Nel visibile l’invisibile
Annotazioni sulla sacramentalità dell’incontro

Linda Pocher

Uno strano paradosso

In un saggio della fine degli anni sessanta, Joseph Ratzinger mette in luce «uno strano paradosso»: il secolo «del movimento liturgico e del rinnovamento della teologia sacramentale, infatti,vede al contempo una crisi della dimensione sacramentale, una estraneità nei confronti della realtà del Sacramento quale, in questa gravità ed in un simile inasprimento, finora non si è forse mai verificata all’interno del cristianesimo». Nella sua limpida analisi, Ratzinger individua la radice di questa terribile crisi nella tendenza moderna «a vedere nella sostanza delle cose ormai soltanto il materiale del lavoro umano», a considerare il mondo intero «come materia e la materia come materiale». In un mondo così, afferma Ratzinger, «non rimane più alcuno spazio libero per quella trasparenza simbolistica della realtà verso l’eterno sulla quale si basa il principio sacramentale. […] Diciamolo ancora più concretamente: l’uomo di oggi è senz’altro interessato alla questione di Dio; anche il problema di Cristo gli dà da pensare; ma i Sacramenti sono per lui qualcosa di troppo ecclesiastico, legato eccessivamente ad un livello di fede ormai superato, perché egli possa trovare utile entrare in un dialogo su questo» (J. Ratzinger, «La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana», in Teologia della liturgia, Città del Vaticano 2010, 221).
L’uomo contemporaneo, insomma, avrebbe perso proprio la capacità di vedere l’invisibile nel visibile, di riconoscere nella realtà che lo circonda le tracce della presenza di Dio. Questo è il grande ostacolo che, nell’azione pastorale, ancora si fatica a superare, nonostante la riforma liturgica abbia adeguato la forma esterna dei riti alla sensibilità contemporanea. Ad un certo risveglio del «bisogno di religiosità», infatti, non corrisponde affatto un aumento della pratica religiosa nel senso tradizionale del termine. Riportare la gente in chiesa, riportare l’Eucarestia effettivamente al centro della vita cristiana rimane certo uno degli obiettivi dell’azione pastorale, ma così faticoso da raggiungere, da far a volte disperare della sua reale praticabilità, soprattutto quando si tratta dei giovani. A distanza di cinquant’anni, dunque, la provocazione di Ratzinger rimane più che mai attuale. In particolare per coloro che vogliono educare i giovani nello stile di Don Bosco. Il santo dei giovani, infatti, ha fatto della pratica sacramentale l’asse portante della propria azione educativa: come motivare altrimenti la sua insistenza sulla comunione quotidiana, in tempi in cui la prassi della Chiesa spingeva in direzione opposta? Come giustificare le lunghe ore passate nel confessionale? Don Bosco sapeva bene che è la grazia di Dio che trasforma i lupi in agnelli, e che l’educatore deve farsi canale di questa grazia, se non vuole che la sua opera sia vana.
È urgente, dunque, per ogni educatore, rimettersi ogni giorno alla ricerca di quel varco che conduce dal visibile all’invisibile. Secondo Antoine de Saint-Expèry, saper vedere nel visibile l’invisibile, è la capacità che distingue i grandi dai bambini e che pone i bambini, in un certo senso, al di sopra dei grandi. Grazie a Dio, però, «tutti i grandi sono stati bambini una volta», sono stati già capaci cioè di guardare alle cose con stupore. Si tratta, allora, di ritornare bambini, come dice Gesù, di farsi piccoli e recuperare uno sguardo semplice e pulito sulla realtà che ci circonda, uno sguardo capace di riconoscere il logos, ovvero il «legame», non fisico o chimico, ma spirituale, che tiene unite tutte le cose (cfr. G.C. Pagazzi, In principio era il legame. Sensi e bisogni per dire Gesù, Assisi 2004, 126). Mai come negli ultimi centocinquanta anni, Dio ha benedetto la Chiesa con la testimonianza di bambini e adolescenti santi, che hanno saputo vedere nell’Eucarestia Gesù: Domenico Savio, Nennolina, Carlo Acutis, Manuel Foderà, sono solo alcuni nomi, alcune delle stelle che Dio stesso ha acceso in Cielo per illuminare la strada a genitori ed educatori. Questi piccoli giganti dello Spirito, infatti, con la loro vita vissuta, ci invitano a meditare sulla bellezza, la bontà e la necessità della mediazione sacramentale dell’incontro con Gesù.

