Fuori, dentro, dietro il Sinodo

Intervista a d. Rossano Sala, SDB

Segretario Speciale del Sinodo sui giovani 

  1. Qual è stato il clima vissuto durante l’Assemblea sinodale dell’ottobre 2018?

Per rispondere a questa prima domanda, devo dire che il Sinodo è un’esperienza poliedrica. Nel senso che ci sono stati diversi ambienti di svolgimento dell’esperienza sinodale. Per restare al solo mese di ottobre, ci sono stati per me tre punti di vista per parlare del clima sinodale: fuori, dentro e dietro il Sinodo.
Il primo è fuori dal Sinodo. Cioè negli spazi di comunicazione tra l’esperienza sinodale e tutti coloro che osservavano dall’esterno l’esperienza. Qui il clima è stato dominato dai giornalisti, dai media, dalla comunicazione. Qui l’ambiente generale a mio parere non è stato sempre positivo né veritiero. In genere il mondo della comunicazione e della stampa cerca il “sensazionale”, cerca la notizia che fa scalpore, cerca sempre ciò che divide la Chiesa e poco ciò che la unisce e la edifica. Noi che guardavamo questo mondo dall’interno del Sinodo eravamo sempre stupiti e a volte sconcertati: a pochi media effettivamente interessava il Sinodo in quanto tale e le sue tematiche specifiche (i giovani, la fede, il discernimento, l’accompagnamento, ecc..). Ha dominato la domanda e la ricerca dei temi scottanti del Sinodo, e si è concentrata su domande in questa direzione. Ricordo che tutti i giorni nel briefing della Sala Stampa Vaticana le domande erano molte volte sempre le stesse: gli abusi, la sessualità, la dottrina morale della Chiesa, i rapporti prematrimoniali, l’omosessualità e cose simili. Quindi, per dirla in sintesi, in questo primo ambito il clima non è stato sempre costruttivo né sereno, soprattutto per via della manipolazione mediatica.
Il secondo ambito è quello interno all’Assemblea sinodale. Devo dire che qui le cose sono andate esattamente al contrario. La mia esperienza di tutto il mese di ottobre è stata di una Chiesa viva e che si sforza di vivere sempre meglio il suo essere popolo di Dio in cammino. Certamente con tutte le fatiche che ci possono essere, ma con la consapevolezza di essere un organismo vivente, unito e in comunione. Ecco, questo ho percepito: la Chiesa non è prima di tutto un’organizzazione, ma un organismo! Capace di commuoversi, capace di condividere, capace di sentire la vita dei giovani a partire dal proprio cuore materno e paterno. I numeri 75 e 76 di Christus vivit parlano di una Chiesa capace di piangere per i suoi figli, in grado di coinvolgersi con il proprio cuore, capace di sentire le pene per i suoi giovani e per tutti i giovani. È un passaggio molto bello e molto forte. Ecco, nel mese di ottobre ho fatto esperienza di questa Chiesa, dove l’atmosfera affettiva era alta, dove c’era desiderio di mettersi in gioco, di essere davvero partecipe della vita delle giovani generazioni. Ho visto unità e consenso intorno al Santo Padre, tanto amore per Lui da parte non solo dei giovani presenti, ma anche dei Vescovi e dei Cardinali. Un bel clima. Non ce lo aspettavamo ed è stata una felice sorpresa. Sono stato contento di essere parte di una Chiesa così!
Il terzo ambito è dietro le quinte del Sinodo. Cioè i membri della Segreteria del Sinodo che accompagnavano il lavoro, il gruppo dei traduttori che ogni giorno lavoravano in maniera estenuante, il gruppo degli esperti che hanno lavorato per la stesura del Documento finale insieme con i due Segretari Speciali. Qui c’è stato un clima di impegno molto forte e di grande collaborazione. C’è stato veramente un lavoro sinodale, un camminare insieme di giorno e di notte – perché gli ultimi dieci giorni del Sinodo sono stati davvero impegnativi! C’è stato davvero un lavoro di squadra molto affiatato e molto costruttivo: ci siamo trovati bene insieme fin da subito, nonostante le diverse provenienze e le diverse competenze. E abbiamo lavorato davvero bene, edificandoci gli uni gli altri, affrontando ogni giorno le cose che arrivavano, con competenza e passione. Chi legge il Documento finale lo deve sapere: è frutto di un lavoro di squadra e la sua qualità è direttamente la conseguenza di questo lavoro sinodale! Dietro le quinte del Sinodo si è davvero respirato un clima di lavoro bello e fecondo. Per me indimenticabile!

