Gruppo Abele:

 una proposta  alternativa a un «problema»

 Documento base del gruppo

Le prime iniziative del «Gruppo Abele» di Torino si collocano intorno al 1967. L’impegno del Gruppo nasceva dalla volontà di condividere i problemi e le difficoltà di molti ragazzi cosiddetti «difficili», incontrati nella realtà sociale torinese. Erano i ragazzi di alcuni quartieri tra i più poveri della città: i quartieri «ghetto» dell’immigrazione.
L’impegno muoveva dalla consapevolezza che sarebbe stato un errore offrire risposte già costruite «a tavolino», o limitarsi a elaborare progetti sulla carta. Occorreva decidersi e condividere la realtà dell’emarginazione per poi ricercare insieme ai suoi protagonisti soluzioni adeguate.
Da questo il perché di «Abele»: il Gruppo si propose di capovolgere l’atteggiamento indifferente ed egoistico esemplificato, nella Bibbia, dalla figura di Caino, atteggiamento riscontrabile nella quasi totalità dei rapporti sociali. Sul finire degli anni ’60 hanno cittadinanza nel Gruppo idee e valori che proprio allora andavano affermandosi: la convinzione di non poter delegare ad altri la gestione dei problemi in cui si è coinvolti, la scelta di impegnarsi per avviarli a soluzione, il rifiuto del tecnicismo, della burocratizzazione e della schematizzazione astratta a favore di una disponibilità che crea e inventa soluzioni, la condanna delle istituzioni totali come espressioni statiche di una volontà emarginante, la ricerca e l’analisi delle cause di emarginazione come fondamento e traccia su cui sviluppare l’azione.

LA STORIA: UN’ESPERIENZA NEGLI ANNI

La storia del Gruppo ha un’evoluzione parallela all’evoluzione dei diversi fenomeni di emarginazione: delinquenza minorile, prostituzione, droga, alcoolismo, fughe. Le iniziative nascono per l’incalzare dei bisogni di cui sono portatori gli amici che nel corso degli anni si incontrano.

Le prime iniziative

All’inizio è il bisogno di aggregazione, di stare insieme, di fare qualcosa per uscire dal ghetto, che sentono i ragazzi dei quartieri-dormitorio nelle città che ha chiamato dal Sud centinaia di migliaia di persone senza offrire loro null’altro che un lavoro ed il miraggio di un facile riscatto sociale. E i giovanissimi molte volte trovano nella strada il luogo privilegiato della loro formazione alla vita. È dunque da lì che si deve partire, non certo dalla scuola, se si vuole avere un rapporto con quei ragazzi. E occorre parlare il linguaggio a loro più comprensibile di lealtà e che si fa sentire nei momenti di bisogno: ai ragazzi che finiscono in carcere (e sono molti) bisogna continuare ad essere vicini. Nasce così un rapporto diverso con l’istituzione. Il Gruppo ha la possibilità di «entrare» alla casa di rieducazione maschile Ferrante Aporti, nella sezione di custodia preventiva e nella casa di rieducazione femminile, il Buon Pastore.
Negli istituti si incontrano decine di ragazzi e ragazze, ognuno con una sua storia di vita originale, ma anche così simile a quella degli altri, fatta com’è di povertà materiale e culturale, di disperazione, di sfruttamento, di violenza. L’impegno al Ferrante Aporti, nato in maniera quasi casuale e spontanea, si trasforma intorno al 1971 in qualcosa di più strutturato. La disponibilità dell’allora direttore, l’aria di rinnovamento che sembra investire anche un’istituzione quale il carcere, fa sì che si giunga a stipulare una convenzione col Ministero di Grazia e Giustizia che permette al Gruppo di essere presente «a tempo pieno» fra i ragazzi detenuti. Oltre ad attenuare alcune difficoltà ambientali il Gruppo si prefigge di creare rapporti personali migliori fra i ragazzi, di valorizzarli, di instaurare maggiori contatti con l’esterno per combattere la «sub-cultura» interna, di allentare le tensioni dovute all’incertezza della situazione giuridica.
Si può realizzare ben poco di tutto questo. In realtà, in una struttura di quel tipo o ti rassegni, o vieni estromesso.
Il Gruppo, dopo circa un anno, decide di andare via, per coerenza. L’analisi di questa esperienza conduce ad una critica di fondo del sistema sociale. Le istituzioni totali (carceri minorili, case di rieducazione) appaiono come l’espressione ultima di questo modello di società: società che dopo aver creato le premesse del disadattamento, punisce ed emargina chi ne resta coinvolto.
Ma oltre ad un impegno politico di lotta alle cause dell’emarginazione e di trasformazione della società, rimane il problema di elaborare proposte di vita alternative alle soluzioni emarginanti «ufficiali» o anche solo all’abbandono e allo sfruttamento nelle bande della delinquenza o nei racket della prostituzione.
Il Gruppo punta molto sulla vita sportiva e sui suoi valori; per questo si creano squadre di calcio, di pallavolo, di atletica. In esse, la ricerca del risultato passa in secondo piano nei confronti della volontà di amicizia e solidarietà fra chi le compone, per lo più giovani abitanti dei quartieri marginali della periferia di Torino. Una alternativa a tutto ciò che rappresentano il Ferrante Aporti e il Buon Pastore sono le comunità-alloggio: esse costituiscono una concreta proposta di ambiente dove la dimensione personale è rispettata al massimo attraverso l’assunzione di responsabilità. La comunità-alloggio, pare come una delle possibili forme attraverso cui superare il ricorso agli istituti per tutti quei casi dei ragazzi o ragazze privi di appoggio familiare o bisognosi di uscire dall’ambiente che ne favorisce il disadattamento. Sorgono così tra il 1970 e il 1974 alcune comunità-alloggio sia maschili che femminili.
La loro funzione è duplice: rappresentare una concreta proposta di vita per i ragazzi che in esse vivono ed al tempo stesso essere modello e stimolo per gli Enti locali affinché comincino a sperimentare alternative alle istituzioni totali. Parallelamente alle comunità sorgono in quegli anni le prime attività di lavoro autogestite: un negozio di dischi, un laboratorio radiotecnico ed una pizzeria. Con la consapevolezza di non essere «isole felici» o risposte assistenziali, le proposte di lavoro presentano una riscoperta di alcune dimensioni del vivere: la possibilità di sperimentare un rapporto diretto e umano tra il lavoro, il prodotto e il profitto, rapporto caratterizzato dall’assunzione di responsabilità dei singoli e dalla loro partecipazione agli utili.

