L’adultera e Gesù

 

Questa è una delle pagine più controverse di tutta la Sacra Scrittura. Spesso e volentieri, nella storia della Chiesa, questi 11 versetti sono rimasti fuori dalla Bibbia, non riuscivano a trovare mai una collocazione: una volta si trovavano nel vangelo di Luca, una volta nel vangelo di Giovanni… I padri della Chiesa non ne parlano mai fino al XII secolo, nessuno di loro commenta questo vangelo. San Girolamo scrive, sgridando, alcune comunità cristiane che nel IV secolo strappavano via questa pagina dicendo: “Ah no, questo è un errore, un falso!”. Addirittura nel Concilio di Trento quando si tratta di definire il Canone della Sacra Scrittura, anche lì c’è qualcuno che prova a dire che questo brano non c’entra non la Bibbia. È un brano che fa spavento, perché apre degli spazi, degli interstizi, se lo si legge con meno superficialità e più attenzione. È un brano che risulta scandaloso e profondamente imbarazzante. Probabilmente è un brano che imbarazza anche noi perché talora sembra quasi che il peccato sia qualcosa di assolutamente lecito. Questo spaventa perché significa uscire dagli steccati, uscire dalle certezze dogmatiche ed entrare in un magma che è si chiama “la propria coscienza interiore”. Nella storia della Chiesa, però, alla fine questa pagina è stata riconosciuta come “canonica”, cioè ispirata. C’è una tensione da parte della Chiesa: da una parte riconosce che in questa pagina Dio ha qualcosa da dire all’uomo, è contenuta la Parola di Dio al suo interno; dall’altra spaventa, non la si coglie fino in fondo, non si capisce l’atteggiamento di Gesù e quindi la si rifiuta.
Probabilmente questo non è un brano scritto da Giovanni, ma è scritto da Luca. Lo si capisce da tante cose: sia dal modo di scrivere greco, sia dal tipo di linguaggio che usa, cioè il tema della misericordia che fa da sfondo. Se noi lo mettiamo in Luca 21 vediamo che calza perfettamente; così se noi togliamo questo brano e facciamo scorrere la fine del capitolo 7 di Giovanni e iniziamo a leggere dal versetto 12 del capitolo 8 vediamo che la narrazione va avanti in maniera assolutamente coerente. Quindi è più probabile (anche se non garantito) che l’autore sia l’evangelista Luca, l’uomo della misericordia, piuttosto che Giovanni. Ma questo poco ci importa: l’importante è che questa pagina sia stata conservata e che sia giunta fino a noi.
Gesù si trova a Gerusalemme, e dopo aver trascorso la notte in preghiera sul monte degli Ulivi “al mattino si recò di nuovo nel tempio”. La traduzione dal greco dice: “all’alba salì al tempio”. All’alba, non al mattino. Ha una sua significanza il fatto che questa cosa si svolga all’alba: la gente gli corre dietro all’alba, alzandosi presto al mattino. Vuol dire che il fascino della persona di Gesù, il carisma di Gesù è molto forte, Gesù è uno che attira profondamente la folla. Ed è proprio questo che da fastidio a scribi, farisei, sacerdoti. Gli uomini della religione ebraica, gli uomini della legge, del credo giusto sono quelli più infastiditi. I giusti sono contrariati da questa figura che viene a distogliere la folla da quella che è la fede certa, cioè la Torah. Questo preambolo serve a capire cosa succede, perché questo fatto accade proprio a partire da questo malcontento da parte di scribi, farisei e sacerdoti. Sono loro che montano su questa storia, l’agguato a questa ragazzina è fatto appositamente per cogliere Gesù in fallo: la donna è usata per un altro scopo, la vita di quella donna è meno importante rispetto al far valere le loro ragioni contro Gesù. È importante cogliere questo per capire le intenzioni di fondo, la coscienza che guida queste persone. Non c’è nessuna difesa di Dio o della fede ebraica, ma il desiderio di distruggere una persona, cercando di fare di tutto, anche mettere in pericolo la vita di una ragazzina.
