La sessualità umana: un progetto e un programma

Francesco Masellis

Una costruzione complessa se è stata «pensata» da qualcuno si dice che è stata progettata; il progetto è il disegno e lo sviluppo di qualcosa che il suo ideatore proietta nella realtà esterna. A volte siamo noi stessi gli autori dei nostri progetti; altre volte invece ci troviamo impegnati a realizzare qualcosa i cui termini possono essere dati sia da noi stessi che da altri, ed è questa la realizzazione di un programma.
La moderna tecnologia degli elaboratori ci ha familiarizzato con la parola e il concetto di «programma»: acquisire ed immagazzinare alcuni dati di partenza, elaborarli, sviluppare le variabili, collegare tutti i dati fra loro, sottoporre a controlli e verifiche, raggiungere un certo risultato come conseguenza delle potenzialità dinamiche racchiuse negli elementi di partenza e di un lavoro logico e consequenziale.
Man mano che dal di dentro si sviluppa il programma, anche il progetto si rende visibile e prende corpo concreto. Progetto e programma hanno in comune i concetti di complessità, sviluppo, costruzione, elaborazione attiva, uso di materiali di partenza e lavoro personale su questi, dinamicità, finalizzazione. E tale è la sessualità umana.

LA SESSUALITÀ COME UNA «CORSA A STAFFETTA»

La sessualità è dinamica, non statica; è qualcosa che si sviluppa e si costruisce. Ci sono molti dinamismi che la riguardano: biologici, di specie e somatici, psicologici profondi e relazionali, sociali. J. Money ha usato per descrivere questo processo dinamico il paragone di una corsa a staffetta: durante le varie frazioni della corsa è uno solo dei componenti della staffetta quello più impegnato, e di tappa in tappa i vari corridori si passano di mano in mano «il testimone». Il progetto sessualità si sviluppa e di tappa in tappa cambia il «portatore» del testimone, lo sviluppo si svolge di volta in volta sotto il «segno» di diversi «fattori» o «induttori» di sessualità. Si tratta talvolta di fattori esclusivi: l’induttore di turno è dominante, condizione indispensabile perché vi sia l’emergere di una persona sessuata; altre volte si tratta di più fattori concomitanti e concorrenti. In realtà se, parlando di costruzione-progetto della sessualità, tra un poco individueremo vari livelli della sessualità umana, il termine «livello» non va peraltro preso nel senso stretto di «un più basso» e «un più alto» e va tenuto presente che spesso anche in senso temporale c’è più un concatenarsi di fattori che un loro succedersi.
Ed ancora, quando si parla di «fattori» è opportuno ricordare la loro varietà. Alcuni induttori sono di tipo biologico, biochimico, ereditari, somatici; altri sono di tipo psicologico, altri psicosociali, culturali; alcuni sono intrinseci alla persona ed altri sono estrinseci cioè agiscono sulla persona ma dall’esterno; alcuni sono controllabili ed altri incontrollabili del tutto da parte della volontà personale; e così via.
In sintesi possiamo ben dire che fin dall’inizio questo concetto di progetto globale risolve in senso radicale uno dei principali interrogativi sulla sessualità umana, cioè se essa sia «natura» o «cultura», un dato fermo e stabile cui riferirsi in assoluto o una continua invenzione; e lo risolve non nel senso dell’«o»/«o», ma nel senso dell’«e»i«e». Il riconoscimento del progetto e dei suoi vari livelli ci dice che la sessualità umana è sia natura che cultura e che la realizzazione di un «programma» sessuale è legata ad entrambi gli ordini di fattori.
Un altro elemento generale che subito appare in questa analisi è come nella realizzazione storica del programma di ciascuno verso il progetto si proceda dal più semplice ed elementare al più complesso ed associato attraverso una concatenazione di livelli (di cui le «varie» scienze possono dimostrare la logica) ognuno dei quali è premessa dei livelli futuri e sviluppo di quelli precedenti. Nei passaggi biologici del processo ciò è già evidente: dalla cellula si va all’organo, poi all’apparato strutturale, alla funzione in sé considerata e a tutto intero l’organismo. Ma l’organismo si arricchisce a livello di personalità, non più solo individuo ma persona; e questa si espande in un intreccio di relazioni, orizzontali e verticali che comprendono la società e la storia umana.
Possiamo allora ben descrivere e analizzare questo progetto nelle sue varie componenti (una analisi che solo per comodità descrittiva ripercorre l’iter ora delineato) ma possiamo anche ben comprendere come più dei singoli elementi sia l’insieme ciò che è umanamente più significativo.

