Pastorale giovanile e vocazione

Rossano Sala

Perché una rubrica sulla vita consacrata? Perché la pastorale giovanile è interessata al tema della vocazione? Perché la pastorale giovanile dovrebbe occuparsi di scelte vocazionali?
Sembrerebbe fuori posto nella nostra rivista pensare a questo tema. Eppure vorrei proprio in questo primo articolo della rubrica – che evidentemente nasce dal fatto che papa Francesco ha chiesto alla Chiesa universale che l’anno 2015 sia dedicato in special modo alla vita consacrata – mostrare che il legame tra pastorale giovanile e questione vocazionale non solo è stretto, ma è decisamente intrinseco e assolutamente ineludibile.

Per una pastorale giovanile… “in uscita”!

Una delle parole che più colpiscono del “vocabolario” di papa Francesco è decisamente la richiesta di “uscire”, di andare nelle periferie, di non cercare la sopravvivenza in chiusure conservative e asfittiche, ma di cercare le ampie dimensioni del mondo.
La prima riflessione che mi pare importante porre alla vostra attenzione è qui molto semplice, forse banale: la pastorale giovanile ha un inizio e soprattutto una conclusione, non è il tutto della pastorale della Chiesa, ma intercetta un’età della vita che va sotto il nome di “giovinezza”. Anche la pastorale giovanile deve “uscire”, nel senso che deve accompagnare i giovani ad uscire dalla giovinezza per entrare nella vita adulta.
In genere potremmo dire, anche se vi sono diverse visioni della questione, che in linea di massima il cuore della giovinezza va dai 18 ai 25 anni e che oggi si assiste ad un allargamento di questa età, che approssimativamente copre una fascia che comincia tra i 14-15 anni e arriva fino ai 30-35 anni. Una vera e propria dilatazione dell’età della vita – che rischia di far crescere i più piccoli troppo in fretta e insieme di non far mai arrivare i grandi ad essere degli adulti – sembra in atto da qualche decennio. Pare ad alcuni che stiamo assistendo ad una vera e propria omologazione dell’esistenza sul registro della cosiddetta “eterna adolescenza” o “eterna giovinezza”: si tratta di un vero e proprio “idolo postmoderno” [1] su cui la letteratura antropologica e pastorale abbonda [2].
Il tema della vocazione ha quindi per noi prima di tutto il vantaggio di realizzare il passaggio alla vita adulta, che è la condizione di colui che ha un suo proprio posto nel mondo e ha un compito da realizzare. Detto in termini cristiani, l’adulto è uno che riceve, accoglie e fa propria una missione da compiere, mentre in genere il giovane è colui che sta cercando di capire qual è la sua missione nel mondo. Un passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium pare illuminante a tal proposito, esattamente lì dove papa Francesco afferma che «io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare» [3].
Senza “vocazione-missione” si resta eterni adolescenti, si rischia una vita all’insegna del narcisismo sistematico, si arriva a pensare alla “pastorale giovanile” come totalizzante, si rischia l’appiattimento sugli schemi sociali dominanti. In fondo senza vocazione-missione ci si consegna al non senso dell’esistere, all’inutilità della propria vita e soprattutto alla mancanza di identità personale: in questo momento culturale particolarmente liquido, in cui il tema dell’identità appare decisamente in crisi, la “questione vocazionale” dovrebbe essere recuperata nella sua pregnanza sia teologale che antropologica: essa sola infatti ha la forza per offrire una visione sintetica e unitaria della persona.
Ecco la prima conclusione del discorso: proprio oggi l’impegno della pastorale giovanile non può marginalizzare il tema vocazionale, ma deve rimetterlo al centro del suo pensare e del suo agire. Con un gioco di parole si potrebbe dire che per essere all’altezza della sua vocazione, la pastorale giovanile non può fare a meno di accompagnare i giovani alla scoperta e all’accoglienza della loro personale vocazione. La questione vocazionale non è dunque “altro” rispetto all’impegno della “pastorale giovanile”, ma gli intrinseco: non per nulla alcune congregazioni religiose – sia maschili che femminili – tendono oggi ad unificare i due “servizi pastorali”, così come in alcune diocesi i due “uffici” agiscono insieme e a volte sono coordinati dalla stessa persona.