L’impatto con la droga

Intorno al 1972-73 si affianca alle manifestazioni di emarginazione di cui il Gruppo si interessa, il problema della droga. Anche in questo settore, è il contatto diretto con le situazioni e le difficoltà delle persone a far maturare la necessità di proporre e realizzare iniziative che, almeno in parte, sappiano farvi fronte. L’intervento che il Gruppo sviluppa in materia poggia su delle linee di fondo precise. In primo luogo occorre affrontare i problemi immediati delle persone che si presentano, pur nella convinzione che l’uso della droga tradisce la necessità di dare risposta ad un insieme di problemi personali e sociali che la società pone. Di qui la non accettazione della parola «recupero», ma il tentativo di ricerca comune di risposte alternative ai problemi in un rapporto interpersonale privo di atteggiamenti paternalistici. In secondo luogo è necessario condurre un’azione di provocazione nei confronti delle forze sociali e politiche e di denuncia della mancanza, in questo campo, di valide strutture.
Infine è indispensabile procedere ad un’ampia opera di sensibilizzazione e chiarificazione presso l’opinione pubblica per informare e per eliminare pregiudizi, impregnati di perbenismo ed assenteismo.
Concretamente, nel biennio 1973-75 il Gruppo tiene aperto un Centro-Droga, «sulla strada, 24 ore su 24». Il Centro riassume le funzioni, di aiuto specialistico, luogo di incontro, servizio sociale. Bisogna tenere presente che in quel momento era in vigore la legge sugli stupefacenti del 1954. Alle esigenze dei tossicomani, la normativa rispondeva con il carcere e l’ospedale psichiatrico. Una situazione insostenibile, per denunciare la quale il gruppo organizza uno sciopero della fame in P.za Solferino dal 28 giugno all’l 1 luglio del ’75. Suo obiettivo: sollecitare l’approvazione di una nuova legge in materia di stupefacenti. La manifestazione, cui si affiancano altre iniziative di gruppi e forze politiche, si conclude con l’incontro di una nostra delegazione con il Ministro di Grazia e Giustizia e quello della Sanità e con la partecipazione ai lavori delle commissioni parlamentari.
Nel giugno ’76, a sei mesi dall’entrata in vigore della legge 685 che indica precisi doveri d’assunzione di responsabilità da parte degli Enti locali, si decide la chiusura del Centro droga. Ciò significa che il Gruppo ritiene esaurita la sua funzione di «supplenza», ed intende concentrare le forze in interventi più difficilmente gestibili da parte degli Enti locali, quali le comunità.
Anche per il problema droga la proposta comunitaria era apparsa come uno dei possibili strumenti da attuare. Erano nate così la comunità di Murisengo nel ’74 e quella di Rivalta nel ’75.
Nello stesso tempo il Gruppo è chiamato a fornire il proprio contributo di esperienza nell’elaborazione delle linee di intervento della Regione e del Comune di Torino in materia di droga.
Oltre a queste attività, grossa importanza hanno avuto e tuttora hanno, le battaglie svolte dal Gruppo a livello politico: dalle manifestazioni per l’abolizione degli istituti di rieducazione ed il trasferimento delle competenze in materia rieducativa agli Enti locali, allo sciopero della fame per sollecitare l’approvazione di una nuova legge sulla droga; dalla manifestazione contro i pericoli di modifica in senso repressivo della riforma penitenziaria alle proposte di legge di iniziativa popolare per la riforma dell’assistenza, per la creazione delle Unità Locali dei Servizi e, più recentemente, per la legalizzazione dell’eroina e la costituzione di servizi per le tossicodipendenze. In quest’ambito si colloca l’inipegno, al fianco di altre forze sociali, per l’apertura di servizi alternativi agli Istituti, sfociato nella delibera del Comune di Torino del luglio 1976 che prevede la creazione di comunità alloggio e riconosce l’importanza del volontariato nell’affidamento familiare. Dal 1979, inoltre il Gruppo inizia ad affrontare il tema della condizione omosessuale e transessuale, offrendo appoggio a quanti intendono trovare momenti di confronto, uscire dalla situazione di emarginazione e di isolamento che tale condizione spesso comporta, elaborare iniziative di lotta.
Infine la storia del Gruppo vede anche crescere la consapevolezza dell’importanza di una seria proposta culturale che, attraverso lo studio e l’approfondimento, anche teorico, dei problemi, sia strumento di formazione, di provocazione e stimolo. A questo scopo, oltre alla costante presenza a dibattiti e incontri, soprattutto nei quartieri e nelle scuole, viene creato nel ’75 un Centro di documentazione e si dà il via nel 1978 all’esperienza della Università della strada.

