IL DISCERNIMENTO COME STILE DI CHIESA

 Mauro-Giuseppe Lepori OCist

Sono grato all’Assemblea dei Superiori Generali che mi ha permesso di partecipare

all’avvenimento ecclesiale del Sinodo, perché in esso abbiamo sentito pulsare la vita

della Chiesa fino alle estremità del mondo.

Dopo di esso, ho sentito e sento in me l’urgenza più di dare testimonianza di

un’esperienza che di trasmettere idee, decisioni o testi, che sono comunque

pubblicati e quindi che ognuno può approfondire.

La testimonianza è il miglior lavoro post-sinodale perché abbiamo dovuto spesso

constatare come certi media, anche cattolici, davano e danno delle descrizioni dei

dibattiti del Sinodo totalmente prive di equilibrio e fondamento. L’ideologia, di

qualsiasi tendenza essa sia, è interessata più a darsi ragione che ad ascoltare la

verità delle parole e dei fatti.

Anche per questo mi sento spinto a parlare dell’esperienza del Sinodo, e dei testi

che da esso sono scaturiti, nella forma di una testimonianza personale e di una

riflessione preoccupata che, anzitutto il mio Ordine o le realtà a cui sono chiamato

a rivolgermi, accolgano gli impulsi dello Spirito Santo che il Sinodo offre a tutti per

un cammino rinnovato di tutta la Chiesa e di ogni comunità e persona che la

compongono. Infatti, più avanzavo nel vivere questa esperienza e più percepivo che

il Sinodo è un avvenimento di cui lo Spirito Santo è l’Autore, e tutti noi eravamo

chiamati più a servire da strumenti di questo avvenimento che a costruirlo con le

nostre idee, le nostre parole, le nostre capacità. Il Papa ce lo ha richiamato con

semplicità prendendo la parola alla fine dell’ultima sessione del Sinodo: “Il risultato

del Sinodo non è un documento (…). Siamo pieni di documenti. Io non so se questo

documento al di fuori avrà qualche effetto, non lo so. Ma so di certo che deve averlo

in noi, deve lavorare in noi. Noi abbiamo fatto il documento, la commissione; noi

l’abbiamo studiato, l’abbiamo approvato. Adesso lo Spirito dà a noi il documento

perché lavori nel nostro cuore. Siamo noi i destinatari del documento, non la gente

di fuori. Che questo documento lavori; e bisogna fare preghiera con il documento,

studiarlo, chiedere luce… È per noi, il documento, principalmente. Sì, aiuterà tanti

altri, ma i primi destinatari siamo noi: è lo Spirito che ha fatto tutto questo, e torna

a noi.” (27 ottobre 2018)

Il Documento finale, sicuramente non perfetto, lo abbiamo percepito in molti come

un vero miracolo. Durante le ore e ore di ascolto degli interventi più disparati, ma

anche nel lavoro più preciso dei Circoli minori, spesso ci dicevamo: Ma da questo

cantiere così disordinato e pieno di polvere, cosa uscirà? Come è possibile che

2

arriviamo in così poco tempo a produrre un testo che sintetizzi la ricchezza così

variopinta di tutto quello che ci diciamo e scriviamo?

Quando arrivò la bozza del Documento, in me lo stupore fu grande, perché

l’impossibile era avvenuto. Lo Spirito Santo lavora. Poi lo abbiamo ancora discusso

e corretto, ma si percepiva fra tutti che dominava come una gratitudine a Dio, a tutti

i partecipanti, e a coloro che avevano lavorato giorno e notte per redigere il testo,

perché ci sentivamo partecipi di un’opera di Dio, e la caratteristica essenziale di

quest’opera era una comunione fra tutti noi che era più profonda del semplice

essere d’accordo su delle idee o delle decisioni. Facevamo cioè esperienza del

mistero della Chiesa.

