Nell’incontro non c’è maledizione

di Luigino Bruni

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Un uomo di nome Giobbe/16

Finché siamo capaci di domande siamo liberi, 

anche con Dio

Io sono ritornato a Giobbe, perché non posso vivere senza di lui, perché sento che il mio tempo, come ogni tempo, è quello di Giobbe; e che, se ciò non si avverte, è solo per incoscienza o illusione.
David Maria Turoldo, Da una casa di fango – Job

“Non è raro che i poveri vengano privati anche della dignità di interrogarci sul perché della loro povertà. Li convinciamo che l’errore non sta nella nostra mancanza di risposte ma nelle loro domande sbagliate, impertinenti, superbe, peccaminose. L’ideologia della classe dominante persuade le vittime che chiedere ragioni sulla loro miseria e sulla ricchezza degli altri è illecito, immorale, magari irreligioso. Quando i poveri, o chi dà loro voce, smettono di porre a loro stessi, agli altri, a Dio le domande più vere e radicali che nascono dalla loro condizione oggettiva e concreta, e si tacciono o ne formulano di più gentili e innocue, la loro schiavitù inizia a diventare irreversibile. Si può sempre sperare di liberare noi stessi o qualcuno da una trappola di povertà materiale, morale, relazionale, spirituale, finché continuiamo a chiederci e a chiedere: ‘perché?’. Dopo che Elohim da dentro la tempesta ha magnificamente descritto animali e mostri marini, zittendolo con lo spettacolo della sua onniscienza e onnipotenza, “Giobbe prese a dire al Signore: «Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo” (Giobbe 42,1-4). Come interpretare queste parole? Dio non gli ha detto nulla sul perché dell’ingiusta sofferenza degli innocenti e sul benessere sbagliato dei cattivi, che erano le vere domande cui Giobbe attendeva risposte durante il suo incredibile processo a Dio. Cercava una nuova giustizia e Elohim gli ha risposto con un discorso astratto, che somigliava troppo a quelli dei suoi ‘amici’ che lo avevano umiliato e addolorato in tutta la prima parte del suo libro. Come è possibile, allora, al termine della sua infinita attesa, Giobbe senta appagata la sua fame e sete di giustizia dalle nonrisposte di Elohim, e addirittura ammetta di aver fatto le domande sbagliate (“ho esposto cose che non capisco”)? No, questo Giobbe non può essere quello che abbiamo conosciuto lottando come un leone nella sua querela a Dio. Come e dove possiamo trovare una coerenza tra il primo e l’ultimo Giobbe?

Giobbe supera l’ultima tentazione e Dio vince la sua scommessa contro Satan. Non maledice il Dio che non ha risposto alle sue domande, che non gli si è mostrato capace di prendere veramente sul serio i perché più difficili e più veri dell’uomo e dei poveri innocenti. Giobbe ‘vede’ finalmente Dio, ma in realtà rivede il Dio che già aveva conosciuto in gioventù, non vede quel volto nuovo e diverso che aveva anelato. Il Goel, il mallevatore che aveva disperatamente pregato non è arrivato, Dio non ha mostrato un altro volto ancora ignoto. Ma ora Giobbe non si ribella più e si placa. Finché era ancora nel tempo dell’attesa, quando si poteva e doveva chiedere tutto nella speranza che arrivasse un Dio diverso, avrebbe potuto protestare e imprecare senza maledire Dio. E lo fa fatto. Ora che il tempo dell’attesa è finito e Dio ha parlato: se Giobbe avesse continuato la sua protesta questa sarebbe diventata necessariamente bestemmia. Soltanto un Dio che non si era ancora rilevato poteva accogliere le urla dissacratorie di Giobbe, non il Dio che è alla fine arrivato. Se Giobbe avesse ripetuto al Dioarrivato le denunce e le accuse che aveva rivolto al Dio-atteso, queste sarebbero state solo maledizione. Giobbe parlava e gridava ad un volto di Dio oltre Elohim, e non essendo arrivato si è trovato di fronte ad una sola drammatica scelta: maledizione o resa incondizionata. E scelse la resa. Ci sono nella vita dei momenti decisivi quando il bivio ‘maledizione-resa’ si presenta in tutta la sua drammaticità. Per molti la morte arriva sotto la forma di questo bivio drammatico. Quando dopo aver lottato a lungo, impiegato tutte le energie propria, della famiglia, della medicina, giunge finalmente il giorno in cui capiamo che ci resta ancora un’ultima scelta tra due sole possibilità: quella suggerita dalla moglie di Giobbe (“Maledici Dio poi crepa”: 2,9) o la resa docile. E anche in questa ultima scelta è molto probabile che l’angelo di Dio che viene non è quello che abbiamo atteso, che la vita che sta finendo non ha risposto alle grandi domande che le abbiamo fatto dal giorno dei primi perché dell’infanzia. E anche in quell’ora dovremo decidere se morire benedicenti e miti o maledicenti e arrabbiati. Ma il bivio tra la resa e la maledizione ci si pone puntualmente di fronte anche nelle relazioni importanti della nostra vita, quando davanti alla delusione per un figlio o un amico che ci dà risposte inferiori a quelle che ci aspettavamo e che doveva darci, invece di maledirlo e perderlo scegliamo di arrenderci e benedirlo così come ci appare, accogliendo quella delusione per salvare la fede-fiducia in quel rapporto. E magari da questo momento il nostro ‘personaggio’ può iniziare a sorprenderci. Giacobbe (Jacob) ricevette la benedizione dall’angelo di Elohim insieme alla ferita all’anca, nel grande combattimento nel letto dello Yabboq (Genesi 32). Giobbe (Job), nel guado del suo fiume di sofferenza, viene ferito da Elohim ma è lui a benedirlo. Il Dio di Giacobbe ferisce e benedice, quello di Giobbe ferisce e viene benedetto. E grazie a Giobbe, e all’autore del suo libro, la terra e cielo si rincontrano in una nuova reciprocità, dove anche Elohim ci si può rivelare bisognoso della nostra benedizione.