Il pastore buono

José A. Pagola

LA PORTA

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
(Giovanni 10,1-10)

Trovare la porta giusta

Il vangelo di Giovanni presenta Gesù con immagini originali e belle. Vuole che i lettori scoprano che solo lui può rispondere pienamente alle necessità fondamentali dell’essere umano. Gesù è «il pane della vita»: colui che se ne nutre non avrà più fame. E «la luce del mondo»: chi lo segue non camminerà nelle tenebre. È «il buon pastore»: chi ne ascolta la voce troverà la vita.
Tra queste immagini ve n’è una, umile e quasi dimenticata, che tuttavia racchiude un significato profondo: «Io sono la porta». Gesù è questo: una porta aperta. Chi lo segue varca una soglia che conduce a un mondo nuovo: un nuovo modo di intendere e vivere la vita.
L’evangelista lo spiega con tre colpi di pennello: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvato». La vita ha molte uscite. Non tutte portano al successo e garantiscono una vita piena. Colui che, in qualche modo, entra in sintonia con Gesù e cerca di seguirlo, sta entrando per la porta giusta. Non sprecherà la propria vita, ma la salverà.
Ma l’evangelista dice qualcosa di più: colui che entra attraverso Gesù «potrà uscire ed entrare», avrà libertà di movimento, entrerà in uno spazio dove potrà essere libero, poiché sarà guidato solo dallo Spirito di Gesù. Non accede al regno dell’anarchia o del libertinaggio: «entra ed esce» passando sempre attraverso quella «porta» che è Gesù e si muove seguendone i passi.
L’evangelista, infine, aggiunge un ulteriore dettaglio: chi entra attraverso quella porta che è Gesù «troverà pascolo», non soffrirà fame o sete, troverà cibo solido e abbondante per vivere.
Ancora oggi, Cristo è la «porta» attraverso la quale noi cristiani dobbiamo entrare, se vogliamo ravvivare la nostra identità. Un cristianesimo formato da battezzati che si rapportano con un Gesù conosciuto male, vagamente ricordato, affermato ogni tanto in modo astratto, un Gesù muto che non dice niente di speciale al mondo d’oggi, un Gesù che non tocca i cuori… è un cristianesimo senza futuro.
Solo Cristo può portare a un livello nuovo di vita cristiana, meglio fondata, motivata e nutrita dal vangelo. Ognuno di noi può contribuire a fare in modo che, nella Chiesa dei prossimi anni, si senta e si viva Gesù in modo più vivo e appassionato. Possiamo fare in modo che la Chiesa sia maggiormente la Chiesa di Gesù.

Gesù è la porta

Gesù propone a un gruppo di farisei un racconto metaforico nel quale critica con durezza i capi religiosi di Israele. La scena è tratta dalla vita pastorale: il gregge è raccolto in un recinto, circondato da una staccionata o un muricciolo, mentre un guardiano ne vigila l’accesso. Gesù incentra la sua attenzione proprio su questa «porta» che permette di raggiungere le pecore.
Vi sono due modi di entrare nel recinto: tutto dipende da quello che si vuol fare con il gregge. Se uno si avvicina al recinto e «non entra dalla porta», ma «vi sale da un’altra parte», evidentemente non è il pastore, non viene ad accudire il proprio gregge. È «un estraneo» venuto a «rubare, uccidere e distruggere».
Il comportamento del vero pastore è molto diverso. Quando si avvicina al recinto, «entra dalla porta», chiama le sue pecore, ognuna per nome, ed esse ascoltano la sua voce. Le conduce fuori e, quando le ha riunite tutte, si mette alla loro testa e le precede fino al pascolo dove potranno nutrirsi. Le pecore lo seguono perché riconoscono la sua voce.
Quale segreto si cela in questa «porta», capace di legittimare i veri pastori che passano da essa e di smascherare gli estranei che entrano «da un’altra parte», non per accudire il gregge, ma per fargli del male? I farisei non comprendono di che cosa stia parlando loro quel Maestro.
Allora Gesù dà loro la chiave del racconto: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore». Quelli che entrano per la via aperta da Gesù e la seguono vivendo il suo vangelo sono veri pastori: sapranno nutrire la comunità cristiana. Quelli che entrano nel recinto lasciando da parte Gesù e ignorandone la causa sono pastori estranei: faranno del male al popolo cristiano.
In molte Chiese stiamo soffrendo tutti parecchio: pastori e popolo di Dio. Le relazioni tra la gerarchia e il laicato sono spesso all’insegna della diffidenza, dell’esasperazione e del conflitto: ci sono vescovi che si sentono rifiutati; ambiti cristiani che si sentono emarginati.
Sarebbe troppo facile attribuire tutto all’abuso di autoritarismo della gerarchia o all’inaccettabile mancanza di sottomissione dei fedeli. La radice è più profonda e complessa: abbiamo tutti contribuito a creare una situazione difficile, abbiamo perso la pace, abbiamo sempre più bisogno di Gesù.
Dobbiamo far crescere tra noi il rispetto reciproco e la comunicazione, il dialogo e la sincera ricerca della verità evangelica. Abbiamo bisogno di respirare quanto prima un clima di maggior amore nella Chiesa. Non usciremo da questa crisi se non torniamo tutti allo spirito di Gesù. Egli è «la porta».

