Vivere la giovinezza secondo il Vangelo. Due “settenari” da non dimenticare

Rossano Sala

L’unità dinamica tra pastorale e spiritualità

In uno dei suoi ultimi scritti, il nostro caro e amato Riccardo Tonelli così scriveva:

Questa è la convinzione: non possiamo immaginare linee di azione sulla pastorale giovanile senza collocare tutto questo all’interno di un chiaro e forte progetto di spiritualità. Questa indicazione riguarda, con la stessa intensità, gli operatori di pastorale giovanile e la qualità della loro proposta. […] Spiritualità vuol dire vita quotidiana vissuta, in modo progressivamente consapevole, nello Spirito di Gesù. Mettendo al centro la spiritualità volevamo mettere veramente al centro la nostra vita, accolta con amore e con responsabilità, e il progetto di Gesù su questa nostra vita. È possibile, infatti, risolvere gli inquietanti interrogativi che attraversano l’esistenza quotidiana, solo nel coraggio di confrontarci con la proposta del vangelo in un incontro personale con Gesù[1].

In questo modo, al termine del suo lungo e fecondo percorso di ricerca, attestava che pastorale e spiritualità non potevano essere posti su due piani diversi, come fossero realtà separate. Anche noi siamo convinti che vanno integrati in forma virtuosa, un po’ come l’anima e il corpo.
E sgombriamo anche subito il campo dall’eterno fraintendimento sulla spiritualità, ovvero la sua (pre)comprensione spiritualizzante: è un dato di fatto che quando parliamo di spiritualità in ambito religioso e anche ecclesiale nella maggior parte dei casi intendiamo qualcosa di etereo e separato dal mondo, non legato alla concretezza della vita di tutti i giorni. Troppe volte ancora nell’immaginario condiviso “spiritualità” è sinonimo di “disincarnato”.
È invece da ribadire con forza che la parola “spiritualità” rimanda prima e soprattutto alla presenza e all’azione dello Spirito Santo che unifica e feconda la nostra vita, abilitandoci a viverla così come Gesù l’ha vissuta. Lo Spirito infatti ha il compito di ricordarci tutto ciò che ha fatto Gesù: nulla quindi di disincarnato, ma tutto verso la concretezza dell’esistenza storica del Figlio di Dio in mezzo noi! Spiritualità significa allora, per noi cristiani, prima di tutto vivere la nostra esistenza umana secondo lo Spirito di Gesù.

Una prima idea di “spiritualità giovanile”

L’unità tra pastorale e spiritualità riguarda tutti coloro che desiderano conformare la propria esistenza a quella del Signore. Per noi, che ci occupiamo di pastorale dei giovani, tutto ciò ha delle conseguenze immediate che riguardano tutti i giovani e tutti coloro che con loro fanno pastorale giovanile. Per questo è lecita e necessaria l’espressione “spiritualità giovanile”, perché è nello Spirito del Signore che i giovani devono trovare orientamento per impostare la loro esistenza concreta.
Seguendo le indicazioni di Papa Francesco parlare di “spiritualità giovanile” significa impegnarsi concretamente a rispondere alla seguente domanda:

Come si vive la giovinezza quando ci lasciamo illuminare e trasformare dal grande annuncio del Vangelo? È importante porsi questa domanda, perché la giovinezza, più che un vanto, è un dono di Dio: “Essere giovani è una grazia, una fortuna”. È un dono che possiamo sprecare inutilmente, oppure possiamo riceverlo con gratitudine e viverlo in pienezza[2].

Domanda formidabile, messa al centro di Christus vivit, che ci orienta verso la comprensione della spiritualità giovanile. Una volta che il vangelo è entrato nella mia esistenza di giovane, una volta che anch’io come san Paolo sono stato afferrato dall’amore del Signore, che cosa succede nella mia esistenza di tutti i giorni? Una volta che lo Spirito del Signore ha trovato casa in me e abita stabilmente in me, in che modo la mia vita si illumina e diventa una testimonianza esistenziale di questa esperienza gioiosa di salvezza?
Ecco, direi che la “spiritualità giovanile” non è altro questo: vivere la propria giovinezza alla luce dell’incontro personale con Gesù, luce che illumina ogni uomo.