La risposta è nella Chiesa

Non è un caso se, proprio in mezzo a questo mese di Sinodo, Papa Francesco ha

canonizzato san Paolo VI, il Papa del Concilio, il Papa che forse più di ogni altro si è

espresso con profondità e bellezza sul mistero della Chiesa, soffrendo anche

terribilmente per la profonda crisi che si è acutizzata negli anni dopo il Concilio

Vaticano II.

E se oggi le infedeltà di tanti membri della Chiesa ci riempiono di tristezza e anche

di scandalo, dobbiamo capire che proprio per questo siamo chiamati urgentemente

a chiedere allo Spirito Santo e a i santi di renderci ancor più coscienti e stupiti di

fronte al mistero profondo e eterno che la Chiesa è, perché sarà sempre da lì che il

Popolo di Dio potrà di nuovo convertirsi alla sua bellezza e missione di essere

incarnazione di Cristo Risorto per la salvezza del mondo.

Per questo, quando ho letto la bozza del Documento Finale, la prima cosa che mi ha

rallegrato era proprio che il Sinodo esprimeva con chiarezza che la fondamentale

risposta al bisogno dei giovani di tutto il mondo, dentro o fuori della Chiesa, è che

la Chiesa sia veramente se stessa, che le diocesi e le singole comunità, così come le

famiglie religiose, incarnino con maggior verità e bellezza il mistero della Chiesa.

Prima si aveva l’impressione che di fronte al disagio giovanile, in tutte le sue forme,

o comunque alle sfide poste dai giovani, ci si domandasse solo: Cosa dobbiamo fare?

Era come se cercassimo soluzioni e mezzi per applicarle. Ora, si sentiva che era

passato un soffio nuovo, e che avevamo capito che prima di chiederci cosa fare

dovevamo chiederci cosa essere. I primi cristiani non hanno affrontato il mondo con

un’analisi della situazione e un programma di azione. Lo hanno affrontato a partire

dall’incontro con Cristo, morto e risorto, e spinti dal dono dello Spirito della

Pentecoste. Nel documento finale è così entrata la coscienza che abbiamo anzitutto

bisogno di “una nuova Pentecoste” (DF § 59-62) e che centro e sorgente della

missione della Chiesa è la liturgia (DF § 134). La Chiesa, nel suo mistero di sposa di

Cristo, che la rende un solo corpo con Lui, anche nel suo essere Popolo di Dio, è

emersa come l’essenziale risposta alle sfide e alle esigenze che tutti i giovani del

mondo sono nel suo seno o fuori di essa come direzione del suo amore e della sua

missione.

3

Il grido di una ferita

Per risvegliare questa coscienza ci hanno colpito soprattutto le testimonianze dei

giovani e dei pastori delle Chiese perseguitate che ci trasmettevano la confessione

di fede e il grido di aiuto dei loro martiri. Ma anche il grido dei tanti giovani che sono

confrontati a terribili prove, come le migrazioni, l’educazione insufficiente, la

mancanza di lavoro, la corruzione di coloro che detengono il potere, gli abusi di ogni

genere. Quando un ragazzo iracheno ha testimoniato delle prove e del martirio della

sua Chiesa, tutti abbiamo applaudito a lungo, ma soprattutto ci ha preso

un’emozione profonda, un grande dolore, perché fu come se d’improvviso si fosse

aperta al cuore del Sinodo la ferita che la sofferenza dei giovani rappresenta nel

corpo della Chiesa, ma spesso è come se non la sentissimo nostra, come se fra le

membra sofferenti e noi non ci fosse un contatto vivo. San Paolo scrive: “Se un

membro soffre, tutte le membra soffrono insieme” (1Cor 12,26). A questa

“sensibilità” Papa Francesco ci richiama continuamente. Se non percepiamo come

nostra la ferita di tutti i fratelli e sorelle, e soprattutto quella dei bambini e dei

giovani che spesso soffrono per colpa degli adulti, vuol dire che il nostro “essere

Chiesa”, “Corpo di Cristo”, non è vitale per noi, non è carne della nostra carne. Per

questo, con la coscienza che la Chiesa nel suo mistero di comunione è ciò di cui tutti

i giovani hanno bisogno, è contemporaneamente cresciuta nella coscienza sinodale

la consapevolezza di una necessità di conversione affinché diventiamo tutti più

trasparenti a quello che la Chiesa è e deve irradiare nel mondo. Non per nulla il

Documento finale termina con un’esortazione alla santità.