Ascoltare la voce di Gesù

In alcuni ambiti della Chiesa si insiste più che mai sulla necessità di un «magistero ecclesiastico» forte, per dirigere i fedeli in mezzo alla crisi attuale. Simili richiami non riescono, però, a fermarne la crescente «svalutazione» tra ampi settori di cristiani.
Di fatto, non pochi interventi dei vescovi provocano reazioni contrastanti. Alcuni li lodano con fervore, altri li criticano duramente, e la maggior parte li dimentica nel giro di pochi giorni. Intanto, nel vangelo ci vengono ricordate alcune parole di Gesù che ci interpellano tutti: «Le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce».
Anche oggi, la prima cosa decisiva è che, nella Chiesa, noi credenti ascoltiamo «la voce» di Gesù Cristo in tutta la sua originalità e purezza, non il peso delle tradizioni né la novità delle mode né le «preoccupazioni» degli ecclesiastici né i «gusti» dei teologi né i nostri interessi, paure o compromessi.
Ciò fa sì che non si debba confondere in nessun modo la voce di Gesù Cristo con una parola qualunque pronunciata nella Chiesa. Non dobbiamo dare per scontato che in ogni intervento dei vescovi, in ogni predicazione dei parroci, in ogni scritto dei teologi o in ogni esposizione dei catechisti si stia ascoltando fedelmente voce di Gesù.
Esiste sempre un rischio: quello di riempire la Chiesa di scritti e lettere pastorali, di documenti e libri di teologia, di catechesi e predicazioni, sostituendo alla voce inconfondibile di Gesù, nostro unico maestro, il nostro «chiasso». Lo ricordava spesso il vescovo sant’Agostino: «Noi abbiamo un solo maestro. Siamo tutti condiscepoli sotto di lui. E noi non siamo vostri maestri per il fatto che vi parliamo da un pulpito: il vero Maestro parla dal di dentro».
Dobbiamo chiederci se veramente la parola che si ascolta nella Chiesa provenga dalla Galilea e sorga dallo Spirito del Risorto. È questa la cosa decisiva, poiché il magistero, la predicazione o la teologia devono essere un invito affinché tutti i credenti ascoltino in modo fedele la voce di Cristo. Solo quando si «impara» qualcosa da Gesù, si diventa suoi seguaci.

Non si improvvisa

Non è raro imbatterci oggi in persone che apprezzano sinceramente la religione e sono convinte che la fede in Dio
non sia un’illusione. Tuttavia, la loro fede è come bloccata: da tempo non pregano e non prendono parte a una celebrazione religiosa, e non riescono a comunicare né con Dio né con Cristo.
La comunicazione con Dio non si improvvisa. Non è qualcosa che sgorga spontaneamente dalla superficie della persona, ma richiede un atteggiamento interiore di apertura e un certo apprendistato.
La prima cosa è porci davanti a Qualcuno. Per i cristiani, Dio non è una forza da temere, l’energia che dirige il cosmo o qualcosa del genere: anzitutto è Amico e Padre. L’importante, davanti a lui, è coglierne la presenza amichevole. Tutto il resto viene di conseguenza. Se si sente Dio come Amico tutto cambia.
In secondo luogo, dobbiamo rischiare la fiducia. La vita non è sempre facile. Prima o poi facciamo l’esperienza del vuoto, dell’impotenza o della mancanza di senso. Non sempre riusciamo a trovare riposo e pace. Chi si apre al Dio rivelato in Gesù Cristo impara ad ascoltare nel fondo del proprio essere queste parole decisive: «Non temere».
E importante inoltre cogliere Dio come creatore della vita. Nel più profondo di ognuno di noi abita il suo Spirito, che è «Signore e dà la vita». Accogliere Dio non vuol dire vivere in maniera ingenua, infantile o irresponsabile. Al contrario, significa rafforzare la nostra vera identità, crescere come persone, imparare a vivere intensamente la vita, in profondità, alla radice.
Il credente cerca inoltre di ascoltare la volontà di Dio, vale a dire, «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto», ciò che può essere in sintonia con Colui che vuole solo il bene e la felicità di ogni essere umano. Non è facile. Dobbiamo imparare a scoprire il nostro desiderio più profondo, non i desideri che lo mascherano e lo stravolgono, ma «quello» di cui veramente il nostro cuore va in cerca dal suo più intimo recesso. Tale desiderio interiore ha sempre bisogno di purificazione, ma non è lontano dalla «volontà di Dio».
Per l’evangelista Giovanni, nella fede cristiana è decisivo «fare attenzione alla voce» di Cristo. Solo le pecore che riconoscono la voce del Pastore e si sentono chiamate da lui sono capaci di seguirlo fedelmente. Questo Pastore ci conduce al Padre.

