I valori dei giovani e la fede

Luigi Galli *

Il titolo di queste mie brevi note mette in relazione tra loro tre termini solo all’apparenza chiari e, quindi, sono necessarie alcune premesse per collocarli correttamente nel discorso. Intendo il termine ‘valore’ in modo generico per indicare comportamenti, atteggiamenti e modi di pensare che, in qualche modo, possono costituire un terreno fertile per l’annuncio della fede, ma anche – lo vedremo – difficoltà e fatiche.
Il termine ‘giovane’ indica, approssimativamente, una età compresa tra i 18/20 anni e i 30 e oltre; se si abbraccia un arco di tempo di 10/15 anni ci si trova di fronte a ben tre generazioni diverse, che rispetto ad alcune tematiche risultano addirittura diversissime.

Il termine ‘fede’ va anch’esso precisato; in questo contesto lo intendo come “adesione piena a Gesù Salvatore”, che risponda a queste condizioni: una fede gioiosa e allegra, consapevole e personale, ecclesiale.
Questo modo di configurare la fede si riferisce forse più agli adulti che ai giovani, ma la sostanza non cambia; questo non esclude, anzi suppone, che la fede sia un cammino mai compiuto. Si tratta, perciò, di stabilire non modelli diversi per diverse età, quanto piuttosto una strada su cui avanzare progressivamente. Ci possono essere percorsi diversi che qualificano la fede come sana o malata. Ciò premesso, sviluppo le mie riflessioni, nel modo più semplice, articolandole in cinque passaggi.

Aver fede… nella fede dei giovani

Bisogna affermare che per i giovani è possibile vivere con gioia la sequela di Gesù. Sembra una ovvietà; in realtà si tratta di un’affermazione importante. Ho detto ‘sequela di Gesù’ e non a caso. Spesso si pensa alla fede non come ad un incontro personale e intimo con il Signore, ma come scelta di un gruppo, di un metodo o di una spiritualità. Constato che esiste più cura per le ‘forme esteriori della fede’ che non per la fede stessa. L’incontro con Gesù è fatale e decisivo; la pratica di una esperienza spirituale particolare è spesso un’ottima premessa all’incontro con Gesù, ma se confusa con la fede matura può essere in ogni momento soppiantata da un’altra esperienza più forte. In positivo penso che la proposta della fede fatta ai giovani debba indicare con chiarezza un ‘percorso mistico’ (senza misticismi), ossia un percorso di iniziazione che conduca a ‘vedere e toccare’ Gesù.

Per questo deve essere un cammino essenzialmente liturgico ed eucaristico.  Sappiamo che la Chiesa è Gesù che vive nella storia, ma questa identità tra Gesù e la Chiesa si realizza pienamente nella liturgia e nell’esperienza dello Spirito e – man mano – diventa analogica e parziale nelle scelte storiche e concrete fino a toccare la dissociazione nel tradimento del peccato, dove la Sposa si allontana dallo Sposo e perde l’intimità con esso. Il vertice della fede è nella ‘povertà’ della sua celebrazione con tutto il Popolo santo di Dio. Le varie esperienze carismatiche sono una sorta di ‘fidanzamento’ che preparano all’unione con la totalità del corpo di Gesù.
Spesso si pone il vertice della fede… in ciò che è solo la base e il punto di partenza; così essa resta fragile e non raggiunge la maturità ecclesiale.

La fede è l’approdo pieno della libertà

I giovani (ma non solo loro) confondono di frequente la libertà con le condizioni che la rendono possibile.
Scambiano la libertà con il libero arbitrio, cioè con le possibilità di scelta e, quindi, più numerose sono le opzioni, più grande è la libertà; questa equiparazione non solo è errata, ma è anche tragica, perché porta inevitabilmente alla rinuncia della libertà. Io non scelgo perché scegliendo… non posso più scegliere e quindi non sono più libero. La vita resta così interamente sospesa nella virtualità delle non scelte, perché ogni scelta comporterebbe l’eliminazione di tutte le altre.  La libertà è allora una collezione di ‘esperienze diverse’, che si rincorrono, si sovrappongono e si elidono a vicenda; io non sono mai ‘definito’ da nessuna delle scelte provvisorie che compio e quindi… non so mai dire chi sono. In un contesto del genere la fede non è possibile, perché essa è il gesto maturo con cui si affida la propria libertà nelle mani di un Altro.  Si usa spesso l’espressione ‘perdere la fede’; in realtà si può solo tradirla o lasciarla morire.  Questo fatto appare paradossale, perché la fede vive il paradosso della libertà che è possibile solo nella costruzione di legami forti, fino all’esclusività: sono libero perché decido di legarmi.

Educare la fede significa educare alla capacità di tessere legami e relazioni stabili, perché essa è un’alleanza che chiede di non morire e che va costruita ogni giorno. L’immagine che descrive in modo più efficace la dinamica della fede è quella del cammino. L’anelito verso la libertà, che appare come uno dei segni distintivi della cultura giovanile, è il terreno più fertile per la fede, ma appare anche come il più complesso, perché deve superare il pregiudizio, diffuso e quasi invincibile, che essa, proprio in quanto legame di affidamento totale, le sia nemica mortale.

Questo è il compito immane e appena iniziato che spetta a tutti coloro che devono, nei gesti e nelle parole, ribaltare un pregiudizio così radicato. Tuttavia l’esito insoddisfacente di una ‘libertà a buon mercato’, che spesso fa vivere solo ‘passioni tristi’, va letto come un appello provvidenziale che spingerà a rinnovare stili e metodi dell’annuncio della fede ai giovani; sarà necessario avere la lucidità e il coraggio di riconoscere che è questa la vera sfida che i giovani pongono alla fede.