Aprirci ad una nuova Pentecoste

Per questo, come dicevo, mi sono particolarmente rallegrato quando nella bozza del

Documento finale del Sinodo ho visto che era, per così dire, entrato lo Spirito Santo,

fino a dedicare il primo capitolo della seconda parte ad una profonda meditazione

sull’azione dello Spirito, soprattutto nel rinnovamento della Chiesa e di ogni

cristiano (cfr. DF §§ 59-62). Il Documento fa notare che “non si tratta quindi di

creare una nuova Chiesa per i giovani, ma piuttosto di riscoprire con loro la

giovinezza della Chiesa, aprendoci alla grazia di una nuova Pentecoste” (DF § 60)

È proprio l’apertura a questa grazia l’impegno e il desiderio che dobbiamo aiutarci

a rianimare fra noi, ed è per vivere questo che ci sarà utile il lavoro sui suggerimenti

e le riflessioni del Sinodo.

Tutto questo mi spinge in un certo senso a ribaltare, ad invertire, i termini del tema

su cui siamo invitati a riflettere in questo primo incontro della nostra Assemblea:

non si tratta tanto di capire che il discernimento è uno stile di Chiesa, lo stile della

Chiesa, ma di capire e vivere la Chiesa come stile di discernimento, vale a dire che

il mistero e l’avvenimento della Chiesa, così come lo Spirito la forma e vuole

formarla, è il discernimento che Dio offre a noi e a tutti per affrontare le immense

sfide che i giovani rappresentano e sono.

4

Se la Chiesa è veramente se stessa, cioè il Corpo mistico del Cristo morto e risorto

per la salvezza del mondo e se essa è il Popolo di Dio radunato e mandato quale

“segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”

(LG 1), e se i giovani e tutta l’umanità, al fondo di ogni problema e dramma che

vivono, hanno sete di senso della vita, non è possibile per noi discernere sulle

risposte che siamo chiamati ad offrire ad ogni situazione in cui l’uomo si trovi senza

chiederci: “Come ci è chiesto di incarnare qui ed ora, di fronte a questa persona o

situazione, la missione della Chiesa?”.

Il ruolo dei nostri carismi

Questo significa che la prima abilitazione al buon discernimento è sempre

un’esperienza, l’esperienza di Chiesa che facciamo. Chi fa esperienza personale e

incarnata che Gesù Cristo è la risposta a tutte le esigenze dell’essere umano, fa

esperienza di Chiesa, fa esperienza del Corpo del Risorto che resta con noi tutti i

giorni fino alla fine del mondo per raggiungere tutta l’umanità in ogni periferia in

cui è dispersa.

Nel discernere come questo debba avvenire, personalmente ho sentito, soprattutto

all’inizio del Sinodo, una certa astrazione. Nel senso che si aveva l’impressione che

i metodi di missione e incarnazione su cui ci stavamo interrogando, li stessimo

cercando per così dire “fuori” dalla storia della Chiesa, o come se ci trovassimo

all’anno zero della Chiesa in cui dovevamo inventare tutto di nuovo. Poi, man mano

che intervenivano i padri sinodali, ma soprattutto i giovani provenienti da diverse

esperienze e carismi, e poi noi, i rappresentanti della vita consacrata, si è come

riscoperto che la Chiesa non nasce oggi, e che a tante sfide, anche nuovissime, del

mondo contemporaneo, lo Spirito Santo ha già offerto risposte, donando carismi,

persone sante, Ordini religiosi e Congregazioni, movimenti, ecc., che da sempre

hanno aiutato anche le strutture gerarchiche e geografiche della Chiesa ad

incarnare la missione di Cristo che diventava particolarmente necessaria in una

data epoca o situazione.