Il comandamento di vivere

Ci lamentiamo a tal punto dei problemi, i patimenti e le sofferenze del nostro vivere quotidiano, che corriamo il rischio di dimenticare che la vita è un dono, il grande dono che tutti abbiamo ricevuto da Dio. Se non fossimo nati, nessuno avrebbe sentito la nostra mancanza, nessuno avrebbe notato la nostra assenza, tutto sarebbe proseguito per il proprio corso, e noi saremmo stati dimenticati per sempre nel nulla.
Invece viviamo: si è prodotto questo miracolo unico e irripetibile che è la mia vita. Come dice il geniale filosofo ebraico Martin Buber, «ogni uomo rappresenta qualcosa di nuovo, qualcosa che non è mai esistito in precedenza, qualcosa di originale e unico». Nessuno, prima di me, è stato uguale a me, e non ve ne sarà mai nessuno. Nessuno vedrà mai il mondo con i miei occhi, nessuno accarezzerà con le mie mani, nessuno pregherà Dio con le mie labbra, nessuno amerà mai con il mio cuore.
La mia vita è irripetibile. È un mio compito e la posso vivere solo io. Se non sono io a farlo, non lo farà mai nessuno, ci sarà nel mondo un vuoto che nessuno potrà riempire. Per questo, anche se molte volte lo dimentichiamo, il primo comandamento che noi uomini riceviamo da Dio è quello di vivere. Un comando che non è scritto su tavole di pietra, bensì inciso nel più profondo del nostro essere. Il nostro primo gesto di obbedienza a Dio è vivere, amare la vita, accoglierla con cuore grato, coltivarla con sollecitudine, dispiegare tutte le possibilità racchiuse in noi.
Ma vivere non significa solo assicurare un buon funzionamento del nostro organismo fisico o raggiungere uno sviluppo armonioso della nostra psiche, bensì crescere come esseri pienamente umani. L’ideale della mens sana in corpore sano – una mente sana in un corpo sano – può essere qualcosa di perfettamente inumano e che rende poveri, se non viviamo ascoltando la chiamata del Creatore, aperti all’amore, creando intorno a noi una vita sempre più umana.
Sono molti i cristiani che non arrivano neppure a immaginare che la fede è un vero e proprio principio di vita, e di vita sana. Non hanno ancora scoperto, per esperienza personale, che Dio non è un essere con cui eventualmente bisogna fare i conti, ma che è per l’appunto e prima di tutto «uno che fa vivere».
Nonostante i dubbi e le incertezze, il credente scopre progressivamente Dio come uno che sostiene la vita anche nei momenti più avversi, uno che dà la forza di cominciare sempre di nuovo, uno che alimenta in noi una speranza indistruttibile quando la vita sembra spegnersi per sempre.
Quando ascolta le parole di Gesù: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza», il credente non ha bisogno di andare da altri per farsene spiegare il senso. Sa che sono vere.

PASTORE BUONO

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
(Giovanni 10,11-18)