  1. Come è stata la partecipazione dei giovani nell’aula sinodale?

La presenza dei giovani è stata la vera novità di questa Assemblea sinodale. Tutti i Vescovi e i Cardinali che hanno partecipato ai Sinodi precedenti lo hanno notato fin da subito che le cose erano diverse, che la presenza dei giovani avrebbe fatto la differenza. Già dal primo giorno tutti si sono accorti di questo.
Il primo modo di presenza dei giovani al Sinodo è stata esattamente la loro presenza, il fatto che c’erano. Erano circa una quarantina, seduti tutti insieme in alto a sinistra nell’Aula sinodale e sono stati il “sismografo” dell’Assemblea sinodale. Nel senso che erano i primi a “sentire” e a “comunicare” il loro apprezzamento e la loro gioia, oppure i loro dubbi e le loro perplessità rispetto ad ogni intervento in Aula. Ognuno dei Padri sinodali aveva quattro minuti per il proprio intervento e alla fine di ogni intervento c’erano i segnali di accoglienza dei loro interventi: di solito la forza e la qualità dell’applauso era quello principale; ma a volte i giovani facevano veramente chiasso per dire il loro apprezzamento; così anche si percepiva con facilità se qualcosa non era a loro piaciuto. Quindi direi: prima di tutto i giovani erano presenti e agenti al Sinodo. Anche nei Circoli minori, anche negli intervalli, anche nei vari momenti informali del Sinodo. Si è vista e sentita la loro presenza che ha portato freschezza e giovinezza a tutti e a ciascuno.
Ma il modo di presenza più importante è venuto dai loro interventi in Aula: ognuno di loro aveva gli stessi diritti degli altri Padri sinodali, cioè aveva un intervento programmato di quattro minuti. E poi, nel dibattito aperto – che avveniva ogni giorno tra le 18.30 e le 19.30 circa – anche loro potevano prendere la parola e intervenire. Ciò che ha colpito degli interventi dei giovani era la loro concretezza: mentre alcuni Vescovi e Cardinali parlavano “in teoria”, i giovani parlavano sempre “in pratica”, cioè a partire dalla loro esperienza di vita. Questo ha fatto la differenza, perché ha aiutato tutti a confrontarsi con la realtà giovanile contemporanea. Il primo passaggio del discernimento sinodale era quello del “riconoscere”, cioè dell’ascoltare e del vedere la realtà, che è certamente più importante delle idee. Queste ultime devono illuminare la realtà, altrimenti diventano ideologie. E i giovani ci hanno riportato alla realtà, quella concreta di tutti i giorni. E questo ha fatto bene a tutti i presenti.

  1. Quali sono secondo te i principali contributi che vengono dall’intero processo sinodale?

Innanzitutto il processo in quanto tale. In Evangelii gaudium papa Francesco pone il principio per cui «il tempo è superiore allo spazio» (cfr. nn. 222-225), e dice che noi non occupiamo spazi, ma generiamo e accompagniamo processi virtuosi. Solo l’autoritarismo e la cattiva gestione del potere lavora per l’occupazione di spazi. La vera autorità è generativa, perché crea processi di crescita, apre spazi di confronto, offre tempo per camminare e accompagna con sapienza e prudenza le persone perché diventino migliori.
Il processo sinodale ha prima di tutto riscoperto un modo di vivere e lavorare insieme. Detta con una parola tecnica, il processo sinodale ha riscoperto la “sinodalità”, ovvero la bellezza e la necessità di essere popolo di Dio in cammino, capace di rendere tutti protagonisti. Non è poco. È la profezia di fraternità in atto. In un mondo dominato da uno schema di vita individualistico – dove regna la “legge dell’I first”, come ha detto un giovane cubato al Sinodo, cioè la legge per cui io e le mie esigenze vengono prima e sopra tutto e sopra tutti – riscoprire la sinodalità è una cosa davvero di rilievo. Riscoprire che siamo prima di tutto popolo, comunità, fratelli è molto importante in questo mondo così malato di egoismo e così assetato di comunione.
A partire da questo devo dire che il processo sinodale ha valorizzato e sviluppato il tema dell’ascolto. L’ascolto è faticoso, perché c’è bisogno di lasciare la parola all’altro, dandogli tempo e spazio per esprimersi. Ma l’ascolto arricchisce, fa crescere, apre gli orizzonti. Il processo sinodale ha avuto il coraggio di lasciare la parola ai giovani. Questo ha fatto crescere la Chiesa, non solo i giovani! Sono molto contento che la parola dei giovani non è confluita solo nell’Instrumentum laboris e nel Documento finale, ma papa Francesco ha lasciato la parola ai giovani anche nella sua Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit. Una delle più bella immagini della Chiesa in quest’ultimo documento è preso da un intervento di un giovane al Sinodo: è quella della canoa dove ci sono giovani e anziani. Mi piace risentire per intero questo testo:
Nel Sinodo uno degli uditori, un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo (Christus vivit, n. 201).