Il bacio di Violaine

Al numero 40 dell’Enciclica Lumen Fidei, leggiamo che la fede cristiana richiede un ambito in cui potersi comunicare che sia «corrispondente e proporzionato a ciò che si comunica». Se si potesse ridurre ad un contenuto dottrinale o ad un’idea, per trasmetterla «basterebbe un libro, o la ripetizione di un messaggio orale. Ma ciò che si comunica nella Chiesa, ciò che si trasmette nella sua Tradizione vivente, è la luce nuova che nasce dall’incontro con il Dio vivo, una luce che tocca la persona nel suo centro, nel cuore, coinvolgendo la sua mente, il suo volere e la sua affettività, aprendola a relazioni vive nella comunione con Dio e con gli altri». La fede in Gesù, perciò, richiede per sua natura che il credente sia coinvolto in un’azione sacramentale. I sacramenti, infatti, sono il «mezzo speciale», che la Chiesa ha ereditato da Gesù, in cui viene messa in gioco «tutta la persona, corpo e spirito, interiorità e relazioni». Ma quali sono gli elementi che costituiscono l’azione sacramentale e la rendono davvero coinvolgente ed efficace? Cerchiamo di rispondere a questa domanda, prendendo spunto dalla vicenda narrata da Paul Claudel ne L’annuncio a Maria, opera teatrale in cui tutta l’azione drammatica si sviluppa a partire da un semplice bacio. Un bacio ad un tempo casto e appassionato, imprevedibile e carico di conseguenze.
L’opera è ambientata nel Medioevo. Violaine è una giovane donna di buona famiglia, promessa sposa a Giacomo Hury, uomo che ama e da cui si sa ricambiata senz’ombra di dubbio alcuno. Pietro di Craon è un architetto, costruttore di cattedrali. Affascinato da Violaine, tenta di violentarla, ma la ragazza riesce a resistergli e, passato il pericolo, di vero cuore lo perdona. Pietro riconosce il proprio peccato e ne accetta le conseguenze: Dio lo rende lebbroso. Questo l’antefatto dell’opera, su cui si apre il prologo, che si svolge nel portico della Casa paterna della ragazza. Ora Pietro, oppresso dalla tristezza, sta per partire, incontro al suo destino. Violaine vorrebbe consolarlo… e al momento del congedo, afferrata da un impeto di compassione, lo abbraccia e lo bacia. Pietro guarisce all’istante mentre la lebbra aggredisce ora il corpo di lei. Il contagio, tuttavia, non è che la prima conseguenza del suo slancio d’amore. La ragazza sarà accusata di adulterio e Giacomo sposerà Mara, sua sorella. Violaine, come ogni lebbroso, sarà costretta all’esilio, abbandonata da tutti. Nondimeno, prima di morire ammazzata da Mara per invidia, farà rivivere per miracolo il bambino di lei, che era nato morto. Il suo ultimo respiro, accompagnato da un’ultima lode alla bontà di Dio, sarà raccolto da Giacomo e da Pietro insieme. Anche la sua morte, come la sua vita, è tutta un atto d’amore e di riconciliazione.
Un semplice bacio, dunque, in questo caso è il segno visibile, nel quale si rivela la potenza invisibile ma efficacissima di un amore che sa chinarsi con compassione su chi soffre, senza calcolare il prezzo o le conseguenze della propria azione. Potenza invisibile ma efficace, qui sta il punto: anche se l’osservatore volesse vedere soltanto due bocche che si sfiorano, questo sguardo riduttivo non potrebbe impedire affatto le conseguenze di ciò che in quello sfioramento si è realizzato. Ci troviamo così di fronte a quattro elementi fondamentali nel sacramento: (1) l’incontro tanto desiderato quanto impensabile o immeritato tra due soggetti distanti e diversi, (2) tra cui avviene una specie di scambio di doni, carico di conseguenze, che (3) trasforma in modo irreversibile la vita di entrambi e (4) si ripercuote sugli altri membri della comunità cui essi appartengono. Con o senza il bacio di Violaine a Pietro, infatti, tutto cambia. La ragazza avrebbe potuto accontentarsi di dire una parola buona, ma la sua compassione sarebbe rimasta formale, non avrebbe compromesso tutta la sua persona nella relazione con lui, come è avvenuto invece nel bacio. Tutta la sua persona, qui, non significa soltanto il suo corpo e la sua anima, ma anche le relazioni che costituiscono la sua identità: la relazione con i suoi familiari, con lo sposo promesso, con gli altri abitanti del villaggio. Lo stesso vale per Pietro: prima del bacio condannato all’esilio, alla sterilità e alla morte, diviene un uomo nuovo, in cui risplende la fecondità della rinuncia a possedere l’amore, abbracciata per Dio. Le cattedrali da lui costruite, saranno per la gente segni di speranza, nella fatica quotidiana.