L’ineludibile impegno vocazionale della pastorale giovanile

Anche qui mi pare importante partire da un dato semplice, cioè che l’antropologia biblica è vocazionale: di più, ciò che caratterizza la figura del giovane dal punto di vista biblico è esattamente l’esperienza dell’essere chiamato per nome. Tale prospettiva ci pone entro le coordinate della presa di coscienza della propria identità – questione ineludibile che non può non essere affrontata, neppure dai postmoderni del nostro tempo! – attraverso la forma del riconoscimento della propria vocazione, entro cui si pone ogni progetto. Ci si riferisce quindi alla concezione cristiana della vita quale risposta a una vocazione; irrinunciabile per la coscienza credente. Questa è l’esperienza di ogni chiamato:
Un Tu, una parola, un volto si affacciano sulla scena della mia vita: qualcuno si rivolge a me, irrompe nel mio ambito ben definito, mi assale e mi vuole bene. Appare come dono, appello, turbamento, come oggetto indifferente o come soggetto spudorato, mi ruba il tempo, mi mozza il fiato, mi dona la sua presenza. E Tu è un dono del cielo, mi conforta, mi apre nuovi orizzonti, ed è un altro che mi altera, mi oggettivizza, mi aliena da me stesso e mi promette futuro. Donde viene, perché ha il diritto di intrufolarsi nelle mie vicende, perché devo rispondergli, perché l’ho tanto atteso, sono già apertura nei suoi confronti [4].
Nell’ottica della fede è necessario prendere coscienza che l’identità propria non ha nulla di autoreferenziale, ma è prima di tutto ricevuta in dono attraverso una chiamata. Proprio la giovinezza è l’età in cui emergono le fondamentali domande sul senso della propria vita e in cui si acquista la certezza che solo da Dio possono arrivare risposte decisive in merito alla propria identità e posizione: così
la giovinezza è l’età in cui si capisce che non ci si può definire solo in riferimento a ciò che si sa di se stessi, alla luce delle proprie esperienze precedenti, bensì mettendosi in ascolto di un Altro che ci conosce prima di quanto noi e gli altri possiamo conoscerci. In definitiva, tempo della giovinezza e tempo della scoperta del senso della vita come vocazione tendono a coincidere, sia pure con qualche eccezione [5].
La pastorale giovanile, se vuole raggiungere la sua propria profondità teologale e antropologica, non può pensare alla vita se non in ottica vocazionale e quindi deve propiziare esperienze di servizio, di discernimento, di accompagnamento spirituale che aiutino i giovani a maturare scelte vocazionali all’insegna del dono di sé. Perché, è chiaro, non vi davvero realizzazione della propria vita che non abbia a che fare con il dono di sé vissuto in diverse modalità.
Ora le vie d’uscita della pastorale giovanile sono sempre all’insegna della donazione.
O nella vita familiare, dove ogni coniuge fa dono di sé all’altro coniuge: mistero grande, che per essere compreso nella sua immensa profondità deve addirittura andare a recuperare il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa [6].
O nella vita consacrata, dove colui che è chiamato/a ha un dono e una missione speciale – che va sotto il nome di “carisma” – affidatagli da Cristo stesso per il bene di tutta l’umanità e di tutta la Chiesa in un determinato periodo sociale-storico.
O nella vita sacerdotale, dove colui che è chiamato riceve l’onore e l’onere di rappresentare direttamente il Cristo Signore nell’esercizio della sua missione, soprattutto attraverso l’annuncio della parola e la celebrazione dei sacramenti.
Non basta allora una pastorale giovanile “generica”, che cioè non abbia a cuore la presentazione delle corrette vie d’uscita della giovinezza, ma vi è necessità, sia nella progettazione che nella realizzazione, di itinerari adeguati che aiutino ragazzi, adolescenti e giovani a confrontarsi con esperienze significative vi vita cristiana adulta. Un vero e proprio accompagnamento è necessario per arrivare ad avvicinare il giovane alla questione decisiva della sua vita, cioè la scoperta della sua missione propria e la preparazione a viverla.
Mi chiedo, per esempio, qual è l’attenzione della pastorale giovanile per i percorsi di preparazione al matrimonio, che sono la più ampia e importante via d’uscita dalla giovinezza nella Chiesa? I cosiddetti “corsi prematrimoniali” sono solo affare del Parroco oppure la pastorale giovanile ha una sua competenza e alcuni doveri in proposito? L’animazione delle “giovani coppie” è solo affare della comunità cristiana, oppure la pastorale giovanile ha una sua parola e una sua esperienza al proposito?
Allo stesso modo la questione della vita consacrata e del sacerdozio sono solo affare degli addetti ai lavori di questo “settore”, oppure la pastorale giovanile, se vuole raggiungere la sua propria profondità, deve occuparsi di questo?
Mi pare che queste sono tutte domande che ci possono aiutare a verificare la qualità della nostra opera pastorale con i giovani e per i giovani.

