Ricominciare, con un altro sguardo
Giacomo Costa

Non sappiamo. È l’incertezza la cifra di questo tempo di sospensione che il nostro Paese, come tanti altri nel mondo, sta attraversando. Abbiamo di fronte un avversario sfuggente, un virus appena identificato, di cui conosciamo poco o nulla. Non è chiaro quanto possa sopravvivere sulle superfici, o in che modo chi non presenta sintomi possa essere contagioso, se chi guarisce resti immune o possa ammalarsi di nuovo. Di qui un pervasivo senso di insicurezza: il colpo di tosse che ho appena dato è il primo segnale di infezione? Quante tra le persone che ho incontrato negli ultimi giorni prima del blocco avevano preso il virus ed erano contagiose? Anche, o soprattutto, tra i famigliari, gli amici, i colleghi? Da chi è prudente “difendersi”? Chi è bene “proteggere” evitando di avvicinarmi? Poi gli interrogativi si ampliano, e con loro l’inquietudine: quanto durerà questa emergenza e in che condizioni lascerà il Paese, il sistema economico e quello sanitario? Quante imprese, in particolare nei settori più colpiti come il turismo o la ristorazione, non riusciranno a ripartire? E quanti rischieranno di rimanere senza lavoro?
L’accumulo di notizie e informazioni non ci libera dall’inquietudine. La pandemia assorbe tutta la nostra attenzione, riempie i nostri discorsi e ha finito per occupare tutti i nostri giornali e notiziari, con il rischio di azzerare la percezione di tutte le altre emergenze e di tutti gli altri problemi: dai profughi siriani bloccati al confine tra Turchia e Grecia, alla nostra finanza pubblica, ai nodi irrisolti del progetto europeo. Piuttosto che affrontare lo stress dell’incertezza, magari abbiamo preferito dare per buone notizie lette chissà dove, se non addirittura fake news quanto meno improbabili (ma non si sa mai..), siano esse minacciose o rasserenanti. Del resto intere nazioni, o almeno i leso Governi, hanno faticato a mettere a fuoco quanto la situazione sia straordinaria e richieda misure di emergenza.
Arriverà, non c’è dubbio, anche il momento in cui saremo in grado di tenere a bada la COVID-19, grazie a nuovi farmaci e allo sviluppo dei vaccini. Ma queste settimane di sospensione e di incertezza ci avranno comunque cambiarti; anche se avremo voglia di lasciarcele alle spalle il più in fretta passatile, nessuno potrà fare finta che tutto questo non sia mai successo. Quest’esperienza ci sta cambiando in profondità, come singoli e come società, e per questo sarà diversa la normalità che ricominceremo a costruire: quella di prima la troveremmo ormai inadeguata.. In questo tempo si sta seminando un cambiamento: vale quindi la pena usarlo per cominciare ad assumere più consapevolmente uno sguardo diverso, definire nuove priorità e scegliere la direzione in cui dirigerci nel momento in cui sarà possibile ripartire. A questo tentativo sono dedicate le pagine che seguono, che si focalizzeranno sulle dinamiche sociali e culturali, piuttosto che sulla dimensione personale di questo cambio di prospettiva, ben sapendo che i livelli sono inter-connessi.