Mi baci con i baci della sua bocca

Quella del bacio di Violaine, tuttavia, è soltanto una storia inventata. Ciò che si celebra nei sacramenti, invece, è la possibilità di accedere sempre di nuovo ad un evento vero, la possibilità di ricevere oggi il bacio e l’abbraccio del Figlio di Dio fatto uomo che prendendo su di sé la nostra lebbra, ci introduce nella vita senza fine. Cerchiamo ora di chiarire il fondamento di questa possibilità. Il numero 40 di Lumen Fidei ci ricorda che «la Chiesa, come ogni famiglia, trasmette ai suoi figli il contenuto della sua memoria», ovvero la Tradizione Apostolica, la testimonianza degli amici di Gesù. Con l’assistenza dello Spirito, secondo la promessa di Gesù (Gv 14,26), la Chiesa continua fino ad oggi a trasmettere la memoria di Lui, della sua preghiera, dei suoi gesti, delle sue parole, «in modo che niente si perda e che, al contrario, tutto si approfondisca sempre più nell’eredità della fede». Proprio lo Spirito Santo, infatti, ha il compito di mantenere i credenti di ogni tempo in «un contatto vivo con la memoria fondante». Quanto è stato trasmesso dagli Apostoli, inoltre, «racchiude tutto quello che serve per vivere la vita santa e per accrescere la fede del Popolo di Dio, e così nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto la Chiesa perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» (Dei Verbum 8).
Il Cantico dei Cantici, interpretato già dai rabbini come un canto d’amore tra Dio e il suo Popolo, si apre con la struggente preghiera della sposa che invoca ed attende l’incontro d’amore con il suo promesso: «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2). I Padri della Chiesa, hanno visto in questa invocazione l’incessante preghiera di tutti coloro che desiderano ardentemente contemplare faccia a faccia il volto di Dio. Invocazione che trova compimento nell’incontro con Gesù. Così commenta San Bernardo: «la bocca che bacia è, per noi, il Verbo che assume la natura umana; quella che riceve il bacio è la carne che viene assunta; il bacio poi che risulta da chi bacia e da chi è baciato è la persona stessa che riunisce in sé l’uno e l’altra, il Mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù. […] Felice bacio […] in cui, non una bocca si imprime ad un’altra bocca, ma Dio si unisce all’uomo. E mentre nel bacio umano la congiunzione delle labbra significa l’unione degli animi, qui l’unione delle due nature associa l’umano al divino, pacificando le cose della terra con quelle del cielo» (Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, I, Roma 1982, 46). Proprio nel mistero dell’incarnazione, dunque, ritroviamo i quattro elementi del sacramento che abbiamo dedotto dalla vicenda del bacio di Violaine: (1) Dio e la sua Creazione, due realtà diverse e distinte, si incontrano inaspettatamente ed in modo unico e, (2) in un imprepensabile scambio di doni, (3) diventano una cosa sola in Cristo Gesù, che (4) in questo modo riconcilia in sé tutte le cose con Dio.
Gesù è così il Mediatore, il «legame in persona» (Logos), ma fatto carne e non più soltanto spirito, a cui gli uomini, a loro volta fatti di carne e di spirito, si possono affidare. Prima di Gesù, infatti, nessuno aveva visto Dio (Gv 1,18). Ma in Gesù, proprio Dio Padre si lascia davvero vedere e toccare (Gv 14,9, 1 Gv 1,1-4). L’incarnazione del Figlio sta alle parole dell’Antico Testamento come il bacio di Violaine sta alle sue parole di consolazione. Nell’incarnazione, infatti, scrive ancora San Bernardo, «colui che si presenta come mediatore presso Dio è il Figlio di Dio, è Dio stesso. E che cosa è l’uomo perché si manifesti a lui, o il figlio dell’uomo perché venga da lui considerato? […] Come posso, dico, io terra e cenere, presumere che Dio abbia cura di me?». Ma la discesa nella carne costituisce per il Figlio di Dio una tale umiliazione, un annichilimento così estremo nelle sue conseguenze, fino al disprezzo, al rifiuto e alla condanna a morte ad opera delle sue creature, da diventare la prova più alta e più eloquente del suo amore per noi: «ricevo sicuro come mediatore di Dio il Figlio suo, che riconosco anche come mediatore mio. […] Penso che non potrà disprezzarmi, lui che ormai è osso delle mie ossa e carne della mia carne» (Ibid., 48-49).