IL LIVELLO GENETICO E CELLULARE

Il primo livello della sessualità umana è dunque la più elementare struttura biologica: una cellula. L’uomo inizia la sua esistenza a partire da una cellula, l’uovo fecondato da uno spermatozoo; questa cellula, lo zigote, e tutte le altre che da lei deriveranno, ha già una differenziazione sessuale. Tra le 23 coppie di «cromosomi» – i componenti del nucleo cellulare portatori dei «geni» ereditari – derivanti, per ogni coppia, a metà dal padre ed a metà dalla madre, una coppia è portatrice
del carattere sessuale (cromosomi sessuali) ed è sessualmente differenziata. La cellula uovo, che è sempre portatrice di un cromosoma sessuale di «tipo x», può essere fecondata da uno spermatozoo portatore dello stesso «x» oppure dotato di un cromosoma di «tipo y» (esistono dunque due tipi diversi di spermatozoi ed è quindi il gamete maschile, non la donna, quello che determina il sesso del nascituro); se lo zigote contiene una doppia «x» si svilupperà da lui un individuo, completo, femmina; e viceversa con la coppia «xy» si avrà un maschio.
Questo è il vero e primo carattere sessuale, non la presenza degli «organi» sessuali (gonadi); questa la vera caratteristica anatomica di fondo del sesso.
In questo primissimo livello di sessualità l’induttore è veicolato attraverso le strutture biochimiche del codice genetico iscritto nella memoria della specie. Ma è insieme un livello genetico e cellulare. Cioè come nel patrimonio genetico cromosomico è già presente una «informazione» che poi si svilupperà nella futura piena individualità, così è presente in esso già tutta la «diversità» dei due sessi. Si tratta di un «messaggio» che viene da lontano (dalla profondità ancestrale della specie «homo»), dal di fuori dell’individuo, ma si tratta anche di un messaggio che permarrà ubiquitario in tutte le cellule dell’individuo dalla fecondazione fino alla morte della persona, si tratta di una vera impregnazione sessuale di tutto il corpo che lo rende strutturalmente totalmente sessuato in senso maschile o femminile. In un senso molto figurato potremmo dire che Adamo ed Eva furono plasmati con una «creta» che è sostanzialmente diversa per l’uno e per l’altra.
Questa «radicalità» della sessualità ci dice quanto essa sia intimamente connessa e costitutiva dell’essere umano, non un semplice suo attributo accessorio. In effetti si dice che «abbiamo» un sesso, ma non è vero; perché il progetto prevede che noi «siamo» inesorabilmente sesso, siamo l’uno o l’altro dei due sessi. La sessualità non è un attributo, una opzione facoltativa; è l’uomo; e cade ogni fantasia che divideva l’uomo in parti più «nobili» e meno «nobili» – appunto la sfera della sessualità.
Ci si può chiedere a questo punto «come» funzioni l’induttore genetico, come le cellule corporee siano influenzate dalla diversità sessuale. In parte ancora lo ignoriamo; in parte sappiamo. Sappiamo ad esempio che il carattere cromosomico della sessualità è necessario ma da solo insufficiente a fare un uomo o una donna; la sessualità non si esaurisce in esso. Sembra, oggi, che questo primo «portatore del testimone» corra solo una breve frazione della staffetta: agisce solo nel breve lasso di tempo di vita (dal concepimento alla VI-XII settimana dell’embrione [!]) in cui da un abbozzo embrionale indifferenziato si struttura o la gonade maschile (testicolo) o quella femminile (ovaia). Anzi possiamo oggi dire qualcosa di più: è il cromosoma «y» il vero «differenziatore» di sessualità; in sua assenza si ha formazione di ovaie, in sua presenza formazione di testicoli.
Questo è poi l’inizio di una reazione a catena.

IL LIVELLO GENITALE O GONADICO

Siamo già al secondo livello: è il sesso genitale o gonadico, cioè la fondazione anatomica degli organi sessuali.
Ma le gonadi o ghiandole sessuali sono già complessità. A bene considerarle è facile vedere in loro una doppia funzione: da un lato la funzione gonadica in senso stretto, cioè la struttura anatomofisiologica deputata alla formazione dei gameti, le cellule seminali maschili o femminili; e da un altro lato una ricchissima e complessa funzione incretoria ormonica, poiché testicolo ed ovaio sono vere ghiandole endocrine altamente specializzate e differenziate. È opportuno notare come queste due funzioni, che sono indubbiamente reciprocamente correlate, siano anche separabili fra loro; sono anzi del tutto separate in molte fasi della vita biologica individuale. Da sempre invece sembra esservi stata una sopravvalutazione delle funzioni genitali «esterne» e una cattiva conoscenza di quelle «interne» ormoniche.
Le funzioni genitali in senso stretto ci portano a «fare»; quelle ormonali, forse, ad «essere». L’essere oggi è svalutato; tanto svalutato che l’individuo che non «agisce» la propria genitalità (non «fa» l’amore, non «fa» figli) potrebbe lui stesso, anche se convinto della sua scelta, sentirsi forse meno uomo o meno donna.
Ma possiamo anche chiederci, invece, cosa siano virilità e femminilità.
Per l’animale la risposta sarebbe semplicissima: in gran parte sono soltanto il risultato di un gioco biochimico ed ormonale e non una «attività»; questa, semmai, è la conseguenza di quello. Del resto tutti noi abbiamo esempi dal mondo animale della differenza istintivo-comportamentale (ma non sempre e non solo in ambito sessuale) tra un castrato e un non castrato.
Per l’uomo, ovviamente, la risposta è molto più complessa e non solo ormonale; ma non dovremmo comunque sottovalutare la ricchezza sessuale biochimica che alberga in ciascuno di noi uomo o donna che sia indipendentemente dai suoi comportamenti e dal suo stato civile.
Del resto sappiamo anche ormai dai dati della scienza come la stessa «diversità» biochimica ormonale uomo/donna sia molto più una questione di dosaggi, di prevalenza di uno o l’altro tipo di ormoni, di ritmi e di equilibri molto delicati, che non una diversità radicale. Ogni sesso ha i suoi ormoni caratteristici ma ogni individuo contiene in sé anche frazioni più o meno notevoli di ormoni del sesso opposto al suo.

IL LIVELLO ORMONICO

Ecco dunque che abbiamo raggiunto il livello successivo nella costruzione della nostra sessualità; è il livello ormonico di cui abbiamo già intravisto e ricchezza e complessità. Chi poi vorrà approfondire questo argomento (e spesso è umana saggezza oggi il farlo, ad esempio per padroneggiare naturalmente la propria vita biologica e la propria fecondità) potrà meglio ancora addentrarsi con lo studio magari soltanto del ciclo ovaricomestruale femminile in una rete mirabile di equilibrio, informazioni, controregolazioni, collegamenti, stimoli e risposte che coinvolgono gran parte dell’organismo.
Siamo cioé saliti di grado anche sul piano della complessità; l’induttore non è più l’informazione genetica, propria della specie, ma il messaggio biochimico, proprio dell’indivi-
duo. E sul piano della struttura indotta abbiamo già da tempo superato il livello cellulare, siamo anche oltre l’organo (come nel livello gonadico) e superiamo anche la funzione per inserire la sessualità in tutto l’organismo nella sua totalità ed integralità.
Infatti gli ormoni sessuali, come tutti gli ormoni, sono ubiquitari nell’organismo; ed ubiquitario è il messaggio, universale la risposta. Ormoni sessuali agiscono a livello fisico su varie strutture e funzioni, ed ecco lo sviluppo dei cosiddetti caratteri sessuali secondari, dal dato anatomico di conformazione e distribuzione di ossa, grasso e peli, al dato morfofunzionale del come ci si muove e del carattere vocale.
È questo il «fenotipo» sessuale (ciò che si appare) distinto come tale dal «genotipo» (la «creta» che si è); ma quanto ciò che appare è egli stesso un messaggio ulteriore, non più biochimico come l’ormone, ma come si potrà meglio vedere più avanti, di tipo culturale e psicosociale e cionondimeno evocatore egli stesso di stimoli e risposte?
Ormoni sessuali agiscono anche, come sostanze biochimiche, a livello delle stesse strutture cerebrali. Una serie molto ricca di sperimentazioni sull’animale (e, si badi, come tali non direttamente trasferibili in sede umana, ma pur sempre fonte di una qualche riflessione) ci dice sempre più come sia possibile una ipotesi di ricerca: il cervello ha una base biochimica sessualmente differenziata; certe strutture cerebrali, specie i centri somatico-vegetativi e non quelli più alti precognitivi o veramente cognitivi, hanno caratteristiche e ritmi diversi tra maschio e femmina. Del resto l’endocrinologia sempre più si sta trasformando in una neuroendocrinologia o in una psico-neuro-endocrinologia; oggi il terreno più aperto alla ricerca è quello dei «mediatori» neurochimici di varie risposte comportamentali, anche sessuali, come i fattori collegati col desiderio, con l’efficacia di risposta al ciclo orgasmico, eccetera.

IL LIVELLO NEUROLOGICO E CEREBRALE

L’orizzonte si è dunque inequivocabilmente allargato e con il livello neurologico e cerebrale della sessualità siamo di nuovo ad un cambio essenziale nei fattori che promuovono lo sviluppo di quello che abbiamo chiamato il programma. Poiché il cervello umano è veramente il substrato biologico dell’incontro fra «natura» e «cultura».

Uno sguardo al cammino percorso

Ma prima che ciò avvenga diamo un rapido sguardo di orizzonte al cammino già percorso pur nel solo ambito biologico della sessualità.
Abbiamo acquisito alcuni punti capitali. Li ricordiamo.
1. L’originalità genetica: il rimescolamento dei geni connesso con la riproduzione sessuale fa sì che ogni essere sessuato è, appunto a causa del suo legame con la modalità sessuale di riproduzione, un individuo praticamente unico, originale, irrepetibile.
2. La fondamentale identità che unisce l’uomo e la donna in quanto «specie umana»; (osso delle mie ossa e carne della mia carne, aveva già detto Adamo).
3. La radicalità pur tuttavia della differenza costitutiva maschio/femmina fin dalle pietre elementari da cui si svilupperà l’edificio sessualità.
4. Però una diversità non totale ma di tipo complementare perché sembra che il maschile sia necessario al divenire femminile, e viceversa, mentre anche la diversità anatomica altro non è che una asimmetria complementare.
5. La connessione per linee interne del nostro progetto: poiché ogni livello altro non è che la conseguenza logica e lo svilupppo di ciò che lo ha ontologicamente preceduto. Il progetto sessualità umana dunque, raggiunta la cerebralizzazione ha, in virtù della stessa condizione anatomofisiologica neurologica dell’uomo, raggiunto il punto di incontro tra «natura» e «cultura» della sessualità. La ricerca sessuologica negli ultimi decenni si è spesso domandata quanto il sentirsi e il vivere sessuati fosse «naturale», cioè costitutivo, genetico, biochimico, e quando invece fosse «culturale» cioè influenzato dalla storia, dalla società, psicologicamente acquisito e variabile. Oggi approfondiamo sempre di più le determinanti e finanche i condizionamenti di tipo biologico, eppure sappiamo anche che la sessualità umana è un linguaggio che si apprende e si sviluppa; è la riflessione circa la differenza fondamentale tra uomo ed animale, rispetto alla sessualità; è la riflessione sul ruolo diverso di fattori concorrenti quali istintualità, affettività, percezione, apprendimento, ragione, relazionalità, cultura, educazione.
La differenziazione tra sessualità animale e sessualità umana attraverso la «ragione»
I livelli biologici, fin qui considerati, non differenziano molto la sessualità animale da quella umana. Pure, il programma di crescita ontologica dell’uomo è molto diverso da quello di qualsiasi altro animale superiore. E tra i due, paradossalmente, sembra che sia l’animale a derogare di meno da un «programma», ad avere la strada più sicura e più facile. In effetti la crescita biologica dell’animale procede di pari passo alla acquisizione di moduli comportamentali grazie alla presenza di un sistema di guida di cui egli è dotato: il sistema degli istinti. Gli istinti dell’uomo sono invece, notoriamente, fallaci. Il cucciolo di animale ha una rapida evoluzione in animale adulto, senza età intermedie; il cucciolo di uomo ha un lungo apprendistato educativo per tutta la fanciullezza, l’adolescenza e così via. Il fatto è che nell’uomo è comparsa, a causa della sua maggiore strutturazione biologica, la possibilità per l’emergere di un sistema regolatore superiore a quello istintivo; è il sistema che noi chiamiamo «ragione». È qui che si situa il «passaggio di mano» del testimone nella corsa a staffetta della sessualità. Mentre l’animale vive e non sa perché, agisce e non sa cosa fa, l’uomo «sa»; l’uomo «riflette», ha coscienza di sé e di ciò che fa, delle proprie possibilità di volere e non volere, della propria sostanziale libertà; l’uomo si interroga e può scegliere, può perfino riconoscere i suoi condizionamenti e conflitti. Perciò egli non è strettamente obbligato da un sistema di istinti coercitivi ma avverte pur sempre la potente pulsione dell’istintualità; ha connaturate determinate «esigenze» (tra cui la sessualità) ma non ha «comportamenti» determinati.
Tutta la sessualità nell’animale è canalizzata dall’istinto. È allora facile anche la riflessione sulla sessualità. Quasi senza eccezioni ad esempio riproduzione e regolazione dell’accoppiamento maschio/femmina sono strettamente connessi fra loro; il cosiddetto «istinto di maternità», dove esiste, è in stretta connessione con le necessità biologiche della prole; e così via. La finalizzazione procreativa di tutta la sessualità animale è evidente.

