I giovani prendono coscienza

La riflessione e la criticità meditata, che era il denominatore comune delle persone mature e di esperienza, ora sta caratterizzando fortemente i giovani. Almeno i più disponibili: e non sono solo una sparuta minoranza.
La cronaca presenta con frequenza documenti significativi, ricchi di analisi acute e coraggiose, un po’ in tutti i settori.
Ma troppo spesso, noi adulti, che possediamo le leve dell’informazione, li banalizziamo, relegandoli nel fascio degli entusiasmi destinati a franare, sotto il peso della vita; o, peggio, sottolineiamo unicamente le espressioni inevitabilmente esasperate, quelle erronee e ingiuste, per coprirli dell’etichetta della nostra sufficienza, o per strumentalizzarli alle nostre manovre di potere.
Sarebbe più saggio e più realistico – almeno da parte di chi ha scelto la missione di educare – farsene attenti e disponibili ascoltatori. Quelle parole, talvolta ricercate, «cattive», non sufficientemente «diplomatiche», sono la voce della realtà, di una vita che batte dentro, con foga. Sono l’espressione sincera dell’ambiente concreto in cui siamo chiamati ad operare. Nei risvolti amari, ripetono il nostro tentativo urtante di spostare problemi e urgenze, che non si vuole risolvere.
Sono, prima di ogni valutazione, un «dato di fatto».
Possiamo – e dobbiamo – non accettare tutto, in blocco. Ma non ci è lecito chiedere – o costringere – il silenzio, perché magari si mina il nostro seggio di tranquillo perbenismo.
Dovremmo dire grazie, a chi ci parla così: anche se ci dice cose brucianti, accuse pesanti, che rovesciano una vita, donata agli altri senza risparmio. Chi dialoga con noi, lo fa il più delle volte perché ci stima e ci ama. E dovremmo, eventualmente, rendere più realiste le pretese impossibili, far toccare con mano le intemperanze e le immancabili presunzioni, gli errori teorici e quelli pratici, il dogmatismo, integrista al pari di quello contestato. Con umiltà e disponibilità: con amore. Questo è il dialogo.
* * *
I documenti che presentiamo ora, sono molto rispettosi e interessanti: le parole d’introduzione, per loro, rimangono… sciupate. Questi testi provengono da due incontri giovanili, lontani nel tempo e nelle intenzioni (eppure molto vicini nello spirito): un convegno di leaders di gruppi che operano all’interno di istituti di educazione (i primi due interventi sono un estratto dei loro verbali); ed un raduno di gruppi cattolici, istituzionali e spontanei, promosso dalla Diocesi di Torino (il terzo intervento è una delle 5 mozioni finali).

 

LA CONTESTAZIONE GIOVANILE

La nostra contestazione

1) Vogliamo liberare la nostra contestazione da ogni forma
a) di mitizzazione;
b) di strumentalizzazione da parte di gruppi e di titolari del potere;
c) di elitarismo aristocratico di destra o di sinistra.
2) Intendiamo finalizzare la nostra contestazione ad un impegno positivo, costruttivo, che valorizzi i contributi di tutte le generazioni e di tutte le esperienze.
3) Siamo persuasi che ogni rivoluzione strutturale, per non risultare puramente formale ed essere funzionale, deve essere costantemente sostenuta da una profonda rivoluzione culturale, che consenta in ogni momento il superamento dell’egoismo, dell’accidia, della viltà.
4) Nella nostra contestazione non intendiamo scendere a compromessi sui lini; riteniamo possibili compromessi provvisori sui tempi, sui mezzi, sulle forme.
5) La nostra azione vuole essere rivoluzionaria non violenta; anche il momento dialettico dello sciopero, della presa di posizione, intende ispirarsi al principio personalistico.

La scuola e le sue componenti

1) Alla scuola sono cointeressate le seguenti componenti:
a) il soggetto educando;
b) le famiglie;
c) gli insegnanti, gli educatori e le autorità scolastiche;
d) le categorie professionali;
e) lo stato-apparato.
2) Le singole componenti devono essere adeguatamente corresponsabilizzate.

♦ A LIVELLO DI SOGGETTO-EDUCANDO, si invitano tutti gli studenti ad esprimere il proprio senso di responsabilità con una partecipazione attiva ai vari momenti della vita democratica della Scuola:
a) prendere coscienza e far prendere coscienza che gli studenti sono soggetti e non oggetti del processo educativo;
b) superamento del «menefreghismo», dell’isolazionismo, della strumentalizzazione a meri fini utilitaristici dei più impegnati;
c) dare un significato alle varie «assemblee» con interventi ben preparati, documentati, motivati, articolati, costruttivi, concludenti.