LA PROPOSTA DEL GRUPPO

Attualmente la proposta del Gruppo si articola su tre livelli: sociale, culturale, politico. Essi rappresentano altrettanti ambiti nei quali si situano le diverse iniziative concrete.
Tuttavia, se nell’esporre i principi e le caratteristiche delle varie attività può essere utile tenere distinti i livelli, è necessario sottolineare che le tre dimensioni non sono affatto separate: ogni iniziativa nel sociale vuole infatti essere sempre anche proposta culturale e politica, così come ogni iniziativa culturale tende a modificare rapporti sociali, ed è informata dalla più ampia dimensione politica.
In questa non separatezza il Gruppo ritiene di poter costituire una proposta che in quanto iniziativa di volontariato, non rinuncia ad un ruolo di provocazione costruttiva, appiattendosi in una semplice riproposizione di servizi privati, ma, d’altro lato, rifiuta con i fatti la pura e semplice denuncia verbale, l’astrattezza dell’alternativa studiata e proposta «a tavolino» senza confronto con la realtà.
L’esposizione che segue vuole illustrare le caratteristiche delle attività del Gruppo così come si configurano attualmente, nonché gli obiettivi che, pur con molti limiti e difficoltà, esse perseguono.

Proposta sociale

In questo ambito le attività del Gruppo si propongono di rispondere in modo concreto ad un insieme di bisogni diversi di persone che vivono situazioni di emarginazione o di fatica. Sono bisogni spesso complessivi, che non trovano ancora o non completamente risposta nell’ambito delle strutture pubbliche.
Per certi versi tali iniziative possono configurarsi come «servizi», tuttavia si sforzano di non perdere il loro carattere di alternativa, la loro capacità di adeguarsi continuamente alla realtà dei fatti ed al suo mutare. Proprio in tal senso si sforzano di evitare il rischio di istituzionalizzarsi, di trasformarsi in puri e semplici servizi concorrenti a quelli pubblici.

La sede

La sede rappresenta l’unico punto di riferimento apertamente «etichettato» per chi voglia entrare in contatto con il Gruppo stesso. La sua funzione, oltre che di coordinare le varie attività del Gruppo, è anche quella di rispondere alle molte richieste che provengono da persone in difficoltà. Si tratta il più delle volte di cercare insieme a loro le possibili risposte ai molti bisogni aiutandoli ad utilizzare correttamente i servizi sociali esistenti sul territorio; intervenendo in maniera immediata di fronte ad esigenze gravi ed urgenti, senza la rigidità e lo schematismo delle strutture burocratiche. Il rapporto con i servizi pubblici avviene dunque a doppio senso: da un lato come riferimento per il Gruppo al fine di favorire la possibilità di un loro utilizzo da parte di chi ad esso si rivolge; dall’altro per la frequente richiesta da parte dei servizi territoriali di risposte ai bisogni quali l’inserimento in comunità, l’affidamento di minori, l’inserimento lavorativo.

