. Se questo atteggiamento manca nei responsabili della pastorale giovanile – e in generale nell’istituzione ecclesiale – non vi sarà la possibilità di fare dei giovani dei soggetti attivi della pastorale giovanile, e in fondo diventa così impossibile fare di loro degli autentici discepoli del Signore. Propriamente, per essere ancora più radicali, è necessario affermare che senza fiducia non vi è nemmeno umanità degna di questo nome.
L’accompagnamento necessario, il sostegno e la verifica – di fronte anche ai fallimenti a cui si può andare incontro – non possono far perdere la speranza sulle capacità e le possibilità dei giovani di essere protagonisti, di essere dei “giovani discepoli e apostoli”, di essere “giovani per i giovani”.

Lo spirito delle beatitudini come forma dell’intera comunità cristiana

Oggi viviamo nella società dei diritti e sembra questa essere la piattaforma unificante delle società occidentali. Il “diritto ad avere diritti” sembra essere il punto di focalizzazione della piena liberazione della persona umana da qualsiasi schiavitù. Il magistero della Chiesa si è reso attento e disincantato rispetto al possibile utilizzo perverso dei diritti umani individuali, denunciando i possibili abusi:
«Deplorevolmente, persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione di una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei popoli più ricchi. Rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità, e che il solo fatto di essere nati in un luogo con minori risorse o minor sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignità» [61].
Dall’altra parte la nostra pastorale a volte è molto puntata e calibrata sui comandamenti che in fondo, nella società dei diritti, che rischia di fare della libertà individuale il proprio referente unico, non hanno molte chance di essere apprezzati e osservati. Le ricerche sul mondo giovanile ci avvertono che uno dei modi in cui i giovani vedono la Chiesa oggi è quella di una istituzione che gli impone una montagna di divieti! Essa è compresa come un’agenzia produttrice di norme che regolano autoritariamente la vita dei loro fedeli:
«Quando la Chiesa cessa di essere considerata come custodia di valori in grado di ispirare la vita e viene vagliata in quanto produttrice di norme, la sua immagine muta di segno. Dal positivo si passa rapidamente al negativo. […] Il tema delle regole morali pare essere il più dibattuto tra i giovani. Esso viene affrontato da molti punti di vista e, come ormai si dovrebbe aver capito, tutto viene potenzialmente messo in discussione. […] Le domande poste riguardano una infinità di questioni. Alcune riguardano quella della legittimità: da dove derivano le regole? Chi le ha decise? Chi gli dà la possibilità di dirmi quello che devo fare? […] Altre domande nascono da quella che viene considerata l’inattualità di certe regole: hanno ancora senso oggi? Non avranno perduto il loro significato, legato a un tempo che imponeva rischi maggiori e offriva minori opportunità? Le regole della Chiesa appaiono a molti “ferme”» [62].
Ma la qualità della vita cristiana non è data dai diritti e nemmeno dai comandamenti, ma dall’annuncio gioioso delle beatitudini che, da una parte, compiono pienamente i comandamenti senza trasgredirli in alcun modo, come il dettato neotestamentario ci assicura [63], e dall’altra diventa uno stile di vita che critica autorevolmente i diritti umani postmoderni, che troppe volte appaiono come una mascheratura ad un narcisismo insostenibile e irrispettoso della dignità di tutti e di ciascuno.
Prima di essere un annuncio di un mondo nuovo, le beatitudini sono l’esplicitazione della forma di vita che Gesù assume tra noi, sono il suo autoritratto, che ci viene offerto in vista dell’imitazione:
«Le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il Maestro traccia, per così dire a tavolino, per i suoi seguaci: sono l’autoritratto di Gesù! È lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia» [64].
Il Signore Gesù non è solo colui che annuncia le beatitudini, ma colui che si identifica con esse, sia come soggetto attivo che come soggetto passivo:
Nella condizione del povero di spirito, nella condizione di colui che ha perduto tutto, Gesù indica la condizione di se stesso. È possibile e meritevole di ricompense umane provvedere alle cure di un lebbroso, ma abbracciarlo e dirgli apertamente che egli è il figlio di Dio che soffre, appartiene ad un registro diverso dalla stessa idea di carità che abbiamo coltivato nella migliore tradizione delle opere di bene [65].