La fede matura l’affettività e la capacità simbolica del vivere umano

Poiché la libertà è la facoltà dell’amore, si crea un circuito virtuoso tra fede, libertà e amore dove l’abbraccio di queste tre ‘sorelle’ permette loro di completarsi a vicenda.  Non esiste, dunque, fede senza libertà; non c’è libertà senza fede e tutto questo diventa reale e umano perché si realizza quotidianamente nell’amore, cioè nella capacità di costruire legami forti con Dio, con gli altri e con le cose. Ma l’affettività umana non è mai ‘astratta’ e per esprimersi ha bisogno di gesti simbolici; nasce da qui l’esigenza della valorizzazione della corporeità, come il luogo concreto in cui il legami si costruiscono. Nella cultura giovanile l’esaltazione del corpo spesso è solo apparente, perché il corpo viene visto solo come strumento da usare e da godere e non come essenza stessa della persona. L’annuncio della fede in Gesù, Verbo fatto carne (cioè corpo umano), passa necessariamente attraverso l’educazione e la valorizzazione della corporeità. L’affettività umana non ‘si serve’ del corpo per esprimersi ma ‘è’ il corpo che si esprime attraverso i gesti simbolici dei legami. Non si può fare a meno di tornare alla liturgia come luogo educativo anche del corpo.

Educare il corpo alla preghiera attraverso uno stile sobrio e attento alla verità dei gesti permette di cogliere che ‘ogni cosa’ richiama, simbolicamente, il Mistero da essa racchiuso. Anche qui c’è una circolarità preziosa tra struttura sacramentale della Chiesa e corporeità; dare senso al corpo permette di vivere i segni della liturgia e vivendo la liturgia si svela il mistero del corpo capace di mettersi, con i segni sacramentali, in relazione con Dio.

Una revisione radicale della catechesi

Se ciò che è stato detto fin qui è sensato non si può fare a meno di sottoporre i percorsi formativi ad una seria revisione critica. La diagnosi è chiara da tempo; la soluzione è lontana. Bisogna inventare un nuovo stile comunicativo lontano sia dall’astrattezza, preoccupata solo di garantire l’ortodossia, sia dalle paludi dell’emotività gonfiata e provvisoria. Gli operatori della Pastorale giovanile debbono essere veri ‘presbiteri’, cioè persone anziane anche negli anni. Non è vero che i giovani debbono essere seguiti dai giovani; spesso si confondono con loro e non riescono ad essere vere guide. Il giovanilismo è un ‘peccato d’origine’ della nostra Pastorale che, per paura, si butta sui giovani e poco o nulla investe negli adulti.

Il giovanilismo sta ritornando di moda perché sembra che i giovani seguano i giovani; in realtà, anche a livello sociale, la ‘vera gestione’ dei giovani è nelle mani di persone adulte e abilissime; anche in questo caso i ‘figli delle tenebre si mostrano più scaltri dei figli della luce’.  Il limite della catechesi, e in genere delle proposte rivolte ai giovani, è ormai avvertito da molti: gli itinerari educativi non diventano cammino di fede, cioè restano estranei alla vita reale. Né vale la scorciatoia di fare uso abbondante dei nuovi mezzi di comunicazione (i giovani sembrano già soffrire del rigetto da assuefazione); l’annuncio del Vangelo è un annuncio vitale e quindi deve essere personale: ci deve essere un ‘tu reale’ e non un ‘tu virtuale’. Se Gesù chiama in causa la libertà, cioè l’amore, l’appello va fatto di persona.

La gioia di vivere e la ripresa della pedagogia del desiderio

Il quadro descritto, seppur in modo sommario, offre forse più ombre che luci. In realtà non bisogna mai dimenticare che l’essenza del Vangelo è quella di essere ‘bella e buona notizia’, sempre e per tutti.
Alla fine la ‘partita’ si vincerà solo con lo splendore, visibile ‘a occhio nudo’, che esce dal volto – bellissimo – di Gesù. Il Vangelo porta solo gioia di vivere e il dono dello Spirito è gioia piena. Un piccolo corollario, ma credo pastoralmente molto fecondo, è quello che la gioia aiuti a purificare il desiderio.
Innanzi tutto valorizzando l’attesa: senza attesa il desiderio muore… per soffocamento. Molti giovani sono soffocati da desideri che vanno soddisfatti ‘entro sera’ in una rincorsa affannosa per vivere mille vite in una, tanti amori in poco tempo, tante esperienze diverse e staccate, senza la calma di poter vivere la vita con gusto e con gioia. La pedagogia cristiana dovrebbe ricordare che i percorsi della sequela sono graduali. Spesso la giovinezza è talmente esaltata da sembrare il ‘punto alto’ della vita da cui si può solo scendere; invece i giovani, bisogna ricordarlo a noi e a loro, sono solo ‘cuccioli di uomo’ e il bello deve ancora venire.
L’educazione deve purificare il desiderio non solo dalla fretta ma anche mettere in guardia dalla diffusione di desideri smodati, cioè non realisticamente umani e indotti solo dalla ‘golosità economica’ di adulti sfruttatori.
Solo adulti buoni, semplici, generosi e totalmente disinteressati possono essere educatori dei giovani. I ‘cuccioli di uomo’ hanno ancora bisogno di madri e di padri che gli insegnino la bellezza della vita.

* Assistente pastorale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano