Distanziamento

Francesco Zanotti (*)

Fatichiamo nel raccapezzarci, come ognuno di noi può confermare. Prendiamo come esempio il distanziamento sociale. Di quanto è con precisione? Un metro? Oppure due? O meglio uno e mezzo? E se si va in bicicletta? Diventa di cinque? Se si sta sotto l’ombrellone è di 12 metri quadrati? A Messa, invece, quanto è? E al ristorante?

Troppa informazione, nessuna informazione. Chi si occupa di comunicazione conosce benissimo questa equazione. L’eccesso di notizie produce un vortice così tumultuoso che chi le riceve non riesce a trattenere nulla. Nonostante si pensi di poter conoscere l’universo mondo, in realtà in ciascuno di noi scatta una sorta di censura da sovrainformazione assai diffusa ai nostri giorni.
Immagino che questi meccanismi siano noti anche a quanti sono chiamati a guidare il nostro Paese in questi mesi tanto condizionati dalla pandemia. Immagino, ma non ne sono così convinto, visto il profluvio di leggi, leggine, decreti, ordinanze, inviti, sollecitazioni, raccomandazioni, conferenze stampa, messaggi in rete che ogni giorno ci vengono somministrati.
Fatichiamo nel raccapezzarci, come ognuno di noi può confermare. Prendiamo come esempio il distanziamento sociale. Di quanto è con precisione? Un metro? Oppure due? O meglio uno e mezzo? E se si va in bicicletta? Diventa di cinque? Se si sta sotto l’ombrellone è di 12 metri quadrati? A Messa, invece, quanto è? E al ristorante? Nei locali della movida o lungo il canale a Cesenatico, a Rimini, così come a Napoli e a Venezia? Chi si sta orientando, alzi la mano.
È verissimo, e guai a me se voglio far passare il messaggio contrario.
Dobbiamo mantenere tutti un atteggiamento di sicurezza, come tantissimi esperti ancora suggeriscono e come la giusta prudenza ci invita a rispettare, per il proprio bene e quello degli altri. Ma come realizzarlo in una selva di norme e di protocolli non è di certo semplice per nessuno.
Rimanete a casa. Questo messaggio, lapidario e chiaro, è stato rispettato da tutti. E i risultati ottenuti nelle settimane di lockdown dimostrano che gli italiani, nonostante quel che di loro si possa pensare, sono rimasti, non senza fatica, nelle loro abitazioni. È stato grazie a questo atteggiamento virtuoso che il virus ha perso gran parte della sua forza, come i dati delle ultime settimane indicano con chiarezza.
Ora siamo arrivati alle raccomandazioni, agli inviti, come quelli di fine febbraio che non portarono da nessuna parte. Anche la mascherina, il cui obbligo non è stato sancito, viene e non viene utilizzata. Così come i guanti: servono o non servono? Difficile comprenderlo. Come rimane assai incomprensibile la mancata riapertura delle scuole, almeno le materne, tenuto conto delle ripartenze per piscine, palestre e non so che altro ancora.
Rimane l’invito alla cautela, per tutti. Mi parrebbe ovvio, ma ridiciamolo pure. Anche un richiamo alla sobrietà credo non guasti. Poche norme sarebbero auspicabili, proprio come avvenne all’inizio di marzo, quando il mondo era un altro. Sembra un secolo fa. Sono trascorsi neanche tre mesi.

(*) direttore del “Corriere Cesenate”

28 maggio 2020