♦ A LIVELLO DI FAMIGLIE si auspica che ogni famiglia:
a) rinunci al principio della delega incondizionata della sua funzione educativa agli insegnanti ed agli educatori istituzionalizzati; e contemporaneamente
b) si impegni a partecipare attivamente agli incontri bilaterali o trilaterali promossi dall’una o dall’altra componente scolastica (incontri genitori-figli, genitori-educatori, genitori-educatori-figli);
c) favorisca al suo interno un clima educativo familiare non ispirato a criteri di puro utilitarismo e di disimpegno sociale;
d) contribuisca alla creazione di un profondo senso critico di tutte le situazioni.

♦ A LIVELLO DI INSEGNANTI, EDUCATORI, AUTORITÀ ci si augura:
a) che venga rifiutato ogni abuso di potere, ogni esercizio irrazionale di autorità, ogni atteggiamento paternalistico anche illuminato, ogni strumentalizzazione delle forme democratiche;
b) che non siano favoriti atteggiamenti classisti, razzisti, meritocratici nei confronti degli studenti;
c) che maturino una «sensibilità», uno «stile» e una «attitudine» educative rispondenti alle esigenze dei giovani di oggi, garantite da una precisa conoscenza, da parte degli insegnanti, educatori ed autorità, delle fondamentali leggi psicologiche e sociologiche dello sviluppo umano;
d) che si sviluppi una coscienza storico-critica di disponibilità all’ascolto di tutta la realtà umana e sociale contemporanea: in particolare venga compresa e favorita la partecipazione degli alunni della scuola non statale alle forme impegnate di vita democratica degli alunni delle scuole statali;
e) che la Scuola non statale-paritaria assuma un suo preciso ruolo di scuola-pilota, di scuola-sperimentale sia a livello di metodi, che di contenuti e di idealità.

♦ A LIVELLO DI CATEGORIE PROFESSIONALI va favorito un esplicito loro intervento di rinnovo dei contenuti programmatici della Scuola, in modo che sia progressivamente ridotto il divario allarmante tra Scuola e vita.

♦ A LIVELLO DI STATO-APPARATO si insiste:
a) perché ogni tentativo di riforma di esami sia proposto e condizionato ad una radicale riforma di tutto il sistema scolastico;
b) perché a questa riforma si proceda solo dopo ampia consultazione di tutte le componenti interessate alla Scuola;
c) perché i programmi si ispirino ad un umanesimo moderno, letterario, scientifico, psicologico, sociale e tecnico;
d) perché lo Stato assuma anche gli oneri della Scuola paritaria non statale in modo da evitare che questa diventi scuola di classe.

Personalismo e partecipazione

Considerata la centralità del valore della persona umana concreta:

1) la Scuola non deve risultare classista né da un punto di vista economico, né da un punto di vista sociale, culturale, educativo, meritocratico: a questo scopo la Scuola deve pure farsi come occasione di incontri tra studenti e lavoratori, in funzione di una valida comunicazione di esperienze;
2) la Scuola deve:
a) stimolare la partecipazione attiva e responsabile;
b) formare la coscienza critica e storica;
c) rinviare le scelte più determinanti ad età più matura;
d) esercitare giudizi valutativi ponderati, responsabili, collegiali (insegnanti, educatori, autorità, studenti), non definitivi. La Scuola non ha il compito di «giudicare», ma di «formare delle coscienze critiche» utilizzando, a tal fine, un tipo di «giudizi» che si ispirino ai criteri suin-
dicati;
3) le forme di democrazia-indiretta-rappresentativa devono accompagnarsi a forme di democrazia-diretta-partecipativa;
4) le forme democratiche partecipative (per es. l’assemblea) devono venire considerate parte integrante dell’azione educativa ed esigono, da parte degli studenti, una grande disponibilità al sacrificio, intesa come disponibilità al rischio ed a portare dignitosamente le conseguenze dei propri atti;
5) la funzionalità degli organismi rappresentativi e partecipativi va assicurata con la creazione di commissioni di studio «aperte», che si impegnino nella raccolta di documentazione e nella elaborazione di ipotesi politico (non partitiche) -sociali da presentare al voto delle assemblee;
6) un costume altamente partecipativo va gradualmente creato attraverso l’azione di gruppi (non chiusi) di animazione culturale all’interno delle comunità scolastico-educative, sì da realizzare un più ampio passaggio dalla situazione di «massa» alla condizione di «popolo».

