La gioia di evangelizzare

“Siete una lettera di Cristo” (2 Cor 3,3)

Laura Gusella

 

Dall’Evangelii Gaudium

  1. La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste. Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre. Il Signore dice: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38). Quando la semente è stata seminata in un luogo, non si trattiene più là per spiegare meglio o per fare segni ulteriori, bensì lo Spirito lo conduce a partire verso altri villaggi.
  2. La Parola ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere. Il Vangelo parla di un seme che, una volta seminato, cresce da sé anche quando l’agricoltore dorme (cfr Mc 4,26-29). La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso le nostre previsioni e rompere i nostri schemi.

Due premesse

Quest’anno sto tenendo una serie di incontri in alcune parrocchie per aiutarle a ripensare la loro vita parrocchiale comunitaria, mettendosi in ascolto della Scrittura e delle indicazioni della lettera del papa Evangelii Gaudium. Stiamo facendo un percorso attraverso gli Atti degli apostoli e la vita delle prime comunità cristiane e una delle cose che mi ha colpito nel preparare questi incontri, e da cui vorrei partire per la nostra meditazione di oggi, è una riflessione generale contenuta nel commentario di Daniel Marguerat sugli Atti, semplice e nota a noi tutti, ma che proprio per questo necessita di essere rimessa al centro della nostra attenzione: gli Atti sono opera di Luca e la prosecuzione del suo vangelo. Luca è l’unico evangelista che sente il bisogno di completare il vangelo con la narrazione delle vicende dei primi cristiani e di metterli in fortissima continuità, sia a livello di forma che di contenuto, perché ciò riveste un significato profondo. La storia di Gesù continua nella storia dei suoi discepoli e la vita della comunità cristiana non si comprende se non è preceduta da quella di Gesù: l’una non ha senso senza l’altra! L’agire di Gesù prosegue nell’agire dei discepoli e gli Atti ce lo mostrano molto efficacemente: molti episodi degli Atti trovano il loro corrispettivo nel vangelo (un esempio chiarissimo: il martirio di Stefano che ricorda la morte di Gesù) e Pietro e Paolo, soprattutto, vengono presentati in tutto simili al loro Maestro, con vicende uguali, come guarigioni, ostilità subite da parte delle autorità, rifiuto dei loro connazionali, liberazione miracolosa dalla morte. Questo procedimento ha un doppio profondo significato: i discepoli sono fedeli non solo alle parole, ma persino alla vita e alle azioni del loro Signore, e l’intervento del Signore nella storia continua attraverso i suoi seguaci, attraverso la vita della sua comunità. Già intravediamo l’importanza che tutto questo ha per noi: la nostra vita di cristiani e di comunità deve sempre riferirsi al suo Maestro, Gesù, e non tanto a una tradizione di chiesa del passato – che potrà funzionare come punto di confronto ma non come ideale imprescindibile –, ma andare sempre al suo unico modello originario; e inoltre la nostra vita è lo strumento con cui Dio si rende qui e ora presente nella realtà degli uomini e donne del nostro tempo.
Accanto a questa riflessione ne va posta subito un’altra. La Scrittura, e con essa il vangelo in particolare, non funziona come un ricettario per il pronto intervento! Non troviamo formule preconfezionate che possono offrirci la risposta per ogni nostro problema o quesito. Si tratta della storia di una relazione di amore, appassionata e complessa, tra Dio e l’umanità, in cui Dio ha cercato e cerca progressivamente e instancabilmente di aprirci orizzonti di senso, di mostrarci cammini di verità e di libertà non facili da percorrere ma fondamentali per avere una vita piena e felice. Per questo ci confrontiamo con la Parola, per trarre da essa luce e senso, per misurarci con quel Dio di amore che solo sa in verità e profondità ciò di cui abbiamo bisogno. E questo vale a livello personale e comunitario, o ecclesiale: nella Parola cerchiamo stimoli, proposte, sfide per attraversare il momento storico che come uomini e donne, come discepoli e discepole del Signore stiamo vivendo.

Il battesimo

Sono partita da queste due premesse perché mi sembra importante oggi tornare a interrogarsi sul nostro essere discepoli e discepole del Signore attingendo alla fonte, ossia al nostro battesimo, e – alla luce di quello che abbiamo detto sul rapporto Maestro-cristiani – ancora di più al battesimo di Gesù e a quello che ne è seguito per lui e per i suoi discepoli. Quello che vorrei proporvi non è un commento analitico della scena del battesimo, ma alcuni spunti che possiamo trarre da questo evento fondante per la vita di Gesù, e per noi cristiani e cristiane, e dal processo/movimento di evangelizzazione che ne è scaturito per Gesù stesso. Riascoltare e meditare di nuovo questi testi può essere utile per trovare suggestioni e idee per vivere con gioia e responsabilità la nostra chiamata ad essere evangelizzatori o meglio discepoli e discepole missionari. Vedremo il testo di Marco, perché nella sua essenzialità è quello che ci permette di evidenziare meglio alcune linee conduttrici.
La scena del battesimo di Gesù la conosciamo. Vorrei sottolineare alcuni elementi che saranno capitali per la comprensione del volto di Dio che Gesù ha gradualmente raggiunto e che noi a nostra volta possiamo accogliere.
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

– Gesù riceve la consapevolezza di essere Figlio.  Gesù è figlio di Dio già prima, ma il battesimo è per lui, per Giovanni e per coloro che assistono il momento in cui questa identità diventa consapevole. E insieme alla consapevolezza di essere figlio c’è quella di essere figlio amato, figlio che è la gioia, il piacere del Padre.
Anche noi dovremmo riscoprire questa profonda verità del nostro battesimo: esso è il momento fondante del nostro essere cristiani e cristiane, non perché cancella il peccato originale o ci fa figli e figlie di Dio, ma perché ci immerge nella vita di Cristo, il Figlio, in cui moriamo al peccato e risorgiamo alla vita nuova di figlie e figli di Dio consapevoli e amati.  Nel battesimo noi siamo immersi in Gesù, nella sua vita. Con il battesimo noi andiamo a fondo con Lui rinunciando al peccato e risaliamo con Lui risorti, graziati, capaci di una vita nuova. Il battesimo non ci fa figli di Dio, perché per Lui lo siamo già, ma con il battesimo siamo noi che diventiamo figli consapevoli del Suo Amore per tutti e cristiani, cioè discepoli di Gesù, capaci, se lo vogliamo, di crescere, dietro al Figlio, come figli sempre più somiglianti al Padre. Per Lui figli lo siamo già tutti, ma per noi questo essere figli diventa realtà solo quando rispondiamo con amore all’Amore che ci ha amato per primo (Emma Gremmo con la comunità di Arino, Verso Emmaus, Arino di Dolo 2012, pp. 39-40).

– In fila coi peccatori e lo squarciarsi dei cieli: un Dio che attraversa i confini
Gesù fa subito una scelta di campo fondamentale che sarà confermata da Dio e dalla sua voce: si mette in fila coi peccatori, lui senza peccato si associa, condivide la sorte dei peccatori e sceglie di ricevere anche lui il battesimo di conversione di Giovanni. A questo gesto risponde lo squarciarsi dei cieli: Dio rompe la divisione che lo separa dagli umani, il velo che lo poneva a un altro livello e nel Figlio rivela la sua volontà di comunione profonda con noi uomini e donne. Dio-Gesù si rivela come il Dio che sconfina, secondo una bella definizione della teologa battista Elizabeth Green, un Dio che attraversa i confini e ci spinge a fare altrettanto. Dirà Paolo: non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, uomo e donna, perché in Lui noi siamo una cosa sola, un corpo solo, fratelli e sorelle di un unico Padre, carne della sua stessa carne. 4
Eppure la tentazione di erigere confini, dentro e fuori la chiesa, rimane fortissima per noi. Pensiamo alle categorie più semplici, come buoni e malvagi, persone per bene, meritevoli e disgraziati, amici e nemici; ma andiamo anche a categorie più articolate, come preti e laici, cristiani e non cristiani, praticanti e atei, uomini e donne < O alle categorie sociali, come italiani e immigrati, cittadini e clandestini, onesti e delinquenti, omosessuali ed etero, sposati e divorziati < Il nostro costruire confini è costante perché ci serve – almeno così pensiamo – per difenderci e autopreservarci; e così il creare confini diventa il delimitare uno spazio per stabilire chi è fuori e chi è dentro, o anche dove c’è Dio e dove non c’è! Ebbene, come cristiani siamo chiamati a riconoscerci figli e figlie del Dio che costantemente oltrepassa i confini e che ci attende al di là delle barriere che innalziamo, per svelarci il suo volto nascosto dietro il volto dell’altro a cui andiamo incontro con coraggio e apertura. Il nostro è un mondo che alza muri, ma anche la nostra chiesa ama categorie e definizione di ruoli. Come cristiani e cristiane riscopriamo il nostro DNA di figli e figlie del Dio che scavalca i confini.