Rinunciare al controllo

C’è sempre qualcosa che eccede, che scappa fuori, che non fa tornare i conti. Cambiare sguardo significa innanzi tutto rinunciare a ricondurre l’ignoto al noto, ad avere per tutto una spiegazione comoda, accettando invece di lasciarsi stupire e mettere in crisi.
Guardando ai primi vent’anni di questo nuovo secolo, non è la prima volta che facciamo i conti con la sensazione di aver smarrito dei punti di riferimento e con lo sgomento che ne deriva. Ci è successo ad esempio con l’11 settembre 2001, che ha inaugurato una nuova stagione di terrorismo e fatto emergere conflittualità e interconnessioni tra culture prima tutt’altro che evidenti. In seguito abbiamo avuto il crac di Lehmann Brothers, l’evento simbolo della crisi economica e finanziaria del 2008 quando, insieme a ciò che si riteneva non potesse fallire, è crollato tutto un sistema fondato sul rischio e sulla speculazione. Poi abbiamo dovuto affrontare l’emergere della post-verità, la distorsione sistematica dei fatti, la manipolazione delle elezioni, anche grazie all’abuso dei dati personali degli utenti dei social media: ne è simbolo la vicenda di Cambridge Analytica, da alcuni definito lo scandalo del secolo. Infine genera sgomento e insicurezza un clima “impazzito”, e in particolare il ripetersi di eventi estremi di intensità crescente, anche in regioni che se ne ritenevano immuni.
Certo in questi anni ci sono state anche esperienze di felicità, abbiamo raggiunto traguardi importanti e creato condizioni di vita migliori per molti. Ma non possiamo più trascurare i segnali di quella che va interpretata come una crisi sistemica. I casi che abbiamo citato hanno in comune una cosa: quanto credevamo solido si rivela invece friabile o liquido; di qui la sensazione che ci manchi la terra sotto i piedi, la nostalgia per ciò che ci dava sicurezza e il tentativo disperato di far tornare tutto come prima, provando a occultare i problemi. Per questo fatichiamo ad accettare che i modelli alla base della nostra visione del mondo, che ci davano l’illusione di poterlo dominare e di tenere tutto sotto controllo, si siano rivelati semplicistici e troppo riduttivi.
È il caso dell’individualismo trasformato in sistema politico-economico, cioè del neoliberismo come strumento che tutela gli interessi di pochi fornendo una giustificazione ideologica a disuguaglianze crescenti, erosione dei diritti, ritirata dello Stato e legittimazione dell’abbandono della solidarietà nei confronti degli ultimi e degli sforzi per la loro inclusione; o di un antropocentrismo deviato che ci acceca di fronte ai rischi che il degrado dell’ambiente produce; o ancora di un pensiero che interpreta la diversità come minaccia e propone la chiusura e lo scontro fra identità culturali predefinite e impermeabili (dai sovranismi alle ideologie suprematiste, patriarcali o di oppressione di genere). Spesso questi modelli prendono la forma di un “pensiero unico” senza alternative – TINA (There is no alternative: non ci sono alternative) era il motto del neoliberismo di Margareth Thatcher, poi frequentemente ripreso –, ma è la complessità della realtà a smontare queste pretese.
Eppure, nonostante tanti discorsi sulla complessità e il cambiamento, facciamo ancora fatica ad abbandonare l’idea che sia possibile elaborare un “modello” completo e funzionante, e quindi che la costruzione delle alternative al sistema vigente esiga una progettazione compiuta e coerente della traiettoria del cambiamento. Gli ultimi vent’anni, e ancora di più le ultime settimane, ci chiedono uno sforzo di umiltà radicale, deponendo la presunzione di poter dominare la realtà e smettendo di affannarci nel tentativo di produrre il modello definitivo – di sviluppo, di cittadinanza, di sanità, ecc. – sulla cui base tutto si sistemerà. Il passo da fare è assumere veramente che la nostra conoscenza è sempre parziale, accettando la frustrazione che ne deriva. Per chi esercita ruoli di responsabilità – uomini politici e di Chiesa, scienziati, imprenditori, dirigenti – è difficile riconoscere pubblicamente e onestamente di non sapere; per tutti è duro resistere alla tentazione di attaccarsi a chi propone certezze.