Per concludere… o meglio: per iniziare!

Pastorale giovanile e vocazione, pastorale giovanile e vita consacrata. Siamo partiti con l’obiettivo di mostrare che parlare di queste cose non è fuori posto per una rivista che si occupa di pastorale giovanile.
In sintesi abbiamo detto che la questione vocazionale è quella che porta a compimento la pastorale giovanile, perché non la imprigiona in uno degli schemi dominanti e opprimenti del nostro tempo, quello dell’eterna giovinezza che non accompagna le persone a diventare adulti. Insieme abbiamo affermato che la questione vocazionale è il luogo di scoperta della propria identità ultima e che quindi, se non vogliamo rimanere senza identità, abbiamo bisogno di questa speciale parola di Dio per noi.
In questo modo questa rubrica può cominciare con il piede giusto!

NOTE

[1] Cfr. P. Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011.
[2] Cfr., a solo titolo esemplificativo: M. Aime – C. Pietropolli, La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio, Einaudi, Torino 2014; F. Bonazzi – D. Pusceddu, Giovani per sempre. La figura dell’adulto nella postmodernità, Franco Angeli, Milano 2008; F.M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Einaudi, Torino 2014; G. Cucci, La crisi dell’adulto. La sindrome di Peter Pan, Cittadella, Assisi (PG) 2012; L. Manicardi, Memoria del limite. La condizione umana nella società postmortale (Grani di senape), Vita & Pensiero, Milano 2011; A. Matteo, L’adulto che ci manca. Perché è diventato così difficile educare e trasmettere la fede, Cittadella, Assisi 2014; V. Orlando – M. Pacucci, La paura di volare. Il difficile passaggio all’adultità dei giovani italiani, LDC, Torino 2011.
[3] Evangelii gaudium, n. 273.
[4] E. Salmann, Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero, Messaggero, Padova, 30. «Il primo momento della costituzione/produzione/lavorazione del mistero vocazionale è l’imprevisto e imprevedibile, l’imponderabile, l’assoluta novità non calcolata, che sfugge a ogni progettualità e che anzi irrompe spesso nel bel mezzo di progettualità diverse e opposte, creando scompiglio, come un importante ospite inatteso la cui presenza richiede tutta l’attenzione possibile» (M. Paradiso, Fenomenologia della sequela, Città Nuova, Roma 2010, 27).
[5] P. Rota Scalabrini, “Insegnaci a contare i nostri giorni”. La riflessione biblica sulle età della vita umana e l’esperienza spirituale, in G. Angelini – G. Como – V. Melchiorre – P. Rota Scalabrini, Le età della vita: accelerazione del tempo e identità sfuggente (Sapientia 41), Glossa, Milano 2009, 27-71, 46.
[6] Ef 5,21-33.