Inizi : nella fede, è primaria la speranza.

Angelo Reginato

Le grandi parole delle Scritture ebraico-cristiane, le parole d’ordine della fede, da sempre rischiano di avere troppi significati. “Salvezza”, “amore” e persino “Dio” appaiono come contenitori troppo grandi, al punto da ospitare tutto e il suo contrario e risultare così, a giudizio di molti, inservibili. In effetti, le parole più importanti della vita sono anche quelle che, più facilmente, rischiano di essere fraintese.

Di qui l’esigenza di comprenderle meglio, ripensandole per il proprio tempo. Più che in ogni altra epoca, questo vale per il nostro presente, che fatica a credere alle grandi narrazioni e che spinge a ripensare a fondo ogni cosa.

Tra le grandi parole della fede, una posizione eminente è occupata dalla speranza. Nel famoso elogio tessutone da Péguy, essa è la “bambina irriducibile”: «È lei, quella piccina, che trascina tutto / perché la fede non vede che quello che è / e lei vede quello che sarà / la Carità non ama che quello che è / e lei ama quello che sarà» (Péguy C., I Misteri, Jaca Book, Milano 2007, 168, ed. or. 1911).

Anch’essa, però, è cresciuta e nella modernità è diventata adulta. E come tutti gli adulti ha perduto l’innocenza, si è sporcata le mani. Oggi la vediamo piena di rughe, ai margini del discorso sociale. Che cosa possiamo fare per sottrarla a questo processo di invecchiamento precoce?

La Scrittura, oltre a consegnarci le sue grandi parole, ci insegna anche l’arte della riscrittura. La Bibbia è consapevole – per dirla con Walter Benjamin (1892-1940) – che «in ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla» (Benjamin W., Angelus NovusSaggi e frammenti, Einaudi, Torino 1995, 78).

 Il gesto messo in atto dal Libro sacro per far fronte al pericolo del ripiegamento conformistico è quello di moltiplicare le narrazioni, riscrivendo le parole d’ordine. E così la speranza dall’orizzonte infinito – una discendenza numerosa come le stelle, come la sabbia – e dal carattere utopico – una terra dove scorrono latte e miele – viene ridetta e rimodulata come “inizio”.

La Bibbia, il “libro degli inizi”

La Bibbia si presenta come il libro degli inizi. Che l’inizio non sia il semplice incipit, che introduce l’intera narrazione, lo capiamo dal senso che quell’immagine ha per la sapienza ebraica. Infatti, perché risulti significativa ai nostri orecchi occidentali, dovremmo tradurre la metafora temporale in una spaziale: “in principio” significa “in profondità”.

Quell’inizio del mondo creato non è avvenuto una volta per tutte, in un’epoca che precede la storia; piuttosto, avviene sempre. I primi undici capitoli del libro della Genesi sono l’introduzione a tutta la Scrittura, dove ci vengono offerte le chiavi di lettura necessarie per comprendere il racconto che prende avvio.

In quei capitoli troviamo la grammatica che informa i discorsi successivi, pensati tutti come nuovi inizi, ennesimi tentativi di far fronte a quel deserto informe e buio che è la storia. Nuove partenze alla ricerca di una terra bella, buona, luminosa, che rimane sempre promessa, progetto non ancora realizzato. E l’inizio perdura fino alla fine. Secondo il canone ebraico, infatti, le Scritture terminano con l’editto di Ciro che invita gli esuli a “partire”

(2Cronache 36,22).

Con il Nuovo Testamento non viene meno questa narrazione fatta di continui inizi? Nelle Scritture cristiane la speranza non viene, piuttosto, ripensata nei termini del compimento, grazie alla rivelazione definitiva di Dio nel suo Figlio Gesù? Con la venuta del Messia, il lettore cristiano è indotto a pensare che gli inizi abbiano trovato la loro conclusione.