  1. Cosa possiamo aspettarci dal tempo post-sinodale? Come possiamo rendere più abbondanti i suoi frutti?

Il problema più grande di ogni Sinodo è la sua recezione. A volte durante il cammino sinodale si aprono molte strade, si fanno grandi sogni, ma poi questo fatica ad arrivare alle Chiese locali, cioè a toccare i cammini ordinari della vita della Chiesa. A volte tutto si ferma alla bellezza di un evento isolato. Anche nella pastorale giovanile a volte è così: si pensa che l’evento sia tutto, mentre ciò che conta è la vita di tutti i giorni, la quotidianità.
Episcopalis communio, un documento nuovo sul funzionamento del Sinodo, prevede la fase di “attuazione” del Sinodo, coinvolgendo il Dicastero Pontificio più vicino al tema trattato. Ma, davvero, questa della ricezione e dell’attuazione è la cosa più difficile. Effettivamente i nostri cammini a livello di Chiesa universale sono molte più volte più avanti e più lungimiranti – almeno a livello teorico – rispetto a quello che si può fare a livello locale. Questo è un grave problema non facile da risolvere, perché tocca la vitalità della Chiesa nel suo intimo.
Siamo chiamati a sensibilizzare, coinvolgere, interessare. Girando molto in questo periodo non solo in Italia, ma anche per l’Europa e per il mondo intero, mi accorgo quanto è difficile entusiasmare, toccare i cuori, sensibilizzare le persone e ridare loro motivazioni per ripartire. Alcuni sono, per motivi diversi, affaticati e scoraggiati; altri hanno entusiasmo ma sono impreparati e non hanno strumenti operativi; altri ancora si stanno mettendo all’opera ma non sono sostenuti adeguatamente da coloro che li conducono e dovrebbero sostenerli.
Una responsabilità speciale in tutto questo tocca coloro che sono in ruoli di autorità nella Chiesa. Vescovi, superiori e superiore religiosi, coloro che guidano movimenti e associazioni sono i primi ad essere chiamati ad agire aprendo spazi e tempi per il discernimento, per il coinvolgimento e per l’azione. La parola “autorità” viene sia da “far crescere” che da “autorizzare”: una buona autorità deve far crescere le persone e le azioni personali e comunitarie; insieme deve autorizzare e spingere tutti a fare il bene, indicando il bene da fare e sostenendo chi lo sta già facendo. L’autorità è propositiva, prima che sanzionatoria, cioè deve individuare il bene e spingere tutti a compierlo bene.
Il Sinodo, in fondo, non ha dato ricette preconfezionate né ha dato soluzioni facili. Ha chiesto di aprire cantieri di lavoro, ha domandato di aprire spazi per mettersi insieme in movimento, ha chiesto di coinvolgere tutti, nessuno escluso. Chi per esempio leggesse tutti i documenti sinodali, compreso Christus vivit, cercando soluzioni facili e da applicare, resterà molto deluso. In quest’ultimo documento, ad un certo punto il Papa dice: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (Christus vivit, n. 103). Questo lavoro non può farlo il Papa né nessun Dicastero Vaticano, ma spetta all’impegno di ogni Chiesa locale. È responsabilità specifica di quella Chiesa locale e di nessun altro.

