Una strada nel deserto

Giovani e fede nella prova della pandemia

A cura del Servizio Nazionale Pastorale Giovanile

Continuiamo a vivere nel tempo della pandemia. Se l’estate ci aveva un po’ illusi che si stesse camminando verso la chiusura di un certo tempo, questi giorni stanno facendo suonare di nuovo le sirene delle ambulanze e un po’ di campanelli di allarme.
Nel frattempo è bene non fermare la riflessione su ciò che tutto questo comporta per la vita e le nostre azioni pastorali.
Sul finire dell’estate abbiamo aperto un confronto e una riflessione anche con la consulta nazionale. Ne sono scaturiti alcuni pensieri di progetto che condividiamo con voi. Lo facciamo nella speranza che possano esservi utili: lo saranno al lavoro del Servizio nazionale in riferimento alle realtà delle diocesi e del territorio nazionale nelle sue espressioni ecclesiali.
Lo facciamo sapendo di rischiare: stiamo percependo il cambiamento settimana per settimana, mese per mese. Quindi dichiariamo da subito che queste pagine potranno e forse dovranno essere rilette a breve. Ma senza un pensiero non è possibile affrontare alcun cambiamento. Per questa ragione pensiamo che il rischio valga la pena di essere corso.
Attenzione, non è un documento, non vuole averne il carattere di ufficialità istituzionale. Pur appartenendo a un ufficio della Segreteria generale, manca del confronto necessario con i Vescovi perché possa essere assunto come documento di riferimento. Non intende intralciare il lavoro nei territori, in questo momento particolarmente impegnativo, e nello stesso tempo ha la speranza di portare un contributo di pensiero che possa sostenere le fatiche. Proprio perché nato dal confronto con chi ha le mani in pasta nella realtà, si propone di far luce ai passi incerti di questo tempo.
È destinato agli incaricati diocesani degli uffici/servizi di Pastorale giovanile, delle realtà ecclesiali e di quelle legate alla vita consacrata. Per quel che può servire, può essere letto da tutti, ma non chiede alle singole parrocchie o unità pastorali attuazione immediata: esse dovranno fare riferimento alle proprie realtà diocesane.

8 Ottobre 2020

SERVIZIO NAZIONALE PER LA PASTORALE GIOVANILE
Conferenza Episcopale Italiana

Una strada nel deserto

Chiesa, giovani e fede nella prova della pandemia

Ecco, io faccio una cosa nuova:

non ve ne accorgete? Aprirò una strada nel deserto.

ISAIA 43,19

Voce di uno che grida nel deserto, preparate la strada del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri.MARCO 1,8

A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno.

DINO BUZZATI, Il deserto dei Tartari

Premessa

Il tempo che si è aperto dallo scorso febbraio a buon diritto può essere definito storico. L’esperienza della pandemia ha provocato a catena situazioni nuove. Anzitutto ha causato dolore e morte in tutti i paesi della terra: si è aperto il tempo della cura di molte ferite. Ci sono state conseguenze evidentissime nella vita sociale costretta al distanziamento e soprattutto all’isolamento; ricadute sull’economia e sul lavoro. La mascherina non è più un accessorio da turisti giapponesi che si difendono dallo smog. E non è ancora finita.

Il virus non ha lavorato soltanto nei corpi: ha scavato dentro le anime, i cuori, i sentimenti, le percezioni, il modo di pensare. Anche se non ne usciremo rinnovati positivamente (come qualcuno un po’ ingenuamente aveva immaginato), sicuramente ne usciremo diversi. Soprattutto perché è definitivamente caduto il mito dell’uomo invincibile, al riparo da tutto perché sotto l’ombrello della tecnologia e della scienza, immerso nel mercato che tutto può offrire secondo il dispositivo del consumo dove tutto è a portata di mano. Un mercato che, dobbiamo ammettere, sta plasmando le coscienze (la visione di sé e del mondo) ormai da generazioni; ha fatto credere che libertà e benessere siano l’affermazione perentoria di ogni voglia/consumo/possesso. Fermo il mercato tutto è apparso finito e paralizzante. Fuori dall’opulento mondo occidentale ben peggiori e precarie sono le condizioni del vivere umano, ma non ci accontentiamo del già tanto, non abbiamo strumenti e pensieri per rendere grazie del cosiddetto “poco”, perché “ac­contentarsi” significa appagare con misura segnando un confine, ma oggi è considerato da perdenti.

C’è uno spazio che rimane ancora misterioso: è quello della coscienza personale e collettiva, quello dove si depositano le domande trovando un terreno sempre nuovo e sempre diverso. Per qualcuno è terreno fecondo, per altri è più arido. Ma le domande di senso hanno bussato alla porta di tutti: le risposte, sempre, sono affidate alla libertà di ciascuno.