L’incertezza della prima ora cede il passo al lieto annuncio della salvezza raggiunta. E dunque “inizio” è moneta fuori corso per le discepole e i discepoli del Cristo? L’evangelista Marco intende contestare queste affrettate conclusioni e scrive il suo racconto intorno alla parola-chiave “inizio”. È la prima parola del suo Vangelo: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio (Marco 1,1).

In essa è racchiuso, in un certo senso, l’intero racconto ma, agli occhi di chi legge, non appare subito chiara la sua effettiva portata. Potrebbe essere solo l’indicazione che lì comincia il racconto, o che in quelle prime righe viene narrato l’inizio del ministero di Gesù. È necessario seguire il filo dell’intera narrazione per comprendere appieno il senso di quella prima parola.

 Noi ci limiteremo a osservare la scena finale, dove la questione degli inizi viene posta sotto i riflettori (Marco 16,1-8, cfr il riquadro qui sotto). La conclusione si rivela come il luogo strategico per comprendere dove l’autore intenda condurre i propri lettori: è lì che mira la strategia narrativa messa in atto, a quella scena finale dove termina lo scritto ma non il lavoro del lettore che, anzi, proprio al momento della chiusura del sipario si intensifica.

Marco 16,1-8

1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Le nostre Bibbie riportano, poi, altri 12 versetti, la cosiddetta finale lunga, che, però, è un’aggiunta successiva, non uscita dalla penna di Marco. Per quest’ultimo il racconto evangelico si conclude in modo paradossale, con le donne, testimoni della crocifissione e della sepoltura di Gesù, che fuggono senza dire nulla a nessuno, in preda alla paura. Chi legge rimane sconcertato e si pone una serie di domande: come sarà giunta la notizia della resurrezione di Gesù, se le donne non hanno portato l’annuncio? E che razza di vangelo è un racconto che termina con la fuga incredula di chi ne è stato il primo destinatario?

Interrogativi che portano a chiudere, increduli, il testo di Marco o a rileggerlo per giungere a comprendere quanto a una prima lettura risulta non evidente.

Se battiamo questa seconda pista, avendo in mente la scena finale, iniziamo a intravedere un mondo narrativo coerente, dove il protagonista, Gesù di Nazaret, risulta sfuggente e inafferrabile dall’inizio alla fine. Lo scacco finale non è una tempesta a ciel sereno: lungo tutto il racconto, chi segue Gesù non capisce il suo insegnamento né la sua persona.

La conclusione shock giunge, certo, inaspettata rispetto alle legittime attese di uno scioglimento finale dei nodi sorti lungo l’intreccio della storia. Tuttavia, essa non risulta per nulla anomala.

La reazione delle donne è in linea con l’incomprensione della resurrezione da parte del gruppo dei discepoli. Fino all’ultimo, il loro punto di vista fatica ad accogliere quello divino di Gesù. Lo scarto tra l’annuncio gioioso della resurrezione e la fede insufficiente segna l’epilogo di un racconto, che intende decostruire ogni pretesa dei discepoli. Ma, oltre allo scarto, Marco caratterizza il suo racconto nei termini della “ripresa”.

A fronte dell’incomprensione e dell’incredulità, c’è qualcuno che precede e riapre la strada (16,7). L’annuncio che vi precede in Galilea; là lo vedrete, gioca un ruolo decisivo in questo epilogo; poiché dalla Galilea tutto il racconto ha preso inizio (Marco 1,9.14.16), l’indicazione che il giovane fornisce alle donne mostra la via del “ricominciare dall’inizio”, come discepoli che seguono il maestro che li precede.

Il cammino al seguito di Gesù ha un carattere sempre iniziale, mai concluso. La scena finale del racconto non andrà quindi letta come cronaca di una morte annunciata, bensì come confessione dell’impossibilità umana unita alla possibilità divina della ripresa, offerta alla tenacia di chi pur sente tutta la sua inadeguatezza. L’implacabile denuncia dello scarto mira alla ripresa, non certo alla paralisi.

