Portare in superficie i fiumi sotterranei della solidarietà

Intervista al premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel

28 maggio 2020

Anche dalla sua casa a Buenos Aires, dove la pandemia l’ha costretto a restare confinato, Adolfo Peréz Esquivel — ottantotto anni, premio Nobel per la pace nel 1980 — non si è fermato un momento, continuando a spendersi per quella che è la causa della sua vita: stare dalla parte di chi non ha voce per reclamare pane, pace e giustizia.

«Anche in questi giorni stiamo lavorando molto — racconta —. Cerchiamo di dare aiuto a quelle persone che Papa Francesco chiama gli “scartati”. A Tartagal, nella provincia di Salta, a più di 200 chilometri da Buenos Aires, stiamo sostenendo le comunità indigene dei Wichís. Hanno bisogno di acqua potabile e pensavamo di aiutarli a costruire un pozzo, ma non sapevamo da che parte cominciare. Poi, proprio quando non sapevamo più che fare, è arrivata la telefonata di Alfredo, un mio ex studente che non sentivo da anni. “Io so come si fanno pozzi per l’acqua”, mi ha detto, “se vuoi glielo insegno io”».

Un bel colpo di fortuna?

No, non credo nella casualità.

Di crisi Adolfo Peréz Esquivel ne ha conosciute molte durante la sua vita. E le ha sempre affrontate “sporcandosi le mani” e pagando di persona quando in gioco sono la vita e la dignità dei più deboli. Anche per lui, però, la pandemia da covid-19 rappresenta un evento inedito che cerca di leggere alla luce del suo appassionato impegno civile e della sua fede “francescana”.

Come si sta affrontando la pandemia in America Latina?

Il covid-19 si è diffuso in tutti i paesi dell’America Latina con gravi conseguenze. Gli ambienti sociali più colpiti sono quelli più poveri dove manca l’acqua, c’è carenza d’igiene e di cibo. Penso alle villas miserias, alle favelas, alle callampas, ai tugurios: la povertà cambia nome in ogni paese, ma ovunque ha lo stesso volto.

Il governo argentino cerca di portare aiuti e ha adottato particolari misure sanitarie nei quartieri più poveri. Ma, nonostante la grande solidarietà sociale, gli sforzi non bastano mai. Il presidente ha detto: «Un’economia si può recuperare, una vita no. La vita del popolo ha la priorità».

Si è così riusciti a contenere e a rallentare la diffusione del virus con le misure igieniche, il controllo sanitario e l’isolamento. Ma questi stessi provvedimenti hanno avuto gravi ripercussioni sulle attività commerciali, culturali, educative e religiose, dove l’alta concentrazione di persone genera la paura del contagio.

La Comisión Provincial por la Memoria, che presiedo, tiene sotto osservazione la situazione nelle carceri e nei commissariati attraverso il Comité contra la tortura. Le carceri sovraffollate sono come dei depositi umani e in simili condizioni nessuno ne può uscire bene. Il fatto che stiano scontando una pena e siano privati della libertà non deve comportare per i detenuti la perdita dei loro diritti come cittadini. In diversi istituti di pena ci sono state delle rivolte proprio per mancanza di assistenza sanitaria e per la repressione attuata dalle guardie carcerarie di fronte a queste richieste.

Ma oltre all’emergenza sanitaria c’è anche quella sociale.

In tutto il continente latinoamericano, come nel resto del mondo, le conseguenze sul piano sanitario della pandemia rappresentano un forte condizionamento per lo sviluppo economico e sociale: milioni di morti e un alto indice di disoccupazione e di povertà. La situazione è aggravata dalla forte pressione esercitata sui popoli dal capitale finanziario attraverso lo strumento del “debito estero”. È una situazione che può portare il mondo verso una “pandemia della fame”. Occorre affrontare questo pericolo e prepararsi per tempo.