Tra le sospensioni è bene segnalare quella che ha riguardato la vita liturgica. Per un po’ si è avuta l’illusione che tutto potesse avere più di un surrogato attraverso l’uso della tecnologia, ma gli esiti sono incerti e non di rado imbarazzanti. La liturgia, per essere vera, non può essere rappresentazione; essa chiede di essere celebrazione di un popolo convocato dal Signore: se manca il corpo, tutto sembra dissolversi, nulla sembra compiersi…

Quando nel mese di maggio si è potuti tornare alla celebrazione nelle chiese, abbiamo avuto un’amara sorpresa: non c’è stato affollamento e chi aveva preparato dispositivi per la “prenotazione” dei posti in chiesa, ha visto le aule liturgiche con posti abbondantemente ancora disponibili. Da tempo andiamo dicendo che la partecipazione alla liturgia non è automaticamente leggibile come la misura della fede, ma è innegabile che la contrazione visibile a occhio nudo dei cristiani che celebrano l’Eucarestia (soprattutto dopo un tempo di prova) fa pensare e pone domande serie: che ne è della fede se viene meno il desiderio di celebrarla dopo un’esperienza di prova come questa?

La domanda si fa più stringente se pensiamo alle giovani generazioni: basta parlare con un parroco di qualsiasi diocesi italiana per sentirsi dire che i primi ad essere spariti dai radar sono i bambini, gli adolescenti e i giovani. Non che la loro partecipazione fosse prima così numerosa, ma ora la loro assenza si è fatta ancora più evidente. Nello stesso tempo, va accettato il fatto che gli anziani, i più fragili di fronte al rischio del contagio, ancora si prendano del tempo prima di uscire. Ma il desiderio, soprattutto dei preti, di riprendere la celebrazione comunitaria ha dei significati ed è una attesa che va pure compresa. Nasce allora il bisogno di una attenzione che non possiamo evitare, soprattutto se consideriamo il fatto che veniamo dal decennio degli Orientamenti della Chiesa italiana sull’educazione (2010-2020), dal Convegno di Firenze (2015) e dal Sinodo dei giovani (2018). La domanda da farsi è: a cosa dobbiamo rinunciare, cosa dobbiamo sacrificare per essere di questa storia degli uomini e non solo di quella del passato? Attraversare il deserto significa rinunciare al superfluo, a tutte quelle cose che crediamo compongano la nostra identità, ma in verità ne compongono solo una maschera distorta: i giovani che hanno il coraggio di dirci che il re è nudo vanno ascoltati, accolti perché servono a noi forse più di quanto noi possiamo servire a loro.

Questa lunga traversata di dieci anni ha tentato insistentemente di metterci di fronte a cambiamenti irreversibili: l’emergenza educativa è stata dichiarata in un contesto di “cambiamento d’epoca” e declinata in una serie di snodi antropologici e pastorali come la coscienza giovanile che non accetta di essere istruita passivamente ma solo attraverso un’assunzione libera della propria responsabilità; i linguaggi che non sono più soltanto strumenti ma dicono di un’identità nuova; il bisogno di ascolto e accompagnamento che richiedono competenze pastorali diverse e più specifiche; uno stile sinodale che valorizzi anzitutto i giovani stessi e coinvolga risorse e competenze diverse presenti nei territori. Questi passaggi, pur invocati da documenti ed esortazioni, sembravano destinati ad essere archiviati nel faldone delle buone intenzioni, buone per chi continuava a vivere l’attenzione al mondo giovanile come una passione personale, come chi colleziona farfalle.

Oggi la perdita secca delle nuove generazioni dalla vita celebrativa è un segnale forte di come l’annuncio della fede deve ritrovare una sua conformazione a partire proprio dai più giovani. Sicuramente la ripresa dei cammini di iniziazione cristiana è un primo severo banco di prova, ma non può rimanere l’unico.

Queste pagine vorrebbero provare a disegnare il lavoro della pastorale giovanile italiana a partire da una lettura di questo tempo, dell’eredità lasciata dal decennio sull’educazione e dal Sinodo dei giovani sfociato nella pubblicazione dell’Esortazione apostolica Christus vivit e nelle Linee progettuali Dare casa al futuro del Servizio nazionale. Un lavoro che auspica un rapporto di reciprocità fra i livelli istituzionali (nazionale, regionale e diocesano) e di una rinnovata relazione fra le persone.

I giovani e la pandemia

L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) afferma in un report pubblicato ad agosto 2020 su giovani e Covid che il 67% dei giovani in età compresa tra 18 e 29 anni può essere soggetto ad ansia o depressione. Il benessere mentale peggiora quando il percorso scolastico si interrompe e le aspettative per il futuro diventano incerte. In realtà si parlava da tempo della condizione giovanile in Italia come situazione faticosa nell’affrontare il proprio futuro, soprattutto in relazione agli sbocchi lavorativi. Nel linguaggio del cattolicesimo tutto questo viene declinato nei temi della formazione e della vocazione.