Secondo la Legge, venivano lapidate non le donne già sposate che vivevano coi mariti, ma le ragazze di 12-14 anni già promesse spose (come Maria lo era di Giuseppe quando riceve l’annuncio dell’angelo) che ancora non vivevano in casa col marito (cfr. Deuteronomio 22,23 e segg.). Questa ragazza che è messa in mezzo alla piazza non vive ancora insieme al marito, perché altrimenti la sua punizione sarebbe stata la morte per strangolatura. Questa ragazza probabilmente è posta sotto pressione appositamente per poter poi mettere all’incastro Gesù. Questo è il punto di partenza di questo brano. Cosa nasce dalla falsità? Cosa nasce dall’ipocrisia? Cosa nasce dal desiderio di male nei confronti degli altri? Che cosa può venire di buono? E tutto questo lo fanno “per metterlo alla prova”. Qualche esegeta traduce con “per tentare Gesù”, e il verbo “tentare” non è mai usato casualmente.
Gesù probabilmente stava parlando di quello ci cui parlava sempre: della misericordia, dell’amore, del perdono, i leit motiv della catechesi quotidiana, permanente, che poi mostra anche con i segni, coi miracoli. E mentre Gesù sta parlando di questo arrivano degli uomini pieni di zelo e di fede per la Legge e trascinano questa ragazza sorpresa in adulterio. La mettono in mezzo e dicono: “Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa”. Non ha un nome questa donna, è una cosa: “donne come questa”… il disprezzo per la persona. C’è il disprezzo per Gesù che porta a mettere a rischio la vita di una donna, e c’è il disprezzo per una donna. E lo chiamano “maestro”… “Maestro, Mosè ci ha insegnato questo… e tu che ne dici?”. È chiaro l’intento: la domanda mira a mettere in contraddizione Gesù. Se Gesù conferma la condanna allora non si capisce perché Gesù parli tanto di amore, di perdono, non si capisce perché stia con i peccatori, vada a tavola con prostitute, perché si cacci in queste situazioni se di fronte a questa situazione dicesse: “Lapidatela! La Legge dice così…”; di fronte a questo tipo di risposta la gente avrebbe mollato Gesù perché si sarebbe contraddetto in termini. Dall’altra parte però se Gesù avesse detto: “La Legge è sbagliata”, si trovava davanti al Tempio, avrebbero fatto presto un bel Sinedrio, una bella sentenza per condannarlo subito, e avrebbero risolto “il problema”. Gesù se fa una scelta o l’altra, in qualsiasi caso si trova comunque in contraddizione, ed era proprio questo che desideravano gli scribi e i farisei: mettere in scacco Gesù.
Notate: scribi e farisei portano questa donna non per salvarla, ma per condannarla. Nella loro domanda c’è già la dichiarazione di condanna. “Mosè ci ha insegnato a fare questo”. L’azione è mirata alla morte di Gesù, alla morte di questa donna. Gesù ha a che fare con persone che hanno la morte dentro. Lui capisce questo ed è per questo che scrive per terra. Il famoso segno dello scrivere per terra ha tanti significati, anche incomprensibili. Alcuni esegeti moderni dicono che Gesù scriveva l’elenco dei peccati dei presenti, e ognuno leggendo cominciava ad avere timore, e andava via più per quello che non per ciò che Gesù dice dopo. Altri dicono che Gesù scrive sulla sabbia per non lasciare traccia. Gesù non ha mai scritto, noi abbiamo solo i vangeli che ci parlano di lui. Gesù non ci lascia una lettera, proprio perché non vuole che ci si fossilizzi, non ci vuole fondamentalisti: “Ah, se questo l’ha scritto Gesù alla lettera”. Anche Gesù si muove dentro la storia, dentro un tempo e uno spazio preciso, e si comporta come uomo reale dentro uno spazio e un tempo preciso. Questa categoria va reinterpretata, pur nella sua verità in quello che fa e che dice, nella nostra storia e nel nostro tempo. Se Gesù avesse scritto qualcosa di definitivo, saremmo ancora più fondamentalisti di quello che già siamo.
Teniamo presente un’altra cosa: volessimo difendere scribi e farisei potremmo dire che loro difendono una legge che Mosè ha scritto, non se la sono inventata loro. È vero, ma quella legge prevedeva – se è vero il fatto che era stata colta in flagranza di reato – che ci fosse anche l’uomo, perché anche l’uomo doveva fare la stessa fine, e invece l’uomo non c’è. Allora la Legge vale per alcuni, e non per altri. C’è quindi anche una profonda ingiustizia umana. Gente mortifera, gente ingiusta che ha pesi e misure diverse, gente che difende la religione con la morte. Non c’è spazio per considerare la storia di questa donna, i sentimenti, le motivazioni, il grado di consapevolezza (stiamo parlando di una ragazzina…). Lei è il suo peccato. Quella ragazza è una peccatrice. Non “ha fatto adulterio”, lei “è una peccatrice”. Il peccato definisce la sua identità. E qui siamo ancora dentro questo criterio di fondamentalismo religioso, che è sempre qualcosa che Dio non vuole. Siamo lontani anni luce da quello che è il progetto di Dio. Quando il peccato è confuso col peccatore siamo via dalla logica di Dio che è completamente altra.
Allora Gesù si mette a scrivere per terra e non proferisce parola. Provate ad immaginare la scena: la donna è stata posta in piedi davanti a Gesù che è seduto e intorno a lui c’è la folla. Stare seduto e avere attorno la folla è la tipica scena del maestro coi discepoli in Israele. Non c’erano cattedre, non c’erano microfoni. Gesù seduto, la gente attorno che lo ascolta. Arrivano gli scribi e i farisei, la donna è posta al centro messa al pubblico ludibrio. E Gesù cosa fa? Si china per terra, si china di fronte a questa donna. Tenete presente questo: Gesù non dice niente, ma la sua fisicità, il suo stare in ginocchio, curvo, davanti a quella donna ci riporta alla creazione, a quando Dio si curvò per fare Adamo ed Eva, a quando Dio si curvò e prese sabbia (guarda caso…) e in quella sabbia soffiò un alito di vita. Gesù copia il padre. Non solo: diventa un’abitudine! Più avanti nel vangelo di Giovanni al capitolo 12 Gesù si inginocchia per lavare i piedi, anche a Giuda. Di fronte a quelle persone che hanno perso la loro dignità, di fronte a quelle persone che sono state giudicate, di fronte a quelle persone che sono state umiliate, Dio, in Gesù, va ancora più in basso, perché stando più in basso potrà risollevare. Solo stando sotto, non mettendosi sopra come volevano loro, Gesù potrà tirare su quella donna.
E Gesù usa il dito. La parola “dito” nella Bibbia è rarissima. Col dito Gesù scrive, col dito Dio scrisse le tavole, dice il libro dell’Esodo. Dio scrisse su tavole di pietra una Legge che in sé è buona. Gesù non va contro la legge, non dice che quella legge è cattiva, non dice che l’adulterio è una cosa buona. La Legge che è scritta su pietra e ci è stata data è buona, ma dobbiamo ricordarci che noi siamo quella polvere. L’incarnazione di quella Legge ha a che fare con la nostra debolezza, umanità, finitezza, povertà, caducità. E Gesù questo ce l’ha presente, sono gli altri che non l’hanno presente. Ecco l’atteggiamento della misericordia, ecco la capacità di Gesù di riconoscere il peccato da una parte e di salvare il peccatore dall’altra. La persona resta la persona, l’uomo è più importante della legge. Il dito di Gesù significa proprio l’incarnare la legge nella nostra fragilità, che vuol dire: non siamo perfetti, tutti possono sbagliare. E di fronte allo sbaglio Dio usa misericordia, Dio desidera una vita nuova, Dio si china per tirarci su.
Di fronte a questo silenzio di Gesù, gli scribi e i farisei insistono: “Allora? Cosa ci dici? Perché non parli? Coraggio, fatti avanti, di’ la tua!”. E alla fine Gesù alza il capo e non risponde direttamente che cosa pensa di questa situazione, che cosa si deve fare. Ma risponde attraverso un’affermazione che diventa una domanda implicita: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Chi può essere senza peccato? Solo Gesù. Gesù sarebbe stato l’unico, avrebbe potuto prendere una pietra e tirargliela addosso. Tra l’altro secondo la Legge il testimone che aveva visto il fatto doveva essere quello a prendere la pietra più grossa e dare il primo colpo che era quello fatale, poi gli altri colpi erano semplicemente pro forma (cfr. Deuteronomio 17,7). La donna veniva posta dentro una sorta di buca e il testimone doveva prendere il sasso più grosso, scagliarlo contro in modo da uccidere la persona in maniera immediata e poi gli altri buttavano un sassolino tanto per coprire il corpo. Il problema è che quelli che fanno questa denuncia si dimenticano che proprio in Deuteronomio si dice che il testimone deve essere il primo a lapidare il colpevole, ma dice anche che il testimone per compiere tale gesto deve essere senza peccato. Gesù non annulla la Legge, la riporta in maniera integrale dicendo: “Se la prendete, la prendete intera, non quello che piace a voi”. Già nell’Antico Testamento la misericordia ha sempre la precedenza.
Il problema è il peccato: quella donna adultera ha commesso un peccato ormai pubblico, e gli altri suoi accusatori non hanno peccati nascosti che non devono venire a galla? Gesù sarebbe stato l’unico che avrebbe potuto condannare quella donna, perché era l’unico senza peccato. Dio in Gesù potrebbe condannare quella donna perché il peccato obiettivamente c’è (che l’abbiano spinta o non l’abbiano spinta questo non ci è detto, ma non possiamo fare un processo alle intenzioni del brano). Enzo Bianchi dice che “Gesù è l’esegesi di Dio”, è Colui che ci rivela Dio. Dio avrebbe potuto giudicare quella donna solo attraverso Gesù che è la rivelazione di Dio, Colui che è autorizzato a fare un’azione che narra quello che Dio dice. La vita di Gesù è narrazione della Parola di Dio, “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14), narrazione di questa Parola. In questo brano Gesù rende Dio un vangelo, una buona notizia per questa donna. “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18) però ci sono tanti che pensano di interpretarlo. Anche nella nostra storia, ci sono tanti che pur non avendo visto Dio continuano a pretendere di dare l’interpretazione corretta… stiamo attenti a questo! Certamente non vogliamo essere relativisti – non è che ognuno che si fa il suo dio – però teniamo presente che nessuno ha la verità in tasca, a portata di mano, soprattutto davanti alla coscienza di una persona. C’è qualcuno che pensa di poter parlare in nome di Dio, di agire in nome di Dio, e così di fatto scolpiscono e raccontano l’immagine di un Dio perverso, di un Dio che non è quello di Gesù. Qual è l’immagine di Dio che guida la tua vita? È a partire da questo che si può capire o non capire l’atteggiamento di Gesù. Allora si capisce perché tanti cristiani nei secoli volevano strappare questa pagina. Dipende dall’immagine di Dio che io ho. L’immagine di un Dio che è giudice, che non vede l’ora di trovarci in difficoltà, in deficit per farcela pagare non può essere una buona notizia, è una cattiva notizia che fa saltare in aria l’immagine vera di Dio. Se invece è vero che Gesù è l’incarnazione di questa buona notizia probabilmente questa pagina ci sta dicendo che questa che ci mostra Gesù è la vera immagine di Dio, un Dio che di fronte alla peccatrice ha un solo sentimento che non è il castigo ma è il desiderio di vita piena. “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Non “peccatrice”, non “adultera”… “donna”! Lui le restituisce la dignità, Lui per primo riconosce che lei è una donna prima che essere un’adultera. È una donna, non le è tolta la sua dignità.
In quale Dio noi crediamo? Questa è la domanda che ci fa questo brano. Il Dio di Gesù è il Dio che sa riconoscere il peccato salvando sempre l’uomo, è il Dio che ha come fine la salvezza e non la condanna. Il Dio di Gesù è il Dio che di fronte alla tua umiliazione si inginocchia, si mette più in basso di te. Il Dio di Gesù è quello che ha sempre a cuore la tua dignità e ti fa ritornare a essere te stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. Non è un monito ma è un restituirle la verginità, l’integralità della sua persona, è un ricostruire la persona interiore che è andata distrutta: questo fa il Signore.