– Una questione trinitaria, cioè di comunione  Il terzo elemento che mi colpisce nel brano del battesimo è il “dispiegamento” trinitario: il battesimo non è un fatto che riguarda Gesù solo, ma un evento trinitario. Qui al battesimo Dio rivela la sua natura trinitaria, il suo essere costitutivamente comunione, relazione: c’è il Figlio, lo Spirito che scende su di lui, il Padre che a lui si rivolge per riconoscerlo. Il battesimo di Gesù è il momento in cui Dio mostra il suo volto comunionale, il suo essere famiglia, non uno ma tre in relazione stretta tra loro. Anzi, Dio è tre persone in comunione tra loro ma con un’apertura all’esterno, aperte alla comunione con l’umano. Dio è relazione non solo in sé ma anche fuori da sé, e questo spiega la sua scelta di campo, assunta in pieno da Gesù, di non agire mai da solo, ma sempre in collaborazione con l’uomo e la donna.
Questo dovrebbe essere la coscienza che ci abita sempre, come singoli, come comunità cristiane, come chiesa: siamo figli e figlie di un Dio comunione, un Dio famiglia e la nostra felicità non può compiersi in altro modo che ricercando la comunione con gli altri. Le nostre comunità dovrebbero proprio essere questi segni di comunione, faticosa ma indispensabile per essere credibili figli e figlie del Padre:  Abbiamo bisogno di restituire alle nostre comunità la loro necessaria natura di vita fraterna, cioè che le comunità diventino realmente luoghi di relazione e non grandi spazi di appartenenza in cui ciascuno individualmente dà forma alla sua spiritualità personale < Le nostre comunità non sono più state capaci di far vedere che le comunità cristiane sono davvero luoghi dove c’è gente che vive insieme, cioè che vive relazioni, con tutto quello che comporta, cioè metterle alla prova, esercitarsi nel perdono, custodire le fragilità, occuparsi dei più deboli, dominare il proprio dominio, regolare i ruoli. Le nostre comunità hanno perso la capacità di essere luoghi di messa alla prova delle relazioni, ma sono state dei luoghi di esercizio quasi burocratico di una somma di religiosità individuali, a cui ciascuno partecipa a titolo personale (de-registrazione da Giuliano Zanchi, Comunità credente: una testimonianza ancora credibile?, incontro tenuto il 28 novembre 2016 presso Spazio Asmara, Busto Arsizio-VA).  «Siete una lettera di Cristo» dice il titolo del nostro incontro. Siamo chiamati fin dal giorno del nostro battesimo a esserlo ed ecco delineate alcune tracce per esserlo, affinché tutti possano “leggere e comprendere” Cristo dai nostri comportamenti.

L’opera di evangelizzazione

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Dopo il battesimo, Gesù non inizia subito la sua opera di annuncio della buona notizia. Viene condotto dallo Spirito nel deserto: è il tempo e il luogo della messa alla prova delle intuizioni ricevute, del suo modo di essere Dio e uomo secondo l’amore del Padre che si misura con la logica del male. E qui Gesù impara a stare con bestie selvatiche e angeli, con gli istinti più animaleschi e con la natura più vicina a Dio, per quaranta giorni – numero simbolico che indica completezza, pienezza – come per dirci che lungo tutta la sua vita Gesù, come noi, ha dovuto confrontarsi con la sua parte negativa, aggressiva e istintuale, e con quella divina. Poi dà inizio alla sua attività evangelizzatrice. Vorrei concentrarmi su tre aspetti:

– con chi avviene

– dove e come avviene

– come si conclude o meglio come prosegue

Chiamata di una comunità

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Come al battesimo abbiamo visto rivelarsi la logica di comunione di Dio, così il primo atto di Gesù è quello di scegliersi dei collaboratori, dei compagni di viaggio e di evangelizzazione. L’episodio è suddiviso in due momenti paralleli, che contengono le chiamate delle due coppie di fratelli. È interessante che la chiamata di Gesù avvenga all’interno della famiglia, ma per creare un nuovo tipo di famiglia. Gesù non vuole dei discepoli che agiscano da soli, ma nello stesso tempo crea una comunità che vive dei rapporti fraterni nuovi. È come se trasformasse dall’interno le relazioni dei suoi discepoli, come se dicesse: non rinunciate al vostro fratello, ma aprite gli occhi per vedere quanti altri fratelli avete e per vivere così il legame col vostro fratello di sangue in modo nuovo e più profondo.  La venuta del Signore cambia le nostre vite, le nostre visioni, i nostri legami. Infatti Gesù chiede di lasciare reti e padre, cioè quelle relazioni, o quelle situazioni, o quei modi di fare che ci legano, ci tengono sottomessi, per entrare nella libertà dei figli e figlie di Dio. Le reti sono, ad esempio, le comodità dei nostri modi di pensare, il padre sono le sicurezze che ci rendono un po’ bambini e ci liberano dalla fatica di rischiare e di prenderci le nostre responsabilità.
Gesù riunisce una comunità di discepoli, perché il Regno lo annunci, ma lo fai anche vedere con il grande segno della fraternità: il regno è quello del Padre e noi siamo tutti fratelli e sorelle. Ci vuole un luogo, da qualche parte, dove qualcuno cerca di vivere la paternità di Dio in modo che sia un segno, per il mondo, innanzitutto che Dio è padre di tutti, e inoltre che la fraternità tra gli umani, per quanto diversi siano tra loro, è possibile, e non per loro bravura, ma per il dono, la condivisione che Dio ci fa del suo Spirito (de-registrazione mia dall’incontro di formazione di Decapoli sull’Evangelii Gaudium, sul tema “Il regno”).

Dove e come evangelizza Gesù

Anticipiamo subito che ogni spazio è raggiunto dalla missione di Gesù: quello sacro per smascherare gli spiriti impuri; quello quotidiano per guarire le febbri che logorano e impediscono l’amore che si fa servo; quello della città per prendersi cura delle malattie e delle ferite.  Marco presenta all’inizio la giornata tipica di Gesù, in modo che poi il lettore possa immaginare cosa è accaduto nel viaggio di Gesù ogni giorno. Ogni giorno della vita pubblica Gesù non fa che ripetere questa giornata che l’evangelista presenta all’inizio del suo vangelo. Ci sono opposizioni: spazio aperto o chiuso, sacro o profano, pubblico o privato, abitato o inabitabile. Dove si svolge l’opera di Gesù? In quali luoghi lui agisce?  Due attività caratterizzano l’opera di Gesù: annuncia una parola nuova, cura cioè trasforma realtà di morte in realtà di vita. Poi si aggiungerà una terza attività che fonda le altre due: prega.

Nello spazio religioso: la sinagoga

Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

È interessante che il primo segno compiuto da Gesù per Marco sia in una sinagoga, cioè in uno spazio sacro, religioso e che abbia a che fare con uno spirito impuro, cioè uno spirito separato dalla purità di Dio, preda del male e del peccato. Lo spazio religioso non è esente dal male, ma anzi è lo spazio in cui più facilmente si istallano le false immagini di Dio, che ci aiutano a rimanere chiusi nei nostri schemi mentali e comportamentali e a non fare spazio alla novità sempre scomoda e provocatoria della buona notizia dell’amore di Dio. Apparentemente lo spirito impuro conosce Gesù, sa chi è e fa pure una professione di fede vera, ma non aderisce con la sua vita alla novità di Gesù, anzi si sente da questa provocato. Riflettiamo quante volte le nostre chiese diventano luoghi che noi desideriamo e consideriamo sacri, ma in cui in realtà abitano le nostre false immagini di Dio, quelle comode idee in cui lo imprigioniamo per abitudine, per amore della nostra sicurezza, per sentirci a posto e avere un idolo a cui sacrificare le nostre convinzioni. Quando la Parola ci inquieta, quando l’evangelo ci disturba, lì possiamo cogliere la presenza vera del Signore, che sempre ci spinge a uscire dai nostri recinti anche mentali per andare incontro alla novità del suo regno!  Questo richiede persone aperte, sempre in cammino e pronte a lasciarsi provocare dall’evangelo, che ci fa sconfinare e ci apre orizzonti inimmaginabili.