LA CONTESTAZIONE NELLA CHIESA

Il significato della «contestazione nella Chiesa»

1) La «contestazione nella Chiesa» è un’occasione, uno stimolo per fare riflettere tutta la Comunità ecclesiale sulla necessità di una profonda revisione costruttiva delle strutture della Chiesa.

2) La nostra «contestazione nella Chiesa» intende evitare due radicalismi opposti:
a) il radicalismo di certi elementi della Gerarchia, che considerano il fenomeno della «contestazione nella Chiesa» come movimento eversivo della unità interiore, sacramentale, della medesima, e quindi «fuori» di questa unità, trascurando o negando i valori positivi espressi dalla contestazione;
b) il radicalismo di certi contestatori che, a motivo di atteggiamenti non dialogici della Gerarchia, negano di questa certe funzioni e certe prerogative e se ne distaccano.

3) La nostra non è contestazione dell’Autorità, ma contestazione di un certo modo, di un certo stile di esercizio dell’Autorità. Pensiamo che la Chiesa, come Popolo di Dio, debba porsi nel mondo:
a) con la logica dell’amore e non con la logica del potere e quindi
b) con atteggiamento di servizio;
c) con atteggiamento profetico di profonda contestazione evangelica di tutte le situazioni che ostacolano il libero sviluppo della persona umana;
d) questo duplice atteggiamento di servizio e profetico esige da parte della Chiesa uno «stile» di povertà: povertà di potere, povertà di strutture, povertà culturale: la Chiesa non è proprietaria né di Dio, né della verità;
e) con un nuovo senso dell’unità: una unità che prima di essere giuridico-formale, sociale, è una unità sacramentale, comunitaria, animata dalla logica dell’amore, del servizio, della presenza profetica.

Noi contestiamo

un certo tipo di «prete»
un certo tipo di «laico»
un certo tipo di «strutture» e di «predicazione»
un certo tipo di «sensibilità».

♦ Noi contestiamo nel Sacerdote:

  1. a) l’autoritarismo, specie nelle piccole comunità dove il controllo sociale del «parroco» è ancora pesante;
    b) l’ingolfamento nella politica;
    c) l’assenteismo dai vari problemi giovanili;
    d) la mentalità retrograda, frutto di una educazione antiquata, acquisita nel clima conventuale del seminario ed ampiamente inculcata nei fedeli culturalmente sprovveduti;
    e) il materialismo che lo blocca nel denaro e lo porta ad una discriminazione di classe;
    f) l’isolamento, cui spesso è costretto nei piccoli centri, senza possibilità funzionali di integrazione con altri sacerdoti e con laici;
    g) la vocazione non sempre sentita.

Noi desideriamo un sacerdote:
a) più vicino alla mentalità ed ai problemi concreti dei fedeli;
b) culturalmente ed operativamente aggiornato sui vari problemi.

Questo potrà essere ottenuto attraverso:
a) una formazione culturale storica, che affondi nei problemi sociali e psicologici del nostro tempo;
b) l’accettazione nei seminari di persone «libere», pienamente coscienti della loro scelta;
c) il superamento di uno status professionale-sacerdotale a dimensione unica, di un professionalismo clericale: pur apprezzando la funzionalità del celibato sacerdotale, ci auguriamo che questo venga proposto come libera scelta personale;
d) il contatto con il mondo reale, di oggi, per evitare i rischi di un clima «claustrale» di non comprensione del «mondo»;
e) una esperienza di «lavoro» nel mondo, dopo gli studi teologici, prima della ordinazione sacerdotale.

♦ Noi contestiamo il tipo di laico:

  1. a) che riduca la propria collaborazione nella Chiesa a forme di collaborazione all’apostolato gerarchico;
    b) che non intende collocarsi nella comunità ecclesiale e nel mondo con stile creativo, inventivo, innovatore;
    c) che non si impegna a ritrovare nella comunità ecclesiale espressioni funzionali di partecipazione attiva alla triplice funzione sacerdotale, profetica e regale;
    d) che non si preoccupa di integrare il momento della propria santificazione «individuale» con quello della evangelizzazione e della animazione.