Le beatitudini, come Gesù le vive e le annuncia, sono infatti una critica radicale della volontà di potenza che sorregge l’ambizione degli uomini e il loro desiderio di dominio. La prospettiva inaugurata dall’esistenza tra noi di Gesù rende operativa qui e ora una possibile svolta nell’intendere la vita individuale e sociale a partire da atteggiamenti che definiscono una nuova creazione, che avviene invitando ad una sequela paradossale, perché domanda spogliazione di tutto e dedizione sino alla fine, non promettendo dominio e onore umani.
Dobbiamo quindi essere educatori ed evangelizzatori dei giovani nell’ottica delle beatitudini, che dicono la qualità della vita cristiana: lì abbiamo a che fare con il volto positivo e irradiante della vita cristiana, perché la vita cristiana è bella, attraente e raggiante solo se è vissuta secondo lo spirito delle beatitudini. Solo così essa può essere beata, cioè benedetta, felice e feconda perché caratterizzata dalla prospettiva del dono di sé.
La scommessa della pastorale giovanile sta nel mostrare che la via regale della donazione è una proposta di esistenza felice, contrariamente a quello che questo mondo ci assicura. Certo non a buon mercato, perché a buon mercato, lo si sa oramai con una certa precisione, ci sono solo fandonie e surrogati di felicità, di cui tutti prima o poi assaggiano l’amarezza, compresi i giovani. Invece «è da riconoscere che non può darsi esistenza umana felice in alternativa a quella vissuta da Gesù Cristo» [66]. L’omissione di questo tema nella letteratura teologica corrente – e anche in quella di pastorale giovanile – «produce danni non irrilevanti» [67]. Emerge infatti «quanto gioverebbe alla pratica effettiva dell’esistenza cristiana, cioè dell’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù Cristo, la conoscenza della esistenza umana ‘felice’ di Gesù Cristo» [68].
È evidente che la pastorale giovanile deve essere orientata in questo senso, di contro a una prospettiva triste, mortificante e quindi radicalmente anticristiana: l’intenzione fondamentale di un buon progetto di pastorale giovanile deve sempre essere «attraversato dalla preoccupazione di risultare una buona notizia, concreta, sperimentabile, per i giovani di oggi» [69]. Altrettanto evidente deve essere il fatto che l’esistenza felice di Gesù non è un’esistenza banalmente felice, ma trova la sua gioia all’interno della prospettiva della croce, la quale è propriamente contenuta e inglobata nella gioia più grande del Figlio che sa ringraziare anche in quel momento drammatico e tragico della sua esistenza. Deve restare comunque come base assoluta che «la gioia neotestamentaria non può essere messa in discussione, non può essere limitata o relativizzata da nessun altro atteggiamento» [70].
Ci ha ricordato tutto questo Papa Francesco a Rio de Janeiro, incontrando i giovani argentini il 25 luglio di quest’anno:
«Per favore, non “frullate” la fede in Gesù Cristo. C’è il frullato di arancia, c’è il frullato di mela, c’è il frullato di banana, ma per favore non bevete “frullato” di fede. La fede è intera, non si frulla. È la fede in Gesù. È la fede nel Figlio di Dio fatto uomo, che mi ha amato ed è morto per me. Allora: fatevi sentire; abbiate cura degli estremi della popolazione, che sono gli anziani e i giovani; non lasciatevi escludere e che non si escludano gli anziani. Secondo: non “frullate” la fede in Gesù Cristo. Le Beatitudini. Che cosa dobbiamo fare, Padre? Guarda, leggi le Beatitudini che ti faranno bene. Se vuoi sapere che cosa devi fare concretamente leggi Matteo capitolo 25, che è il protocollo con il quale verremo giudicati. Con queste due cose avete il Piano d’azione: le Beatitudini e Matteo 25. Non avete bisogno di leggere altro».
Tale prospettiva qualificante delle beatitudini, tra l’altro, ci mette pienamente in sintonia con le prossime Giornate Mondiali della Gioventù, le cui tematiche prendono spunto proprio da questa logica. Il 7 novembre 2013 la sala stampa della Santa Sede ha diramato il seguente comunicato:
«Il Santo Padre Francesco ha stabilito i temi delle tre prossime edizioni della Giornata Mondiale della Gioventù, scandendo le tappe dell’itinerario di preparazione spirituale che nell’arco di tre anni condurrà alla celebrazione internazionale con il Successore di Pietro prevista a Cracovia (Polonia) nel luglio 2016:
XXIX Giornata Mondiale della Gioventù, 2014 “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).
XXX Giornata Mondiale della Gioventù, 2015 “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, 2016 (Cracovia) “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”» (Mt 5,7).