Egli cammina con noi

Oggi il simbolo di Gesù pastore buono provoca in alcuni cristiani un certo fastidio: non vogliamo essere trattati come pecore di un gregge, non abbiamo bisogno di nessuno che governi e controlli la nostra vita, vogliamo essere rispettati. Non abbiamo bisogno di nessun pastore.
Non la pensavano così i primi cristiani. La figura di Gesù, buon pastore, divenne molto presto l’immagine preferita di Gesù. Già nelle catacombe di Roma lo si rappresenta mentre porta sulle spalle la pecora perduta. Nessuno pensa a Gesù come a un pastore autoritario, impegnato a vigilare e controllare i suoi seguaci, ma come un pastore buono che si prende cura delle proprie pecore.
Il «pastore buono» si preoccupa delle sue pecore. È la sua prima caratteristica. Non le abbandona mai, non le dimentica, vive per loro, è sempre attento alle più deboli o malate. Non è come il pastore mercenario, che, quando vede un pericolo, fugge per salvarsi la vita, abbandonando il gregge, poiché non gli importa delle pecore.
Gesù aveva lasciato un ricordo indelebile. I racconti evangelici lo descrivono preoccupato per i malati, gli emarginati, i piccoli, i più indifesi e dimenticati, i più perduti. Non sembra preoccuparsi di se stesso. Lo si vede sempre mentre pensa agli altri. Gli importano soprattutto i più derelitti.
C’è però qualcosa di più: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore». È la seconda caratteristica. Per cinque volte il vangelo di Giovanni ripete questa espressione. L’amore di Gesù per la gente non ha limiti, ama gli altri più di se stesso, ama tutti con l’amore di un buon pastore, che non fugge davanti al pericolo, ma dà la propria vita per salvare il gregge.
Per questo, l’immagine di Gesù «pastore buono» divenne presto un messaggio di consolazione e di fiducia per i suoi seguaci. I cristiani impararono a rivolgersi a Gesù con le parole del Salmo 22: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla… Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me… Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita».
Noi cristiani viviamo spesso un rapporto abbastanza povero con Gesù. Abbiamo bisogno di fare un’esperienza più viva e profonda. Non crediamo che egli si prenda cura di noi. Dimentichiamo di poter andare da lui quando ci sentiamo stanchi e senza forze, o perduti e disorientati.
Una Chiesa costituita da cristiani che si rapportano a un Gesù conosciuto male, confessato solo in maniera dottrinale, un Gesù lontano, la cui voce non è chiaramente percepibile nelle comunità… corre il rischio di dimenticare il suo Pastore. Ma, chi si prenderà cura della Chiesa se non il suo Pastore?

Il Pastore Buono

La figura del pastore era molto familiare alla tradizione di Israele. Mosè, Saul, Davide e altre guide del popolo erano stati pastori. Al popolo piaceva immaginare Dio come un «pastore» che si prende cura del suo popolo, lo nutre e lo difende.
Col tempo, il termine «pastore» cominciò a essere usato per designare anche i capi del popolo. Solo che questi non sempre somigliavano a Dio, neanche da lontano. Non sapevano prendersi cura del popolo e vegliare sulle persone come faceva lui.
Tutti ricordavano le dure critiche del profeta Ezechiele ai capi del suo tempo: «Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi!… Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza». Il profeta annunziava un avvenire diverso: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna».
Quando nelle prime comunità cristiane ebbero inizio conflitti e dissensi, i discepoli di Gesù avvertirono la necessità di ricordare che solo lui è il Pastore Buono. Fortunatamente ci fu uno scrittore che raccolse una bella allegoria presentandolo come il pastore modello, capace di smascherare tutti coloro che non sono come lui.
Gesù aveva agito solo per amore. Tutti ricordavano ancora la sua dedizione alle «pecore perdute di Israele»: le più deboli, le più malate e ferite, le più traviate. Il pastore buono tratta sempre le pecore con attenzione e amore. Il pastore che si preoccupa dei propri interessi è un «mercenario». In realtà «non gli importa delle pecore» e della loro sofferenza.
Gesù non aveva agito come un capo impegnato nel dirigere, governare o controllare: suo tratto tipico era stato il «dare vita», curare, perdonare. Non aveva fatto altro che «dare se stesso», prodigarsi, finire in croce dando la vita per le pecore. Colui che non è un vero pastore pensa a se stesso, «abbandona le pecore», evita i problemi e «fugge». L’allegoria del «buon pastore» è di portata decisiva: chi ha una responsabilità pastorale deve somigliare a Gesù.