Un esempio: la procreazione umana

Se ci domandiamo cosa sia la procreazione per l’uomo ci accorgiamo di tutta la ambiguità e l’incertezza che la «natura» (biologica) umana ha a questo proposito. Una natura che mette a disposizione di ogni donna non meno di 400 ovuli fecondabili (una possibilità «concreta», biologica, di circa 40 figli per donna); una natura che rende possibile e desiderabile l’unione fisica genitale in ogni tempo e in ogni fase della vita (quando il concepimento è possibile e quando no – la variazione di «libido» sembra essere molto relativa -; quando uomo e donna sono giovani e fertili e quando non lo sono più; e così via).
Oggi si parla molto di procreazione «responsabile». Il termine sembra del tutto pleonastico: ogni procreazione umana o è responsabile, cioè cosciente, frutto di scelte e riflessioni, o non è umana. L’alternativa alla responsabilità sono solo la sterilità da una parte (ed esistono tanto la sterilità fisica quanto una vera «sterilità del cuore»), e una prolificazione biologica dall’altra. Oggi dare e ricevere un figlio può essere ambivalente sotto molti aspetti; vi può essere una dissociazione tra sessualità e fecondità voluta ed artificialmente attuata, sia in senso contraccettivo che in ambito opposto come nella ricerca di una fecondazione «in vitro», del figlio a tutti i costi; vi può essere ad opera del figlio sia la dissociazione che l’ulteriore cementazione della stessa vita di coppia. Tutta la riflessione è complessa: cosa sia l’istintualità, cosa sia procreazione a livello umano, cosa sia natura biologica e cosa sia natura umana; ma la conclusione sembra univoca: tra animali ed uomo ogni parallelismo è possibile solo fino ad un certo punto oltre il quale è operante un essenziale salto di qualità. Se nell’animale la
sessualità è canalizzata dall’istinto, nell’uomo istinto e sessualità suppongono entrambi una canalizzazione di tipo superiore. È ciò che voleva esprimere il neurofisiologo Chauchard quando affermava che «il cervello è l’organo sessuale principale dell’uomo».

L’acquisizione della identità sessuale

In effetti salendo la scala zoologica man mano che perdono vigore i comportamenti istintivi si sviluppano sempre di più i comportamenti appresi. L’uomo in particolare è l’animale in cui il vero induttore «ulteriore» di sessualità è dato dall’apprendimento.
Noi siamo così abituati a sentirci uomo o donna che anche l’«identità» sessuale (cioè l’intima, profonda, non pensata né riflettuta convinzione di appartenere ad uno dei due sessi, il senso di unità di sé come maschio o femmina), ci sembra «connaturata» al nostro essere. E invece non è fatto «naturale» ma squisitamente «culturale». Questo sentimento di sé al maschile o al femminile e in accordo con la propria corporeità passa attraverso precocissimi meccanismi di interiorizzazione della propria immagine corporea, del proprio sé che è anche sessuato che ciascuno di noi ha compiuto nei primi anni di vita. Così come passa attraverso l’immagine di specchio che gli altri ci rimandano di noi stessi, ciò che loro dicono che noi siamo. E passa infine, attraverso processi di identificazione e di differenziazione da modelli; in primo luogo le figure sessuate parentali e poi via via tutti gli altri modelli secondari di adulti, coetanei, figure della società in genere, delle immagini e delle storie di racconti, libri, illustrazioni, trasmissioni di nozioni scolastiche e così via. Si comprende dunque cosa si intende quando si parla di «induttori» psicologici e psicosociali nella strutturazione della nostra sessualità. Come il programma possa o meno integrarsi in una totalità vissuta; poiché è certamente differente la condizione di chi nel processo di crescita può avere integrato nel «sé» anche la corporeità genitale e di chi tale integrazione non compie e, forse, vivrà la genitalità come un vissuto di separazione, come qualcosa che è «altro» da sé.

La strutturazione del ruolo sessuale

Ed accanto a questo processo di costruzione relativo alla propria «identità» sessuale, analoga strutturazione si compie per il «ruolo» sessuale che della identità è la faccia esteriore o sociale; é cioè tutto ciò che noi facciamo e diciamo per dire che siamo uomo o donna, l’insieme dei nostri comportamenti, attitudini, modi di agire che sono sessualmente caratterizzati e, per noi e gli altri, significativi di sessualità.
Ancora una volta allora scopriamo quanto di culturalmente indotto vi sia nella sessualità stessa pur nella banalità di atteggiamenti semplicissimi e quotidiani, dai nomi, al linguaggio, al modo di vestire, di giocare, di manifestare i propri sentimenti e come anche questo modo di strutturarsi della sessualità passi per messaggi molto precoci nella infanzia, a potenzialità prevalentemente emotiva e non razionale, a modalità di trasmissione non verbale più che esplicitata come «educazione» intenzionale chiaramente sessuale.