5. RILANCIO: VERSO LE PRATICHE DELLA PASTORALE GIOVANILE

L’ultimo aspetto del cammino che abbiamo percorso si apre a ventaglio in due direzioni: da una parte verso la riflessione sui criteri per pensare e sugli itinerari per concretizzare la pastorale giovanile; dall’altra sulle strutture per coordinare e sui luoghi in cui realizzare la pastorale giovanile.
Siamo così rilanciati verso il fatto che la pastorale giovanile è una scienza pratica, che quindi vive di pratiche virtuose e non di laboratori teorici. È necessario entrare con le mani, con il cuore e con l’intelligenza nella frontiera in cui il Signore ha posto ciascuno e dove quindi si è chiamati a vivere e a concretizzare la propria missione. Non si tratta di fare un “laboratorio astratto”, ma di dare vita ad un pensiero sulla concretezza della storia che stiamo vivendo, perché in fondo
«la nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci» [71].

L’esigenza di pensare insieme secondo il Vangelo

Dopo tutte queste laboriose e forse (non) inutili premesse si apre la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?» [72], come chiede la folla, i pubblicani e i soldati al Battista, che va annunciando un radicale intervento di Dio nella storia. L’ultimo dei profeti e il più grande dei nati da donna indica alcune priorità: distribuire le tuniche e il cibo, non pretendere più del necessario, non maltrattare e oltraggiare.
Faccio allora un invito molto chiaro e deciso su cosa bisogna fare, su quale sia l’opera della fede da attuare in maniera programmatica in questa sede: ricominciare seriamente a pensare insieme secondo il Vangelo! Questa è l’urgenza: facciamo molte volte tante cose, troppe cose, ma troppe volte non sono pensate in profondità, troppe volte non sono insieme ma deregolate, e quindi, in alcune occasioni, non sono nemmeno secondo il Vangelo e secondo lo stile del Vangelo.
Non vorrei esagerare, ma mi pare che a volte l’esercizio del pensiero in questi ultimi anni nella “pastorale giovanile” abbia subito più o meno lo stesso destino della “religione” nella modernità occidentale: ovvero che abbia rischiato di diventare un affare privato, sostanzialmente facoltativo, e di cui è imprescindibile vergognarsi. È necessario opporsi risolutamente a questa deriva: pensare deve ritornare ad essere un affare pubblico, sostanzialmente necessario e di cui andare più che mai fieri.
Pensare. Pensare è un esercizio serio, faticoso, che richiede di mettersi in discussione, di mettere sul tappeto i propri presupposti, le proprie convinzioni. Vuol dire andare in profondità e alla radice delle questioni, non dare nulla per scontato. L’esercizio del pensare è oggi decisivo per un rinnovamento nella Chiesa, come per tutta la società umana: con una battuta ad effetto, «dobbiamo ritornare all’idea di governare per mezzo delle idee» [73]!
Insieme. non è possibile oggi pensare da soli. La complessità della realtà, le troppe variabili in gioco, prima ancora che la comunione ecclesiale, ci impongono la necessità di lavorare insieme e condividere dei progetti. Per questo non mi sono permesso di intervenire nel vivo delle questioni della pastorale giovanile, ma sto dando le coordinate e le motivazioni per avviare con convinzione un processo che gli operatori sono chiamati a pensare insieme. Se infatti ciò che bisogna fare viene calato dall’alto si parla di autoritarismo o dirigismo: se invece è prodotto ed emerge dall’impegno degli operatori, allora sarà attuato da tutti.
Secondo il Vangelo. Ovvero comprendere che si (ri)parte da Gesù Cristo e dall’intimità con Lui, sempre. Da una sommaria analisi storica emerge come sono sempre stati dei piccoli gruppi di amici di Dio a riformare la Chiesa, una minoranza profetica e creativa, una minoranza davvero consacrata a Lui, davvero tutta Sua. Un piccolo resto che Dio mai lascia mancare alla sua Chiesa. Siamo chiamati ancora una volta a ritornare personalmente a Lui, perché prima di tutto e sopra ogni cosa richiede conversione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Non c’è mai stata e non ci sarà mai alcuna riforma senza una radicale conversione. Il Vangelo va ogni volta riconquistato. La terra promessa è sempre dentro di noi e davanti a noi. Funziona come la manna che, se si cerca di metterla da parte per il giorno dopo, marcisce. Ogni tempo ha bisogno della sua semina e del suo raccolto.

La concretizzazione di percorsi attraverso la progettazione condivisa di itinerari

La radicale storicità incarnata dell’uomo rende ragione della necessità e della verità della progettualità della pastorale giovanile: proprio perché l’obiettivo del discepolato cristiano non è statico né realizzato una volta per tutte, ma esso avviene nella storia e come storia di un soggetto inserito in una comunità civile ed ecclesiale, la pastorale giovanile – in quanto pratica pastorale – pensa e organizza la sua azione non solo attraverso la riflessione teorica, ma soprattutto stendendo dei concreti itinerari di educazione alla fede.
Nella progettazione e nella realizzazione di tali cammini si realizza la cura educativa della Chiesa verso le giovani generazioni: tenendo conto della reale situazione dei giovani, la pastorale giovanile si impegna a concretizzare dei percorsi realizzabili dalle comunità cristiane esistenti, capaci di intercettare la sensibilità dei giovani così come sono e di rispondere ai desideri di Dio e della sua Chiesa.
Parlare di “itinerari” significa prima di tutto avviare dei processi condivisi e pensati, evitando il rischio di fare della pastorale giovanile una serie deregolamentata e confusa di interventi che non hanno alcun coordinamento e a volte appaiono francamente senza alcuna impostazione. L’esigenza di concretizzare itinerari ci costringe a lavorare insieme per progettare il bene giovani secondo il Vangelo. Non è per nulla scontato: nella civiltà dell’autoreferenzialità siamo abituati a stare da soli, a pensare poco o per niente, a non confrontarci seriamente con il Vangelo.
Vivere in una realtà giovanile segnata da un forte cambiamento, che non ha ancora da parte della Chiesa un “quadro di riferimento” pastorale adeguato, mettersi a pensare non è per nulla un optional, ma una necessità assoluta. Altrimenti il rischio è quello di lavorare a vuoto, allo stesso modo in cui un motore “in folle” gira a vuoto, cioè la sua velocità non produce alcun movimento. Le realtà educativo-pastorali locali, spiazzate da tanti punti di vista, hanno bisogno di criteri e indicazioni per poter progettare dei cammini sensati e percorribili.
L’idea di itinerario fa pensare subito ad un pellegrinaggio orientato ad una meta precisa ma fatto di tappe, ad una scalata in montagna che prevede varie soste e vari obiettivi intermedi o ad un viaggio in macchina guidato da un navigatore satellitare, che ci fa transitare per alcune vie piuttosto che per altre. Dal punto di vista della pastorale giovanile per itinerario intendiamo una sequenza ordinata e successiva di tappe in grado di assicurare il raggiungimento della meta desiderata e, per itinerario di fede, intendiamo un percorso educativo, composto dalle esperienze che costituiscono la vita ecclesiale (ascolto della parola, vita liturgica, esperienza di comunione, testimonianza della carità), con cui la comunità cristiana promuove la crescita delle persone verso mete di maturità cristiana. Parlare di itinerario di fede significa sottolineare l’idea fondamentale che il discepolato cristiano è graduale, si percorre attraverso tappe successive, che hanno una certa unità tra loro, una certa progressione e una certa durata.
Ogni itinerario rende realizzabile concretamente un cammino, avendo di mira l’integralità dell’annuncio, ma insieme avendo a cuore la gradualità della proposta:
«La formazione sia attuata mediante itinerari, differenziati per età e per situazioni esistenziali, impegnativi ed esigenti, ma rispettosi della gradualità. Gli itinerari non si limitino a coltivare la dimensione intellettuale, ma introducano a una vitale esperienza di fede; non siano solo operativi, ma diano spazio alla contemplazione; non accettino riduzioni fideistiche o devozionistiche, ma si misurino con le esigenze della cultura; non offrano solo modi di vivere, ma ragioni di vita; sappiano infondere la passione per il vero e il bene, conducano a scelte coscienti e responsabili; presentino la vita come vocazione comune all’amore, che si concretizza nelle vocazioni specifiche al matrimonio, alla vita consacrata, al ministero sacerdotale, alla missione “ad gentes”, le quali a loro volta assumono una fisionomia propria nel cammino personale di ognuno» [74].

La necessità di strutture di coordinamento della pastorale giovanile

L’impegno della Chiesa per i giovani è il campo della pastorale giovanile, che si concretizza attraverso espressioni multiformi: alcune vedono la Chiesa partecipare ad un impegno civile condiviso con altri partner (ad esempio la scuola e l’università), altre segnano un protagonismo ecclesiale prioritario della Chiesa (per esempio l’oratorio), altre ancora sono specifiche del suo mandato (ad esempio la catechesi e i gruppi giovanili). Attraverso istituzioni locali, diocesane e universali la Chiesa si impegna per i giovani su tanti fronti. Per mezzo dello Spirito, non senza la presenza di Maria, esistono carismi particolari che hanno come mandato esclusivo la missione evangelizzatrice ed educativa nei confronti delle giovani generazioni.
Pensiamo sia esatto affermare che la Chiesa è a tutt’oggi la più estesa agenzia socio-educativa con una presenza e una coscienza mondiale: le parrocchie, le scuole, i centri di formazione professionale, le attività caritative, le presenze missionarie sparse per tutto il mondo sono espressioni che sempre hanno a che fare, direttamente e indirettamente, con i giovani. L’impegno delle giovani Chiese in favore dei giovani è immenso, anche perché la maggior parte degli abitanti dei loro continenti sono giovani.
La Chiesa ha diverse forme di presenza nel mondo: una più “territoriale”, legata alla presenza delle diocesi e alle parrocchie e una più “carismatica”, fatta di congregazioni, di movimenti e di associazioni che hanno una trasversalità missionaria e quindi interdiocesana e universale. L’unità sinfonica e la stima reciproca tra impegno nel territorio e impegno carismatico a favore dei giovani è la prima condizione un’azione di pastorale giovanile credibile ed efficace. Il principio ecclesiastico-territoriale e quello monastico-carismatico sono sempre stati presenti nella Chiesa e fanno parte della sua essenza. Le loro “mutue relazioni”, fatte di buona convivenza e di leale collaborazione, danno il tono e la sintonia della Chiesa nel suo insieme. La loro concorrenza e la disistima reciproca offrono ai giovani una controtestimonianza ecclesiale gravissima, capace di allontanare i giovani dalla Chiesa e soprattutto dalla fede.
Anche se le strutture non sono il cuore della Chiesa, ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno del successore di Pietro, segno dell’unità visibile della Chiesa cattolica. Il suo ruolo di presidenza nella carità di tutte le Chiesa lo pone in una situazione unica di rappresentanza a livello ecclesiale. L’inaugurazione di un dialogo ininterrotto e profondo con tutti i giovani del mondo attraverso l’invenzione delle Giornate Mondiali della Gioventù – un atto geniale di Giovanni Paolo II – ha permesso alla pastorale giovanile di avere una sollecitazione particolarmente efficace e un beneficio generalizzato in ogni direzione.
Per quanto riguarda la pastorale giovanile possiamo individuare vari livelli istituzionali, alcuni più legati alla riflessione e altri all’operatività concreta in situazione. Innanzitutto vi è il livello nazionale, che prende corpo attraverso il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile; vi è poi il livello regionale, legato ad un coordinamento tra diocesi; vi è poi il livello più importante, che è quello della Chiesa locale diocesana, che ha il compito progettuale e realizzativo più importante; infine vi è l’ambito parrocchiale, che è il luogo proprio in cui la pastorale giovanile si incarna.
In tutti questi livelli non devono mancare quattro aspetti: uno più riflessivo, uno di governo, uno di coordinamento e uno di formazione. (1) La riflessione oggi non può mancare, attraverso un cammino di condivisione di idee fatto di confronto e di discernimento comunitario, che portino la pastorale giovanile a ripensarsi nei nuovi contesti in cui è chiamata ad operare. (2) Il governo implica la possibilità che vengano date indicazioni più o meno vincolanti alle diocesi e alle realtà locali circa la progettazione e la realizzazione della pastorale giovanile. (3) Il coordinamento implica il sapiente affiancamento di una presenza animatrice e orientativa nelle scelte particolari che ogni territorio è chiamato ad operare. (4) Infine la formazione mette al centro la preparazione attenta dei coordinatori diocesani e locali della pastorale giovanile, che non possono essere improvvisati.
Questi quattro aspetti garantiscono la possibilità di una pastorale giovanile integrata e integrale.