 Chi si pone al seguito di Gesù, messa da parte ogni presunzione, non finirà mai di camminare, non sarà mai arrivato. Con le parole di Gregorio di Nissa: «Non si ferma mai, perché riprende da un inizio ad un altro inizio; e l’inizio delle realtà che si fanno sempre più grandi non si conclude mai» (Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei cantici, Città Nuova, Roma 1996, 180).

Imparare a ricominciare

La speranza, riscritta come possibilità di un nuovo inizio, apre un varco nell’orizzonte chiuso della crisi che stiamo vivendo.

Al gesto della resa, accompagnata dalla depressione e dal risentimento per l’impossibilità di vedere realizzate le proprie aspettative, la speranza evangelica narrata da Marco oppone il linguaggio di una tenacia consapevole del fallimento e, nondimeno, pronta a reagire alla paralisi mettendo in campo ulteriori inizi. Che sono, in prima battuta, inizi divini, di un Dio che non si arrende di fronte all’incredulità umana. Il Dio di Gesù, raccontato da Marco, continua a credere nei suoi discepoli sempre inadeguati. Invece che giudicarli, emettendo la sentenza di condanna, con ostinazione divina li precede, pronto a ritentare con loro il cammino.

È alla scuola di un tale Dio che i discepoli e le discepole apprendono l’arte del ricominciare. Dismesse le ingombranti vesti del lamento e del giudizio, distolti gli occhi dai propri fallimenti, si volgono a quello strano Signore che, a differenza della cultura oggi egemone, non domanda loro eccellenza e spietata determinazione e nemmeno li rimprovera per averlo abbandonato, ma annuncia loro una promessa immeritata: quella di ricominciare daccapo con loro, in un cammino che va di inizio in inizio.

La speranza evangelica viene riscritta col linguaggio della debolezza che può unicamente confidare nella tenacia, divina prima e umana poi.

I credenti sono dei principianti, sempre in ricerca, che hanno come unica risorsa la sua promessa: vi precederò.

In un tempo che sente di non poter più vivere di rendita, appoggiandosi a quanto maturato in precedenza, la comunità cristiana, che è sempre fatta di “principianti”, mette a frutto il “dono dell’incertezza”, osando proporre una lettura di segno opposto della situazione presente.

L’incertezza che ci spaventa non necessariamente agisce come forza paralizzante; può essere giocata come opportunità di ricominciare, ripensando il tutto. Marco invita a mettere da parte l’imbarazzo a confessare la propria ignoranza su come vivere oggi l’evangelo e a “ripartire dalla Galilea”, posizionandosi al punto zero dell’esperienza al seguito di Gesù.

È questo il gesto terribilmente salvifico che abbiamo a disposizione. Il Gesù di Marco mette in campo la sapienza degli inizi. Perché barare e far finta di non essere nudi? Perché esibire la fede, quando si ha consapevolezza di essere dei fuggitivi, pieni di paura? Meglio far fruttare quest’unico e paradossale talento.

Fare della propria ferita una feritoia da cui guardare la realtà con un altro sguardo, che scommette sui nuovi inizi, sulle seconde volte. Anche la storia con Dio è fatta di false partenze e le prime volte non funzionano quasi mai. La speranza sta nel Dio che opera come il “Ricominciatore”, che si ostina a tenere aperta una storia, proprio quando questa si ripiega su se stessa.

Sembra proprio che agli umani sia data solo la sapienza della ripresa, e non quella del risultato al primo colpo. Alla scuola di Marco apprendiamo che lo scacco e l’ignoranza nascondono una chance. Che anche la nostra fragilità inconcludente è abitata da Dio. La speranza, qui, prende forma in una comunità che prova e riprova, sbaglia e cerca di rimediare, che non ha punti fermi definitivamente raggiunti, né strutture solide o pietre dove posare il capo. Ha solo la sapienza degli inizi, che la spinge a non temere le sconfitte e a ricominciare sempre daccapo.

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