IL LIVELLO RELAZIONALE E SOCIALE

Abbiamo dunque parlato di volta in volta di «istinto», «apprendimento», «ragionamento», «sentimento» e costatiamo ancora il carattere di globalità e di complessità della sessualità umana. È, a questa totalità, cioè a questo livello ulteriore del programma che alcuni si riferiscono quando parlano del livello «relazionale» nel progetto umano della sessualità.
La situazione tipicamente umana è appunto la relazione. La situazione dell’uomo che si caratterizza in quanto «interlocutore» perché pur facendo parte del mondo può, in un certo senso, porsi fuori del mondo e dialogare, interrogarlo. È la situazione dell’uomo che si mette in rapporto con tutto ciò che è a lui circostante, ma anche con il mondo di sé e con il mondo delle idee. E la sessualità è, indubbiamente, uno dei modi di rapportarsi. Già fisicamente considerata la sessualità ci suggerisce l’idea del «rapporto»: non vi è altra anatomia di un apparato che sia come lei divisa in due modalità distinte ma singolarmente così adatte l’una all’altra, fino alla più idonea «compenetrazione». O forse vi è soltanto un’altra anatomia, anche lei divisa in due come la sessualità, ed è quella della proprietà del parlare/ascoltare; poiché la voce ha il suo significato vero soprattutto dall’altro da noi che ci ascolta.
La sessualità è dunque anche comunicazione, richiamo all’altro; ancora di più: è «bisogno» dell’altro, è negazione della solitudine. Se la solitudine è l’«io», l’uscita dalla solitudine non si compie nel «tu», che come tale può restare nella più completa incomunicabilità, ma nel «noi». Quello che conta allora non sono più e non sono solo le «persone», l’io il tu, l’uomo la donna, ma la «relazione», il rapporto.
Sessualità è giusto rapporto; giusto rapporto uomo/donna, giusto rapporto io/tu, giusto rapporto di me con il mio prossimo, gli altri, il mondo.
Nel noi accadono due cose: non la scomparsa, la negazione dell’io, dell’individuo, ma la «comparsa» di qualcosa che prima non c’era, una nuova «creatività» che si traduce anche letteralmente nell’introduzione di parola nuova, un nuovo plurale (e sessualità è creatività!); e la negazione dell’egoismo dell’io insieme all’egoismo del tu. La «novità creativa» della sessualità, il noi coppia, il noi società, si accompagna dunque all’eclissi degli egoismi; e il contrario dell’egoismo è l’amore.
È questa anche la multidimensionalità dell’amore sessuale che le categorie mentali e descrittive hanno di volta in volta ristretto ad eros, a philia, ad agape, ad amore fraterno o coniugale. Ma è evidente che il programma sessualità si allarga a varie vie e ad ipotesi personali diverse, proprio perché è «inventivo»; le proposte della sessualità a questo punto di arrivo-partenza possono riguardare l’individuo isolato, la coppia, la famiglia, la società nel suo insieme…, la sessualità in senso ampio e la genitalità agita…, il bambino, il giovane e il vecchio…

La dimensione «sociale»

Comunque se la sessualità è dialogo (non-monologo), se è comunicazione e relazione, qualunque sia la via scelta una delle parti integranti del programma sarà sempre il livello sociale.
È un livello, ancora una volta, di natura/cultura.
Natura: perché la stessa biologia della sessualità è così intimamente connessa con l’evento riproduzione, che si può anche definirla il primo fondamento di una «biologia della società».
Cultura: perché riconoscere l’implicazione sociale nella sessualità o negarla significa fare una scelta di fondo, quale abbiamo già visto emergere in altri tipi di lettura della sessualità umana. È la scelta tra la corresponsabilizzazione di tutti e la privatizzazione assoluta; tra l’istituzione e la regolamentazione della sessualità (qualunque esse siano) e l’amore «libero»; tra il riemergere a più alti livelli dell’egoismo o della solidarietà e fratellanza.