  1. Qual è stata la tua esperienza personale dell’intero processo sinodale?

Per me la partecipazione al Sinodo è stata una prima di tutto una grande sorpresa. Non avrei mai immaginato di poter vivere un’esperienza così. Se guardo la mia storia e il modo in cui sono arrivato a Roma per insegnare “pastorale giovanile” e tutto quello che mi è capitato in questi ultimi dieci anni – dove sono saltare tutte le dinamiche di programmazione pianificate da me e da altri – non posso non pensare ad un “disegno” che non ha niente a che vedere con i miei pensieri. Il primo insegnamento che mi porto via è proprio la verità della “logica vocazionale”: noi possiamo programmare e pianificare tutto ciò che vogliamo, ma poi Dio dispone come meglio crede la nostra vita! Per è stato proprio così ed ho confermato ancora una volta che Dio è fatto così: è estroverso e creativo, geniale e coraggioso, semplice e generoso, sempre inedito.
È evidente che poi tutto questo, oltre che una sorpresa, è stato un grande dono. Avere a che fare con la Chiesa universale, mettersi in ascolto delle parole di tutti, fare davvero esperienza di tante cose nuove. Un dono speciale aver avuto a che fare con l’altro Segretario Speciale, padre Giacomo Costa sj: è stato un bel dono essere stati in due a lavorare insieme, a confrontarsi e discernere insieme, a condividere i nostri doni e mettere in comune le nostre differenti provenienze e sensibilità, cercare punti di unità riconoscendo che davvero la verità è sinfonica, non monolitica. Forse questo è il dono più grande di tutta l’esperienza sinodale: è davvero stata una profezia di fraternità che un salesiano e un gesuita abbiano lavorato insieme, e lo abbiano fatto davvero bene! Un segno di sinodalità pienamente riuscita. Arricchito anche dalla presenza dei 23 esperti al Sinodo, con cui abbiamo condiviso tanto. Anche loro sono stati un grande dono per me.
Un altro dono grande è stata la vicinanza con il Santo Padre. In tanti momenti, dall’ottobre 2016 fino al 25 marzo 2019 a Loreto abbiamo avuto la grazia speciale, come Segretari Speciali, di avere avuto a che fare tante volte con papa Francesco. La sua capacità empatica, la sua profondità spirituale e la sua cura verso di noi hanno caratterizzato la sua presenza durante il cammino sinodale e ci hanno edificato.
Certamente l’esperienza sinodale è stata anche un grosso impegno. In questi due anni e mezzo praticamente ho dovuto sospendere la ricerca e l’insegnamento (anche se non del tutto). Ho dovuto lavorare molto per il Sinodo: la raccolta del materiale, la lettura e la stesura di alcuni testi importanti, l’accompagnamento costante dei lavori coordinati dalla segreteria del Sinodo. Soprattutto quello che ci ha impegnato molto è stata, prima del Sinodo, la stesura dell’Instrumentum laboris (una sintesi che nasce dall’analisi di circa 20.000 pagine di ascolto) e poi, durante il Sinodo, il lavoro di stesura del Documento finale (che ci ha impegnato, negli ultimi dieci di giorni di Assemblea sinodale, in un lavoro di giorno e di notte).
L’esperienza sinodale è per me, in questo momento, un accumulo enorme di ricchezza spirituale, culturale, pastorale ed ecclesiale che devo ancora rielaborare pienamente. Adesso avrò bisogno di tempo per discernere che cosa davvero il Signore mi chiede a partire da questa esperienza: per la mia vita, per il mio insegnamento, per la vita della Congregazione salesiana a cui appartengo.

  1. I giovani sono davvero un “luogo teologico”, come si dice nel Documento Finale, e ci aiutano a leggere i segni dei tempi? In che senso?

Certo, i giovani sono una presenza teologica nella storia. Ciò significa che Dio parla attraverso di loro, che i suoi appelli arrivano a noi anche attraverso la loro mediazione. La teologia sa con certezza che Dio si dice in molti modi e che parla in molti modi. La Bibbia testimonia che molti giovani sono stati lo spazio di mediazione della volontà di Dio per tutti. Pensate, solo per fare un esempio, a Daniele che salva Susanna dalla lapidazione. Il popolo riconosce in lui uno a cui Dio «ha concesso le prerogative dell’anzianità» (Dn 13,50). Dio decide di parlare a tutti attraverso Daniele. Si potrebbero fare decine di esempi simili. Anche a partire non solo dalla Bibbia, ma anche dalla storia della Chiesa. Pensate a san Benedetto, che nei primi numeri della Regola benedettina dice che quando si tratta di prendere decisioni importanti in abbazia bisogna radunare tutti e sentire tutti, senza dimenticare i giovani perché, afferma con certezza, Dio si serve volentieri di loro per far arrivare la sua volontà. In Christus vivit papa Francesco fa l’esempio del Venerabile Carlo Acutis, un giovane che attraverso Internet portava il Vangelo ai suoi compagni (cfr. nn. 104-106): un esempio per tutti di come si può usare la nuova tecnologia in modo positivo e propositivo, quindi un autentico “luogo teologico”.
I segni dei tempi sono tanti. Passando per la vita dei giovani, per le loro fatiche e per la loro parola troviamo con chiarezza e anche con facilità gli appelli di Dio alla nostra Chiesa. I giovani sono “sismografi” e “sentinelle” del nostro tempo, cioè si accorgono prima di altri dei cambiamenti in atto nella storia. Sono i primi a pagare le conseguenze delle ingiustizie, ma anche i primi che beneficiano delle nuove opportunità che si affacciano nella storia. Hanno una sensibilità maggiore, quindi percepiscono prima di altri ciò che avviene.
Ascoltare i giovani sul serio significa riconoscere le nuove sfide per incarnare la fede oggi. Pensiamo solo alle sei sfide antropologiche e culturali che sono state evidenziate dall’ascolto dei giovani e delle Conferenze Episcopali contenute nell’Instrumentum laboris (nn. 51-63): il corpo, gli affetti e la sessualità; i nuovi paradigmi conoscitivi e la ricerca della verità; gli effetti antropologici del mondo digitale; la delusione istituzionale e le nuove forme di partecipazione; la paralisi decisionale nella sovrabbondanza delle proposte; infine la ricerca spirituale delle giovani generazioni. Queste sono sei dinamiche frutto dell’ascolto che interpellano la pastorale ordinaria della Chiesa, che deve incarnare il messaggio evangelico in queste nuove condizioni di esistenza. Su queste sei sfide i giovani sono sia più vulnerabili e che più avvantaggiati: più vulnerabili perché nessuno sa bene come fare e quindi il rischio di essere delle vittime è forte; più avvantaggiati perché conoscono queste dinamiche prima e meglio di noi adulti.
Comunque sia, ascoltare i giovani e dialogare con loro ci inserisce meglio nella storia concreta degli uomini. E sappiamo che Dio, attraverso l’incarnazione, ha abitato la storia degli uomini. È quindi chiaro che se vogliano incarnare meglio il Vangelo oggi non possiamo evitare il confronto con il mondo dei giovani e con le loro esistenze concrete. Loro, tra l’altro, possono essere protagonisti di questo nuovo modo di incarnare il Vangelo oggi. È questa, in fondo, la grande scommessa del Sinodo.