Le comunità

Si è già detto di come sono nati i diversi tipi di comunità: esse cercano di costituirsi come risposta a situazioni di abbandono, alternativa all’istituzionalizzazione, proposta di una possibilità di vita fatta di condivisione, ricerca comune di un modo diverso di porsi all’interno del contesto sociale.
Non si tratta quindi di una soluzione tecnica, «terapeutica» nel senso stretto del termine, quanto di una proposta che vede coinvolti in situazioni di parità, individui con esperienze di vita diverse ma che insieme tentano di scoprire i bisogni comuni di appropriarsi di uno stesso linguaggio, di essere presenza critica nella realtà sociale. Non si tratta neppure di isole felici, separate dalla realtà sociale, tendenti a proteggere «gli ospiti» dalle contraddizioni e dalle difficoltà presenti nella società. Seppure per alcune situazioni un momento di distacco può rappresentare la condizione essenziale per riappropriarsi di una propria dimensione personale troppo fortemente condizionata da certi fattori esterni, tuttavia lo sforzo delle comunità non può che essere quello di permettere un inserimento attivo e critico nella realtà.
Concretamente le comunità del Gruppo sono oggi diversificate secondo alcune caratteristiche relative alle persone ospitate, alla struttura ed al tipo di attività in esse presenti.
Troviamo così comunità per minori o comunque per giovani provenienti da difficili situazioni familiari e/o ambientali spesso affidati alla comunità dai servizi sociali territoriali o su segnalazione del Tribunale dei Minorenni. Di solito i membri della comunità svolgono un’attività esterna (di studio o di lavoro) e ricercano attivamente l’inserimento nella realtà sociale in cui sono a contatto. Altre due comunità, nate per rispondere ai bisogni di amici tossicodipendenti, presentano caratteristiche di comunità agricola dove anche l’attività lavorativa si colloca quasi per intero all’interno della comunità stessa. Esse rappresentano per molte persone un’occasione di pausa, uno strumento per riappropriarsi della propria esistenza.
La comunità diventa in tal modo una delle possibili risorse a disposizione dell’individuo, non certo «la soluzione».
Una struttura di comunità d’altra parte si caratterizza in maniera differenziata da altre strutture istituzionali in quanto ha la capacità di adattarsi continuamente alle esigenze di chi ne fa parte. Ciò non significa che all’interno della comunità non esistano regole da rispettare, bensì che esse vengono stabilite dalla comunità stessa, sono modificabili, presuppongono sempre la libera scelta degli individui. Chi vi si inserisce non è quindi «paziente» della comunità, bensì soggetto di una realtà e di una vita comunitaria da costruire.
Esiste infine un altro tipo di struttura comunitaria, che sarebbe più corretto definire come nucleo di convivenza, in cui vivono persone, spesso passate attraverso l’esperienza delle altre comunità, che hanno raggiunto un grado di autonomia più o meno marcato, ma mantengono legami di solidarietà, vivendo insieme.
Per tutte le comunità è comunque indispensabile porsi l’obiettivo di fare in modo che chi vi giunge sappia pervenire all’autonomia, sia in grado cioè di operare scelte di vita originali e di realizzarle. In caso contrario la comunità rischia per tutti di diventare un ghetto, o meglio un’oasi di tranquillità, da cui risulterà difficile il distacco, per andare a misurarsi con la vita reale e con le sue contraddizioni. Con la realtà al contrario è necessario scontrarsi senza fughe: la comunità non è altro che un mezzo per imparare a farlo.
La validità di comunità poste fuori dall’ambiente di provenienza degli ospiti va quindi misurata sulla base della loro capacità di inserirsi nella realtà locale in cui sono situate, di instaurare legami alternativi con la realtà sociale di provenienza oppure con l’ambito nuovo in cui l’individuo cercherà una soluzione di vita autonoma e definitiva.

Le botteghe artigianali

Come negli anni precedenti il Gruppo ha condotto iniziative di lavoro autogestite (negozio di dischi, laboratorio di radiotecnica, pizzeria), così oggi ripropone alcune esperienze di lavoro caratterizzate dalla ricerca di produttività non disgiunta da una effettiva responsabilizzazione di chi vi partecipa e dalla possibilità di una occupazione in cui vi sia spazio per la creatività e l’interesse a ciò che si produce. Sono così nati il laboratorio e la bottega di giochi educativi e la bottega di prodotti artigianali diversi (lavorazione del cuoio, ceramica, miniature, ecc.). Ad alcune di queste attività sono interessate anche persone che vivono nelle comunità. Non si tratta anche qui di lavoro «terapeutico», né tanto meno di «laboratori protetti», bensì di tentativi per offrire uno spazio di lavoro diverso che tuttavia sappia misurarsi con le esigenze «reali» di produzione e di vendita. Solo così infatti sembra sia possibile conciliare l’attenzione delle persone con l’esigenza di non emarginarle ulteriormente.
Le attività di lavoro del Gruppo si propongono alcune qualità: realizzare una maniera diversa di lavorare; affermare il valore del lavoro come modo di espressione e di realizzazione personale, formare «un’abitudine» al lavoro, rifiutando però una mentalità del lavoro che vede le persone adattarsi passivamente, affermare la validità della condivisione delle responsabilità in un impegno qualificato.
All’affermazione di questi valori ed al raggiungimento di questi obiettivi immediati si deve affiancare l’impegno per renderli proponibili in forma più ampia. Siamo infatti convinti che il Gruppo non sia chiamato a ripetere e a moltiplicare queste esperienze per rispondere alle esigenze di tutti, ma debba impegnarsi per dimostrare che è possibile realizzare, ad un livello più vasto, strutture simili, iniziative che presentino le stesse caratteristiche di attenzione alle persone. E questo il senso del loro essere proposta politica.

Il progetto di formazione professionale

Negli ultimi tempi è andata maturando la consapevolezza dell’importanza di offrire, a persone segnate da esperienze di emarginazione, strumenti ed occasioni di formazione professionale al fine di stimolare un processo di crescita autonoma. L’occasione è data dalla partecipazione del Gruppo ad un progetto del Fondo Sociale Europeo, avente come finalità la formazione professionale e l’inserimento lavorativo nei settori dell’artigianato e dell’agricoltura, da realizzarsi prioritariamente attraverso la costituzione di cooperative.
È un’occasione di sperimentazione, condotta in termini non assistenzialistici, con la preoccupazione costante di farne uno strumento riproducibile da parte degli Enti Locali.
Il momento formativo è caratterizzato da un’attenzione al metodo di apprendimento, che parte dalla pratica e vuole confrontarsi fin dall’inizio con i problemi reali del contesto sociale ed economico in cui si colloca.

Proposta culturale

La proposta culturale del Gruppo deriva da esigenze diverse: comunicare le proprie esperienze ed al tempo stesso lavorare ad un’opera di chiarificazione capace di eliminare i pregiudizi che ancora circondano i fenomeni di cui il Gruppo si occupa. C’è in questo la consapevolezza che la cultura sui problemi dell’emarginazione è ancora troppe volte o accademica o tecnicistica. È soprattutto l’esperienza di molti amici, nel loro impatto con operatori sociali impreparati o distaccati, che ha fatto maturare nel Gruppo la volontà di offrire, anche su questo terreno, un servizio diverso, frutto di esperienza e di riflessione non solo teorica. Pensiamo infatti che è possibile una cultura alternativa, diversa sia da quella dominante, che continua inesorabilmente ad emarginare, sia da quella che, pur proclamandosi in opposizione alla prima, troppe volte è priva di una credibilità fondata sul rapporto quotidiano con la realtà.
È al tempo stesso una proposta che, attraverso la sensibilizzazione e la controinformazione, mira a creare in tutta la gente una coscienza di partecipazione, di non delega, di coinvolgimento anche personale nelle vicende della società.

Università della strada

Il Gruppo ha così chiamato l’iniziativa realizzata a partire dall’ottobre 1978 con lo scopo di offrire una nuova occasione di formazione sui temi del disadattamento e dell’emarginazione giovanile, attraverso un metodo che sappia far emergere problemi e soluzioni dal confronto con la base, con chi ha vissuto in prima persona esperienze di esclusione.
Si intende così ribaltare il solito modo di gestire la formazione sui problemi sociali, affidando il ruolo di «docenti» agli stessi amici che da semplici «utenti» di un servizio, diventano protagonisti di una ricerca comune di cause sociali e individuali, di rimedi a livello istituzionale e non, di corretti atteggiamenti nei rapporti tra le persone.
I metodi di insegnamento e di apprendimento sono conformi agli scopi che ci si propone. Soprattutto si ricerca il confronto tra le analisi teoriche e la realtà vissuta giorno per giorno, sia da parte degli «amici» protagonisti che da parte di chi opera in queste situazioni.
Viene privilegiato il momento del lavoro di gruppo, della ricerca collettiva, dello scambio di esperienze.
Non mancano tuttavia occasioni di incontro con alcuni «esperti» capaci soprattutto di trasmettere ai partecipanti alcuni strumenti di analisi e di lavoro utilizzabili nel momento dell’impegno concreto. L’Università della strada ha la sua sede presso la Comunità Agricola di S. Candido – Murisengo (AL).
In concreto si tratta di corsi residenziali cui può partecipare chiunque voglia operare un approfondimento serio dei problemi ed interrogarsi sulle più adeguate risposte a livello personale e sociale. Vi partecipano sia operatori volontari che dipendenti da enti pubblici. L’Università della strada vuole essere un laboratorio di ricerca. Questo significa:
– rifiuto della scuola tradizionale per fare spazio ad un metodo in cui il confronto con la base, sia dal punto di vista dell’analisi dei problemi che da quello della ricerca di soluzioni, sia costante;
– rifiuto delle ricette e delle soluzioni precostituite e soprattutto rifiuto del compito di fornirle poiché si ritiene che solo nel quotidiano lavoro e impegno nella realtà si possano trovare soluzioni adeguate ai diversi problemi;
– importanza dello scambio di esperienze come fonte di stimolo a concretizzare, nelle diverse realtà, proposte e soluzioni non improvvisate;
– verifica della capacità dei singoli di porsi in rapporto con gli altri e ricerca di ciò- che ostacola questo rapporto, nella convinzione che operare nel sociale significa innanzitutto operare scelte personali e acquisire uno «stile» adeguato.