Nel quotidiano

La nostra vita si decide nel quotidiano. In genere non sono i momenti straordinari ed eccezionali a segnare la nostra esistenza, ma è piuttosto la vita ordinaria di tutti i giorni, con gli stessi compiti e obblighi, a contatto con le stesse persone, quella che ci configura. In fondo siamo ciò che siamo nella vita quotidiana.
Questa vita molte volte non possiede nulla di eccitante: è fatta di ripetizione e abitudine. Ma è la nostra vita, siamo «esseri quotidiani», la quotidianità è un tratto essenziale dell’essere umano. Siamo, allo stesso tempo, responsabili e vittime di questa vita di ogni giorno, apparentemente piccola.
In questa vita del normale e dell’ordinario possiamo crescere come persone, ma possiamo anche perderci. In essa cresce la nostra responsabilità o aumenta la nostra negligenza; curiamo la nostra dignità o ci perdiamo nella mediocrità; ci ispira e incoraggia l’amore o agiamo spinti dall’indifferenza; ci lasciamo trascinare dalla superficialità o fondiamo la nostra vita sull’essenziale; si dissolve la nostra fede o si riafferma la nostra fiducia in Dio.
La vita quotidiana non è qualcosa che va sopportato per poi vivere non si sa che. È in questa vita di ogni giorno che si decide la nostra qualità umana e cristiana, qui si rafforza l’autenticità delle nostre decisioni, qui si purifica il nostro amore per le persone, qui si configura il nostro modo di pensare e di credere. Il grande teologo Karl Rahner afferma che «per l’uomo interiore e spirituale non c’è miglior maestro della vita quotidiana».
Secondo la teologia del quarto vangelo, i seguaci di Gesù non camminano per la vita soli e abbandonati: li accompagna e li difende giorno dopo giorno il Buon Pastore. Essi sono come «pecore che ascoltano la sua voce e lo seguono». Egli le conosce una per una e dà loro la vita eterna. È Cristo a illuminare, orientare e incoraggiare la loro vita giorno dopo giorno fino alla vita eterna.
Nel giorno dopo giorno della vita quotidiana dobbiamo cercare il Risorto nell’amore, non nella lettera morta; nell’autenticità, non nelle apparenze; nella verità, non nei luoghi comuni; nella creatività, non nella passività e nell’inerzia; nella luce, non nell’oscurità delle intenzioni recondite; nel silenzio interiore, non nell’agitazione superficiale.

Verso una maggiore comunicazione

Quando tra i primi cristiani iniziarono i conflitti e i dissensi tra gruppi e guide differenti, qualcuno sentì il bisogno di ricordare che, nella comunità di Gesù, solo lui è il Pastore buono. Non un pastore come gli altri, ma quello autentico, quello vero, il modello che tutti dobbiamo seguire.
La bella immagine di Gesù, Pastore buono, è un appello alla conversione, rivolto a quelli che possono rivendicare il titolo di «pastori» nella comunità cristiana. Il pastore che somiglia a Gesù pensa solo alle sue pecore, non «fugge» davanti ai problemi, non le «abbandona». Al contrario, resta insieme a loro, le difende, si prodiga per loro, «rischia la propria vita» cercando il loro bene.
Allo stesso tempo, questa immagine è un invito alla comunione fraterna tra tutti. Il buon pastore «conosce» le sue pecore e le pecore «conoscono» lui. Solo in questa stretta vicinanza, in questa conoscenza reciproca e in questa comunione del cuore, il buon pastore condivide la vita con le sue pecore. Anche oggi nella Chiesa dobbiamo camminare verso una comunione e una conoscenza reciproca come queste.
In questi momenti non facili per la fede abbiamo bisogno come non mai di radunare le forze, di cercare insieme criteri evangelici e linee guida di comportamento, per sapere in quale direzione dobbiamo camminare in modo creativo verso il futuro.
Tuttavia, non è questo ciò che sta avvenendo. Si fanno alcuni richiami convenzionali alla vita in comunione, ma non stiamo facendo nulla per creare un clima di ascolto reciproco e di dialogo. Al contrario, crescono gli attacchi e i dissensi tra vescovi e teologi, fra teologi di tendenze differenti, tra movimenti e comunità di segno diverso…
Forse, però, la cosa più triste è vedere che continua a crescere la distanza tra la gerarchia e il popolo cristiano. Si direbbe che vivono in due mondi diversi. In molti luoghi, i «pastori» e le «pecore» quasi non si conoscono. Per parecchi vescovi non è facile entrare in sintonia con le necessità reali dei credenti, al fine di offrire loro l’orientamento e l’incoraggiamento di cui hanno bisogno. Per molti fedeli è difficile provare affetto e interesse per dei pastori che vedono lontani dai loro problemi.
Solo dei credenti colmi dello Spirito del Buon Pastore possono aiutarci a creare quel clima di vicinanza, di ascolto reciproco, di rispetto vicendevole e di umile dialogo di cui tanto abbiamo bisogno.