Primo settenario: i principali “dinamismi giovanili”

Prima di entrare nel dettaglio su alcuni fondamentali della spiritualità giovanile, è bene riprendere i dinamismi propri della giovinezza. Perché lo Spirito Santo agisce secondo il principio per cui la natura non viene sostituita dalla grazia, ma quest’ultima esalta e porta a perfezione la natura. La spiritualità quindi non deforma né nega i dinamismi giovanili, ma li porta a compimento: assumendoli con coraggio, correggendoli con dolcezza, compiendoli con gradualità.
E quali sono questi dinamismi giovanili? Non mi pare di sbagliare se ci lasciamo illuminare dalla parola di Dio, che parla molte volte della giovinezza. Mai però ne parla in teoria, ma sempre ci presenta giovani concreti e ci racconta storie di giovani in relazione con Dio. Se andiamo ancora una volta ad attingere alla ricchezza del percorso sinodale, troviamo nell’Instrumentum laboris un capitolo dedicato appositamente ad esplicitare i dinamismi giovanili, significativamente intitolato: “La benedizione della giovinezza”[3].
Partendo dalla ricchezza della parola di Dio e per aiutare la Chiesa stessa a recuperare un rinnovato dinamismo giovanile, vengono passati in rassegna alcuni caratteri che marcano a fuoco il tempo della giovinezza, partendo dalla convinzione che Gesù, «giovane tra i giovani, vuole incontrarli camminando con loro, così come fece con i discepoli di Emmaus»[4]. Vengono individuati sette tratti comuni dell’esperienza giovanile, che qui richiamo molto velocemente, rimandando il lettore all’approfondimento del testo in oggetto.

  1. La chiamata universale alla gioia dell’amore
    Sì, il primo dinamismo giovanile che abita visibilmente la vita di ogni giovane è il desiderio di amare e di essere amato, perché questa è l’unica esperienza che porta gioia piena nella vita degli uomini! Nella giovinezza questo richiamo è insopprimibile e fiorisce in pienezza: la ricerca dell’altro e la vita affettiva, la sensibilità per la bellezza e la voglia di comunità, l’attrazione fisica e la condivisione spirituale ne sono i segnali sostanziali. Viene portato come paradigma biblico il Cantico dei Cantici: «Tutto il Cantico dei Cantici celebra l’amore tra due giovani che si cercano e si desiderano come il simbolo reale dell’amore concreto tra Dio e il suo popolo, mostrando come la vocazione alla gioia attraverso l’amore sia universale e insopprimibile»[5].
  2. Vigore fisico, fortezza d’animo e coraggio di rischiare
    La giovinezza è una vita in pieno decollo, chiamata a prendere il largo, dove prevale «un atteggiamento naturalmente propositivo nei confronti dell’esistenza»[6]. Un secondo tratto che caratterizza la vita di ogni giovane è quindi il dinamismo di auto superamento, quella spinta ad uscire da se stessi che è sostenuta da un vigore fisico e spirituale in piena espansione. Nella giovinezza si osano sentieri nuovi, si tentano nuove vie, si fanno scelte coraggiose. È il tempo in cui si rischia più che in altri tempi, in cui non ci si perde d’animo ma si ha la fortezza di non indugiare di fronte al pericolo. Davanti ad ogni giovane sta sempre una qualche terra promessa ed egli, come il giovane Giosuè, è chiamato ad avere il coraggio di entrarci, prendendosi tutti i rischi del caso.
  3. Incertezza, paura e speranza
    I dinamismi giovanili sono paradossali. Non c’è solo forza, ma anche fragilità. A volte si vede l’una, ma domina l’altra, e a volte avviene esattamente il contrario. E nel nostro tempo tende a prendere il sopravvento il blocco di fronte alle sfide, perché il cambio d’epoca in cui siamo inseriti ci rende tutti più fragili e impauriti perché impreparati. E i giovani, sismografi e sentinelle, sono sensibili più di tutti ai movimenti della storia. Soprattutto oggi, di fronte alla grande disponibilità di opzioni, tanti giovani vivono in una sorta di “paralisi decisionale”. Insieme con loro anche gli adulti oggi appaiono smarriti, e questo rende difficile un autentico accompagna­mento, che rimane indispensabile, perché «ogni giovane chiede compagnia, sostegno, vicinanza, prossimità»[7].
  4. Caduta, pentimento e accoglienza
    Quando si rischia, si può anche fallire. Quando si cercano percorsi nuovi, si può anche finire in vicoli ciechi. Quando si lasciano sicurezze, si può arrivare a non avere più punti fermi. È la fatica e la bellezza di avere a che fare con la libertà che può portare all’errore, alla caduta e al fallimento. Mi piace sempre pensare che il tempo dell’adolescenza e della giovinezza è il tempo in cui ci viene permesso di “errare” in tutti i sensi che si riferiscono a quest’espressione: errare nel senso di “vagabondare”, ma anche nel senso di “sbagliare”.
    E i vangeli ci erudiscono sul fatto che proprio queste esperienze, che di primo acchito consideriamo negative, ci aiutano a rafforzarci e a prendere coscienza dei nostri limiti e della nostra finitezza. Il padre misericordioso, soggetto della grande parabola evangelica di Luca al capitolo quindicesimo, «permette ai propri figli di sperimentare il rischio della libertà, senza imporre dei gioghi che ne mortifichino le scelte»[8].
  5. Disponibilità all’ascolto e necessità dell’accompagnamento
    Il giovane ha grandi ideali che lo sostengono e poca esperienza di vita. Dal punto di vista biblico è chiamato a mettersi in ascolto: in ascolto della realtà e in ascolto dei suoi sogni, in ascolto delle esperienze degli anziani e anche in ascolto della voce di Dio. Per questo ha anche bisogno di accompagnamento. L’Instrumentum laboris del Sinodo ha valorizzato a questo proposito un testo paradigmatico sull’accompagnamento, che sempre ci aiuta a connettere intimamente questo tema con il discernimento vocazionale: la chiamata di Samuele. In quell’episodio «si vede molto bene che il tempo della giovinezza è il tempo dell’ascolto, ma insieme anche quello dell’incapacità di comprendere da soli la parola della vita e la stessa parola di Dio»[9].
  6. Maturazione della fede e dono del discernimento
    Un altro elemento fondamentale che caratterizza la giovinezza è quello della maturazione. Un giovane cresce, matura, si sviluppa. E questo, lo sappiamo prima di tutto dalla natura, ha bisogno di tempo. A volte bisogna solo attendere che i frutti maturino, anche nella vita di un giovane come per tutte le piante. E in che cosa consiste per un giovane la maturazione? A detta dell’Instrumentum laboris, un giovane matura nel momento in cui diventa capace di discernere, cioè di distinguere e separare nella sua coscienza il bene e il male. E di avere la forza di scegliere il bene, rifiutando il male. I due esempi biblici proposti dall’Instrumentum laboris – il giovane re Salomone e la giovane regina Ester[10] – ricevono il dono del discernimento e lo esercitano attraverso scelte coraggiose che li portano perfino a mettere in gioco la loro intera esistenza.
  7. Progetto di vita e dinamica vocazionale
    E nel discernimento si arriva a pienezza quando si decide di sé, quando si orienta l’intera propria esistenza in una direzione precisa. È qui che, nel dialogo con il Signore, un giovane è chiamato a distinguere le voci che vengono da lui stesso e lo portano verso una prospettiva autoreferenziale e le sollecitazioni che gli vengono dalla realtà e da Dio che lo spingono ad uscire da se stesso per ritrovare veramente se stesso in modo nuovo. Saper distinguere per poter integrare il “progetto di vita” con la “chiamata di Dio” è il non facile punto di arrivo del discernimento vocazionale. Incontrando il “giovane ricco”, il maestro di Nazaret desidera riconfigurarne l’esistenza: lo vuole far passare dalla logica del riempimento a quella della svuotamento, dalla prospettiva dell’avere a quella dell’essere, dalla dinamica dell’osservanza dei precetti a quella dell’amore che segue l’amato[11].

Secondo settenario: i cardini di una “spiritualità giovanile”

Dopo uno sguardo sui dinamismi giovanili così come sono messi a tema nella Bibbia, riflettiamo ora sul capitolo centrale di Christus vivit, quello che più e meglio degli altri pone alla nostra attenzione i percorsi di vita dei giovani alla luce del vangelo. Un capitolo a mio parere entusiasmante e davvero utilissimo, perché concreto, propositivo e perfino audace. Anche qui, come nell’Instrumentum laboris, ci viene proposto un “settenario” che presento solo per brevi cenni, lasciando ancora una volta al lettore la gioia di approfondirlo direttamente nella lettura diretta del testo in oggetto[12]. Penso che qui possiamo davvero trovare sette colonne per edificare un’autentica “spiritualità giovanile”.

  1. Tempo di sogni e di scelte
    Primo, coltivare i propri sogni: «Un giovane non può essere scoraggiato, la sua caratteristica è sognare grandi cose, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore»[13]. Se vogliamo far crescere i giovani dobbiamo spingerli a sognare, e a sognare in grande! Non c’è cammino di spiritualità che non abbia a che fare con grandi desideri e che non sappia mantenere desta una “sana inquietudine”, che va considerata il primo e principale segno della vitalità spirituale di un giovane: perché «questa sana inquietudine, che si risveglia soprattutto nella giovinezza, rimane la caratteristica di ogni cuore che si mantiene giovane, disponibile, aperto»[14].
    E tutto questo non può essere solo teoria, ma deve arrivare a scelte conseguenti capaci di rendere concreti i sogni più belli e importanti, entrando nell’agone della vita. E qui le parole graffianti di Papa Francesco, che usa un linguaggio immediato e coinvolgente, meritano di essere riprese per intero:

Giovani, non rinunciate al meglio della vostra giovinezza, non osservate la vita dal balcone. Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete! Datevi al meglio della vita! Aprite le porte della gabbia e volate via! Per favore, non andate in pensione prima del tempo[15].

  1. La voglia di vivere e di sperimentare
    Un secondo aspetto che nutre una “spiritualità giovanile” è «un forte desiderio di vivere il presente»[16]. Affrontare il proprio quotidiano alla luce della fede è un aspetto decisivo per vivere l’esperienza cristiana. Qui la pastorale giovanile deve essere molto attenta, perché in alcuni momenti rischia di allontanare i giovani dal presente e di proiettarli in un mondo che non esiste. Parlo evidentemente dell’antico e sempre nuovo tema della relazione tra eventi e vita quotidiana, di cui tanto si è parlato durante il Sinodo[17]. È sempre accovacciata alla porta della nostra progettazione pastorale l’idea che i “grandi eventi” della pastorale giovanile – una convocazione diocesana, la Giornata Mondiale della Gioventù, un’esperienza forte di preghiera o di servizio – siano delle alternative alla vita di tutti i giorni. È invece vero il contrario: non si tratta di alternative, ma di momenti che dovrebbero inserire nella vita quotidiana quel lievito capace di qualificarla sempre più. Perché è il presente il luogo della nostra santità, è l’ordinario che ci è dato come spazio per la vita buona del vangelo: «È chiaro che la Parola di Dio ti invita a vivere il presente, non solo a preparare il domani»[18].
  2. In amicizia con Cristo
    Le ricerche sociologiche ci confermano che il tema dell’amicizia, insieme quello dell’amore e della famiglia, sta in cima alle aspettative e ai desideri dei giovani di oggi. Si tratta di tre “beni relazionali” di prima necessità di cui nessun giovane può fare veramente a meno. Sull’amicizia è bene dire che «è un regalo della vita e un dono di Dio. […] Avere amici ci insegna ad aprirci, a capire, a prenderci cura degli altri, a uscire dalla nostra comodità e dall’isolamento, a condividere la vita. Ecco perché “per un amico fedele non c’è prezzo” (Sir 6,15)»[19].
    Qui tocchiamo uno dei punti centrali della “spiritualità giovanile”, quello dell’amicizia in generale e dell’amicizia con Gesù in specifico. Papa Francesco sviluppa questo tema in Christus vivit in tre momenti diversi: prima di tutto in questo capitolo V, dedicato ai percorsi di spiritualità; poi ancora nel capitolo VIII, dedicato alla vocazione; infine nel capitolo IX, nel contesto del discernimento[20]. È quindi un tema trasversale di grande interesse per la pastorale giovanile, perché il Santo Padre desidera presentare ai giovani Gesù come amico, prima che come maestro e come fratello: «L’amicizia è così importante che Gesù stesso si presenta come amico: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici” (Gv 15,15)»[21].
    L’intenzione è molto forte e va compresa in tutta la sua portata: si pone la fede cristiana nell’ordine degli affetti piuttosto che sul registro della burocrazia fredda o su quello dell’osservanza legale. Non c’è cammino di spiritualità che non sia radicato nell’ordine degli affetti, che si esprime attraverso la preghiera e il silenzio, la contemplazione e l’ascolto, il dialogo e il discernimento. Prima o poi ogni giovane va accompagnato a posare il suo capo sul petto del Signore: senza questa esperienza di intimità non si arriva davvero al cuore della vita spirituale.
  3. La crescita e la maturazione
    La vita di un giovane è in grande evoluzione e progressione. È un cammino di maturazione che deve pian piano rendere stabili i suoi atteggiamenti e comportamenti. Soprattutto deve aspirare ad una sorta di perfezione, cioè deve avere davanti una meta da raggiungere, un ideale a cui fare riferimento. Nel mondo della pedagogia questo è chiaro: ci vuole un fine per non vagare senza fine, bisogna essere dei pellegrini per non diventare dei vagabondi. Così «crescere vuol dire conservare e alimentare le cose più preziose che ti regala la giovinezza»[22], diventando capace giorno dopo giorno a riconoscere ciò che è bello, buono, vero, giusto e santo e a sceglierlo.
    La giovinezza in questo senso porta in sé dinamismi di apertura e sensibilità verso gli altri che devono rimanere presenti anche nelle età della vita successive, soprattutto nella vita adulta. Quest’ultima porta infatti con sé il rischio di adagiarsi sulle proprie sicurezze e comodità. E qui papa Francesco, dopo aver espresso il suo pensiero, porta anche la sua personale esperienza di come la giovinezza sia un dinamismo singolare che deve essere presente anche nelle altre età della vita:

Un rischio della vita adulta, con le sue sicurezze e comodità, consiste nel trascurare sempre più questo orizzonte e perdere quel valore proprio degli anni della gioventù. Invece dovrebbe accadere il contrario: maturare, crescere e organizzare la propria vita senza perdere quell’attrazione, quell’apertura ampia, quel fascino per una realtà che è sempre qualcosa di più. In ogni momento della vita potremo rinnovare e accrescere la nostra giovinezza. Quando ho iniziato il mio ministero come Papa, il Signore ha allargato i miei orizzonti e mi ha dato una rinnovata giovinezza. La stessa cosa può accadere a una coppia sposata da molti anni, o a un monaco nel suo monastero. Ci sono cose che hanno bisogno di sedimentarsi negli anni, ma questa maturazione può convivere con un fuoco che si rinnova, con un cuore sempre giovane[23].

  1. Percorsi di fraternità
    Un altro elemento specifico di cui ci dobbiamo occupare per entrare nel ritmo di una “spiritualità giovanile” all’altezza del vangelo è la cura della fraternità. Esigenza che tra l’altro viene incontro a quella “voglia di comunità” che attraversa da sempre il mondo giovanile e di cui si sente forte la mancanza oggi, perché viviamo tendenzialmente in un mondo monadico e post-sociale. In questo nucleo emerge il concetto, a mio parere decisivo, di “estasi”. E qui bisogna comprendere bene di che cosa stiamo parlando, perché il fraintendimento è all’ordine del giorno. Così come rischiamo di comprendere il termine “spiritualità” come sinonimo di “disincarnato”, allo stesso modo rischiamo di intendere la parola “estasi” come un termine che ci invita ad abbandonare la concretezza della vita di tutti i giorni per andare a vivere in un altro tempo e in un altro luogo.
    Niente di tutto questo invece avviene in un’autentica spiritualità cristiana. L’uscire è un uscire dalla propria autoreferenzialità, un abbandonare le angustie del proprio “io” chiuso e autoriferito, un lasciare le strettezze della propria individualità per andare incontro agli altri. E riconoscendo così che proprio nella relazione aperta con gli altri l’io guadagna spazio, respiro e consistenza. Di più ancora: uscendo da me stesso e andando incontro agli altri posso ritrovare la mia piena e vera personalità.
    Per questo Papa Francesco invita ogni giovane all’estasi della vita: «Che tu possa vivere sempre più quella “estasi” che consiste nell’uscire da te stesso per cercare il bene degli altri, fino a dare la vita. […] Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene»[24]. Come si può vedere non c’è nessun spiritualismo e nessuna astrattezza in un’autentica “spiritualità giovanile”! È invece vero il contrario: contro la tentazione di chiuderci in noi stessi, siamo invitati a camminare insieme, come dice «un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce, cammina da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina con gli altri”. Non lasciamoci rubare la fraternità»[25].
  2. Giovani impegnati
    La spiritualità giovanile è poi concreta e operativa. Si attua attraverso il coraggio di tirarsi indietro le maniche e di sporcarsi le mani! Di andare verso i più piccoli e i più poveri. Capace di intercettare quel desiderio sempre presente in ogni giovane di non chiudersi sul proprio benessere, ma di impegnarsi in azioni che possono cambiare il corso della storia. Sappiamo quanto i giovani siano capaci di alzare la voce con rispetto e determinazione quando si tratta di questioni di giustizia e verità.
    Entrare nel ritmo di una “spiritualità giovanile” degna di questo nome non ci fa chiudere in forma elitaria in piccoli gruppi consolatori, e nemmeno riduce il campo ad un mero impegno ministeriale intra ecclesiale. Ci vuole invece fin dall’inizio uno sguardo cattolico, che cioè non dimentica nessuno, che genera un’azione sociale a favore di tutti gli uomini. Senza questo la Chiesa non sarebbe altro che una setta separata dal mondo e sostanzialmente dedita alla propria auto sopravvivenza. Ma non è così:

Propongo ai giovani di andare oltre i gruppi di amici e costruire l’amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare. Siate capaci di creare l’amicizia sociale[26].

Chi è amico del Signore cerca varchi per entrare in amicizia con tutti, privilegiando la cultura dell’incontro e del dialogo, dell’ascolto e della pazienza, dove è chiaro che la ricerca dell’unità diventa superiore a qualsiasi conflitto. Sono i modi concreti in cui si realizza la cittadinanza attiva e la solidarietà sociale. Sappiamo che un numero crescente di giovani stanno mostrando un’alta sensibilità verso diverse forme di volontariato: tutto ciò va salutato come un “segno dei tempi” da accogliere e valorizzare, perché «si impara e si matura molto quando si ha il coraggio di entrare in contatto con la sofferenza degli altri»[27].
Resta infine chiaro l’invito di Papa Francesco ad ogni giovane:

Cari giovani, per favore, non guardate la vita “dal balcone”, ponetevi dentro di essa. Gesù non è rimasto sul balcone, si è messo dentro; non guardate la vita “dal balcone”, entrate in essa come ha fatto Gesù. Ma soprattutto, in un modo o nell’altro, lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale[28].

  1. Missionari coraggiosi
    L’ultimo passaggio per comprendere l’ampiezza, l’altezza e la profondità di una “spiritualità giovanile” porta a compimento il cammino percorso, perché invita ogni giovane a diventare incandescente: «Essere apostolo non consiste nel portare una torcia in mano, nel possedere la luce, ma nell’essere la luce. Il vangelo più che una lezione è un esempio. Il messaggio trasformato in vita vissuta»[29]. L’evangelizzazione è l’irradiazione della rivelazione di Dio nella storia degli uomini ed essa avviene attraverso persone che sono diventate fuoco: questo è il senso della testimonianza cristiana, che non ha nulla a che fare con le tante forme di proselitismo religioso che abitano anche il nostro tempo. Un giovane amico del Signore, che vive nella sua esistenza quotidiana questa amicizia attraverso una vita buona, sarà già di per sé una proclamazione della bontà del vangelo stesso, perché la sua vita sarà un’irradiazione di quella di Gesù.
    Quindi è chiaro che senza un’intenzionalità missionaria un cristiano sarà comunque un testimone per altri attraverso la sua vita unificata intorno al Signore. È però anche vero che ogni discepolo è chiamato a condividere con tutti la gioia del vangelo che ha ricevuto. Per questo il Signore Gesù

Ci invia a tutti […] e ci invita ad andare senza paura con l’annuncio missionario, dovunque ci troviamo e con chiunque siamo, nel quartiere, nello studio, nello sport, quando usciamo con gli amici, facendo volontariato o al lavoro, è sempre bene e opportuno condividere la gioia del Vangelo. Questo è il modo in cui il Signore si avvicina a tutti. E vuole voi, giovani, come suoi strumenti per irradiare luce e speranza, perché vuole contare sul vostro coraggio, sulla vostra freschezza e sul vostro entusiasmo[30].