Gesù dona a questa donna una dignità nuova, ma non ci viene detto da nessuna parte che questa donna si è convertita, che questa donna è diventata santa, che questa donna ha seguito Gesù, che crede in Lui. Quindi quello che Lui dice lo fa con piena gratuità. È una parola che viene detta al di là della consapevolezza del peccato o meno, che precede ancora questo, che anzi vuole aiutare a prendere la consapevolezza. Vuole aiutare la donna a prendere consapevolezza che una cosa è la sua dignità e una cosa sono i peccati che si possono fare, e che Dio di fronte alla dignità della persona non verrà mai meno. In Dio potrà sempre trovare perdono anche di fronte al peccato, di cui pur facciamo esperienza e che può segnare la nostra vita. Gesù, nella logica di non annullare la legge, dice che il caso teorico in sé rimane giusto, “non farlo più”, non peccare, perché è sbagliato. Certamente l’adulterio è sbagliato perché vieni meno nei confronti della verità del tuo essere che è amare una persona: se prometti amore a una persona per sempre e poi ti giri dall’altra parte tu perdi la tua felicità. Questo è il peccato: rovinare la propria felicità, rimpicciolire la propria vita, andare a progetti più infimi, accontentarsi della gioia momentanea e perdere di vista quella che è la costruzione di un progetto che sicuramente è più difficile, ma che può dare una gioia più grande. Gesù quindi dice: questo peccato è, e peccato resta, nel senso che il peccato ti rimpicciolisce, ti deforma, ti abbruttisce. “Io ti ridono la tua dignità, tu non peccare”. Tra la tua dignità e il tuo peccato rimane una differenza abissale.
Siamo abituati a moralizzare. Quel “non peccare più” ci suona come imperativo morale, ma non è questo. È un invito alla libertà piena: una dignità che ti ho restituito che è in vista di una tua piena libertà, allora giocati la tua libertà nella maniera più bella possibile. È un invito di Gesù a puntare in alto nella vita.

Punti chiave:
– un testo accolto malvolentieri e che per secoli non trova collocazione… (probabilmente un testo di Luca ma che finisce in Giovanni) perché considerato scandaloso e imbarazzante
– la scena della donna adultera è creata ad arte per “tentare” Gesù, metterlo alla prova; l’obiettivo è mettere in difficoltà Gesù di fronte alla folla: o scagliarsi contro la legge o essere incoerente con il suo annuncio di misericordia e con la sua scelta di stare coi peccatori
– il Dio della legge (farisei e scribi che portano una donna non per essere giudicata ma condannata) contro la legge di Dio e il suo progetto di salvezza (una legge buona che però va accolta in una fragile polvere che è l’uomo…)
– il brano ci libera dai giudicanti, dai giudizi e dalla tentazione di farci giudici… siamo fratelli e non giudici gli uni degli altri…
– di fronte alla nostra umiliazione Gesù si pone più in basso, ai miei piedi, non ci condanna ma ci resituisce a noi stessi e alla nostra dignità!

Spunti per la riflessione:
– l’accoglienza della diversità non è frutto dei nostri sforzi, nasce da una fede autentica nel Dio di Gesù Cristo – Questo brano ci libera dai giudicanti, dai giudizi, ma anche dalla nostra tentazione a farci giudici degli altri. Gesù ci ha resi fratelli, non ci ha resi giudici gli uni degli altri. Questa capacità di accogliere l’altro nella diversità, è frutto solo dei nostri sforzi? E se è frutto dei nostri sforzi che cosa produce? Fino a quanto riusciamo ad accogliere l’altro perché ci sforziamo?
– ho mai sperimentato la “solidarietà di Cristo” di fronte alla mia umiliazione, al mio sentirmi etichettato, giudicato, rifiutato? In che modo? E questa esperienza cosa ha provocato in me? – È importante fare memoria del mio rapporto con Gesù. Quando ci si innamora di qualcuno si fa memoria di alcuni momenti salienti che si ricordano per sempre, e quando capita di far baruffa si va alla ricerca delle cose centrali, e lì c’è come una sorta di linfa vitale, di sorgente che torna continuamente a rinvigorire quel rapporto. Questo avviene anche col Signore. Se io faccio memoria di quelle che sono state le carezze di Dio nella mia vita, nel momento in cui mi sono sentito a terra, umiliato come questa donna, sono quei momenti in cui Dio sta intrecciando con me una relazione intima, unica, profonda. E io sono chiamato a fare come faceva Maria che “serbava tutte queste cose nel suo cuore”, raccoglieva i pezzetti nel suo cuore e cercava di mettere insieme.