  1. Quale futuro della fede cristiana nelle attuali e future generazioni di giovani possiamo aspettarci dopo il Sinodo? Dove è meglio spendere le nostre maggiori energie nella pastorale giovanile?

Le possibilità della fede cristiana sono tante, e dipendono molto dai contesti in cui si incarna. L’esperienza sinodale è davvero “cattolica”, quindi universale. Al Sinodo abbiamo fatto tutti l’esperienza della diversità della Chiesa a livello universale, pur nella sua unità di fondo.
In alcuni contesti il presente della fede è molto fecondo e ricco. La fede si sta sviluppando in alcuni parti del mondo – per esempio in tante parti dell’Africa, ma non solo – in modo potente e rigoglioso. Una forza davvero grande per la Chiesa universale. L’entusiasmo portato da queste giovani chiese al Sinodo è stato grande e le prospettive sono molto belle e incoraggianti in quei contesti.
Anche le Chiese minoritarie perseguitate al Sinodo ci hanno sorpreso. I loro sono stati gli interventi più gioiosi e luminosi. Hanno metabolizzato di essere un “segno” nel loro territorio. Un segno non è il tutto, ma un’indicazione chiara su come si vive e sul perché si vive. Ci hanno edificato con la loro fede forte e ben radicata, soprattutto dalle chiese del Medio Oriente abbiamo ricevuto molto al Sinodo.
Nei nostri territori europei – e in genere quelli ad elevato tasso di secolarizzazione – la fede è chiamata a qualificarsi in maniera nuova. A passare dall’umiliazione all’umiltà. Qui siamo sempre di più chiamati ad essere minoranza profetica e creativa. Qui siamo davvero chiamati ad essere una profezia. Dobbiamo aspettarci, dopo secoli di “dominazione” cristiana, un ritorno ad una comunità più piccola, più affiatata e più gioiosa. Ad una Chiesa libera da tanti vincoli organizzativi e di gestione del potere, capace di essere un segno luminoso di quel “piccolo resto” capace di fare la differenza. Di essere sale, lievito e luce per tutti.
La pastorale con i per i giovani allora dipende molto da questo. Per restare in quest’ultimo contesto, quello più Europeo, mi pare che dobbiamo essere in grado di non perdere la nostra identità in un tempo in cui siamo ancora tentati di prendere in mano i cammini di tutti e dire a tutti ciò che bisogna fare. La dialogica, sostanzialmente, si gioca tra “Chiesa di popolo”, che ha bisogno di una pastorale giovanile in chiave popolare (cfr. Christus vivit ai nn. 230-238) e una Chiesa che si centra su una sua dinamica vocazionale, che ha bisogno di una pastorale giovanile “in chiave vocazionale” (cfr. Documento finale ai nn. 138-143). Noi in questo momento siamo dentro un’opposizione polare che ci richiede, da una parte, di non abbandonare l’idea che siamo davvero “popolo di Dio” (rischiando però una certa superficialità dell’esperienza credente, che diviene talvolta solo un’appartenenza culturale più che una scelta convinta) e dall’altra di abbracciare la fede in modo personale e quindi vocazionalmente intesa (rischiando però, almeno ora, un certo elitarismo della fede, che diviene a volte esclusiva ed escludente). Tenere insieme questi due poli nella nostra proposta è il compito del nostro tempo, mi pare. Anche per quanto riguarda i cammini di pastorale giovanile.
Concludo questa riflessione dicendo anche che in realtà io sto parlando del presente, e non voglio azzardarmi ad espormi troppo per quanto riguarda il futuro. Davvero il futuro è nelle mani di Dio. Non sappiamo davvero che cosa potrà capitare al mondo, al cristianesimo e alla fede negli anni a venire. La “logica vocazionale” ci dice che nella vita tutto è davvero imprevedibile, e che i nostri progetti vanno fatti, ma devono essere messi nelle mani di Dio e del suo Spirito. Per questo è importante, più che progettare e pianificare, entrare nel ritmo del discernimento, che propriamente ci fa progettare nello Spirito. Siamo chiamati vivere il presente come dono e dare il massimo facendo quello che nel Signore ci sembra buono e giusto.