Centro di documentazione, studi e ricerche

Da sempre il Gruppo accanto alle diverse iniziative ha attribuito importanza rilevante alla raccolta di una vasta documentazione sulla realtà giovanile e i fenomeni del disadattamento. Lo scopo del centro di documentazione è principalmente quello di fornire gli strumenti per una adeguata formazione dei membri del Gruppo e di costituire un punto di riferimento per altre persone interessate, in particolare insegnanti, studenti, operatori sociali.
Il centro raccoglie libri, riviste, quotidiani, documenti, tesi, ricerche e vuole caratterizzarsi sempre di più come servizio pubblico, aperto cioè alle esigenze e alle richieste di tutti coloro che sono interessati ai problemi, in particolare educatori, operatori socio-sanitari, forze sociali, politiche, sindacali. Questa caratteristica è favorita dalla collocazione del centro sulla «strada», in una bottega dell’informazione in cui è possibile anche l’acquisto di libri e pubblicazioni. Il centro si propone inoltre l’elaborazione in proprio di ricerche: si tratta cioè di predisporre piste di approfondimento selezionando il materiale a seconda dei destinatari, e di riprodurre contributi particolarmente significativi, di pubblicare quanto si elabora all’interno del Gruppo e della Università della strada.
Opera di denuncia e di sensibilizzazione
Notevole è l’impegno del Gruppo nell’attività di sensibilizzazione, di denuncia, di informazione attraverso incontri, dibattiti, conferenze. Tale impegno nasce dalla convinzione che è possibile portare un contributo per la creazione di una mentalità diversa e di un diverso modo di affrontare i problemi sociali.
Tutto ciò senza la presunzione di fornire certezze o soluzioni, bensì con un atteggiamento di ricerca che deve coinvolgere, in un ripensamento adeguato alle diverse realtà locali, tutte le componenti sociali.
Questo lavoro nel corso degli anni ha fatto sì che in diverse località in Italia siano sorte iniziative analoghe alle nostre, con cui costante è lo scambio di esperienza e di confronto.

Proposta politica

È evidente che tutte le attività del Gruppo costituiscono momenti di un impegno politico (inteso nell’accezione più ampia del termine) che mira ad un profondo mutamento della realtà sociale, ad un ribaltamento delle logiche dominanti del profitto, dell’esclusione, dello sfruttamento, tipiche del nostro sistema economico.
La lotta alle cause dell’emarginazione passa secondo noi attraverso l’eliminazione delle attuali discriminazioni di classe, degli squilibri economici, sociali e territoriali. Fondamentale infatti appare l’esigenza di costruire una società profondamente diversa in grado di individuare, progettare e realizzare le condizioni per una vita autentica e soddisfacente sia nell’attuazione del lavoro sia nell’utilizzo del tempo libero. Un tale progetto di alternativa deve necessariamente passare attraverso scelte che non siano scelte di potere di pochi ma garantiscano a tutti la possibilità di partecipare alla progettazione della qualità della vita. In concreto ciò significa innanzitutto lavorare affinché siano sviluppati i servizi soprattutto di natura preventiva in ogni realtà sociale.
L’impegno politico si attua, come per il passato, anche attraverso iniziative che, sollecitate da situazioni contingenti, tendono a modificare leggi o a far rispettare diritti acquisiti.
Il Gruppo tuttavia crede di non dover porsi semplicemente come gruppo di difesa dei diritti civili, bensì come forza sociale che persegue un progetto globale di trasformazione e di lotta alle cause dell’emarginazione.
In questo lavoro «politico» il Gruppo riafferma la sua identità di «Gruppo»: ciò significa che la partecipazione ad esso si fonda sull’impegno concreto e sulle scelte di vita dei singoli nel condividere situazioni di emarginazione, piuttosto che sull’accettazione di una ideologia o di una linea politica in senso stretto. Per questo vengono affermati all’interno del Gruppo i valori del dialogo e del confronto fra posizioni diverse purché coerenti.
Il Gruppo intende collaborare con forze politiche e sociali diverse, quando queste operino scelte precise di lotta all’emarginazione e alle sue cause.
Nell’attuale momento la maggioranza del Gruppo riconosce nelle forze di sinistra contenuti politici e scelte di fondo che si pongono maggiormente nella linea di un reale superamento dell’emarginazione sociale. Ciò non significa, in ogni caso, che il Gruppo intenda legarsi a singole forze o partiti politici, per non perdere la propria identità ed autonomia critica.
La posizione nei confronti di tali forze è quindi caratterizzata dall’impegno ad apportare contributi derivanti dalle proprie esperienze concrete, affinché si realizzi il progetto di servizi sociali aperti, aderenti ai bisogni della gente, non settoriali e non emarginanti.
Nell’ambito dei contatti con forze sociali diverse, il Gruppo è membro della Consulta Giovanile del Comune di Torino, del Coordinamento Sanità e Assistenza (CSA) tra i movimenti di base torinesi, del Coordinamento Nazionale Operatori Tossicodipendenze.