Nello spazio domestico: la casa di Pietro

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 

Il secondo segno di Gesù si svolge in tutt’altro contesto: siamo in uno spazio domestico e apparentemente si tratta di un miracolo insignificante, la guarigione dalla febbre di una donna. Ma anche qui possiamo notare elementi interessanti per noi. Intanto, Gesù comincia a mettere in atto lo sconfinamento: non ci sono spazi sacri e profani, ma tutto è sacro, tutto è pervaso dall’azione di Dio; così come non ci sono persone più o meno meritevoli, ma una donna è guardata, toccata, resuscitata dal Signore. E ancora è stimolante il fatto che si tratti di una febbre: una malattia che tocca i nostri ambiti domestici, familiari, abitati da febbri logoranti che impediscono di stare in piedi, di avere relazioni mature e complete con chi ci è più vicino, perché lì, nella prossimità e intimità più grande diamo il peggio di noi e ci sentiamo immobilizzati, bloccati. Gesù si mostra maestro di compassione con il suo agire: non capisce da solo, ma si lascia raggiungere dalla parola preoccupata dei discepoli e poi si avvicina, prende per mano – gesto di vicinanza e di contatto fondamentale – e così rialza, restituisce la suocera di Pietro alla sua capacità di amore, di servizio. Del resto non è forse questo una delle cose più difficili proprio a partire dai nostri spazi domestici: essere servi gli uni degli altri con amore e gratuità?
Credo però che in quel miracolo ci fosse molto di più, ci fosse in qualche modo un metterci in guardia rispetto a quelle che noi chiamiamo “banalità”. Le nostre chiusure sono spesso come delle piccole febbri. Apparentemente banali. Non abbiamo la statura umana per diventare grandi peccatori < è troppo complicato. Esige dedizione e impegno anche il male. E poi intuiamo che non è forse nemmeno conveniente. No, le nostre chiusure, i nostri egoismi sono come piccole febbri passeggere. Arrivano, ci immobilizzano e vanno, senza apparentemente lasciare traccia. E spesso non le consideriamo. Sono davvero piccole cose, però, se ci pensiamo, sono tutti quegli impedimenti al bene che non ci fanno essere radicalmente uomini di servizio. Quante banalità rallentano la mia vita! Probabilmente non arriverò mai ad avere un odio così grande da uccidere un uomo, ma qualche febbre fatta di silenzi, di parole dette alle spalle, di insinuazioni < Ecco, Gesù viene a tenderci una mano esattamente da quelle piccole ombre quotidiane, febbri di egoismi di piccola portata, di chiusure apparentemente veniali.  Gesù ci viene incontro e ci ri-solleva. Ci riconsegna la mondo. Ci chiede di non misurarci tanto sul “non fare niente di male”, ma sul bene che possiamo fare, fosse anche servire in una piccola casa periferica qualche pellegrino di passaggio (Alessandro Deho, Tutti i malati, incontro di preghiera aprile 2011, copia ad uso privato).  E forse qui possiamo addirittura leggere un accenno al servizio delle donne nella comunità cristiana, come suggerisce Lidia Maggi in questo articolo su Rocca:  La prima figura femminile che incontriamo nel vangelo di Marco risponde alla guarigione ricevuta mettendosi al servizio. Nel primo cenacolo, una donna risollevata da Gesù, serve. Sarebbe più giusto tradurre con «esercita il ministero della diaconia», per restituire al testo la densità del verbo «diakoneo». La suocera di Pietro non si limita alle cure domestiche. Sarebbe cinico pensare che Gesù l’abbia risollevata per avere una domestica che serva a tavola! In inclusione, alla fine del vangelo, Marco richiama il diaconato femminile nominando le donne sotto la croce che seguivano il Messia fin dalla Galilea e lo «servivano». Di nuovo compare il verbo «diakoneo», a testimonianza che il servizio diaconale ha anche a che vedere con la sequela del discepolo (Lidia Maggi, «diacone», in Rocca 12 (15 giugno 2016), p. 56).