  1. Qual è stato il contributo del Sinodo sul tema del discernimento?

    È stato molto curioso il percorso del discernimento al Sinodo. Siamo partiti dalla necessità di accompagnare i giovani nel loro cammino di discernimento vocazionale e siamo arrivati a comprendere che il discernimento è la forma della Chiesa in un momento di cambiamento epocale come il nostro.
    Il discernimento, prima di essere personale, è un’esperienza della vita di una comunità in cammino e in ascolto del proprio tempo e del Signore. È frutto della preghiera e della vicinanza con il Signore. È un’esperienza spirituale, prima che una tecnica organizzativa. La parola “ascolto” ritorna così ad essere centrale, insieme alla parola “silenzio”. La comunità cristiana è tale perché mantiene il suo orecchio sempre tesi verso il Signore che parla e verso tutte quelle mediazioni di cui si serve per farvi arrivare la sua volontà.
    Ci sono stati alcuni momenti di conversione su questo tema al Sinodo. Nella mia mente due sono molto chiari, e li riprendo brevemente qui.
    Il primo si riferisce all’obiettivo dell’accompagnamento. Perché accompagniamo un giovane? Perché ci raccogliamo in preghiera di fronte alle sfide della vita? Perché chiediamo a qualcuno che giudichiamo saggio e sapiente di accompagnarci nel cammino della vita e nel momento delle nostre scelte? Per discernere la volontà di Dio, che si trova in mezzo a tante spinte del Maligno e a tante voci che disturbano. Cioè il discernimento è un obiettivo, è un punto di arrivo continuo della coscienza credente. Nell’Instrumentum laboris prima si parlava del discernimento e poi dell’accompagnamento. Durante il dibattito sinodale abbiamo afferrato l’idea per cui il discernimento è il primo e più importante obiettivo dell’accompagnamento e quindi nel Documento finale le due parti si sono rovesciate: prima la parte sull’accompagnamento e poi quella sul discernimento.
    Il secondo si riferisce invece al rapporto tra il livello personale e quello comunitario, sia del discernimento che dell’accompagnamento. Anche qui, siamo partiti dalla centralità del livello personale e siamo giunti ad una grande riscoperta della Chiesa come grembo dell’accompagnamento e del discernimento. È la Chiesa nel suo insieme, come casa e famiglia di Dio, il luogo in cui si respira l’aria pura dell’accoglienza e dell’ascolto, dove c’è spazio per la parola di tutti, dove nessuno dovrebbe essere né sentirsi escluso. La Chiesa è la casa del discernimento e la famiglia in cui ci si accompagna gli uni gli altri.
    Il discernimento, in fondo, al Sinodo è stato pensato come stile di Chiesa. Proprio perché i cambiamenti in atto sono molti, il discernimento è essenziale per riconoscere quali di essi vengono dallo Spirito e quali invece vengono dal Maligno e dai suoi effetti deleteri. Poiché la confusione è sempre più grande, abbiamo bisogno di discernere per orientarci. Una Chiesa che non discerne è ingenua, e rischia di cadere in due tentazioni che sono, se ci pensiamo bene, i frutti della superficialità spirituale di una Chiesa che fatica a lasciarsi rinnovare:
    Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri (Christus vivit, n. 35).

  2. Si aspetta che la “sinodalità missionaria” prevista nel Documento finale sia messa in pratica in molti luoghi oppure sarà solo un pio desiderio che non si realizzerà?