Luoghi in cui realizzare la pastorale giovanile

Non ci resta che concludere rimandando al quotidiano, cioè ai luoghi e a tempi in cui realizzare le pratiche della pastorale giovanile. Essa si realizza attraverso una pratica pastorale che fa riferimento ad istituzioni generiche o appositamente dedicate ai giovani, ad appartenenze a gruppi o ad associazioni, civili ed ecclesiali. Può anche avere a che fare con particolari situazioni esistenziali. Si esprime in tantissime modalità diverse.
Si può partire dalla famiglia, che consideriamo il luogo originario della pastorale giovanile. Ciò che quindi risulta fondamentale è riconoscere che il punto preciso su cui fare forza per riprogettare la pastorale giovanile è una pastorale familiare degna di questo nome, sia in entrata che in uscita. In entrata perché la pastorale giovanile riceve i suoi soggetti dalle età della vita precedenti alla gioventù, ovvero dall’infanzia, dalla fanciullezza e dall’adolescenza. I primi due tempi vedono come protagonista quasi assoluta la famiglia e le relazioni primarie, e il terzo tempo segna in genere l’incrinatura e la contestazione con la vita familiare. L’impronta che la famiglia imprime sui soggetti che entrano nella fascia di età che interessa la pastorale giovanile è determinante e qualificante. In uscita perché i soggetti che terminano il passaggio dall’età giovanile in genere sono chiamati a vivere la loro vocazione cristiana attraverso la creazione di una loro famiglia. È quindi normale pensare che il compito della pastorale giovanile sia abilitare i giovani alla responsabilità della vita adulta che si specifica in forma privilegiata nell’assunzione della responsabilità familiare.
In secondo luogo è necessario soffermarsi sui mezzi di comunicazione sociale, che certamente hanno per molti aspetti conquistato il mondo giovanile, tanto che l’immaginario sociale condiviso nasce e cresce in questi luoghi e a partire da queste istituzioni oramai riconosciute a livello planetario da tutti i giovani:
«Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» [75].
Sappiamo come l’educazione avviene a monte rispetto all’intenzionalità diretta verso di essa: anche chi opera per fini diversi da quelli educativi in realtà educa, anche se non sempre in modo consapevole e responsabile. I mass-media e i personal-media, pur non manifestando normalmente una coscienza educativo-pastorale e non avendo questo come fine, in realtà costituiscono una piattaforma educativa di grande incisività e di sicuro interesse per la pastorale giovanile. Esso è certamente un nuovo areopago per l’annuncio del Vangelo ai giovani, per il semplice fatto che è un luogo, seppur virtuale, da essi frequentato. La comunicazione sociale è da considerarsi allora, oggi più che mai, una “nuova frontiera” per la pastorale dei giovani, con le sue difficoltà e le sue promesse. Certamente difficile ed entusiasmante, necessaria e pericolosa, possibile e faticosa:
«Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù» [76].
Il terzo luogo proprio della pastorale giovanile, quello che potremmo chiamare “luogo ecclesiale ordinario”, è l’oratorio. Si tratta probabilmente di un unicum tutto italiano, ormai esportato nel mondo grazie a secoli di storia, ma che conserva pur sempre – anche in altre nazioni e contesti culturali – il proprio stile e marchio di nascita. È conosciuto come “la pastorale giovanile della parrocchia”, “un ponte tra la Chiesa e la strada”, “la parrocchia di chi non ha parrocchia”. Si è sviluppato negli ultimi due secoli in modo esponenziale, diventando di volta in volta il toccasana della comunità ecclesiale o il punto di coagulazione delle difficoltà pastorali e sociali del territorio.
La sua importanza quantitativa e qualitativa per la pastorale giovanile italiana è tale che anche nell’ultimo testo programmatico della CEI, in cui ci si è assunti l’onere di mettere mano ad un progetto pastorale incentrato sul tema dell’educazione, l’oratorio si è guadagnato un paragrafo intero del documento:
«Un ambito in cui tale approccio ha permesso di compiere passi significativi è quello dei giovani e dei ragazzi. La necessità di rispondere alle loro esigenze porta a superare i confini parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative. Tale dinamica incide anche su quell’espressione, tipica dell’impegno educativo di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso accompagna nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti, affidando loro responsabilità educative. Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio esprime il volto e la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi strumenti e il suo linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica, teatro, gioco, studio» [77].
L’oratorio è uno strumento pastorale molto flessibile, e non dipende dalle strutture, ma è prima di tutto il frutto di una comunità ecclesiale che ama i giovani e quindi si interroga continuamente sulle modalità operative per realizzare tale passione. Non occorre spendere ulteriori dettagli in questa direzione, se non ricordare a tutti e a ciascuno che proprio lo scorso anno è stata prodotta una specifica nota pastorale sul valore e la missione degli oratori [78].