Siamo alla fine di un’epoca dell’umanità. Bisogna perciò riconsiderare le strade da percorrere tenendo conto di quello che la pandemia si lascerà dietro. Bisogna sapere cosa fare il “giorno dopo” e iniziare a costruire nuovi paradigmi di sviluppo umano.

Cosa sta accadendo ai popoli indigeni dell’Amazzonia?

Le comunità indigene dell’Amazzonia hanno lanciato un urgente appello di fronte alle violenze che subiscono e alla distruzione dell’ambiente che viene attuata incendiando la foresta e devastando la fauna e la biodiversità. Hanno denunciato la persecuzione che subiscono da parte dei proprietari terrieri molti dei quali assoldano bande armate per impossessarsi del territorio e cacciare i popoli indigeni, condannandoli alla fame e all’estinzione.

Papa Francesco ha detto più volte che nessuno si salva da solo…

Papa Francesco fa appello alla coscienza e al cuore dei potenti e dice che “nessuno si salva da solo”. Per costruire una società dove il diritto e l’uguaglianza siano validi per tutti è necessario diffondere la cultura della solidarietà.

Solidarietà tra gli uomini ma anche con la natura. È questo il senso dell’iniziativa della Costituente per la Terra di cui si è fatto promotore?

La Costituente per la Terra, nata per iniziativa di Raniero La Valle, risponde al bisogno dell’umanità di generare nuovi cammini attraverso i quali rifondare il “contratto sociale” basandolo su un nuovo costituzionalismo mondiale che garantisca a tutti il rispetto dei diritti fondamentali, come ad esempio quello alla salute, all’istruzione, alla pace e che salvaguardi l’ambiente. Lo spiega bene Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ quando richiama la responsabilità di ciascuno come custode della casa comune, sottolineando l’urgenza di ristabilire l’equilibrio tra la Madre Terra e i beni destinati allo sviluppo dell’essere umano. Dobbiamo tener presente che l’uomo non è il padrone della natura: siamo parte di essa e dobbiamo rispettarla, prendercene cura per il bene dell’intera umanità.

La comunità internazionale, al termine della seconda guerra mondiale, ha fissato attraverso l’Onu codici di condotta, come la Dichiarazione Universale dei diritti umani, patti e protocolli al fine di fissare norme di convivenza tra le persone e i popoli. Purtroppo ci sono paesi che non li rispettano. Basti pensare alla grave situazione che vivono i popoli sottoposti alla violenza, i rifugiati che fuggono dal proprio paese, vittime di conflitti armati, della fame e del cambiamento climatico. Molti uomini, donne e bambini perdono la vita in mare, che è diventato la fossa comune di migliaia di rifugiati che lasciano la propria terra alla ricerca di nuovi orizzonti di vita e di speranza.

Con lo Statuto di Roma, nel 1998, è stata istituita la Corte penale internazionale alla quale è affidata la competenza di giudicare chi si macchia di crimini contro l’umanità. È il tempo di riformare questa istituzione affinché possa perseguire anche i crimini compiuti contro la natura, visto che al momento non c’è un quadro giuridico che regoli i delitti ambientali. È urgente proteggere beni come l’acqua, i fiumi e i mari, le foreste, la fauna e la biodiversità che sono la grande ricchezza che la Madre Terra ci offre e che oggi più che mai sono in pericolo.

Per tutelare la nostra salute, tutti in questi mesi abbiamo provato che cosa significhi essere privati di alcune libertà. Che cosa può insegnarci questa esperienza?

La pandemia da covid-19 ci ha presentato situazioni inedite a livello planetario. Al momento non ci sono vaccini o antidoti per sconfiggere il covid-19. Anche i paesi con grandi risorse economiche e scientifiche sono vittime della pandemia.

Le uniche modalità individuate fino ad ora per contenere la diffusione della pandemia sono state il distanziamento e l’adozione di misure igieniche in casa e negli altri luoghi che frequentiamo. Tutto questo non va visto come una perdita di libertà, ma come qualcosa di necessario per proteggere noi stessi e gli altri.

Il covid-19 ha messo allo scoperto limiti e fragilità dei nostri modelli di sviluppo. Come potremo evitare di fare gli stessi errori?

Di fronte a società segnate dall’individualismo e dal consumismo, dinanzi a megalopoli con altissima densità di popolazione e problemi strutturali tra le fasce dei ricchi e quelle degli esclusi, i poveri, è necessario promuovere la cultura della solidarietà e della ripartizione dei beni con i più bisognosi. Non bisogna dimenticare che il problema del prossimo è un problema di tutti.

Le misure sanitarie imposte dai governi attraverso la quarantena hanno generato difficoltà che hanno avuto un forte impatto sulla società, sulle attività lavorative e sullo sviluppo economico, sulle scuole e sui centri educativi che sono stati costretti a chiudere. Hanno inoltre provocato un aumento della disoccupazione con la chiusura di imprese, fabbriche e negozi. Tutto questo ha suscitato grande preoccupazione e angoscia nelle famiglie senza lavoro e ha portato a un aumento della fame e dell’emarginazione.

Per dare risposta alla situazione che stanno vivendo migliaia di disoccupati nel mondo sono necessarie nuove politiche sociali ed economiche.

Pensando al dopo pandemia, sappiamo che dovremo essere più prudenti nel rapporto con gli altri. C’è il rischio di accentuare sentimenti di diffidenza e di chiusura?

Bisogna approfittare delle misure di confinamento per disporre meglio del tempo, per meditare, pregare, riflettere e prendersi cura della propria salute fisica e mentale. Per analizzare in quale direzione sta andando l’umanità di fronte alla situazione che sta vivendo, per pensare al “giorno dopo”. Molti atteggiamenti e comportamenti sociali, politici ed economici che finora sembravano luoghi comuni, stanno subendo profondi cambiamenti che stanno trasformando l’educazione, i servizi sociali, le relazioni umane tra le persone e i popoli e con la Madre Terra. Il confinamento non voluto ha posto un freno alla voragine dell’accelerazione del tempo e ha mostrato il bisogno di recuperare l’equilibrio con il tempo naturale, di avviare un dialogo in famiglia; di superare l’individualismo e riuscire a stabilire nuovi rapporti sociali, culturali, politici e spirituali che aiutino a sviluppare la solidarietà e la speranza.

I popoli, per poter illuminare il presente, devono fare memoria del loro cammino e della storia vissuta tra angosce e speranze, devono vedere i bisogni degli indigenti, come pure la situazione dei rifugiati. È necessario che i governi e la comunità internazionale adottino politiche per accoglierli fraternamente e non innalzino muri che discriminano, escludono e provocano violenza per l’intolleranza e l’odio.

Qual è la sua preghiera in questo tempo tormentato?

Abbiamo bisogno della preghiera per camminare nella vita. Per questo invoco il Padre nostro perché mi conceda la forza dello spirito. Le altre preghiere che mi accompagnano sono quella di san Francesco, «Signore fai di me uno strumento di pace», e quella dei fratelli della fraternità di Charles de Foucault: «Padre Mio, mi pongo nelle tue mani».

C’è speranza per il futuro?

Una poesia di Antonio Machado dice: «Viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando». La mia speranza è nei giovani che devono scoprirsi e scoprire i cammini della vita, la spiritualità, i valori. Devono sapere che tra le luci e le ombre dell’esistenza c’è sempre la speranza di costruire un altro mondo più giusto e fraterno tra eguali.

Occorre far emergere i fiumi sotterranei, quelli che non scorrono in superficie ma che esistono e che in alcuni momenti della storia dei popoli acquistano forza e affiorano, trascinando nel loro flusso tutto ciò che incontrano. Così i giovani, gli uomini e le donne, devono smettere di essere spettatori. Devono diventare protagonisti della loro vita e costruttori della propria storia. Papa Francesco li ha sfidati dicendo loro: «hagan lío», “fatevi sentire”. I giovani devono essere come i fiumi sotterranei che affiorano con la forza della vita e della speranza.

di Piero Di Domenicantonio