GRUPPO, VOLONTARIATO E ISTITUZIONI

Il Gruppo considera l’impegno di volontariato come espressione organizzata della partecipazione dei cittadini ai problemi sociali e politici della realtà locale. Tale partecipazione si esplica attraverso la gestione diretta di alcuni servizi o la promozione di iniziative che rispondono a bisogni della collettività o di alcune categorie di persone.
In tale definizione emerge l’indissolubilità dei termini volontariato e presenza attiva ed attenta ai problemi del territorio.
Per il Gruppo quindi l’impegno di volontariato si traduce in volontà di inserirsi non senza senso critico, ma neppure con spirito di contrapposizione preconcetta verso tutto ciò che è «istituzionale», nel contesto della vita democratica del territorio e nell’ambito dei servizi che in esso si stanno costruendo.
Non ci pare pertanto corretta la presenza di forme di volontariato che accettano o pretendono «deleghe» di alcun tipo da parte delle istituzioni, poiché verrebbero a riprodursi logiche di privatizzazione dei servizi, con rischi di speculazioni e di chiusure istituzionali.
A tempo stesso il Gruppo rifiuta la logica di servizi permeati di paternalismo, preoccupati solamente di assistere e riparare danni già prodottisi, servizi nei quali sono assenti coscienza critica e autentica preoccupazione per l’uomo reale. È, al contrario, compito del volontariato essere mezzo di coagulo della partecipazione, di sensibilizzazione all’indispensabile crescita comunitaria, di pressione perché i servizi siano sempre più umanizzati.
Il volontariato trova la sua collocazione soprattutto in quelli che si possono definire spazi di frontiera, anticipando e sperimentando soluzioni e modalità operative, proponendone le linee agli Enti Locali, favorendo così una crescita anche culturale della comunità.
Questa presenza anticipatrice si concretizza nello sforzo di offrire risposte non generiche e non improvvisate. Al tempo stesso è una presenza che fa proprio il senso del provvisorio, ha cioè il coraggio di cambiare, di non ancorarsi a concezioni e a pratiche sorpassate, di modificarsi continuamente a seconda delle esigenze e dei bisogni delle persone.

STILE DELLL’IMPEGNO E LA SCELTA DI FEDE

Il Gruppo ritiene importante perseguire uno stile di vita basato sulla scelta di semplicità ed essenzialità.
Il tentativo è quello di vivere una povertà intesa come condivisione di ciò che si ha e si è con tutti, cercando la semplicità nel linguaggio e negli atteggiamenti. Povertà significa anche ricerca continua, conoscenza dei limiti del proprio operato per non fermarsi a certezze che sembrano definitive.
Sono essenziali nell’impegno il rifiuto del paternalismo, del pietismo, dell’autoritarismo.
È fondamentale la scelta della chiarezza nei rapporti personali, il non considerare l’impegno del Gruppo come momento staccato della propria vita. Spesso dell’impegno del Gruppo sono state date immagini distorte o ambigue, cercando di definirlo con «etichette» di vario genere. È un rischio che affronta chiunque agisce.
Il Gruppo, del resto, ha scelto di compromettersi, di non stare alla finestra, di non curare tanto la propria immagine, quanto piuttosto di essere strumento di trasformazione, anche se a volte contraddittorio, all’interno della realtà. L’impegno del Gruppo è nato da una matrice cristiana. Oggi esso vede la collaborazione di credenti e non credenti, impegnati, nel segno di una comune fede nell’uomo, a lottare, nel concreto della propria esistenza, contro tutto ciò che nega l’uomo, ricercando insieme un cammino di liberazione, per «far strada ai poveri senza farsi strada».
A tutti il Gruppo chiede la coerenza nelle proprie scelte, il rispetto reciproco, la capacità di dialogo e di ascolto.
Il Gruppo ritiene che la collaborazione tra credenti e non credenti sia un valore ed una ricchezza irrinunciabili: per questo rifiuta di essere considerato un gruppo «confessionale», ma vuole evidenziare la molteplicità delle scelte dei suoi componenti.
C’è spazio, all’interno del Gruppo, per momenti comuni di riflessione e di preghiera per riverificare e rinnovare, alla luce dei valori evangelici, le proprie scelte di vita e di impegno.
Inoltre vi sono nel Gruppo persone che partecipano agli incontri che periodicamente si tengono a livello diocesano tra movimenti e gruppi che vivono, in modi diversi, un impegno cristiano.