Merita un’attenzione particolare la scuola e l’università, che sono da considerarsi i luoghi culturali ordinari della pastorale giovanile. Non sempre tale evidenza è riconosciuta e apprezzata. La scuola e soprattutto l’università sono istituzioni create appositamente per formare i giovani: per inserirli nella vita attraverso un sapere e una civilizzazione adeguata al mondo in cui si preparano ad entrare come adulti responsabili e soggetti impegnati. Certamente, tra i punti su cui fare forza, l’iniziazione culturale rimane un aspetto che la pastorale giovanile non può ignorare né disprezzare, perché è il segmento in cui i giovani sono al momento più presenti e attivi.
La scuola rimane un luogo imprescindibile per l’educazione. Da tutti è riconosciuto, anche se tutti ne auspicano un autentico rinnovamento. Si sente a fior di pelle il distacco che vige tra le risposte che il mondo degli adulti propone ai giovani e il fatto che le loro domande sono mutate, le loro esigenze sono altre. Come tutte le generazioni affascinate e meravigliate di fronte all’enigmatico dono della vita, si pongono urgenti e necessarie domande di senso e non solo domande immanenti, legate ad un semplice appagamento umano o a un bisogno di istruzione tecnico-pratica.
Come tutte le generazioni, i giovani desiderano riconoscimento, affetto, amore, senso e significato. La scuola non può ritenersi semplicemente al di là di queste domande o indifferente ad esse, e ridurre il suo ruolo all’offerta di una neutrale formazione tecnica o storica, che rinuncia all’elaborazione di qualsiasi dinamica di senso. La scuola deve ricomprendersi in modo nuovo. È necessario passare da una scuola che si autocomprende nell’ottica riduttiva di un sapere tecnico e immanente, ad un’altra, che si pensa come un’agenzia educativa capace di far gustare il sapore della sapienza, che allarga alla vita e ai suoi significati fondamentali la sua riflessione.
Vi è ancora l’impegno civile e sociale. Abbiamo visto come nella famosa e intrigante lettera a Diogneto si afferma che la forma paradossale di vita dei cristiani li pone in una situazione originalissima: «In una parola, ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo» [79]. L’impegno della pastorale giovanile a favore del mondo, attraverso una “cittadinanza” attiva e responsabile, ha alcune espressioni che vede protagonisti i giovani stessi, che cominciano a vivere esperienze in cui da cristiani sono invitati a vivere con onestà e ingegno nel mondo, sapendo che tale esperienza non è il tutto della vita cristiana. Il mondo del lavoro, l’impegno politico, l’associazionismo e il volontariato sono campi in cui la carità diviene pratica solidale e fraterna.
Altri luoghi importanti, in cui la pastorale giovanile deve farsi segno dell’amore di Dio ai giovani sono quelli della povertà e del disagio, della violenza e dell’abuso, della condanna e del carcere. È certo una questione molto ampia, delicata e specifica, che va affrontata con una preparazione adeguata e talvolta con un team di esperti. È però realistico che ogni operatore di pastorale giovanile viene a conoscenza e ha a che fare direttamente con situazioni in cui i giovani vivono il disagio familiare; a volte si devono affrontare situazioni in cui la violenza, sia tra coetanei che con adulti, è all’ordine del giorno; raramente con l’abuso di natura sessuale o di altro genere; a volte con giovani che hanno vissuto l’esperienza del reato e della condanna, non di rado scontata in carceri che calpestano la dignità umana.
Un altro tema di interesse per la pastorale giovanile è quello della malattia, della sofferenza e della morte dei giovani. Pastoralmente tale situazione interpella non solo nel lavoro di educazione e prevenzione, ma soprattutto di conduzione pastorale di queste situazioni, che non sono estranee al lavoro ordinario della pastorale giovanile. Avere a che fare con un giovane affetto da handicap, da una presa di coscienza di aver scoperto una malattia grave, oppure vivere l’esperienza in cui un giovane del proprio ambiente scolastico o parrocchiale perde la vita, ci mette in causa personalmente come uomini e donne di fede capaci di testimoniare la vicinanza e la speranza cristiana. Anche qui le situazioni sono talmente diversificate da richiedere un approccio singolarissimo, dove deve prevalere la disponibilità, l’ascolto e quella capacità di lettura di fede della realtà tipici degli uomini spirituali.

NOTE

[1] R. Tonelli – S. Pinna, Una pastorale giovanile per la vita e la speranza. Radicati sul cammino percorso per guardare meglio verso il futuro (Nuova biblioteca di scienze religiose 33), LAS, Roma 2011, 21-22.

[2] R. Tonelli – S. Pinna, Una pastorale giovanile per la vita e la speranza…, 14.

[3] Francesco, Evangelii gaudium, n. 105.

[4] Benedetto XVI, Omelia della veglia pasquale del 7 aprile 2012.

[5] Mt 28,19.

[6] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, “Educare i giovani alla fede”. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea Generale, 27 febbraio 1999, punto 4.