Dal grembo vergine la vera spiga

Contemplando il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, Agostino e Tommaso si spingono ben oltre all’immagine del «bacio di pace». Essi affermano che il grembo di Maria è la «stanza nuziale» in cui si è consumata l’unione indissolubile tra il Figlio di Dio e l’umanità: «il Verbo, infatti, è lo sposo e la carne umana è la sposa; e tutti e due sono un solo Figlio di Dio, che è al tempo stesso figlio dell’uomo. Il seno della vergine Maria è il talamo dove egli divenne capo della Chiesa» (Agostino, Commento a San Giovanni, 8,4). Poiché dunque, nell’Incarnazione si realizza «una specie di matrimonio spirituale tra il Figlio di Dio e la persona umana» e poiché, in ogni matrimonio degno di questo nome, il consenso libero degli sposi precede la consumazione, «per mezzo dell’Annunciazione si attendeva il consenso della Vergine, in rappresentanza di tutta la natura umana» (Tommaso d’Aquino, STh III q. 30 a. 1). Agostino e Tommaso pensano qui certamente alla lettera agli Efesini, in cui si dice che il Cristo e la Chiesa formano «una sola carne» per l’eternità (Ef 5,31-32; cfr. Amoris Laetitia 142).
Questo nuovo legame spirituale tra Dio e gli uomini, realizzato nella carne grazie alla potenza dello Spirito e al consenso di Maria, permette al Figlio di Dio di unirsi in modo irrevocabile non soltanto all’umanità, ma a tutte le cose create. Questo accade in modo inevitabile, data la struttura intrinsecamente relazionale del creato, che è il frutto dell’amore trinitario, cioè è stato fatto da un Dio che è a sua volta relazione. La rete di relazioni tra gli uomini e tutte le cose, si rende evidente non appena poniamo attenzione al fatto che ogni piccolo d’uomo, dal momento del suo concepimento, è inserito in una rete di relazioni che si allarga potenzialmente all’infinito. Nascosto e raccolto in un grembo, egli non può prescindere dalla relazione con la madre e con il padre a cui deve la vita e allo stesso tempo dalla relazione con Dio, che ha reso il loro incontro fecondo. Il piccolino si nutre della madre e di tutto ciò di cui lei si nutre e si lega così fin da subito a tutte quelle cose. Gli eventi vissuti da lei nel tempo della gestazione entrano impercettibilmente ma realmente a strutturare la personalità di lui, che, stando nel grembo materno, sta già incastonato nel mondo intero. Lo stesso si può dire del bambino Gesù.
Crescendo poi, anche Gesù, come ognuno di noi, ha fatto propria l’aria che ha respirato, la terra che ha calpestato, il pane che ha mangiato, ha ricevuto e si è donato ad ogni volto che ha incontrato. Tutte queste realtà del mondo, grazie al misterioso scambio avvenuto nell’incarnazione, si sono come riempite di Lui. Come stupirci allora se Egli, al momento di tornare al Padre, ha voluto legare se stesso in modo particolare ad alcune tra tutte le cose di cui liberamente dispone perché sono sue? Non è questa una estrema finezza d’amore? Certo, possiamo trovarlo in tutte le cose, ma in alcune abbiamo la sicurezza che ci viene dalla sua parola: Io sono il pane vivo, io sono l’acqua della vita, fate questo nel mio nome, in memoria di me. Efrem il Siro, nei suoi splendidi versi ci restituisce un’acuta consapevolezza di questa molteplicità di legami, in cui è venuto al mondo il Figlio di Dio. Egli vede insieme nel grembo di Maria la fonte da cui sgorga l’acqua del battesimo e la terra da cui germoglia la spiga che ci darà l’Eucarestia: «Dalla terra assetata/ è sgorgata la fonte/ che basta a saziare/ la sete dei popoli./ Dal grembo vergine,/ come da una roccia,/ è germogliato il seme dal quale/ sono venuti i raccolti./ La sola vera Spiga/ diede pane,/ pane celeste/ illimitato» (Efrem il Siro, Inni sulla Natività IV,84-87).
Certo, alla base di tutta questa riflessione, sta una precisa visione del Creatore e della creazione, che è quella che ci viene offerta dal Nuovo Testamento nei suoi inni cristologici (Col 1,13-ss; Gv 1,1-18) in cui si afferma che tutto è stato creato per mezzo di Cristo e in vista di Lui. Il che significa da un lato che la creazione (l’acqua, il pane, ogni uomo) è stata predisposta fin dal principio ad essere segno-immagine del Creatore. Dall’altro, che, soltanto nel momento in cui il contatto avviene ed in Cristo il segno-immagine diviene realtà, le cose della Creazione (il pane, l’acqua, l’uomo e la donna) possono rivelare la pienezza delle proprie possibilità: ovvero la capacità di accogliere in sé senza restarne distrutte, ma venendone elevate e trasfigurate, tutta la potenza d’amore di Dio, lo Spirito Santo in persona. Ecco perché alla domanda sul fondamento sacramentale della fede è strettamente legata, in fin dei conti, la domanda sull’identità dell’uomo e sull’identità di Dio.
Nei sacramenti, celebrati nella liturgia della Chiesa, «si comunica una memoria incarnata, legata ai luoghi e ai tempi della vita, associata a tutti i sensi; in essi la persona è coinvolta, in quanto membro di un soggetto vivo, in un tessuto di relazioni comunitarie». Per questo anche oggi, accostarsi con fede ai sacramenti, farne propria la logica e lasciarsi trasformare dalla potenza invisibile dello Spirito che agisce in essi, rimane una via privilegiata di salvezza e un modo per imparare dal Signore quello sguardo di bambino, che è capace di riconoscere la presenza di Dio in tutte le cose. Infatti, «se è vero che i Sacramenti sono i Sacramenti della fede, si deve anche dire che la fede ha una struttura sacramentale. Il risveglio della fede passa per il risveglio di un nuovo senso sacramentale della vita dell’uomo e dell’esistenza cristiana, mostrando come il visibile e il materiale si aprono verso il mistero dell’eterno» (Lumen Fidei 40).