La necessità di una guida

Per i primi cristiani, Gesù non è un pastore come gli altri, ma il pastore vero e autentico, l’unica guida capace di orientare e dare vera vita all’essere umano. La fede ín Gesù vero pastore e guida acquista un’attualità nuova in una società massificata come la nostra, dove le persone corrono il rischio di perdere la loro identità, restando stordite davanti a tante voci e richiami.
La pubblicità e i mezzi di comunicazione sociale impongono all’individuo non solo quello che deve indossare, la bevanda da prendere o la canzone da ascoltare. Ci vengono imposti anche le abitudini, i costumi, le idee, i valori, lo stile di vita e la condotta da adottare.
I risultati si possono toccare con mano. Sono molte le vittime di questa «società-tentacolare»: persone che vivono «seguendo la moda», e che non agiscono più per propria iniziativa; uomini e donne che cercano la loro piccola felicità, sforzandosi di avere quegli oggetti, quelle idee e condotte che vengono dettati loro dall’esterno.
Esposti a tanti appelli e richiami, corriamo il rischio di non ascoltare più la voce della nostra interiorità. È triste vedere uomini e donne che si sforzano di vivere uno stile di vita «imposto» dall’esterno, che per loro è simbolo di benessere e di vera felicità.
Noi cristiani crediamo che solo Gesù può essere la guida definitiva dell’essere umano. Solo da lui possiamo imparare a vivere. Il cristiano è per l’appunto colui che, fondandosi su Gesù, scopre giorno dopo giorno qual è il modo più umano di vivere.
Seguire Gesù come buon pastore significa interiorizzarne gli atteggiamenti fondamentali, sforzarci di viverli oggi in base alla nostra originalità, proseguendo il compito di costruire il regno di Dio a cui egli ha dato inizio.
Se, tuttavia, la meditazione viene sostituita dalla televisione, il silenzio interiore dal frastuono, e il seguire la propria coscienza dalla sottomissione cieca alla moda, sarà difficile ascoltare la voce del Buon Pastore, che può aiutarci a vivere in questa «società del consumo» che consuma i suoi consumatori.

TORNARE DA GESÙ

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
(Giovanni 10,27-30)

Tornare da Gesù

Si possono fare ogni sorta di studio e di diagnosi, ma la cosa certa è che il mondo oggi ha bisogno di nuova linfa per vivere. Le Chiese sono in cerca di incoraggiamento e speranza. Le moltitudini povere del pianeta reclamano giustizia e pane. L’Occidente non sa come uscire da questa tristezza mal dissimulata che nessun benessere riesce a nascondere.
Non è solo questione di cambiamenti politici o di rinnovamenti teologici, ma di vita. Abbiamo bisogno di qualcosa di simile a quel «fuoco» che prese Gesù nel suo breve passaggio sulla terra: la sua mistica, la sua lucidità, la sua passione per l’uomo. Abbiamo bisogno di persone come lui, di parole come le sue, di speranza e amore come i suoi. Abbiamo bisogno di tornare da Gesù.
Fin dal principio, i cristiani capirono che egli poteva guidare gli esseri umani. Con il suo caratteristico linguaggio, il quarto vangelo lo presenta come il «pastore» in grado di liberare le pecore dall’ovile nel quale si trovano rinchiuse per «portarle fuori», in una nuova terra di vita e dignità. Egli precede quanti lo vogliono seguire indicando loro la via.
Gesù non impone nulla, non forza nessuno, ma chiama ciascuno «per nome». Per lui non esistono le masse, ciascuno ha un nome e un volto propri, ognuno deve ascoltarne la voce senza confonderla con quella di estranei. Questi ultimi non sono altro che «ladri», che tolgono al popolo luce e speranza.
Ecco la cosa decisiva: non ascoltare voci estranee, fuggire da messaggi che non provengono dalla Galilea. Ogni volta che la Chiesa ha cercato di rinnovarsi, si è verificato un ritorno a Gesù per seguire nuovamente i suoi passi. Come è stato ricordato tante volte, «seguimi» è la prima e l’ultima parola di Gesù a Pietro (Dietrich Bonhoeffer).
Tornare da Gesù, tuttavia, non è compito esclusivo del papa o dei vescovi: tutti noi credenti ne abbiamo la responsabilità. Per tornare a lui non bisogna attendere nessun ordine. Francesco d’Assisi non aspettò che la Chiesa del suo tempo prendesse chissà quali decisioni: egli stesso si convertì al vangelo e cominciò l’avventura di seguire Gesù per davvero. Che cosa dobbiamo aspettare per far che sorga in noi una passione nuova per il vangelo e per Gesù?

Ascoltare la sua voce e seguire i suoi passi

La scena descrive una situazione tesa e conflittuale. Gesù sta passeggiando nel recinto del Tempio. All’improvviso un gruppo di Giudei lo circonda, incalzandolo con aria minacciosa. Gesù non si lascia intimidire, e rimprovera loro apertamente la loro mancanza di fede: «Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore». L’evangelista dice che, quando ebbe finito di parlare, i Giudei presero delle pietre per lapidarlo.
Per provare che non sono sue pecore, Gesù osa mettersi a spiegare loro che cosa significa essere dei suoi. Pone in risalto solo due caratteristiche: «Le mie pecore ascoltano la mia voce… e mi seguono». Dopo venti secoli, noi cristiani abbiamo bisogno di tornare a ricordare che l’essenziale per essere la Chiesa di Gesù è ascoltare la sua voce e seguirne i passi.
La prima cosa consiste nel risvegliare la capacità di ascoltare Gesù, sviluppando in misura ben maggiore nelle nostre comunità quella sensibilità che è presente in molti cristiani semplici, i quali sanno cogliere la Parola proveniente da Gesù in tutta la sua freschezza ed entrare in sintonia con la sua Buona Notizia di Dio. In un’occasione, Giovanni XXIII disse che «la Chiesa è come l’antica fontana di un villaggio dal cui rubinetto deve scorrere sempre acqua fresca». In questa Chiesa vecchia di venti secoli dobbiamo far scorrere l’acqua fresca di Gesù.
Se non vogliamo che la nostra fede si disperda progressivamente in forme decadenti di religiosità superficiale, in una società che invade le nostre coscienze con messaggi, disposizioni, immagini, comunicati e richiami di ogni tipo, dobbiamo imparare a mettere al centro delle nostre comunità la Parola viva, concreta e inconfondibile di Gesù, nostro unico Signore.
Non basta però ascoltare la sua voce: è necessario seguirne i passi. È arrivato il momento di decidere se accontentarci di una «religione borghese», che tranquillizza le coscienze ma soffoca la nostra gioia, o imparare a vivere la fede cristiana come un’avventura appassionante di sequela di Gesù.
L’avventura consiste nel credere a quello a cui lui ha creduto, nel dare importanza a quanto l’ha data lui, nel difendere la causa dell’essere umano come lui l’ha difesa, nell’avvicinarsi agli indifesi e agli abbandonati come lui si è avvicinato, nell’essere liberi di fare il bene come ha fatto lui, nel confidare nel Padre come lui ha confidato e nell’affrontare la vita e la morte con la speranza con cui egli le ha affrontate.
Se alcuni vivono perduti, soli o disorientati, possono trovare nella comunità cristiana un luogo dove si impara a vivere in modo più degno, solidale e libero sulla scia di Gesù. Allora la Chiesa starà offrendo alla società uno dei suoi servizi migliori.

Dio non è in crisi

È più frequente di quanto lo pensiamo: noi credenti diciamo di credere in Dio, ma in pratica viviamo come se non esistesse. È questo il rischio che coniamo anche oggi, mentre ci troviamo ad affrontare l’attuale crisi religiosa e il futuro incerto della Chiesa: vivere questi momenti in maniera «atea».
Non sappiamo più camminare nell’«orizzonte di Dio». Analizziamo le nostre crisi e pianifichiamo il futuro pensando solo alle nostre possibilità. Dimentichiamo che il mondo è nelle mani di Dio, non nelle nostre. Ignoriamo che il «Grande Pastore», che si prende cura e guida la vita di ogni essere umano, è Dio.
Viviamo come «orfani» che hanno perduto il loro Padre. La crisi ci travolge, quanto ci viene richiesto ci pare eccessivo, ci risulta difficile perseverare con coraggio in un compito senza vedere il successo su alcun fronte. Ci sentiamo soli, e ognuno si difende come può.
Secondo il racconto evangelico, Gesù è a Gerusalemme e comunica il suo messaggio. È inverno e, per combattere il freddo, passeggia per uno dei portici del Tempio, circondato da Giudei, i quali lo incalzano con le loro domande. Gesù sta parlando delle «pecore» che ascoltano la sua voce e lo seguono. A un certo punto, dice: «Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre».
Secondo Gesù, «Dio è più grande di tutti». Il fatto che noi siamo in crisi, non significa che lo sia anche Dio; che i cristiani si perdano di coraggio, non vuol dire che Dio non abbia più la forza di salvare; che noi non sappiamo dialogare con l’uomo di oggi, non significa che Dio non trovi più vie per parlare al cuore di ogni persona. Che la gente se ne vada via dalle nostre Chiese, non vuol dire che sfugga dalle mani protettrici di Dio.
Dio è Dio. Nessuna crisi religiosa e nessuna mediocrità della Chiesa potranno mai «strappare dalle sue mani» questi figli e queste figlie, che egli ama con amore infinito. Dio non abbandona nessuno: ha le sue vie per prendersi cura e per guidare ciascuno dei suoi figli, e le sue vie non sono necessariamente quelle che noi pretendiamo di tracciargli.