♦ Noi contestiamo un certo tipo di strutture che appesantiscono, così come sono, il movimento di inserimento della Chiesa nel mondo:
a) La Parrocchia deve qualificarsi come «comunità».
Non è più tollerabile la identificazione della Parrocchia con la persona del Parroco; è tutto il Popolo di Dio, a livello locale, che si riunisce per ascoltare, maturare e vivere la Parola di Dio.
b) Gli Oratori non possono più collocarsi come «ricreatori concorrenziali» di analoghe iniziative laiche: essi devono diventare e svilupparsi «come scuole di vita cristiana», specie là dove l’evoluzione della società non giustifica più una loro funzione di supplenza assistenziale.
c) I vari gruppi istituzionalizzati (Associazioni, Circoli, ecc.) devono gradualmente venire integrati da «gruppi spontanei» od anche trasformarsi in questi, come occasione viva di maggiore creatività e partecipazione ecclesiale. Sconfessiamo l’azione di eventuale boicottaggio clericale di queste forme spontanee di vita ecclesiale.
d) La predicazione deve ispirarsi ai problemi veri, vivi della gente. Come tale, essa non può più presentarsi come l’elaborato, ma deve maturare nel lavoro di gruppo che consente di cogliere le situazioni spirituali nella loro complessità esistenziale.
Ci auguriamo che in ogni comunità ecclesiale:
1 – si formino dei gruppi interprofessionali di laici e di sacerdoti per una riflessione infrasettimanale sulla Parola di Dio;
2 – si tentino esperienze di partecipazione attiva dei fedeli alla «comunicazione» della Parola di Dio.

♦ A livello di sensibilità la nostra contestazione si pone come pressione perché nella Chiesa:
a) si formi una adeguata «opinione pubblica»;
b) si sia particolarmente attenti ai problemi reali e sofferti della «gente»;
c) si determini uno «stile sperimentale pastorale» che dia spazio a tutti i tentativi sperimentali di rinnovamento ecclesiale; riteniamo illegittimi, improduttivi, non cristiani eventuali rifiuti dell’Autorità Ecclesiastica all’ascolto attento, partecipato, controllato in loco, di queste esperienze;
d) si crei un profondo disgusto per ogni tentativo di etichettatura delle istituzioni, delle attività, con il termine cristiano: cristiano, in questa prospettiva, è sostantivo e non aggettivo;
e) questo specialmente a motivo della trascendenza del messaggio cristiano rispetto a tutta la realtà temporale, umana ed istituzionale: se il Cristianesimo da una parte può essere considerato un «umanesimo», nel senso che esso si pone al servizio dell’uomo e del suo sviluppo in libertà, dall’altra esso non è un umanesimo, nella misura in cui la proposta divina di salvezza è radicalmente gratuita ed escatologica, e quindi trascendente.

I RAGAZZI NELLA CHIESA

I ragazzi oggi sono soli. Sono dimenticati dalla società e dimenticati dalla Chiesa.
È un’affermazione forte, ma è la verità. Al di sotto di ogni apparenza. Se pare troppo pessimistica, non è che una riprova del fatto che della solitudine dei ragazzi pochi hanno realmente coscienza.

♦ Gli adulti, i preti, anche i giovani, considerano i ragazzi come un problema: un vasto, urgente, drammatico problema sociale ed ecclesiale. I ragazzi non sono un problema: sono delle persone.
I ragazzi non sono un problema: non sono la futura chiesa di domani da coltivare, sono la chiesa di oggi che vive con noi.
Arrivano alla preadolescenza con un bagaglio pesante di idee sbagliate di Dio e del cristianesimo. Hanno ricevuto molta religione e pochissima fede.
Che cosa diamo noi ai ragazzi? Dei discorsi sulla fede.
Ai ragazzi non servono a nulla i discorsi sulla fede: non li interessano, non li toccano.
I ragazzi scoprono il messaggio di Cristo soltanto se lo vedono vivere; scoprono l’amore di Dio attraverso l’incontro con delle persone che vogliono loro bene.
Non hanno bisogno di parole: ma di persone che vivano con loro, che siano se stesse con loro.
Hanno bisogno di una Chiesa che sia fatta di persone: non di personaggi, di incaricati, di strutture.

♦ Abbiamo educatori inesperti, impreparati, in crisi di fede; non c’è la possibilità di inserire il problema dei ragazzi in un più vasto problema di pastorale.
Ma ciò che più conta è che gli educatori (adulti, genitori, preti e anche giovani) non si presentano ai ragazzi come uomini disposti a ripercorrere con loro il cammino verso la fede.
Sono necessari i gruppi di educatori (per organizzare un’azione concreta, per cercare insieme che cosa dire ai ragazzi e come dirlo, per sostenersi a vicenda): ma tutto ciò non serve a nulla se poi, di fronte ai ragazzi, ciascuno non è, singolarmente, persona che vive la fede.