Questa domanda rimanda a qualcosa che ho già detto a riguardo della recezione del Sinodo e della sua attuazione. Certo ci sono forze che remano contro la “sinodalità missionaria”. Prima di tutto il “clericalismo”, ma poi anche il “centralismo”. Sono due modi di pensare l’esercizio del potere e la forma stessa della Chiesa che, tutto sommato, rimandano agli stessi problemi di fondo.
Il “centralismo” riguarda il rapporto tra Chiesa universale e Chiesa particolare. L’idea per cui al centro si decidono le cose di tutti e poi in periferia si debbano semplicemente “applicare” i protocolli già decisi è sempre possibile. Per alcuni è anche facile, perché toglie dalla fatica di fare discernimento. Anche questo del centralismo, come nel clericalismo, è un gioco a due: da una parte un centro che vuole dirigere e fatica ad ascoltare, e dall’atra una periferia che fatica a mettersi in gioco e ritorna sempre al fatto di essere una parte che “esegue” ordini impartiti dall’alto. In questo modo si genera un cortocircuito da cui è difficile uscire.
Il “clericalismo” riguarda di più le relazioni interne ai diversi stati di vita del cristiano. Pensare che solo i chierici siano i soggetti dell’azione pastorale, e tutti gli altri siano solo dei meri destinatari, è la base del clericalismo. Ritornare all’idea che la piattaforma battesimale è il cuore della vita cristiana e il centro di propulsione della missione che appartiene a tutti non sarà facile. Anche qui è un gioco a due: i chierici che si appropriamo di un tutto che non è semplicemente loro, e gli altri che tutto sommato sono contenti di essere passivi e di passare per meri destinatari.
In entrambi i casi la Chiesa non fa davvero corpo e non è davvero corpo. C’è chi fa troppo (e non dovrebbe farlo, perché rischia di farlo male e di sfinirsi, come capita purtroppo ad alcuni membri del clero, la cui generosità unilaterale li porta all’esaurimento) e c’è chi fa troppo poco (e rischia di perdere il ritmo della vita cristiana, come tanti laici che sono diventati oramai passivi e addormentai nella Chiesa, mentre avrebbero molto da dire e da fare in essa). La sinodalità missionaria è una parola che potrebbe rimettere tutti al loro posto e far sentire tutti protagonisti nel loro campo. Ripeto, non sarà facile. Ci vorrà tempo, pazienza e prudenza. Ma questa è la via del rinnovamento che Dio si aspetta dalla Chiesa del Terzo millennio.

  1. Perché è stata data tanta importanza alla formazione nel Documento Finale? Cosa dovremmo migliorare in questo aspetto?

La formazione è la concretezza della conversione. Se davvero il Vangelo mi ha afferrato e mi ha cambiato la vita, mi devo mettere in stato di formazione continua. Il Documento finale si conclude con un capitolo completamente dedicato alla formazione, proprio perché dovrebbe essere il punto di partenza per l’attuazione del Sinodo. È una formazione pensata per tutti, nessuno escluso. Mi pare di poter dire che siamo chiamati a mettere in campo una continua e intensa laboriosità in vari campi.
Penso alla laboriosità spirituale. Si tratta della laboriosità con Dio, che entra dentro, attraverso il silenzio e la contemplazione, della Parola che salva. Il nostro rapporto con Dio è la nostra prima scuola formativa. Quella di Maria che stava ai piedi di Gesù per ascoltarne la parola (cfr. Lc 10,38-42). I giovani ci hanno chiesto di accompagnarli attraverso esperienze capaci di risvegliare in loro quella sensibilità spirituale tanto assente in questo mondo molto frenetico e invasivo. Ci vogliono scuole di preghiera, proposte di spiritualità, esperienze di contemplazione.
Passo per la laboriosità culturale, di cui ho già parlato parlando delle sfide antropologiche e culturali del nostro tempo. Bisogna immergersi nel nostro tempo con occhi semplici ma profondi, sicuri che il dialogo e il confronto sono strumenti adatti per entrare nel cuore della nostra epoca e comprenderne le dinamiche. Non possiamo eludere l’idea che l’incarnazione ci spinge ad entrare nel mondo in cui viviamo, a non ad abbandonarlo a se stesso. Siamo chiamati a studiare la cultura, che è spazio di incarnazione della fede.
E arrivo alla laboriosità pastorale, frutto di un maturo discernimento sul “perché” e sul come “fare” per camminare con i giovani oggi. Le sfide sono tante, e il Sinodo le ha sollevate in vari momenti, offrendo anche idee e condividendo buone prassi: penso ad esempio al fatto che dobbiamo formarci a lavorare insieme in équipe in cui ognuno possa condividere le proprie risorse; oppure alla capacità di lavorare in rete con altri soggettivi civili e sociali; oppure ancora che dobbiamo imparare a comunicare meglio nel nostro mondo tanto iperconnesso e pieno di nuove solitudini; oppure che dobbiamo saper coinvolgere meglio i giovani progettando con loro la pastorale. Qui si potrebbe andare lontano, perché le proposte sono state tante.
L’aspetto particolare su cui insisterei molto è quello comunitario. I giovani ci chiedono “profezia di fraternità” e su questo aspetto dello stimarci a vicenda, collaborare insieme e vivere in comunione siamo abbastanza indietro e dobbiamo recuperare in fretta il terreno perduto se non vogliamo essere insignificanti per i giovani.