Fino a che punto questa coscienza sia penetrata nei Vescovi e anche nel Documento

finale, non sta a me giudicarlo, ma penso che questo è un lavoro che dobbiamo fare

soprattutto noi. Lo abbiamo certamente già fatto in preparazione al Sinodo, ma

penso che dal Sinodo debba venire ora come un impulso a discernere come in

ognuno dei nostri carismi lo Spirito ha suggerito un metodo di incarnazione della

missione di Cristo verso i giovani, traboccante del suo amore, che è attuale oggi, che

ci manda oggi, e a cui la Chiesa ci invita ad obbedire in modo nuovo e in modo antico,

come lo suggerisce Gesù in Matteo 13,52. Notiamo, en passant, che lo scriba del

Vangelo estrae dal tesoro prima le cose nuove e poi le antiche. Anche noi, spesso, è

cercando le novità di cui avremmo bisogno oggi che riscopriamo che queste novità

erano già da secoli nel tesoro dei nostri carismi…

5

Ma questo vuol dire che in un modo o nell’altro la Chiesa tutta ci chiede di discernere

come ravvivare la nostra particolare missione, e direi che ci chiede di farlo per

mettere al servizio dei giovani la nostra esperienza in ambiti che durante il Sinodo

sono stati sottolineati molto fortemente. Per esempio: il senso della vita come

vocazione; l’accompagnamento personale e attraverso la vita comunitaria; la

capacità di educazione integrale della persona; la preghiera; la meditazione della

Parola di Dio; la liturgia; il senso dell’autorità; l’ascolto di Dio e l’ascolto fraterno;

l’esperienza della sinodalità come intrinseca alla vita ecclesiale; ecc.

Personalmente, trovo valorizzati tutti questi elementi nel carisma benedettinocistercense

che mi ha coinvolto, con accenti particolari che hanno già dato frutto

nella Chiesa da più di un millennio. Per esempio, il senso della sinodalità, Benedetto

lo chiede nel capitolo 3 della Regola. E per lui è evidente che non si entra in

monastero anzitutto per essere monaci, ma per essere uomini e donne che

corrispondono alla chiamata di Dio alla vita e alla felicità. Per san Benedetto non c’è

educazione senza l’accompagnamento di persone adulte nella loro umanità e fede,

ma anche che si accompagna veramente solo dentro un ambito comunitario in cui

la persona è quello che è in realtà e non quello che pretende di essere

…virtualmente.

Insomma, potrei attribuire a tutti i paragrafi del Documento finale le intuizioni di

san Benedetto o dei padri e madri cistercensi. Ma di fatto, quello che vedo nel mio

Ordine, come forse lo vedete nei vostri, è che spesso siamo noi stessi, noi per primi,

a non far fruttificare per la Chiesa e il mondo il nostro carisma.

Per questo, sento il desiderio di accogliere dal Sinodo anzitutto l’urgenza per la

missione di salvezza dei giovani e di tutti che il Papa e la Chiesa tutta vogliono

ravvivare, perché è per rispondere a questa urgenza che anche i nostri carismi sono

stati suscitati dallo Spirito Santo.

L’urgenza missionaria è intrinseca ad ogni carisma, anche monastico o eremitico,

perché esistiamo solo per incarnare nel mondo la missione di salvezza del Figlio dal

Padre nello Spirito Santo. Nel mio Ordine sento che c’è una grande necessità di

ravvivamento del carisma, e sia benvenuto il Sinodo, il Papa, il Documento finale e

ogni altro mezzo tramite cui la Chiesa discerne che è urgente svegliarci ad essere

veramente noi stessi, e che questa è per noi una pienezza di vita, è santità!