Fari nella notte

Sviluppare anticorpi nei confronti delle soluzioni a buon mercato non vuol dire lasciarsi andare alla deriva. L’esperienza della sospensione della quotidianità ordinaria che stiamo vivendo si rivela da questo punto di vista ricca di stimoli. In questa crisi, come in ogni altra, è il futuro che ci viene incontro nella forma dell’esigenza del cambiamento. La crisi manifesta ciò che nell’assetto vigente non funziona e, al tempo stesso, lascia intravvedere qualcosa di ciò che sarà possibile in futuro. Certo, non ce ne dà una visione solare, quella che gratificherebbe la nostalgia di un modello compiuto, ma ci offre qualche squarcio di luce, come i fari che non illuminano tutta la costa, ma permettono comunque ai marinai di decidere in che direzione procedere. L’esperienza di mettere a fuoco qualcosa di nuovo, che possa aprire a un futuro diverso, è diffusa in questi giorni, e queste “luci” emergono nei media come nelle interazioni sui social network, pur con diverso grado di elaborazione. Senza pretesa di originalità ne registriamo qui alcune da non dimenticare.
Una prima traccia da non disperdere è l’esperienza di essere tutti sulla stessa barca: un virus non guarda in faccia a nessuno e non tiene conto di differenze, disuguaglianze e frontiere. Ci ammaliamo tutti: i cittadini comuni come i politici, le stelle dello sport e del mondo dello spettacolo. Di fronte alla pandemia di COVID-19 riscopriamo l’unità della famiglia umana, a livello del legame tra i singoli come tra le nazioni: nessuno può pensare di cavarsela da solo, isolandosi, e servono risposte coordinate. È lo stesso per molte altre situazioni, a partire ad esempio dalla questione dei cambiamenti climatici, su cui però le tentazioni isolazioniste sono sempre più forti.
Un ulteriore stimolo è l’esperienza della fragilità umana: per quanti sforzi facciamo, non siamo mai padroni del nostro destino. In alcune parti del mondo, quelle più povere, questa precarietà si tocca tutti i giorni, a causa della povertà che non consente a tutti di disporre di cibo a sufficienza, che pure non scarseggia a livello globale, o di accedere a medicine e cure che sarebbero in teoria disponibili. In altre parti del mondo, come qui in Europa, i progressi scientifici e tecnologici e la crescita economica hanno via via ridotto le aree di precarietà, fino a darci l’illusione di essere invulnerabili o capaci di fornire una soluzione tecnica a qualsiasi problema, senza dover modificare abitudini e stili di vita.
Di fronte a questa fragilità riscopriamo anche la qualità etica del legame che ci unisce: il rischio del contagio rende evidente come la vita di ciascuno sia affidata alla responsabilità degli altri, ad esempio nel conformarsi alle indicazioni sui comportamenti prudenziali da adottare. Anche nei gesti più quotidiani, come lavarsi le mani, è in gioco qualcosa del destino della famiglia umana: non è una novità assoluta, visto che si può dire lo stesso in molti altri casi (pensiamo ad esempio alla sicurezza stradale). Ma con la pandemia di COVID-19 scopriamo che persino ciò che separa, come le diverse forme di barriere di contenimento, anziché dividere e isolare, diventa strumento di relazione, di cura e di responsabilità. Questo legame non si esaurisce nei rapporti “faccia a faccia”, ma si sostanzia in strutture e istituzioni che intermediano la relazione tra i membri di una società sempre più complessa. Oggi è il caso del sistema sanitario: la salute e la sicurezza di tutti dipendono da quello che è un bene comune nel senso più pieno. Perciò l’esercizio della responsabilità nei confronti dell’altro incorpora la cura per i beni comuni che proteggono la vita di tutti: se oggi ci sentiamo minacciati da un sistema sanitario ridotto all’osso, come giustificare l’avversione per i doveri fiscali da cui provengono le risorse per sostenerlo e rinforzarlo?
Proprio all’interno del sistema sanitario riemerge in questi giorni il valore di una risorsa su cui scopriamo di poter contare: la professionalità dei suoi operatori, che li porta a svolgere il proprio compito con una dedizione che va al di là di qualunque dispositivo contrattuale. Testimoniano così che il lavoro è innanzi tutto un ambito di espressione di senso e di valori, e non solo la “merce” che viene scambiata con la remunerazione. Rivalutare la concezione condivisa del lavoro, che è alla base anche delle politiche che lo riguardano, non potrà non fare parte del nuovo sguardo che siamo tutti invitati ad assumere. Anche coloro che si trovano costretti ad astenersi dal lavoro si confrontano comunque con una domanda di senso, che va al di là della disponibilità di ammortizzatori sociali a sostegno del loro reddito.
Infine l’emergenza COVID-19 riporta sotto i nostri occhi la centralità della politica nella sua funzione originaria di autorità che si prende cura di ciò che non può essere affidato ad altre istanze sociali e che a questo scopo utilizza il potere. Questa funzione non può essere surrogata da meccanismi di autoregolazione impersonale, come le leggi del mercato, né dalla buona volontà dei singoli. Basta infatti che uno solo o pochi non siano convinti o trovino conveniente infrangere le norme di sicurezza per mettere in pericolo la salute di molti o la temila dei sistema sanitario.
Se dunque per gestire il rischio coronavirus è necessario l’esercizio dell’autorità politica, per quale ragione non dovrebbe essere lo stesso nei confronti di altri rischi ugualmente minacciosi, come quelli derivanti dai cambiamenti climatici o dalla speculazione senza freni?