IL LIVELLO FILOSOFICO E RELIGIOSO

Inevitabilmente il programma sessualità ci interpella e ci interroga nel profondo; ci pone domande esistenziali; ci chiede scelte non più e non solo «biologiche» ma «filosofiche». Non per nulla le più alte pulsioni (eros e thanatos) e i più alti eventi (il nascere di nuove generazioni, ma anche il morire delle vecchie) si mescolano nel fatto sessuale. E ci chiediamo cosa significhi vivere, cosa significhi amare; e perché; e cosa sia l’uomo; ed io da dove vengo, dove vado, e cosa lascerò di me, qui.
Alcuni vorranno chiamare questo il livello filosofico od etico-filosofico della sessualità, perché indubbiamente la ricerca a cui ci sentiamo chiamati è anche una ricerca di valori e di significati. E se la riflessione ci conduce alla trascendenza dell’uomo, è logica la concatenazione fino al livello religioso.
Dunque non una sessualità che sia solo inquietudine, ma una sessualità che sia ricerca. Non si tratta soltanto di una sessualità «dinamica» (e considerare la sessualità in senso dinamico rappresentò già una specie di rivoluzione copernicana!) ma di un «muoversi verso…» cioè di dare un senso allo sviluppo del nostro «programma» fino ad incontrare il «progetto». Ricerca di valori, sviluppo verso significati, costruzione pensata e responsabile: è educazione alla sessualità. Che non è cosa «facoltativa» (farla, non farla; chi, come, quando, dove…), ma che come livello pedagogico è parte integrante del progetto stesso.

CONCLUSIONE: MODI RICCHI/POVERI DI INVENTARE LA SESSUALITÀ

Ci accorgiamo anche, però, che il concetto stesso di progetto ci pone nella condizione di non avere mai finito, di non essere mai giunti in fondo. Come tutti cerchiamo dei significati nella sessualità umana ed alcuni potremmo anche indicarli: la sessualità come «valore» della diversità, come energia costruttiva di fondazione e crescita della persona, come superamento dell’individualità perché creativa, generativa, relazionale e fondamento della società…
Ma ognuno non potrebbe aggiungere altri significati ancora?
In realtà il concetto di «progetto» sposta radicalmente anche l’angoscia sessuale, quell’ansia esistenziale che ci spinge alla ricerca ed alla definizione e catalogazione di ciò che è «buono» e ciò che non lo è, di ciò che è lecito, di ciò che è «normale» e ciò che è «abnorme» o deviante. È vero; le «deviazioni» dalla linea progettuale esistono; ad ogni livello, dalla semplice strutturazione biologica (cromosomica, genitale, ecc.) in su verso le meno «oggettivabili» deviazioni psicologiche, sociali, comportamentali. Il clinico tuttavia avverte spesso quanto ansiogena sia la carica che ci spinge a delimitare nettamente il normale e il deviante (ansiogena perché ognuno di noi ha necessità di sentirsi normale in un terreno così vitale come la sessualità!).
Il progetto, molto più umanamente, tende a non parlare in termini di normale/abnorme; li sostituisce piuttosto con «ricco» e «povero».
Forse ci sono sessualità più ricche, per condizioni piú favorevoli e per meriti maggiori (non dimentichiamo che ci costruiamo ma anche che siamo costruiti da altri!), in cui la globalità di sviluppo del programma è maggiore. E sessualità più povere con un programma più ristretto.
Ma ciò che conta è che ogni uomo in qualsiasi condizione e stato può provare a cercare e a realizzare il suo programma. La normalità nella sessualità allora non sarà più soltanto in ciò che devo fare, ma soprattutto in ciò che devo o posso diventare.