Nello spazio pubblico: alla porta della casa di Pietro, davanti a tutta la città

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.  È la sera del sabato: adesso la gente può muoversi e portano a Gesù tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la gente di Cafarnao porta le situazioni di non vita e le presenta davanti alla porta della casa di Pietro, o anche alla porta della città. Questa porta è intrigante: è uno spazio di passaggio, la folla non è dentro né fuori, ma è lì con i suoi mali e i suoi bisogni. È l’immagine dell’umanità ferita, confusa, peccatrice, bisognosa, che viene per cercare una parola e un gesto di guarigione, di consolazione, di vita. Ma la cosa ancora più interessante, che dalla nostra traduzione non traspare, è che Mc di per sé non dice Gesù guariva, ma che Gesù «curava», e questo è un po’ diverso. Se pensiamo a un Gesù che guarisce, pensiamo quasi a un distributore di miracoli, ma Gesù in realtà cura, si prende cura del malato, dell’indemoniato, del disperato. Si fa carico della sua sofferenza e gli si fa vicino, senza per questo, automaticamente, guarirlo, perché neanche lui può, avendo dato all’uomo e alla donna la piena libertà, con tutte le conseguenze che questo comporta, e avendo consegnato a loro la gestione di questo mondo in modo completo. Ecco allora quello che viene chiesto anche a noi, sul modello di Gesù: prenderci cura dei nostri fratelli e sorelle che sono nel dolore, nel male, nella mancanza, avere a cuore la loro situazione, prestare attenzione, ascolto, conforto, aiuto per uscire da una data situazione o a volte più semplicemente per avere il coraggio di portarla.

«Andiamocene altrove»

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».  Infine Gesù ci lascia un grande insegnamento: andare oltre, non occupare, non preoccuparsi di installarsi ma camminare, rimanere leggeri. Quando vengono i discepoli a cercarlo per riportarlo dalla gente di Cafarnao che lo cerca, si mette in movimento con loro, esce dalla città per andarsene altrove a ripetere ciò che ha fatto in questa prima giornata: predicare nelle sinagoghe e cacciare lo spirito del male. Gesù non si ferma a Cafarnao, non approfitta della notorietà e del successo che ha ottenuto, non sta a vedere come maturano i semi di bene e di vita nuova che ha seminato, non ha ansia di controllo o di sicurezza, ma si rimette in cammino. Ci ricorda che è il Signore che non si può afferrare, non si può possedere e tenere per sé, ma è il Signore da cercare sempre altrove, sempre un po’ più in là, non perché Egli non voglia farsi trovare ma perché vuole spingerci a cercarlo e raggiungerlo in ogni fratello e sorella, in ogni parte di noi e dell’altro che pensiamo irraggiungibile dal suo amore e dalla sua Parola. Il Signore è sempre in cammino per arrivare a tutti e a tutto. E ci chiede di assomigliargli anche in questo: se vogliamo è quello che papa Francesco chiama il principio del tempo superiore allo spazio, o dell’avviare processi più che possedere spazi (cf. EG 222-225).
Nel nostro tempo questo è fondamentale: non ci è chiesto di studiare strategie e produrre risultati, ma di metterci alla sequela del Signore, come battezzati, come uomini e donne che hanno scelto di immergere la loro vita in quella di Cristo, di assumere i suoi sentimenti e il suo stile di vita, lo stile del regno di Dio. E questo stile, questi sentimenti non sono altro che l’annuncio e la testimonianza di un amore senza confini e senza misura, un amore che ci è donato e ci chiede di essere condiviso con tutti e con tutte, gratuitamente e con libertà. Tutto questo è «essere lettera di Cristo» per i nostri contemporanei e per l’ambiente in cui viviamo.  Vorrei concludere questo intervento con una provocazione. Continuiamo a parlare di riforma della chiesa e proprio quest’anno ricorre il 500o anniversario della Riforma protestante. Perché allora non lasciarsi interpellare da questa chiesa, nata proprio come movimento di cambiamento, di conversione di alcuni atteggiamenti e pratiche anti-evangeliche della chiesa cattolica? Perché non attingere anche dai fratelli e sorelle della Riforma alcuni atteggiamenti che possono esserci utili per prendere coraggio nell’affrontare alcuni necessari cambiamenti interni alla nostra chiesa: maggiore partecipazione dei laici e delle donne in particolare alla vita ecclesiale soprattutto nella sfera delle responsabilità e delle decisioni; maggiore apertura ai problemi dell’attualità, senza prese di posizioni a priori e dettate da schemi morali che si confrontano più con la tradizione che con il vangelo; maggiore centralità della Parola e maggiore formazione sulla Scrittura, tenendo conto delle esegesi e teologie attuali che si sviluppano, in primis quella femminile ricca di un’alterità stimolante; ruolo della comunità nella scelta dei pastori… Sarebbe un bellissimo modo di mettere in pratica il nostro essere figli e figlie del Padre che scavalca i confini!