Mettiamoci in ascolto di riflessioni, esperienze e testimonianze

Come avete potuto vedere questo mio “editoriale” è assai lungo e impegnativo, come pochi altri lo sono stati. Il motivo è molto semplice: sono convinto che il tema della “spiritualità giovanile” vada riscoperto in tutta la sua forza e profondità. Devo ammettere che è un tema che mi sta davvero a cuore e che spero sia sviluppato in tante direzioni.
In fondo, comunque, queste mie battute iniziali non hanno altra pretesa che introdurci al Dossier contenuto nel presente numero di NPG. Ho solo tentato – attraverso la breve presentazione di questi due “settenari” – di illuminare le grandi colonne della “spiritualità giovanile” così come emergono da alcuni documenti sinodali. È evidente che si tratta di un tema molto ampio e difficilmente affrontabile in tutte le sue articolazioni. Meriterebbe ben altro che un semplice Editoriale e ben altro che un singolo Dossier.
Voglio ringraziare di cuore d. Michele Gianola, Direttore dell’Ufficio per la “Pastorale delle vocazioni” della Conferenza Episcopale Italiana per la cura del presente Dossier. Attraverso il coinvolgimento di molte persone ci offre prima alcuni approfondimenti sui “dinamismi giovanili” e poi – attraverso riflessioni, esperienze e testimonianze – illumina alcuni snodi importanti della spiritualità giovanile contemporanea.
Se la Chiesa ha la forma di un poliedro e non quello di una sfera, come ci ha detto Papa Francesco in tante occasioni, questa immagine vale soprattutto per il grande cantiere della “spiritualità giovanile”, che è davvero un poliedro in permanente e magmatico movimento. Se penso solamente alle tante e diverse forme di “spiritualità” nella Chiesa, siamo davanti ad un mosaico così ampio che ad un primo sguardo potrebbe confonderci. Se invece osserviamo con più attenzione siamo davanti alla creatività dello spirito. Così è anche della “spiritualità giovanile”, che può solo essere pensata così, nella forma di un fuoco ardente che porta gioia in tutti coloro che la vivono.
Per questo ritengo una grande ricchezza la varietà dei contributi che seguono, perché ci istruiscono sulle diverse sensibilità che abitano il nostro mondo contemporaneo. In essi ritroviamo la chiamata ad entrare nel ritmo vivo e vivace dello Spirito, che sempre rinnova ogni cosa in modo inaspettato e sorprendente.

NOTE

[1] R. Tonelli, Da un progetto di pastorale giovanile ad una prassi formativa: la pastorale giovanile nell’università salesiana, in C. Bissoli – C. Pastore (ed.), Fare pastorale giovanile oggi. In memoria di Riccardo Tonelli, LAS, Roma 2014, 57-77, 74.
[2] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, n. 134.
[3] XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Instrumentum laboris, nn. 74-84.
[4] Ivi, n. 75.
[5] Ivi, n. 76.
[6] Ivi, n. 77.
[7] Ivi, n. 78.
[8] Ivi, n. 79.
[9] Ivi, n. 81.
[10] Cfr. ivi, n. 83.
[11] Cfr. ivi, n. 84.
[12] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, nn. 134-178.
[13] Ivi, n. 15.
[14] Ivi, n. 138.
[15] Ivi, n. 143.
[16] Ivi, n. 144.
[17] Cfr. almeno i numeri specifici sul tema sia nell’Instrumentum laboris (n. 207) che nel Documento finale (n. 142), i quali rendono conto della trattazione di questo tema tanto delicato quanto decisivo nella progettazione degli itinerari di pastorale giovanile.
[18] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, n. 147.
[19] Ivi, n. 151.
[20] Cfr. ivi, nn. 150-157; 250-252; 287-290.
[21] Ivi, n. 153.
[22] Ivi, n. 161.
[23] Ivi, n. 160.
[24] Ivi, n. 163.164.
[25] Ivi, n. 167.
[26] Ivi, n. 169.
[27] Ivi, n. 171.
[28] Ivi, n. 174.
[29] Ivi, n. 175.
[30] Ivi, n. 177.