C’è ancora molto da capire a proposito di questo tempo e delle sue conseguenze nella vita dei giovani, tuttavia è possibile fare qualche rapida osservazione. Attorno alla vita dei giovani è consuetudine creare una sorta di fantasma intorno al tema della professione: emblematico fu uno degli interventi di una ragazza di fronte al Papa durante l’incontro dei giovani italiani nell’agosto del 2018. Gli adulti sviluppano attese sempre più grandi che la situazione attuale distrugge sistematicamente: a grandi progetti per organizzare la vita, spesso non è possibile dare seguito. Si può essere grandi uomini e grandi donne in qualunque situazione di vita, ma dire questo è difficile e non riusciamo a farlo con i giovani, preferendo una cultura del successo attraverso un buon posizionamento sociale.

Accanto alle prospettive professionali, la nostra cultura vive una grande eccitazione rispetto al tema della salute del corpo. Lo sport di squadra, al livello non professionistico, vive faticosamente nella fascia giovanile: si preferisce la palestra dove il lavoro consiste nello “scolpire e modellare” il proprio corpo perché risponda a canoni imperanti. Cosa accade quando il corpo mostra tutta la sua fragilità nell’esperienza della malattia e del dolore e, improvvisamente, si ribella a tutti gli allenamenti, a tutta la chimica, a tutte le diete possibili?

Molti giovani hanno vissuto da vicino una morte disumana di nonni e genitori: quella che ha negato l’accompagnamento, impedendo di poter dire anche solo un’ultima parola ai propri cari che sono morti da soli; senza la consolazione dei riti di cura del corpo di un morto, di un saluto finale. La lunga fila di bare sui mezzi militari ha restituito una piccola cassetta di ceneri: in poche ore la presenza di un corpo è svanita nel nulla. È stata la prima esperienza diffusa (per le nuove generazioni) della fragilità della vita: la noia generata dal benessere e dai consumi ha visto accendersi un forte temporale.

Sono situazioni che avrebbero richiesto di poter dire una parola, di potersi scambiare racconti, di porre delle domande e di offrire qualche pur fragile risposta. Si è (teoricamente) aperto un grande spazio che è quello del mistero della vita, ma l’impressione è che sia sceso solo un imbarazzato silenzio privo anche della Parola e del rito celebrativo. Un silenzio frutto di stili di vita ormai pluridecennali: l’assenza continuativa e sapienziale di genitori e adulti, ha fornito ai giovani molte cose, ma poche indicazioni di vita e di senso. Cosa significhi per loro un criterio di vita buona è da cercare e da ascoltare, ma certamente non è legato a un percorso disciplinato e paziente. Se Tommaso d’Aquino dice che per l’uomo è impossibile non cercare il proprio bene, per i giovani d’oggi cos’è il loro “bene”? Forse non è ciò che è “buono”, forse è solo ciò che piace al momento. Su queste basi è decisivo che ci si chieda quali effettive azioni, capaci di assumere il punto di partenza reale degli adolescenti e giovani, si possano progettare.

Da questo punto di vista potrebbero non stupire troppo alcune reazioni istintivamente deprecabili. Molti giovani nei giorni della pandemia hanno offerto il proprio servizio per aiutare gli anziani a fare la spesa, a procurarsi il necessario: c’era innegabilmente della generosità, ma era anche un modo per fuggire dall’isolamento forzato. Hanno fatto parlare molto di più gli scatti fulminei nei luoghi della movida, dell’aperitivo, dei locali e nelle piazze di intrattenimento. Alla mancanza di parole di senso nell’esperienza del dolore, verrebbe da capire il bisogno di evasione: se la vita è così breve, se improvvisamente potrebbe finire, perché non divertirmi soprattutto se sono giovane? Che senso ha organizzarmi il futuro?

L’assenza così marcatamente evidente dei giovani alla ripresa dei riti liturgici (va detto, anche se con dolore) dice che l’esperienza della fede non è stata la risposta più gettonata alle domande che pure hanno covato dentro al cuore di molti.

Tutto ciò ripropone in modo improvvisamente nuovo la grande domanda sull’annuncio del Vangelo alle nuove generazioni. Seppur con fatica stavamo facendo i conti con un’epoca nuova; ora, pare, bisogna avere il coraggio dei giorni più drammatici, quelli dove tutto sembra essere spazzato via improvvisamente e bisogna ricominciare da capo.

Mentre tutti si inginocchiano all’economia e attendono l’arrivo del Recovery fund, si inginocchiano alla scienza nell’attesa del vaccino, alla tecnologia nell’attesa di nuovi dispositivi di protezione, noi cosa possiamo sperare?

I giovani che si sono dedicati alla cura delle persone ci ispirano una nuova prospettiva di comprensione della vita umana e quindi anche dei sogni di realizzazione che abitano i loro cuori.

Ricominciare non significa pretendere che la vita dei giovani (ri)prenda la forma delle attività parrocchiali, ma che le attività parrocchiali prendano la forma della vita umana.

Una domanda sorge anche rispetto alle attività con i giovani di associazioni, movimenti e gruppi legati alla vita consacrata: hanno raccolto una maggior adesione nella ripresa delle attività? Sono stati più bloccati dalle distanze fisiche? Hanno giocato meglio la partita sulla comunicazione digitale? Sono domande interessanti per le verifiche di consulta diocesana e all’interno delle singole realtà.

Chiesa, giovani e testimonianza della fede

Se si va a Cesarea, là dove si vede ancora un troncone dell’acquedotto romano, si vedono le tracce dell’antico porto. Lì, in riva al mare, è commovente pensare che una barca di legno e qualche vela ha ospitato poche persone che attraversarono il mare con nel cuore l’esperienza del Risorto. La loro partenza avvenne perlopiù nell’anonimato e nel silenzio; unica eccezione Paolo in catene, in direzione di Roma. Quel piede che saliva la barca rievoca i “piedi del messaggero di lieti annunzi” (Isaia 52): il loro annuncio è arrivato fino a noi.

Un altro tempo interessante da ricordare è il secondo dopoguerra del secolo scorso, quando i cattolici (tra di essi non pochi giovani) seppero offrire una visione profetica per un Paese che aveva bisogno di rinascere. Oggi sembra di trovarsi in una situazione di necessaria ricostruzione: far finta di poter ricominciare da dove ci si era fermati è illusorio. Ma se è vero che spazi di senso si sono riaperti, è altrettanto vero che questo si offre come il tempo di una testimonianza cristiana nuova e possibile; a patto che si riconoscano lentezze ed errori di cui rischiamo di essere ancora prigionieri.

Molte letture di questo tempo, infatti, tendono a descrivere come fortemente compromesso ciò che consideriamo “fuori” dalla Chiesa: l’uomo contemporaneo e la società odierna, dimenticando di riconoscere quanto l’individualismo si sia radicato nella comunità cristiana che rischia di non sentire il rimprovero di Gesù: “Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23). L’umile speranza dei primi discepoli di Gesù che varcano il mare, la luce di un umanesimo evangelico capace di scrivere le regole di una nuova Costituzione hanno avuto delle chances grazie al fatto di aver accettato di passare attraverso la purificazione di prove difficili. Si tratta dunque di accettare l’apocalisse di questi giorni perché è una situazione più grande di noi, che ci possiamo permettere. Un’apocalisse che gli occhi della fede mostra come un preludio possibile a “un cielo nuovo e a una terra nuova” (Ap 21).

Non si tratta di inventare da capo il cattolicesimo e la sua vita pastorale, ma di saperlo rileggere all’interno di questo tempo così particolare, evitando di rimanere imprigionati dall’affetto e dalla nostalgia per ciò che è stato. In particolare, rispetto al mondo giovanile, possiamo provare ad elencare alcuni snodi e alcune priorità.

Anzitutto raccogliere la sfida

Non si vuole indicare l’attenzione al mondo giovanile come prioritaria rispetto ad altri ambiti pastorali. La frammentazione della vita pastorale, la sua settorializzazione ha portato più a una dispersione di risorse e attività che alla formazione di un buon tessuto comunitario, identitario e quindi effettivamente testimoniale. Però il rapporto con le nuove generazioni contiene una sfida radicale: proprio perché esse appaiono come particolarmente distanti dal cogliere il Vangelo come risposta alla ricerca di un’umanità piena, esse diventano un osservatorio privilegiato sul come la Chiesa deve muoversi per poter offrire il suo Vangelo. I giovani non sono una casta da emulare o sedurre, sono (per utilizzare l’immaginario biblico) frecce del nostro arco da lanciare. È vero che vogliamo offrire loro il vangelo, ma è tempo di accorgersi che di tanto in tanto i giovani sono “vangelo” per la chiesa. Vangelo come buona notizia ma anche come appello e provocazione. Però come ogni altra età della vita non vanno presi come un settore circoscritto: la loro vita tocca ormai ogni ambito di lavoro pastorale, culturale, sociale. Pertanto riprendere le fila dell’annuncio del Vangelo significa verificare costantemente modi e tempi dell’annuncio al mondo.

e Suscitare narrazioni, ascoltare i vissuti, provocare le coscienze

L’abbiamo visto: la reazione generalmente più diffusa alla prova della pandemia è stata per i giovani la ricerca di evasione. Raccogliere la sfida significa leggere questa evasione come un velo per nascondere lo smarrimento generato da pensieri e domande che non hanno avuto la possibilità di essere esplicitati. Un docente universitario raccontava nei mesi scorsi che durante le lezioni online, studenti normalmente timidi hanno avuto la forza di porre domande coraggiose e inaspettate. L’annuncio del Regno che viene non può prescindere dalla pazienza di un ascolto oggi ancor più necessario: i giovani non accetteranno un ingaggio con un mondo ecclesiale che si presenta di fronte a loro con un catalogo già scritto di risposte pronte. Accogliere il vissuto di oggi come criterio ermeneutico per la ricerca di una nuova presenza pastorale, permette di suscitare la domanda che apre alla percezione del senso sapienziale e della sfida educativa che la vita pone a ciascuno. È questo il campo delimitato dove tentare di giocare la partita della formazione della coscienza e della libertà, attraverso una “lectio” (intesa proprio come lettura, comprensione) dei vissuti contemporanei.

e Alzare le competenze negli spazi esistenti

Negli ultimi mesi un tema particolare è emerso: le attività dell’estate ragazzi soprattutto negli oratori. I servizi educativi un tempo affidati agli oratori, sono diventati oggetto di riflessione anche da parte delle amministrazioni pubbliche e dal mondo del Terzo Settore. Fatiche e difficoltà per offrire questi servizi hanno rivelato scenari nuovi: il modello più diffuso è ancora quello di un prete che si relaziona con gruppi di ragazzi aiutato da qualche educatore. Ma non di rado i preti hanno in carico più di una comunità e la disponibilità di tempo si riduce. Pertanto si sente la mancanza di cammini più flessibili e personalizzati, in grado di rispondere a esigenze sempre più diffuse: le situazioni di disagio sociale o familiare, le disabilità, la presenza di giovani di altre culture e religioni. Questo non vale solo per le attività estive, ma anche per le esperienze educative lungo l’anno. È urgente attivarsi costruendo una rete di alleanze con persone e realtà presenti su un territorio, un gioco di squadra più convinto che valorizzi le figure significative già presenti nella comunità.

e Le età della vita

Sempre irrisolto rimane il tema dell’accompagnamento negli anni della preadolescenza e dell’adolescenza, affidato a qualche esperienza associativa, ma mai radicato seriamente nell’ordinario della vita della comunità. Continuano a rimanere scoperti da un serio accompagnamento educativo anni strategici per la formazione personale (quelli dell’adolescenza), nella pia illusione di poter ricuperare (pochi) giovani quando saranno alle soglie di esperienze decisive (la scelta universitaria, lavorativa, affettiva…) e lontani da un serio rapporto con le domande della fede. La cosiddetta “mistagogia” rimane nell’immaginario comune la spiegazione dei misteri: una sorta di approfondimento teologico lontano dalle domande poste da un’identità personale che va formandosi, da una libertà che scalpita, da una vita che scorre altrove, lontana dalla Chiesa e dai suoi riti, da un corpo che si forma, da amicizie che quotidianamente appaiono come questioni di vita o di morte.

e Riconoscere luoghi ed esperienze da integrare in una visione ampia

Il bisogno di stringere relazioni per poter arrivare a un tessuto di comunità, spesso identifica nelle strutture ecclesiali delle parrocchie, associazioni e movimenti, realtà legate alla vita consacrata l’unico luogo di attenzione ai giovani. Nella definizione di “pastorale giovanile popolare” della Christus vivit, il Papa chiede un sostegno alla libertà di movimento di quei giovani capaci di essere leader nei luoghi di vita più informali. Bisogna stare attenti a non creare mondi paralleli (in entrambe le direzioni), ma la provocazione è interessante: i luoghi di vita, sia per i giovani che per gli adulti, sono oggi sempre più frammentati. Una comunità vive irrinunciabilmente il proprio centro nella celebrazione dell’Eucarestia, ma molti sono poi i luoghi e le situazioni dove declinare ciò che si è celebrato. La provocazione della Christus vivit chiede di sostenere ogni testimonianza al Vangelo riconoscendo che in quanto discepoli del Signore, tutti stiamo vivendo lo stesso annuncio di fede.

A conclusione di questo paragrafo sul rapporto chiesa-giovani, è importante un’ultima annotazione. Nella memoria di tutti c’è un passato ben presente: i grandi numeri di eventi come le GMG degli anni Duemila, una certa facilità di convocazione agli appuntamenti diocesani, un linguaggio abbastanza comune che identificava presto la proposta di attività e incontri anche parrocchiali. Ne è testimonianza il fatto che il “vecchio” volantino si è semplicemente trasferito sulle reti dei social. Se prendiamo per serie le questioni sopra elencate, soprattutto quelle rispetto al deserto che si è allargato nei cuori in occasione della pandemia, sarà necessario per un po’ di tempo avere un paio di attenzioni.

La prima è quella di liberarci dall’ansia di raggiungere grandi numeri (che immediatamente non ci saranno più): non si tratta di immaginare un cattolicesimo giovanile di élite, quanto piuttosto di riprendere le fila dell’annuncio prevedendo che solo esperienze qualificate nella proposta, ma anche nella presenza di chi le offre, potranno mutare la forza di attrazione della fede. Si tratta di imparare a fiutare l’aria del cambiamento, evitando di riparare su quello che pensiamo venirci meglio ma spesso è solo ciò che viene più facile.

Questa attenzione genera immediatamente la seconda: la cura educativa dovrà esprimersi con più attenzione. La cura ha bisogno di piccoli numeri, di tempo e di attenzioni scambiati nella relazione personale, certo non in una logica di soffocamento e possesso, ma di una relazione significativamente liberante di cui Gesù è maestro. Ci sarà bisogno di pazienza nell’ascolto per intercettare le domande e provare a entrare in empatia incoraggiandole e autorizzandole, di pazienza nel saperle accompagnare, di pazienza nel saper spiegare che cosa si sta facendo. Non esistono più parole magiche per la convocazione dei giovani, non ci sono più automatismi: la capacità di stare dentro la storia lottando per la verità del Vangelo e offrendo esperienze di servizio e accompagnamento, si sta rivelando una proposta efficace. Il tessuto sociale chiede di non essere abbandonato alle logiche mercantili che trasformano tutto in un’occasione di profitto. La gratuità che permea da sempre il messaggio cristiano è la sua forza, la sua libertà da offrire ai giovani. Guardando a questo scenario possiamo tornare a focalizzare anche il senso dei cambiamenti che le strutture ecclesiali devono affrontare: nella misura in cui sapremo comprenderne la funzione e la missione in uno scenario mutato, sapremo trovare cammini nuovi di servizio e di testimonianza cristiana.

Il progetto – Risorse, bisogni e obiettivi

Come già accennato nelle pagine precedenti, la particolarità di questo tempo chiede lo sguardo di chi si trova in una situazione mai vista e completamente nuova. Nello stesso tempo va data attenzione a non immaginare di dover rifondare la vita della Chiesa e della pastorale. La lunga tradizione educativa della Chiesa in Italia ci offre la possibilità di ricuperare le prassi in atto cercando di mostrarne anche i limiti da superare. Proviamo a farne un elenco, indicando anche gli obiettivi possibili del percorso.

Il rapporto con il tessuto ecclesiale e con il territorio

L’idea che ogni diocesi avesse un ufficio di pastorale giovanile nasce negli anni ’90 con la nascita del Servizio nazionale e nel contesto degli orientamenti pastorali del decennio: “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Senza la pretesa di fare qui un bilancio esaustivo, balza all’occhio con evidenza che non è omogenea la funzione stessa di questo ufficio in tutta la realtà del Paese e in particolare il rapporto che questo ufficio/servizio deve avere con il proprio territorio.

In ogni diocesi, infatti, esistono attività di pastorale giovanile che fanno capo al territorio: parrocchie e oratori, vicariati, realtà ecclesiali e di vita consacrata. Ancora poco curati (o comunque a macchia di leopardo) sono i passaggi tra la fine dei percorsi di iniziazione cristiana e ciò che ne segue. Su questo punto va fatta crescere la capacità degli uffici diocesani (in collaborazione con gli altri uffici competenti) di sostenere la formazione degli educatori e coordinare le realtà del territorio, compresi i rapporti con le amministrazioni locali, gli enti educativi e il mondo del Terzo settore.

Esistono poi attività di pastorale giovanile diocesana: incontri con il vescovo, proposte di spiritualità ed esperienze estive come i cammini, le GMG, esperienze di carità o missionarie. Spesso, soprattutto nelle diocesi con meno tradizione educativa o più piccole, queste esperienze assorbono tutto il tema della pastorale giovanile e per certi versi ne assumono la delega.

Obiettivi: chiarire la natura degli uffici diocesani di PG, costruire una circolarità tra l’animazione del territorio e la proposta di attività centralizzate, far crescere l’identità dell’ufficio/diocesano, promuovere i livelli di partecipazione di consulte ed equipe educative.

Congedare il “dopo-cresima”

L’idea di un “dopo” al termine di un percorso come quello dell’iniziazione cristiana è in sé un ossimoro. Le età della vita, in particolare la preadolescenza e l’adolescenza, chiedono competenze e investimenti più decisi. È tempo di uscire dalla visione di questa età come un bacino per allargare le fila. Riconoscere specificità e bisogni dei ragazzi, offrire percorsi proponibili che sappiano declinare la mistagogia con i grandi cambiamenti di vita che stanno affrontando e offrire percorsi di accompagnamento con un gruppo educativo competente è un’urgenza.

Obiettivi: rileggere il percorso di iniziazione cristiana (in molte zone d’Italia la Cresima è ancora “sospesa” e rimandata a tempo indeterminato); scegliere attività e percorsi adatti negli anni in cui si frequenta la scuola media; riconoscere gli anni delle scuole superiori come l’età dell’adolescenza che richiede attenzione percorsi specifici; formare educatori competenti.

Giovani: maturazione, formazione, scelte di vita e di fede

C’è una corsa troppo rapida verso esperienze di incontro che danno per scontato un itinerario di fede lungo e maturante. Troppe attività si risolvono immediatamente in veglie di preghiera, adorazioni notturne che danno per scontata una fede che non c’è, oppure è appannaggio di piccolissimi gruppi chiusi in un linguaggio per iniziati.

Troppo lontana è una frequentazione seria con la Parola che interroghi e si lasci interrogare dalla vita; praticamente inesistente un confronto serrato con la società contemporanea, la cultura e la politica. Il rischio maggiore è di costruire esperienze di fede disincarnate, che offrono solo risposte senza mai problematizzare la vita affrontandone le domande.

I giovani hanno molte nozioni e molti linguaggi, che danno loro criticità e rivendicazione, ma anche fragilità e timore. Per questo occorre privilegiare alcune situazioni culturali e sociali da cui prendere avvio per la proposta pastorale e missionaria. Nell’orientamento inclusivo sembrano da privilegiare lo sport, nelle sue dinamiche inclusive e non concorrenziali, le differenze religiose e culturali, gli affetti e le relazioni.

Hanno bisogno di esperienza forti e condivise, in cui assumere ruoli di creatività, di responsabilità e di disciplina. Soprattutto devono essere portati alla pazienza del tradurre in comportamento l’intuizione (nella fatica di rendere habitus lo slancio appassionato e generoso, quello che in altri tempi si chiamava “virtù”), imparando a sbagliare, a correggersi, ad ascoltare, a sognare di mettere a frutto le loro capacità, a incontrare le situazioni fragili e dure della vita.

Devono imparare ad ascoltare il silenzio e la coscienza e perciò a dare sapienza alla dimensione performativa dei loro linguaggi. In altro modo occorre trovare nell’ascolto della realtà e del cuore la capacità di dare identità umana a sé stessi e ai luoghi in cui si vive. E infine devono imparare che cos’è la povertà. Per questo occorre accogliere il disagio e i poveri, perché aprano gli occhi al Regno e vedano gli altri come comunità, ma, soprattutto, riscoprano la presenza di Dio come ciò che dà libertà e senso al loro vivere e agire.

Obiettivi: esperienze diversificate di pastorale giovanile che tengano fortemente in conto l’ascolto, il coinvolgimento e l’accompagnamento dei giovani. Autorizzare percorsi diffusi costruendo contemporaneamente un legame serio con la Chiesa locale, proponendosi di formare giovani disposti all’impegno per un umanesimo cristiano nel mondo. Vivere un’esperienza annuale dove tutti questi cammini e percorsi trovano un momento forte di condivisione.

Investire negli educatori, alzare e allargare le competenze

Non può essere lavoro di alcuni. Le figure educative in contesto ecclesiale non possono essere solo pochi “marines”: occorre che tutta la comunità cristiana si senta investita di tale responsabilità e che figure diverse per età, formazione, cultura, appartenenze siano coinvolte, in virtù della loro fede, a partecipare a questo compito/avventura. Per questo sono disponibilità da coltivare dentro la comunità, ma sono anche presenze da coinvolgere da fuori dei nostri circuiti. Educatori sono coloro che con una presenza continua danno stabilità ai percorsi, ma sono anche persone che intervengono in modo sporadico. Oggi la tecnologia offre la possibilità di avere scritti e testimonianze anche a distanza: è la possibilità di arrivare a toccare anche mondi più lontani, persone più impegnate e competenti che però possono offrire almeno una piccola presenza.

A proposito di competenze e stile educativo, mi sembra interessante riproporre un parallelismo raccolto da un regista di teatro che provava a immaginare il lavoro di animazione/educazione come quello dell’attore. Diceva:

“In ogni istante del lavoro di un animatore/educatore (come di un attore), deve essere presente una fiammella vitale, altrimenti il rischio mortale della “noia” diventa immediatamente presente. Essa, la noia-disinteresse, è la morte della comunicazione. Credo che sia un punto fondamentale del nostro lavoro l’attenzione all’interesse che esso deve prima suscitare in noi. Poi, di conseguenza, negli altri. Nell’essere interessati, attenti, presi da quello che facciamo c’è tutta la nostra esperienza del vivere: senza questa scintilla, questo fuoco, il nostro vivere appare spento qualunque costume o paludamento noi indossiamo per farci sembrare vivi.

A questo proposito, in quanto animatori di pastorale giovanile, vorrei indicare quali siano i pericoli che corriamo tutti quando ci proponiamo come educatori e stimolatori nei confronti dell’annuncio del vangelo: che il nostro “fare” non sia effettivamente un “vivere”, ma semplicemente uno strumento che ci può anche gratificare ma che risulta puramente esterno al nostro io più profondo, al nostro vero esistere.

Ciò che facciamo, spesso, passa attraverso cose molto semplici. Per esempio: per raccontare qualcosa di importante ai bambini sulla vita usiamo una fiaba, così come andremo a pescare il testo di un autore contemporaneo (soprattutto di musica) per gli adolescenti o i giovani. Il punto è se ci si è posti il problema principale di questo lavoro e cioè: perché? Cosa c’entra con me e con quelli che verranno ad ascoltarmi o a giocare insieme a me?

Spero che sia chiaro a tutti che ricondurre tutte le cose alla “buona novella” non sia visto come la ricerca a tutti i costi della visione religiosa della vita, quasi fossa cosa diversa dalla vita stessa”.

(Giovanni Locatelli)

Obiettivi: imparare a distinguere i livelli di partecipazione e di lavoro tra chi deve offrire uno sguardo di lettura della situazione (i vari livelli di consultazione) e il gruppo di progettazione che avrà il compito (anche) di rendere esecutivi i pensieri di progetto.

Le Linee progettuali pubblicate nel 2019 sono in questo compito il riferimento che si intende utilizzare.

Questi punti di progetto avranno necessariamente bisogno di trovare nei territori il loro sviluppo specifico, rispondendo a tradizioni diverse e a percorsi che negli anni sono più o meno cresciuti per le ragioni più diverse.

Il Servizio nazionale si offre come punto di partenza e di stimolo per un cammino nazionale, ma il vero luogo di trasformazione dei pensieri in cammini, saranno le regioni ecclesiastiche e le diocesi, luoghi che hanno la titolarità per sostenere una più robusta vita pastorale. C’è bisogno di esempi pratici, spendibili, significativamente nuovi. Non per buttare il vecchio tout-court, ma per farlo rifiorire, rinascere. D’altronde un piccolo e fragile fiore non è l’immagine di una vita nuova per il deserto? “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

L’itinerario

Tutti questi ragionamenti vorrebbero sfociare in una proposta. Non di attività omologate, ma di un itinerario che tenga presente alcune date e alcuni passaggi che già ci sono. Si tratta, per quanto riguarda il Servizio Nazionale, di tenere vive alcune attenzioni trovando alcuni punti di riferimento. Tutto questo andrà declinato con il cammino della Chiesa italiana che ha aperto una riflessione su questo tempo, con i percorsi delle singole diocesi o delle regioni ecclesiastiche e con il cammino della Chiesa universale. Dunque la proposta di utilizzare alcuni appuntamenti come tappe utili a un cammino volto a riprendere un agire pastorale che ci precede e che raccogliamo come compito e responsabilità.

Incontri regionali

Pellegrinaggio dei giovani europei a Santiago

Convegno nazionale

Incontro adolescenti

GMG Lisbona

Giubileo

Il futuro prossimo:

un confronto con i Vescovi

Anno 2020/2021

I Vescovi italiani rileggeranno questo tempo nelle due Assemblee di novembre 2020 e di maggio 2021, oltre ad eleggere alcune cariche che cambieranno il Consiglio Permanente. Si può dire che è un passo che contribuisce ad aprire a tempi nuovi.

In questo anno pastorale è importante rileggere ciò che è appena accaduto e trovare il modo di fare verifica di ciò che c’è nelle proprie realtà, di quanto funzioni e dei bisogni più evidenti.

C’è il bisogno di chiarire la natura degli Uffici diocesani di pastorale giovanile, offrendo loro un mandato più preciso, verificandone le strutture e il lavoro.

Il Servizio nazionale potrebbe offrire percorsi di accompagnamento sulla progettazione, sul lavoro condiviso, sugli obiettivi che un servizio diocesano dovrebbe/potrebbe porsi.

Il pellegrinaggio a Santiago

Agosto 2021

Nell’agosto del 2021 la Spagna (con il sostegno della CCEE) offre a tutta l’Europa l’esperienza del pellegrinaggio dei giovani europei a Santiago, nell’anno giubilare che là si aprirà la notte del prossimo 31 dicembre.

Si potrebbe fare la proposta che ogni regione italiana organizzi un suo percorso di partecipazione in modo da rendere significativa la presenza dei giovani italiani a Santiago dal 4 all’8 agosto 2021. Non è importante che tutte le diocesi siano presenti: il pellegrinaggio a Santiago è un segno. Però ogni diocesi potrebbe offrire un suo percorso di cammino e pellegrinaggio. L’organizzazione di questa esperienza potrebbe essere la situazione concreta che aiuta nei prossimi mesi ad affrontare il tema di come riorganizzare la propria realtà diocesana.

Il convegno nazionale

Il 2021 sarebbe l’anno del Convegno nazionale di PG. L’organizzazione di un appuntamento così forte, però, non è facile da immaginare nei primi mesi del 2021: ancora molte sono le incertezze legate alla pandemia e la linea di tendenza è di lasciare la primavera libera da impegni troppo corposi per numero di partecipanti e spostamenti. Pertanto l’appuntamento è rimandato al 2022.

Sicuramente il Convegno nazionale dovrebbe essere luogo di sintesi, verifica e rilettura di questo grande passaggio storico. Magari cercando di sostenere un percorso che dialoghi con il lavoro nelle regioni ecclesiastiche.

L’anno sull’adolescenza e l’incontro

degli adolescenti a Roma | 2022

Da anni diciamo che sarebbe bene riprendere l’esperienza del Giubileo degli adolescenti del 2016. L’occasione di riprenderlo potrebbe essere la primavera del 2022, in un anno libero da appuntamenti nazionali con i giovani. Non deve essere un evento isolato, ma ci sarebbe tutto il tempo per poter far partire (settembre 2021) un cammino per adolescenti che serva ad aprire esperienze, a sperimentare modalità di attenzione a questa fascia d’età, a formare educatori competenti. L’organizzazione di questa esperienza sostenuta dal Servizio nazionale dovrebbe prevedere l’apertura dei cammini per adolescenti in collaborazione con l’Ufficio catechistico e famiglia nazionali.

Giornata mondiale della gioventù

Lisbona 2023

Giubileo 2025

Roma