Non governare, ma dare vita

L’immagine del pastore è carica di simbolismo religioso nella tradizione biblica. Il pastore simboleggia il capo che governa e dirige il popolo. Il suo compito principale consiste nel vigilare, guidare e proteggere il gregge. Dio è «il pastore di Israele» perché conduce il popolo, veglia su di esso e lo protegge. È questo, ancora oggi, il significato principale di tale locuzione quando si parla nella Chiesa dei pastori che «guidano il popolo».
Tuttavia, quando i primi cristiani parlano di Gesù come «buon pastore», non lo fanno per presentarlo come capo e condottiero di un popolo, ma per evidenziare la sua preoccupazione per la vita delle persone. Gesù è «Buon Pastore» non perché sappia governare, condurre e vigilare meglio di altri, ma perché è capace di «dare la vita» per gli altri.
Questa teologia del Buon Pastore coglie perfettamente il comportamento di Gesù: la sua prima preoccupazione non è stata quella di salvaguardare la dottrina, vigilare sulla morale o controllare la liturgia, ma prodigarsi per la gente, lottare contro la sofferenza in tutte le sue forme e operare per una vita più degna e più felice per tutti, giungendo «fino a dare la propria vita» in questo impegno. La Chiesa ha la responsabilità di invitare e orientare i credenti alla verità di Cristo, ma Cristo si dedicava appunto a eliminare le sofferenze e a dare vita. Solo a partire da ciò rivelava e annunciava il vero Dio.
In questi tempi in cui tanta gente «abbandona il gregge» e si allontana dalla fede, il modo migliore di guidare alla «verità di Cristo» sarebbe quello di vedere una Chiesa dedita corpo e anima a fare in modo che la gente sia più felice, si senta meno abbandonata e viva, più protetta dal male e dalla sofferenza.
Gli stessi cristiani che confessarono Gesù come «pastore» lo presentarono anche come «agnello» immolato per gli altri. È un buon promemoria per i pastori della comunità cristiana. Il lavoro pastorale non si fa imponendosi «dall’alto», ma servendo dal basso. Non si conduce a Cristo partendo dal potere e dal dominio, ma dalla compassione e dalla lotta contro la sofferenza e l’abbandono.

Amico e Maestro

I primi credenti plasmarono la loro fede in Gesù ricorrendo a immagini e titoli validi per il loro mondo esperienziale, ma bisognosi a volte di «traduzione» perché gli uomini e le donne di oggi li possano vivere. Avviene così per titoli come «Signore», «Re» o «Pastore», che, letti a partire da una cultura contraria a tutto ciò che è autoritario, possano non esprimere – o non esprimere bene – l’esperienza originale dei primi cristiani.
In concreto, la bella immagine di Gesù «Buon Pastore» è molto radicata nei primi secoli del cristianesimo (si ricordi la sua presenza nelle catacombe romane), in quanto suggerisce la cura di Cristo per i suoi, il suo servizio e la sua donazione totali, la sua disponibilità a dare la vita per le pecore. Tuttavia, tale immagine ha gradatamente perso attrazione e forza ai giorni nostri nella misura in cui può evocare la sequela da gregari di Cristo di un «gregge» di cristiani poco coscienti e responsabili.
Oggi, nella cristologia contemporanea, si avverte uno spostamento verso due titoli, entrambi di origine neotestamentaria, che forse corrispondono meglio all’esperienza attuale: Cristo Amico e Maestro.
Il titolo di «Amico» ha origine nel vangelo di Giovanni e sottolinea il rapporto amichevole e di fiducia che Gesù stabilisce con i credenti: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Giovanni 15,15). Cristo non è solo il Signore che salva, ma l’Amico vicino che comprende e accompagna. La teologia attuale sottolinea l’importanza di un Cristo Amico in un’epoca in cui non pochi sperimentano una solitudine di tipo esistenziale. Diversi cristologi richiamano l’attenzione su questa frase che, secondo Matteo, riassume l’azione di Gesù: «Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta» (Matteo 12,20).
Anche il titolo di «Maestro» ha le sue radici nella tradizione evangelica: «E non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo» (Matteo 23,10). Gesù non è solo il grande Rivelatore del Padre, ma il Maestro interiore che insegna a vivere con sapienza. È qualcosa di importante da ricordare in tempi di crisi di senso, nei quali non pochi sono in preda alla confusione, allo sconcerto e alla frammentazione interiore.
Non basta confessarci cristiani e discepoli di Gesù: è decisivo il tipo di rapporto che stabiliamo con lui. Non è la stessa cosa obbedire a un Cristo Legislatore o comunicare con fiducia con un Gesù Amico e compagno di cammino. Non è uguale accettare un Cristo «Rivelatore della dottrina cristiana» o lasciarci insegnare giorno dopo giorno da lui.