  1. Quali coincidenze trova tra lo stile pastorale salesiano e le proposte del Documento finale del Sinodo?

Di salesiano al Sinodo c’è stato tanto. Prima di tutto il tema: parlare dei giovani significa avere a che fare direttamente con il carisma di don Bosco. Poi la presenza di tante persone appartenenti alla Famiglia Salesiana al Sinodo: eravamo ufficialmente in 18, ma tanti dei presenti avevano avuto a che fare con il nostro carisma salesiano. Pensiamo solo a papa Francesco, che è stato battezzato da un salesiano, don Enrico Pozzoli, originario della lombardia e missionario in Argentina. Lo stesso che lo ha accompagnato nel discernimento vocazionale. Tanti altri presenti al Sinodo hanno espresso la loro riconoscenza a don Bosco e alla Famiglia Salesiana.
A parte queste battute simpatiche, penso che il nostro prossimo Capitolo Generale XXVII, che si svolgerà nella primavera del 2020 a Torino dovrà mettere a frutto l’esperienza sinodale. Anche qui, mi pare, si tratta di mettere in campo un vero e proprio scambio di doni: come carisma specifico abbiamo qualcosa da dare a tutta la Chiesa; d’altra parte la Chiesa come insieme ha qualcosa da dare al carisma salesiano oggi. Siamo membra di un corpo in cui dobbiamo fare bene la nostra parte.
A me pare che la cosa più importante che possiamo dare alla Chiesa universale è la passione per i giovani. Il tutto è ben riassunto dall’articolo 14 delle nostre Costituzioni salesiane, che dice il nostro proprio, quello di essere “segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani”:
La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani: “Basta che siate giovani, perché io vi ami assai” Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita.
Per il loro bene offriamo generosamente tempo, doti e salute: “Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita”.
Noi siamo chiamati ad aiutare tutta la Chiesa e la società intera che amare le giovani generazioni non è un optional, soprattutto oggi. Preoccupante al Sinodo è stata la denuncia di una perdita di passione educativa da parte della società e anche nella Chiesa. Con la nostra presenza e con il nostro entusiasmo siamo chiamati a risvegliare questa passione in tutti e in ciascuno. Dalla Chiesa universale noi dobbiamo imparare a perdere del tempo per pensare e approfondire le cose di cui siamo appassionati. La Chiesa ha dedicato un triennio per pensare ai giovani, non una settimana. A volte il nostro entusiasmo può essere superficiale, non radicato nella preghiera e nella vita di fede.
Guardando ai tempi della Chiesa e ai tempi dello spirito noi siamo una Congregazione relativamente giovane, perché abbiamo poco più che 150 anni. Quindi rischiamo quello che rischiano i giovani. C’è un bellissimo capitolo in Christus vivit dedicato al rapporto intergenerazionale. È un cavallo di battaglia di papa Francesco, che chiede ai giovani di rimanere radicati nell’esperienza della terra e degli anziani per non perdere le proprie radici. Mi piace leggere questo capitolo proprio nell’ottica del rapporto tra la Chiesa universale e la Congregazione salesiana: siamo un corpo solo e dobbiamo fare corpo nella Chiesa, ma rimanendo attenti a non sradicarci dalla tradizione bimillenaria della Chiesa, che ha accumulato tesori utili per tutte le stagioni. Per questo mi piace concludere questa intervista citando l’inizio di quel capitolo di Christus vivit:
A volte ho visto alberi giovani, belli, che alzavano i loro rami verso il cielo tendendo sempre più in alto, e sembravano un canto di speranza. Successivamente, dopo una tempesta, li ho trovati caduti, senza vita. Poiché avevano poche radici, avevano disteso i loro rami senza mettere radici profonde nel terreno, e così hanno ceduto agli assalti della natura. Per questo mi fa male vedere che alcuni propongono ai giovani di costruire un futuro senza radici, come se il mondo iniziasse adesso. Perché «è impossibile che uno cresca se non ha radici forti che aiutino a stare bene in piedi e attaccato alla terra. È facile “volare via” quando non si ha dove attaccarsi, dove fissarsi» (n. 179).

(FONTE: MISIÓN JOVEN 510-511 (2019) 5-16)

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