Ritualizzare il dramma
Pensieri per nutrire discernimento

Manuel Belli

L’uomo non esiste che come “essere rituale”. E anche in questi giorni gli uomini stanno spontaneamente ritualizzando il dramma che vivono. Il discernimento è importante: un rito triste porta a incrementare il dolore, non a dargli senso.
Scritte sul balcone, canti dalle finestre e campane che suonano possono aprire a qualche pensiero?

  1. L’uomo come essere rituale

L’uomo è un essere rituale: non è solo un soggetto che celebra riti, ma vive di riti. La nostra esistenza è costituita da azioni simboliche che danno significato alle cose. Una partita allo stadio, una passeggiata in centro, un gioco tra bambini, una lezione, una cena tra amici, un pranzo di lavoro: sono tutte forme rituali dove spazi, movimenti, cose e relazioni entrano in uno scambio simbolico che permette di dare senso ad una situazione. Vale un assioma: non c’è significato senza una sua forma rituale per dirsi, e non c’è dunque vita senza forme rituali per dire il senso. Dai riti che costellano la nostra esistenza dipende anche la qualità della vita: a riti tristi corrisponde un’esistenza triste, a riti felici corrisponde un’esistenza felice1.
Questo tempo incredibile di epidemia sta generando i suoi riti: gli uomini e le donne sentono il bisogno di vivere azioni simboliche che permettano «di partecipare al dramma sociale e di partecipare al gioco sociale»2. Sono riti insoliti, perché stiamo vivendo settimane in cui non ci è possibile la prossimità, che è un ingrediente fondamentale della ritualità. Ma la costituzione di riti resiste a questo limite oggettivo e genera possibilità. I credenti, privati delle loro ritualità religiose specifiche, hanno generato molti modi di significare insieme il tempo dell’epidemia. La CEI ha invitato tutti i fedeli a unirsi simbolicamente in preghiera per la festa di san Giuseppe ad un medesimo orario.
In diverse diocesi si è deciso di suonare tutte le campane ad una medesima ora.
Sarebbe vastissimo recensire tutte le forme di preghiera e di catechesi digitali che si stanno sviluppando. Ma anche la famiglia umana sta diffondendo i propri riti. Sui balconi compaiono scritte con messaggi incoraggianti, ci si affaccia sulle strade per cantare l’inno nazionale o per lanciare urla, si organizzano raccolte di messaggi e di lettere per incoraggiare il personale sanitario, ci si invia messaggi e fotografie che provano a strappare risate, ci si accorda per incontri virtuali tra amici.
Ma la regola fondamentale, secondo la quale dalla qualità dei riti dipende la qualità della vita, vale anche per i giorni dell’epidemia. Un pensiero e un discernimento sulle forme di «ritualità a distanza» sono importanti per mettere in campo «riti generativi», in giorni in cui la gioia non sembra proprio di casa.

  1. Non sta andando tutto bene

«Andrà tutto bene» è una frase che sta comparendo in tanti balconi italiani, normalmente accompagnata da un arcobaleno. È stato uno dei gesti della prima fase di questa epidemia, quando tutti abbiamo sperato che dopo due settimane di Zone rosse sarebbe andato tutto meglio. I giornali hanno diffuso le immagini di alcuni biglietti anonimi che venivano lasciati per le città con questo semplice messaggio di speranza. Pian piano è diventato un piccolo rito propiziatorio. La frase è semplice e incisiva, e il disegno dell’arcobaleno evoca immediatamente la fine della tempesta.
Recentemente si stanno sollevando alcune critiche: basta un giro per la rete sui siti di diverse testate locali per leggere articoli che invitano a non abusare di questo slogan. I giornalisti e gli opinionisti in merito sostengono che, se può avere senso soprattutto nel rassicurare i più piccoli, può addirittura risultare offensivo per quelle famiglie che stanno vivendo il lutto o l’apprensione per un malato. Inoltre i dati sono preoccupanti: pur accettando che l’emergenza prima o poi finirà, gli strascichi economici saranno non di poco conto e l’economia europea potrebbe davvero uscirne in ginocchio.
Esporre la scritta «Andrà tutto bene» è un rito capace di liberare positività o è un rito triste? Se diventasse un mantra rassicurante da ripetere, potrebbe addirittura creare una patologica dissociazione tra quanto sta accadendo e quanto abbiamo bisogno di pensare che accada. E raramente il ripetersi una bugia può diventare un rito positivo. Non è facile generare parole e simboliche adeguate al problema del male, che ci sta toccando con inaudita violenza e con una sorta di aggressività invisibile. Secondo la profonda riflessione di Paul Ricoeur, il male pone uno scacco al pensiero: non è possibile disinnescare la drammatica del male. Il pensiero che tenta di sopprimerlo in realtà lo alimenta soltanto. Il male genera le proprie simboliche e le proprie rappresentazioni, che sono consistenti nella misura in cui nutrono un pensiero adeguato, in quanto «pensare, nel senso più largo, è l’atto fondamentale dell’esistenza umana e questo atto è la rottura di una cieca armonia, la fine di un sogno»3. Il male non è semplificabile, e si attesta all’uomo come la domanda radicale dell’esistenza.
Ricoeur, nel suo saggio, parla del libro di Giobbe: la tesi di Giobbe è che non esiste alcuna spiegazione al suo male. Il testo è paradossale: la tesi di fondo del protagonista è che il testo stesso sia inutile, perché ogni tentativo di dare una spiegazione al male da parte degli amici di Giobbe naufraga di fronte alla sua inafferrabilità. La giustizia di Giobbe che viene elogiata nel libro non consiste nella formula più geniale per dirimere il problema della teodicea. Giobbe resta giusto perché non interrompe il dialogo con Dio, benché lo sperimenti come lacerante e paradossale. Giobbe non risolve il male con la teodicea; per certi aspetti non ne risolve proprio la questione. Le sue parole non chiudono il problema, ma continuano a tenere aperto un dialogo.
Non ci sono parole che risolvano il dramma del male. Non è vero purtroppo che andrà tutto bene. Non è nemmeno vero che andrà tutto male. E non è vero che è colpa di qualcuno. Questi sarebbero tutti punti fermi, che esorcizzano il male irrisolvibile. Che si mettano delle lenzuola sulle terrazze con l’arcobaleno per dare una prospettiva ai bambini potrebbe avere un senso. Ma questi giorni ci chiedono se siamo in grado di tenere aperto il dramma, senza risolverlo. Non viviamo in un mondo esente dalla questione del male. La questione non è come «venirne fuori», ma come «starci dentro». Non ci sono discorsi di chiusura, ma solo la necessità di individuare quali siano i dialoghi da tenere aperti perché questa «valle di lacrime» sia abitabile.
Il sentiero si apre in quel deserto che è la preghiera. Da questo punto di vista si stanno moltiplicando sussidi e schede per aiutare i cristiani a dire preghiere, a farsi domande, a cercare risposte. Ma il male spalanca una dimensione inaudita della preghiera: non c’è alcuna parola definitiva, le domande risultano tutte imprecise e le risposte assenti. Resta in piedi una relazione con Dio che non manca di tratti di drammaticità. Non si può non attraversare la notte, nella quale talvolta sembrano mancare le parole. E per questa notte non ci sono sussidi. Resta solo la domanda se i cristiani oggi siano in grado di avventurarsi per questo sentiero di un dialogo che si perde nel silenzio. O se non sia urgente una rieducazione a questa che è la vetta della preghiera, per cui non si possono produrre sussidi, ma solo lente e ordinarie frequentazioni del mistero. C’è spazio nella nostra pastorale ordinaria? Altrimenti la soluzione saranno lenzuola sulle finestre e sussidi rassicuranti, che possono tamponare un’emorragia, ma che disertano il vero problema.

  1. Per fare comunità

Una campana che suona, un lumino alla finestra, una preghiera fatta nello stesso momento, un canto sul balcone tutti insieme: sono piccole soluzioni rituali nel tempo in cui la comunità cristiana non può ritrovarsi. I vari operatori pastorali inoltre si stanno prodigando, con una generosità commuovente, per contattare i ragazzi della catechesi, per creare luoghi virtuali di scambio e di condivisione, per far percepire vicinanze. Si rileggono con intensità nuova alcune parole di Vita Comune di Boenheffer: «È grazia di Dio il costituirsi visibile di una comunità in questo mondo intorno alla Parola di Dio e al sacramento. Non tutti i cristiani partecipano di questa grazia. I carcerati, gli ammalati, coloro che sono isolati e privi di ogni legame, i predicatori del vangelo in terra pagana si trovano soli. Sanno che è grazia una comunione visibile. […] La vicinanza fisica di altri cristiani è fonte d’incomparabile gioia e ristoro per il credente. II desiderio di guardare direttamente in viso altri cristiani non è per il credente motivo di vergogna, come se fosse ancora troppo legato alla carne»4.
I giorni amari che stiamo vivendo ci restituiscono un’evidenza: non è scontato essere comunità cristiana che si ritrova. E nel tempo che viviamo non possiamo che celebrare il desiderio e la nostalgia della vicinanza fisica di altri cristiani. C’è una gioia del desiderio e della nostalgia: è la gioia della purificazione. Talvolta quando siamo privati per qualche tempo di un qualcosa, ne sentiamo più nitidamente il valore. E potrebbe essere un dono di questi tempi il tornare a celebrare insieme l’incomparabile gioia e ristoro della vicinanza fisica di altri cristiani, quando la lontananza forzata potrà attenuarsi o risolversi.
La carne non è mai superabile nelle relazioni. In questi giorni ne stiamo prendendo sempre più coscienza: un abbraccio, la possibilità di guardarsi negli occhi, di toccarsi, di sperimentare la vicinanza di un altro corpo non sono dimensioni comparabili e surrogabili. Se le eucaristie teletrasmesse di questo periodo fossero troppo simili alle nostre celebrazioni ordinarie (uno celebra, tanti assistono in parallelo e possibilmente il più distanti possibili dagli altri e con meno disturbo possibile), ci sarebbe del drammatico. E forse qualche spunto di riflessione potrebbe nascere: assemblee difformi e disorganiche non sono proprio una rarità5.
Uscire su un terrazzo oppure creare una piattaforma che mostri la creatività digitale dei catechisti e dei sacerdoti per scambiarsi idee potrebbero nascondere una sorta di ybris che nasconderebbe il «bello del drammatico» di quanto stiamo vivendo. Davvero ci interessa dirci l’un l’altro «Ce la faremo!» oppure «Siamo più forti del virus!»? Tutta Italia è rimasta scandalizzata dalle parole di alcuni giovani intervistati durante alcune serate e alcuni incontri in completa opposizione a quelli che erano per il momento accorati consigli a stare in casa: stupiva il loro sentirsi «più forti dell’epidemia». Non è certo il caso di imitarli, alla ricerca di forme di incontro che vogliano mostrare come la nostra creatività sia più forte della pandemia.
Non sarebbe meglio mettere una candela o uscire sul balcone o suonare una campana o chiamare un parrocchiano per dirci semplicemente la verità? E la verità del nostro essere comunità si può esprimere con due semplici parole: «Mi manchi».
Non possiamo che celebrare la mancanza in questi giorni strani e drammatici.
Il resto sarebbe falso. Ma c’è una paradossale gioia nella mancanza: raccontare a qualcuno che ci manca è inscrivere un’oggettiva assenza dentro un senso dettato dall’amore.
Non possiamo che essere distanti in questi giorni: non ci è concesso che un contatto virtuale o qualche piccolo rito che racconti che, per quanto distanti, non siamo isolati. Ma «la questione virtuale tratta di una riproduzione anche fedelissima del reale, ma che non è, e non sarà mai, il reale. Questo va affermato perché mai deve generarsi confusione tra i due campi che sono complementari e distinti»6. Non possiamo pensare di sconfiggere l’assenza ignorandola, deridendola, scherzandoci, trasgredendola, surrogandola virtualmente. Possiamo solo riconoscerla e darle un significato: tu mi manchi davvero, ma io ti aspetto. Non potrebbe essere questa la consolazione che ci è regalata in questi giorni? La cosa più brutta che potrebbe succedere è quando una persona si sente in solitudine e sa che nessuno la sta aspettando. La carità di questo periodo potrebbe esprimersi nello scambiarsi piccoli riti che ci ricordano che siamo soli, ma attesi.

NOTE

1 Cfr. A. Weikert, Piccoli riti di ogni giorno che aiutano a crescere, Red Edizioni, Milano 2000.
2 C. Rivière, I riti profani, Armando Ed., Roma 1998, 25.
3 P. Ricoeur, Filosofia della volontà. Il volontario e l’involontario, Marietti, Genova 1990, 439.
4 D. Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 2003, passim.
5 Cfr. A. Carrara, Note spicciole di liturgia eucaristica, in «La Rivista del Clero Italiano» 3 (2016) 226-240.
6 L. Voltolin, Il rito: «l’avatar» di Dio, in «Rivista di Pastorale Liturgica» 1 (2018) 16-20, qui 20.

(Rivista di Pastorale Liturgica
Numero speciale – marzo 2020
pp. 22-26)