#andratuttobene

I fasci di luce per orientarsi non mancano, pur nella consapevolezza dei limiti di ogni proposta. Ma, una volta terminata l’emergenza, sapremo darvi sufficiente credito e osare qualche cambiamento, o preferiremo tornare ad assetti noti e rassicuranti, al “business as usual”? Con questa domanda giungiamo al nocciolo della questione: ciò che determina i comportamenti e le scelte, delle persone come dei gruppi sociali e di intere società, non è soltanto ciò che sappiamo, ma piuttosto un atteggiamento condiviso di fede. È questo che i modelli tecnocratici tendono a occultare, chiedendoci un’adesione che pare inoppugnabilmente razionale, ma che in realtà è spesso “a occhi chiusi”; è solo tornando ad appropriarci consapevolmente di questa dinamica di affidamento che invece li apriremo e potremo guardare la realtà con un altro sguardo.
Non utilizziamo per il momento il termine “fede” in senso espressamente religioso o confessionale. Facciamo piuttosto riferimento a quell’atteggiamento di fiducia fondamentale nei confronti della vita che consente alle persone di fare un passo in avanti, di impegnarsi, di mettersi in gioco, accogliendo l’incapacità di spiegare e dominare tutto, senza occultare conflitti e contraddizioni, né celare il mistero radicale dell’esistenza e l’orizzonte della sofferenza e della morte. È sulla base di questa fiducia, ad esempio, che le persone decidono di formare una famiglia o di mettere al mondo un figlio.
La pesantezza e le fratture del nostro Paese l’hanno offuscata negli ultimi tempi, ma in questi giorni abbiamo potuto raccogliere segnali che indicano come la società italiana ne sia ancora animata. Traspare nei comportamenti di chi continua a svolgere il proprio lavoro di cura anche a rischio della propria salute, o nello sforzo di evitare che qualcuno rimanga indietro (pensiamo ad esempio ai volontari che assicurano la spesa agli anziani soli). Emerge, in maniera magari un po’ folcloristica, ma che forse si imprime più profondamente nella memoria collettiva, anche nelle iniziative collegate all’hashtag #andratuttobene, negli arcobaleni colorati appesi ai balconi, ecc. Ci pare riduttivo derubricarli a scaramanzia, a stratagemmi per esorcizzare la paura o passare il tempo, anche se dentro c’è anche un po’ di tutto questo. Certo, assumere questo atteggiamento di fiducia è più difficile per chi è malato, o in quarantena, o impossibilitato a stare vicino a un parente ricoverato: ma anche in queste condizioni più estreme, di fronte alla morte, possiamo scorgere testimonianze di questa forza che sgorga tanto dalla profondità delle persone quanto dalla solidità delle loro relazioni. Non si tratta di un ottimismo di facciata: al di là delle forme con cui è espresso, emerge davvero un credito accordato alla vita, che non è scontato, né può essere deriso. Anzi, come vediamo, può risultare davvero “contagioso” e, se saprà tenere duro qualora il tempo dell’emergenza dovesse prolungarsi, potrà darci le energie per resistere alla tentazione dello sgomento e ripartire con uno sguardo rinnovato. Se il coronavirus riuscirà a rinvigorirlo, ci avrà fatto – per questo e per null’altro – un grosso regalo.