[7] Ivi, punto 3.

[8] Cfr. Paolo VI, Populorum progressio, n. 42; Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 55.79.

[9] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, “Educare i giovani alla fede”. Orientamenti emersi dai lavori della XLV Assemblea Generale, 27 febbraio 1999, punto 1.

[10] Ivi, punto 2. «Ci sentiamo perciò impegnati a offrire alle nuove generazioni la possibilità di un incontro personale con Cristo» (Conferenza Episcopale Italiana, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo, n. 38).

[11] Sinodo dei Vescovi, XIII Assemblea Generale Ordinaria. La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, Proposizioni finali, n. 51.

[12] Francesco, Evangelii gaudium, n. 115.

[13] Lettera A Diogneto, 5,1-2.4-5.9;6,10.

[14] Francesco, Evangelii gaudium, n. 263.

[15] F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi? Anti-manuale di evangelizzazione (Il cortile dei gentili), Messaggero, Padova 2013, 135.137.

[16] F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi? Anti-manuale di evangelizzazione, 18-19.23. «Come trasmettere la fede in Cristo, se neppure sappiamo molto bene perché credere in lui? È questo, mi sembra, l’unico problema e l’unica crisi della trasmissione di cui bisogna preoccuparsi. La difficoltà non è quella di un buon metodo o della strategia più ingegnosa: il cristianesimo, ancora una volta, non è un messaggio religioso fra molti altri. Credere in Cristo vuol dire scoprire continuamente il suo tratto ineguagliabile nel toccare ciò che è umano in noi e percepire così la straordinaria complicità tra il vangelo di Dio e il mistero della nostra esistenza umana» (C. Theobald, Trasmettere un Vangelo di libertà [Nuovi saggi teologici 82], Edizioni Dehoniane, Bologna 2010, 21-22).

[17] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 9; Francesco, Evangelii gaudium, n. 12.

[18] Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV,34,1.

[19] Messale Romano, Prefazio comune VII, il cui titolo è significativamente: “Cristo ospite e pellegrino in mezzo a noi”. È utile annotare che proprio dai Vangeli emergono parecchi episodi in cui Gesù è un ospite/pellegrino (in)atteso e (in)desiderato, accolto o rifiutato. Cfr. ad esempio Mt 25,31-46; Lc 2,7.28; 5,29-32; 7,36-50; 8,40; 10,38-42; 11,37-54; 14,8-10; 19,1-10; 24,13-35; Gv 1,11-12; 2,1-12; 4,45; 12,1-11.

[20] Ap 3,20-21.

[21] Francesco, Evangelii gaudium, n. 15. «La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. […] Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (ivi, n. 27.33).

[22] 1Pt 3,16a.

[23] Sinodo dei Vescovi, XIII Assemblea Generale Ordinaria. La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, Lineamenta, n. 16.

[24] Cfr., a questo proposito, il saggio di G. Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Laterza, Bari 2013.

[25] G. Colombo, Sulla evangelizzazione (Contemplatio 13), Glossa, Milano 1997, 46.

[26] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 49-50.

[27] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 53.

[28] G.K. Chesterton, La Chiesa Cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento, Lindau, Torino 2010, 19.

[29] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 55.

[30] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 60.

[31] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 61.

[32] Cfr. Lumen gentium, n. 8.

[33] F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi? Anti-manuale di evangelizzazione, 124.

[34] P. Martinelli, La testimonianza. Verità di Dio e libertà dell’uomo (Diaconia alla verità 9), Paoline, Milano 2002, 7.

[35] 1Gv 1,1-3.

[36] Cfr. 2Cor 2,15.

[37] M. Rossetti, Il Vangelo di Gesù, Cristo e figlio di Dio, in Mc 3,13-19 e 8,31-33, in A. Bozzolo – R. Carelli (ed.), Evangelizzazione e educazione, LAS, Roma 2011, 173-188, 174.

[38] M. Rossetti, Il Vangelo di Gesù, Cristo e figlio di Dio, in Mc 3,13-19 e 8,31-33, 178.

[39] M. Rossetti, Il Vangelo di Gesù, Cristo e figlio di Dio, in Mc 3,13-19 e 8,31-33, 179.

[40] Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 41.76. Alcune di queste espressioni sono riprese e ampliate in ordine alla missione da Giovanni Paolo II in Redemptoris missio, n. 42.

[41] Papa Francesco, Viaggio apostolico a Rio de Janeiro in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della gioventù (Incontro con i Vescovi responsabili del Consiglio Episcopale Latinoamericano – CELAM, 28 luglio 2013).

[42] E. Ceria, Vita del Servo di Dio don Filippo Rinaldi, SEI, Torino 1951, 443.

[43] Gv 1,14.

[44] Mt 5,37.

[45] 2Cor 8,9.

[46] Mt 5,3.

[47] Lc 6,20.

[48] H. De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa (Opera Omnia 9), Jaca Book, Milano 1979, 232.

[49] H.U. von Balthasar, Verbum caro (Saggi teologici I), Morcelliana, Brescia 19854, 221.