Traccia di lavoro per gli educatori

Non si può introdurre altri ad un arte che non si è fatta propria. Può essere utile, perciò, per gli educatori, riflettere sul proprio modo di vivere l’incontro sacramentale con Gesù, a partire da queste quattro domande:
(1) Ho sperimentato lo stupore di un incontro inaspettato e immeritato con Gesù? Riesco a percepire la sua presenza viva nell’Eucarestia e nella Confessione?
(2) Quali doni ho ricevuto da Dio nella mia vita? Riesco a riconoscere nel quotidiano la presenza del Padre che veglia su di me e mi attende, di Gesù che mi guida e mi accompagna, dello Spirito Santo che mi ispira e mi trasforma?
(3) Vedo un progresso nella mia vita di fede? Sono più simile a Gesù, più intimo a Lui, di quando ho iniziato il mio cammino? Posso distinguere ciò che è frutto dei miei sforzi e ciò che è dono Suo?
(4) Sperimento il fatto che ogni mio piccolo progresso aumenta il bene nel mondo, mentre ogni mio peccato alimenta il male? Mi sento membro vivo della comunità dei fratelli e delle sorelle nella fede?
È bene riflettere in clima di preghiera, magari dopo aver meditato sulle parole di Gesù a Cafarnao (Gv 6,22-69), in modo da lasciare a Dio stesso la possibilità di istruirci sulla dimensione sacramentale dell’incontro con Lui!