Il testimone  Edith Stein

Alla scuola della Croce

Se ci si allontana da lui per andare verso la ve-«0 rità, non si farà molta strada senza cadere fra le sue braccia» (S. Weil, Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, p. 32). Simone Weil oblitera con noi pellegrini il biglietto per un breve sguardo sul cammino di fede di Edith Stein. In Storia di una famiglia ebrea, la Stein racconta che presto perse la fede della sua infanzia, la fede ebraica, maturando il suo non liquet rispetto al problema della fede, profondo grido di chi, assetato di verità, rifugge la “fabbrica di immagini di Dio” e detronizza tutti gli dèi, cifra della sua lotta con l’angelo. Negli appunti in cui rielabora il vissuto di quel periodo si legge: «quello che non rientrava nei miei piani, era nei piani di Dio. Ad ogni nuovo evento di tale tipo, si fa più viva in me la convinzione, dettata dalla fede, che nella prospettiva di Dio non esiste il caso, che la mia intera vita è tracciata, fin nei minimi particolari, dai disegni della Provvidenza divina» (E. Stein, Essere finito e essere eterno, Città Nuova, Roma 1988, p. 153). Così sembra provvidenziale, per la gestazione della sua fede, l’appassionata attitudine alla ricerca filosofica, libera dal pericolo di ogni riduzionismo ed esclusivismo, complice sia il metodo fenomeno-logico dell’ epochè, che rigetta schemi preconcetti e accoglie ogni cosa senza pregiudizi, sia l’ambiente di amici come Scheler e Reinach, filosofi da poco convertiti al cristianesimo. D’altronde, la fede biblica si nutre pienamente di ciò che l’uomo produce e al tempo stesso lo rielabora.

Anche lo scandalo del male sembra provvidenzialmente ordinato all’esperienza del Numinosum che le si manifesta in primis con la testimonianza di pace di una giovane amica rimasta vedova. Questa, seppur confessandole di essere lacerata nel cuore per la perdita in battaglia del marito, riesce ad accettare la morte vivendola come partecipazione al sacrificio della Croce. Edith annota: «quello fu il primo incontro con la Croce, con quella forza divina che essa comunica a chi la porta… In quello stesso istante la mia incredulità crollò… vinta dalla luce del Cristo che si sprigionava dal mistero della Croce» (cit. in Teresa Renata dello Spirito Santo, Edith Stein, Morcelliana, Brescia 1952, p. 104). Il grido umano era diventato un grido divino, Dio non spiega il motivo del male, ma lo abita.
L’illuminazione definitiva avvenne nel 1921 leggendo d’un fiato la Vita di santa Teresa d’Avila. Il dubbio di fede tace, la voce atea ora confessa: questa è la verità! Verità che non lascia più spazio alla paura: «So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza… O sarebbe “ragionevole” il bambino che vivesse con il timore continuo che la madre lo lasci cadere? Nel mio essere, dunque, mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere» (E. Stein, Essere finito e Essere eterno, cit., p. 96). Nella maturità dell’opera Essere finito e Essere eterno, la filosofa si smarca dal sentimento della paura che nasce dalla considerazione della finitezza umana: la caducità dell’uomo non è limitante distanza da Dio, ma confine tra due terre che si schiudono reciprocamente nella realtà descritta dalla Genesi dell’homo imago Dei. Se il chicco di grano non muore resta solo e non porta frutto, ma se, sapendosi sostenuto, sceglie di morire a se stesso per un amore più grande, allora porta frutto. Edith Stein ormai suor Teresa Benedetta della Croce fa propria la lezione di san Giovanni della Croce sulla Notte oscura: «Ecco perché l’anima può considerare l’aridità e l’oscurità come felici indizi; indizi che Dio è intento a liberarla da se stessa, strappandole di mano l’iniziativa» (E. Stein, Scientia Crucis, Ed. Ocd, Roma 2011, p. 159), amando non più i doni di Dio ma il Dio dei doni. Scrive la Weil: «Egli è colui che, mediante la notte oscura, si ritira per non essere amato come un tesoro da un avaro. Elettra che piange Oreste morto. Se si ama Iddio pensando che non esiste, egli manifesterà la sua esistenza» (S. Weil, L’ombra e la grazia, Edizioni di Comunità, Milano 1951, p. 63).
(Flavia D’Avola)