[50] «“Annunciare Cristo nell’era digitale”. Si tratta di un campo privilegiato per l’azione dei giovani, per i quali la “rete” è, per così dire, connaturale. Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione, e il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura. Già durante i primi secoli dell’era cristiana, la Chiesa volle misurarsi con la straordinaria eredità della cultura greca. Di fronte a filosofie di grande profondità e a un metodo educativo di eccezionale valore, intrisi però di elementi pagani, i Padri non si chiusero al confronto, né d’altra parte cedettero al compromesso con alcune idee in contrasto con la fede. Seppero invece riconoscere e assimilare i concetti più elevati, trasformandoli dall’interno alla luce della Parola di Dio. Attuarono quello che chiede san Paolo: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21). Anche tra le opportunità e i pericoli della rete, occorre “vagliare ogni cosa”, consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito Santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore» (Francesco, Discorso ai partecipanti alla plenaria del pontificio consiglio dei laici, 7 dicembre 2013).

[51] F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi? Anti-manuale di evangelizzazione, 19. Per approfondire il legame tra prossimità e comunicazione sociale si veda il Messaggio del Santo Padre Francesco per la XLVIII giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro (24 gennaio 2014).

[52] E. Salmann, (a cura di G. De Candia e A. Matteo), Memorie italiane. Impressioni e impronte di un cammino teologico, Cittadella, Assisi 2012, 143.

[53] Francesco, Evangelii gaudium, n. 106.

[54] P. Coda in A. Bozzolo – R. Carelli (ed.), Evangelizzazione e educazione, 406.

[55] S. Currò, Il senso umano del credere. Pastorale dei giovani e sfida antropologica, LDC, Leumann (TO) 2011, 136-151.

[56] S. Currò, Il senso umano del credere…, 136.

[57] P. Coda in A. Bozzolo – R. Carelli (ed.), Evangelizzazione e educazione, 414-415.

[58] Conferenza Episcopale Italiana (Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali – Commissione Episcopale per la famiglia e la vita), “Il laboratorio dei talenti”. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo, n. 23.

[59] 1Gv 4,16.

[60] Direzione Generale Opere don Bosco, Lettere circolari di don Egidio Viganò ai salesiani, Volume II, 977.

[61] Francesco, Evangelii gaudium, n. 190.

[62] A. Castegnaro (con G. Dal Piaz e E. Biemmi), Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano 2013, 144-145.146.147.

[63] Mt 5,17-20.

[64] R. Cantalamessa, Le beatitudini evangeliche. Otto gradini verso la felicità, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2008, 39. Cfr. anche 42, 52, 68 e 125.

[65] P. Barcellona, Incontro con Gesù, Marietti, Genova 2010, 63. «Il discorso della montagna non propone un programma di riscatto, né un itinerario della beneficenza e neppure un’antropologia della possibile generosità umana, ma appartiene alla logica della realizzazione della presenza contemporanea di Cristo nel mondo, alla realizzazione del regno di Dio come spazio esterno alla pura storicità degli avvenimenti umani, uno “spazio” in cui si realizza “qui e ora” l’incontro fra ciascun uomo e il Dio vivente, il regno della comunione fondato sulla condivisione del pasto, del pane e dei pesci, del sangue e del corpo di Gesù» (ivi, 63).

[66] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 64.

[67] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 66.

[68] G. Colombo, Sulla evangelizzazione, 67. Cfr. J. Lauster, Dio e la felicità. La sorte della vita buona nel cristianesimo (Biblioteca di teologia contemporanea 134), Queriniana, Brescia 2006.

[69] R. Tonelli, Ripensando quarant’anni di servizio alla Pastorale Giovanile, in «Note di Pastorale Giovanile» 5 (2009) 11-65, 49.

[70] H.U. von Balthasar, La verità è sinfonica. Aspetti del pluralismo cristiano (Già e non ancora 220), Jaca Book, Milano 19913, 109.

[71] A. Spadaro, Intervista a Papa Francesco, «La Civiltà Cattolica» III (2013) 449-477, 477.

[72] Lc 3,10.12.14.

[73] G.K. Chesterton, La mia fede, Lindau, Torino 2010, 159.

[74] Conferenza Episcopale Italiana, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo, n. 40.

[75] Francesco, Evangelii gaudium, n. 64.

[76] Francesco, Discorso ai partecipanti alla plenaria del pontificio consiglio dei laici, 7 dicembre 2013.

[77] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 42.

[78] Conferenza Episcopale Italiana (Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali – Commissione Episcopale per la famiglia e la vita), “Il laboratorio dei talenti”. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del Vangelo. Cfr. anche Servizio nazionale per la pastorale giovanile della CEI (a cura di M. Falabretti), I ragazzi dell’oratorio. Una rilettura della Nota dei vescovi italiani, EDB, Bologna 2013; U. Lorenzi, Educare in oratorio. Attualità pastorale di un luogo tradizionale, «Rivista del Clero Italiano» 1 (2011) 30-47; L. Ramello, Che cos’è l’oratorio?, in «Rivista del Clero italiano» 12 (2009) 858-875; M. Mori, Un oratorio per educare, La scuola, Brescia 2011; Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice – Ambito per la Pastorale Giovanile, Oratorio cantiere aperto, LAS, Roma 2013; A. Martelli, La presenza della Chiesa nell’ambito educativo: l’oratorio, in A. Bozzolo – R. Carelli (ed.), Evangelizzazione e educazione, 136-152.

[79] Lettera A Diogneto, 6,1.

(NPG)