Chi comanda qui? La divisione dei poteri

Raffaele Mantegazza

Il potere corrompe.
Il potere assoluto corrompe assolutamente
(Montesquieu, Lo Spirito delle leggi)

La politica è lo spazio del potere; meglio, è lo spazio dei poteri e del possibile equilibrio tra di essi. Ma qual è l’incidenza che tutto ciò ha sul mondo personale dei soggetti umani? È ancora vero che il personale è politico, come si diceva anni fa?

Anzitutto, che cosa è «il personale»? È lo spazio di irripetibilità del singolo, lo spazio nel quale ogni punto di vista sul mondo è un punto di vista nuovo. Ma il singolo, nel momento stesso in cui viene al mondo, porta con sé una «segnatura sociale»: ognuno parla in quanto uomo/donna, in quanto bianco/nero/rosso, in quanto ricco/povero, in quanto bambino/adolescente/adulto/anziano. Ogni discorso è sempre collocato e dunque mai neutro perché lo spazio del personale è un intrico di differenze. C’è comunque però, all’interno di questo spazio che è già sociale fin dall’inizio, uno spazio privato, un «giardino segreto» da tenere nascosto e intimo: spazio delle emozioni e degli affetti, del ricordo e della memoria, del pudore e del nascondimento
Che cosa è allora «il politico»? È lo spazio della tentata conciliazione dei punti di vista personali in vista di un interesse collettivo; è lo spazio nel quale una certa forma di conflitto è inevitabile e nel quale la maggioranza ha il diritto di decidere ma non ha necessariamente ragione. Nello spazio del politico ogni punto di arrivo è provvisorio perché non è mai possibile escludere un nuovo punto di vista. La politica è poi uno spazio depurato dalla violenza delle passioni: è lo spazio del colpo trattenuto, dell’urlo che si fa parola, della rissa che si fa argomentazione, perché la politica non è solo amministrazione dell’esistente: entra in essa la dimensione del futuro e la progettualità. E questa progettualità interroga immediatamente il singolo nel momento in cui gli propone o pretende la necessità di rinunciare a un bene presente per un bene maggiore futuro, la necessità di rinunciare a un bene presente e futuro se causa male ad altri, la capacità di vedere fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

La complessità dell’azione di governo

Educare alla Costituzione significa allora anzitutto mostrare quanto sia difficile e complessa l’azione di governo in una società complessa come la nostra. Il qualunquismo secondo il quale i «governanti» sono sempre stupidi e corrotti rischia di oscurare lo spirito critico che permette di distinguere la buona azione di governo dalla cattiva. Governare, soprattutto oggi, significa combattere gli sprechi e proporre una oculata gestione delle risorse. Non si educa alla democrazia se non si presenta la scarsità delle risorse come vincolo fondamentale per ogni azione di governo.

La politica è anche governo dell’esistente, è anche amministrazione realistica di ciò che si ha a disposizione: arte e scienza del gestire, del fare i conti con le risorse disponibili, del calcolare investimenti, perdite e ricavi: arte e scienza del governo nel senso più alto del termine, ovvero della capacità, etimologicamente, di «gubernare», di reggere il timone della nave, cercando di guidarla, con tutte le sue potenzialità e le sue debolezze, tra i marosi di un’esistenza non del tutto prevedibile. Freud definiva quella del politico, accanto a quella dell’educatore e del terapeuta una «professione impossibile»: non solo perché ha a che fare – come quelle – con la mutevolezza dell’animo umano, ma perché cerca di mettere ordine nel caos, di inventare un cosmo, di tracciare una via praticabile non solo per una persona ma potenzialmente per tutti, di utilizzare un sano realismo per non perdersi nelle tempeste dell’imprevisto. La necessità di un realismo politico che si traduce nell’analisi disincantata e lucida dell’esistente, nell’inventario delle risorse a propria disposizione, se costituisce un sapere essenziale per chiunque si occupi di politica, è però allo stesso tempo foriera del rischio di una eliminazione dell’orizzonte utopico dalla scena politica: uno degli effetti dei continui rafforzamenti dell’esecutivo, a livello centrale come a livello locale, è proprio la virtuale eliminazione della fatica di pensare oltre l’esistente, l’appiattimento sul qui e ora. Allora le risorse (o meglio quasi sempre la loro scarsità) diventano un ricatto per chi osa pensare al di là del presente; in nome di un presunto realismo politico che riduce la politica a governo anzi ad amministrazione dell’esistente (peraltro non sempre buona e oculata) si ritengono irrealizzabili progetti e proposte che in realtà spesso costituiscono solo la base per la costituzione di una società realmente democratica. Piuttosto che un facile decisionismo che si traduce astrattamente nel «fare cose», occorre sviluppare nei giovani una progettualità che consista nel domandarsi quale nazione e quale paese si desidera e come questo desiderio sia realizzabile. Se il Parlamento è il luogo della discussione, lo spazio laicamente sacro del dibattito e del conflitto, allora educare alla democrazia significa educare alla discussione. Ed è possibile farlo anzitutto rifiutando la logica qualunquista che si scaglia contro «i partiti». È vero che spesso i partiti diventano meri centri di interesse, come denunciava già Tocqueville:

L’America ha avuto grandi partiti ma ora non più. (…) Non conosco spettacolo al mondo più miserabile e più vergognoso di quello offerto dalle varie cricche (non meritano il nome di partiti) che dividono oggi l’Unione. Rendono manifesti agli occhi di tutti le piccole e vergognose passioni che le travagliano e che in genere si ha cura di nascondere nel fondo del cuore. Quanto all’interesse del paese, nessuno vi presta attenzione e se ne parla soltanto per formalità.[1]

Ma è altrettanto vero che la forma partito rappresenta un passaggio importante e a nostro parere ancora attuale all’interno della democrazia rappresentativa. Sarà educativo allora presentare ai giovani i cambiamenti di tale forma, nel passaggio dai partiti ideologici (DC, PCI, PSI), che tenevano viva l’ideologia [2] come tentativo di partire da un bisogno singolo per portarlo all’universale in riferimento a qualcosa che trascende il presente; al partito azienda (Forza Italia) che teorizza l’applicazione pura e semplice alla politica di logiche di mercato; al partito etnico (la Lega); al partito leaderistico (la Lista Di Pietro); infine al partito non-partito (il Mo­vimento 5 stelle). Una dialettica che ha cambiato l’idea di partito, ma che ha anche portato a una insopportabile retorica populistica che dimentica che l’idea stessa di democrazia rappresentativa impedisce ogni plebiscitarismo e invece legittima la funzione dei partiti come elementi di tramite tra la società civile e lo stato politico.

Il compito della Magistratura

Per ricordare il difficile compito della magistratura si può iniziare dall’elenco dei giudici che sono stati assassinati in Italia: Agostino Pianta ucciso da un detenuto, Pietro Scaglione ucciso dalla mafia, Francesco Ferlaino ucciso dalla ‘Ndrangheta, Francesco Coco ucciso dalle Brigate Rosse, Vittorio Occorsio ucciso da Ordine Nuovo, Riccardo Palma ucciso dalle Brigate Rosse, Girolamo Tartaglione ucciso dalle Brigate Rosse, Fedele Calvosa ucciso dalle Unità combattenti comuniste, Emilio Alessandrini ucciso da Prima Linea, Cesare Terranova ucciso dalla mafia, Nicola Giacumbi ucciso dalla colonna «Pelli», Girolamo Minervini ucciso dalle Brigate Rosse, Guido Galli ucciso da Prima Linea, Mario Amato ucciso dai Nar, Gaetano Costa ucciso dalla mafia, Gian Giacomo Ciaccio Montalto ucciso dalla mafia, Bruno Caccia ucciso dalla mafia, Rocco Chinnici ucciso dalla mafia, Alberto Giacomelli ucciso dalla mafia, Antonino Saetta ucciso dalla mafia, Rosario Angelo Livatino ucciso dalla mafia, Antonio Scopelliti ucciso dalla ‘Ndrangheta e dalla mafia, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo uccisi dalla mafia, Paolo Borsellino ucciso dalla mafia, Luigi Daga ucciso da terroristi islamici.
Ovviamente tutto questo non significa che i magistrati siano da beatificare o siano scevri da errori, né che il loro statuto sia immodificabile; significa però che senza la tutela dei magistrati e del potere giudiziario dalle ingerenze degli altri due poteri, soprattutto di quello esecutivo, la democrazia è realmente in pericolo. Ma il concetto che occorre ribadire con forza nell’educazione dei ragazzi e delle ragazze è quello di garantismo; un garantismo che la Costituzione non limita certo ai ricchi e ai potenti o alle alte cariche dello Stato:

La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.[3]

E ancora:

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Non è ammessa la pena di morte.[4]

Contro ogni tentazione giustizialista, che non è mancata a volte negli anni di Piombo come negli anni di Tangentopoli, il diritto dell’imputato alla difesa fino all’ultimo grado del processo è garanzia di una democrazia che funzioni.
Lo stato politico è fragile; occorre difenderlo ricordando la sua origine e sottolineando gli equilibri difficili e complessi sui quali si regge. Ogni soluzione che cerchi di scardinare questi equilibri è implicitamente sovversiva. Formare i giovani alla bellezza dell’equilibrio tra i poteri, al senso estetico della macchina della democrazia può essere un primo inizio per la sua necessaria tutela.

NOTE

[1] Alexis de Tocqueville, Viaggio in America, Torino, Einaudi, 1990. pag. 182.
[2] «L’ideologia in senso proprio si ha laddove vi siano rapporti di potere non trasparenti a se stessi, mediati, e in un certo senso anche addolciti». (Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, Lezioni di sociologia, Torino, Einaudi, 1980, pag. 214)
[3] Art. 27.
[4] Art. 24.