STRUTTURA DEL GRUPPO

Il Gruppo è composto di circa 150 volontari, di cui una cinquantina lavorano a tempo pieno; l’estrazione sociale e l’età delle persone sono eterogenee. Fra le persone impegnate vi sono ormai da sette anni vari obiettori di coscienza in servizio civile. Il Gruppo offre loro la possibilità di un impegno concreto che si configuri con delle caratteristiche di lotta a ogni forma di emarginazione che oltrepassano il semplice obbligo del dovere civile di servizio alternativo a quello militare.
Infatti, coerentemente con il rifiuto di una logica di violenza e sopraffazione, il lavoro nelle comunità e nelle varie attività del Gruppo presuppone adesione a una scelta di non violenza, di rispetto delle persone e della loro storia, di collaborazione e condivisione.
Su questa realtà concreta di impegno matura in alcuni la scelta di prolungare, oltre i termini di tempo previsti dalla legge, la condivisione di vita, perché sia stimolo a un nuovo progetto di uomo e di società.
La necessità di un minimo di struttura organizzativa all’interno del Gruppo è nata da molteplici esigenze: il numero dei componenti, l’esistenza di iniziative diverse, la volontà di non improvvisare, il bisogno di garantire una continuità d’intervento, il non sprecare denaro ed energie, il voler vivere compiutamente uno stile comune di impegno, ecc.
Per realizzare tutto questo il Gruppo si è suddiviso in piccole équipes di lavoro, relative ad ogni attività, con dei momenti di confronto e decisionali dei vari rappresentanti delle singole équipes.
Tutto il Gruppo ha più occasioni per ritrovarsi insieme: incontri di discussione-informazione e di amicizia, incontri su problemi e scelte di fondo (che si tengono regolarmente, in forma assembleare), incontri di più giorni di approfondimento di temi specifici, di verifica e di programmazione delle varie attività.
Ai fini dell’impegno del Gruppo non è richiesta una preparazione professionale specifica, ma una formazione personale a livello di capacità di instaurare positivi rapporti con gli altri ed una conoscenza il più possibile approfondita dei problemi dell’emarginazione.
Coloro che hanno particolari competenze professionali (magistrati, giornalisti, sindacalisti, medici…) danno un contributo importante non solo a livello personale ma anche in vari gruppi di lavoro e studio. Il Gruppo cerca comunque di rifiutare al suo interno la distinzione, come segno di importanza maggiore, tra lavoro intellettuale e quello manuale.
In ogni attività ed in ogni momento di vita di Gruppo, anche quelli organizzativi, si tende a privilegiare la partecipazione di persone che abbiano vissuto loro stesse situazioni di emarginazione.

PERCHÉ QUESTO DOCUMENTO

Questo documento non è che una delle nostre tappe di ripensamento: molte l’hanno preceduta e altre si renderanno necessarie, nell’atteggiamento di provvisorietà che caratterizza il Gruppo.
È indubbio infatti che le motivazioni dovranno essere approfondite e chiarite meglio; con ciò non pensiamo di rinnegare lo spirito di partenza. Anzi, crediamo che si sarebbe dimostrato sterile e poco convincente un atteggiamento di fondo che non si fosse rinnovato e che non fosse oggi disponibile a fare altrettanto. Ciò dal momento che riteniamo caratteristica fondamentale di questo atteggiamento il senso del provvisorio, la volontà di mettersi sempre in discussione, di ricercare sempre soluzioni nuove e migliori, senza presunzioni di possesso della verità.
Questo documento è diretto a chiunque condivida anche in parte le nostre idee. Il suo contributo renderà noi e lui meno irresponsabili di fronte ai problemi di tutti.

Gruppo Abele
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