Risorse per tenere gli occhi aperti

Questa fiducia fondamentale, che non nega incertezza, insicurezza e non senso, ma permette di assumerne il rischio e quindi di (ri)mettersi in movimento, interpella la fede in senso confessionale e quanti la professano, a partire da noi cristiani. Sarebbe contraddittorio se non fossimo i primi a nutrire quella fiducia, a riconoscerne i segni, interpretarli e approfondirli, mettendo a disposizione della società di cui facciamo parte il nostro patrimonio: la tradizione della Chiesa, a partire dalle Scritture, e l’esperienza di formare una comunità che è tanto locale quanto globale. Si tratta senza dubbio di un contributo pluriforme: sono tanti i modi in cui i cristiani vivono la loro fede in questo tempo. Alcuni, anche molto semplici, sono commoventi, mentre altri – bisogna riconoscerlo – lasciano talvolta perplessi, perché pensano di poter eliminare l’incertezza e il non sapere attraverso oggetti sacri e pratiche religiose, cercando garanzie anziché trovare nella relazione con il Signore il coraggio di attraversare la difficoltà e la paura, e di cambiare sguardo.
Fa parte del contributo dei cristiani anche la preghiera, pure nella sua forma intima, personale (ma non per questo individualistica) e famigliare, di cui questa fase di sospensione delle celebrazioni pubbliche può aiutare a riscoprire il valore. La preghiera può apparire qualcosa di statico, o addirittura una fuga dalla realtà, ma non è così. Pregare significa invocare e quindi riconoscersi non autosufficienti e perciò affidarsi. Pregare significa anche contemplare: accogliere Gesù e lasciarsi accogliere da lui, per farsi permeare dal suo modo di stare al mondo, di farsi prossimo a malati ed esclusi, e di vivere la propria umana fragilità, trasformandola nello strumento per trasmettere l’amore incondizionato per ogni essere umano e per ogni creatura. Una preghiera più intensa diventa allora la base per trovare il modo di adattare il proprio stile di vita alle attuali circostanze e continuare a praticare la prossimità anche all’interno dei limiti ai contatti sociali che una prudenza responsabile esige di adottare. E in futuro alimenterà uno sguardo rinnovato sul mondo, ad esempio sulle contraddizioni da cui convertirci in materia di modelli di sviluppo e concezioni dell’economia troppo anguste e tecnocratiche, che alimentano disuguaglianze, esclusioni e il saccheggio della natura, mettendo a repentaglio la vita di tutti.
Questo sguardo rinnovato nella prospettiva della fede alimenta il lavoro della coscienza per dare risposta all’esigenza del bene e della giustizia, cominciando dall’adempimento dei propri doveri e responsabilità: a livello personale e familiare, ma anche sociale (oggi, per molti, rimanere a casa), professionale (cura degli ammalati, repressione delle infrazioni alle norme di sicurezza, continuità dei servizi essenziali, protezione civile, ecc.), e persino pastorale (pensiamo alla sforzo di creatività per mettere a punto strumenti alternativi per prendersi cura della comunità e dei più deboli, come gli ammalati, quando non sono possibili visite né la celebrazione comunitaria dei sacramenti). L’impegno dei cristiani non potrà non entrare in dialogo con quello analogo degli altri membri della collettività, rinnovando la collaborazione per la costruzione del bene comune anche rispetto alle questioni più scottanti che l’emergenza COVID-19 ci pone, a partire dalla corretta gestione delle risorse del sistema sanitario, e dai dilemmi che si pongono quando queste risultano insufficienti a soddisfare tutti i bisogni.

Ripartenze

A partire dalla fede, c’è un ultimo dono che i cristiani possono offrire – ma mai pensare di imporre – alla società di cui fanno parte: è la speranza, intesa come possibilità di un nuovo inizio, che in fondo è il nucleo stesso dell’annuncio pasquale. Prendiamo in prestito alcune righe da una riflessione di Angelo Reginato, che ci possono ispirare nella ricerca di un cambio di sguardo e di una ripartenza: «L’incertezza che ci spaventa non necessariamente agisce come forza paralizzante; può essere giocata come opportunità di ricominciare, ripensando il tutto. [.. .] È questo il gesto terribilmente salvifico che abbiamo a disposizione. […] Guardare la realtà con un altro sguardo, che scommette sui nuovi inizi, sulle seconde volte. […] La speranza sta nel Dio che opera come il “Ricominciatore”, che si ostina a tenere aperta una storia, proprio quando questa si ripiega su se stessa».

* Direttore di “Aggiornamenti Sociali” 4/2020, pp. 269-276