Europa e formazione professionale

Renato Cursi

Tra i vari “balzi enormi” di quel “cambiamento epocale” (cf. Evangelii Gaudium, EG 52) che l’umanità sta vivendo, da qualche anno si presta particolare attenzione, spesso mista ad apprensione, a quella che alcuni hanno definito “quarta rivoluzione industriale” o “Industria 4.0”. Varrebbe a dire, a quella tendenza dell’automazione industriale ad integrare nuove tecnologie produttive che creano collaborazione tra tutti gli elementi presenti nella produzione, ovvero collaborazione tra operatore, macchine e strumenti. Come accade anche per altre questioni, gli analisti si dividono tra coloro che vi colgono soprattutto un’opportunità per la crescita dell’umanità, e coloro che indicano soprattutto i rischi connessi alla scomparsa di milioni di posti di lavoro, a vantaggio di sistemi di macchine automatizzate. La pandemia del Covid-19 non ha fatto altro che accelerare questo processo che era ampiamente già in atto. Nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus Vivit (CV), Papa Francesco invita a non sottovalutare tale sfida (CV 271). Anche l’Europa del XXI secolo, nano digitale tra i giganti nordamericani e asiatici, sembra averla preso sul serio.
Da una parte, si tratta di accompagnare i sistemi produttivi europei in una transizione che consenta nel medio periodo di non dipendere totalmente da sistemi digitali extra-europei, anche per ragioni di sicurezza. D’altra parte, la sfida si gioca sul piano dell’educazione e della formazione. Queste, nell’era della conoscenza e dell’informazione (EG 52), non sono più un diritto e un dovere esclusivi dei primi anni di vita di una persona: all’orizzonte si profila sempre più per tutti il bisogno di un apprendimento per tutta la vita. La Commissione Europea negli ultimi anni ha investito molto nella promozione della cosiddetta formazione professionale, attraverso la distribuzione di risorse finanziarie, la creazione di alleanze trasversali per la promozione dell’istituto dell’apprendistato, l’adozione di una proposta di Raccomandazione sulla Formazione Professionale (inviata al Consiglio dell’Unione Europea il 1 luglio scorso) e l’organizzazione di Settimane Europee della Formazione Professionale. Nel 2020 la quinta edizione di quest’ultima iniziativa, che vede ogni anno partecipare migliaia di apprendisti, formatori, docenti e imprenditori da tutta l’Unione Europea, si celebrerà in forma ibrida (presenziale e digitale) dal 9 al 13 novembre in Germania, che è anche considerata la patria della cosiddetta “formazione duale”.
Con questa espressione si fa riferimento al modello di formazione professionale alternata fra scuola e lavoro, fondato sull’istituto dell’apprendistato, che vede le istituzioni formative e i datori di lavoro fianco a fianco nel processo formativo. Questo modello sta registrando una notevole incidenza anche in quei Paesi europei, inclusa l’Italia, in cui fino a pochi anni fa non era mai stato sperimentato a livello sistemico. I critici di questo approccio sostengono che esso privi i giovani di una formazione umanista e integrale in età troppo precoce, inserendoli in una visione ristretta del lavoro e della tecnica. I sostenitori del sistema duale, invece, oltre ad indicare i risultati positivi sul piano occupazionale, sottolineano come questo approccio aiuti a promuovere esperienze formative di eccellenza.
Oggi in Italia l’istruzione è obbligatoria fino ai sedici anni e si completa con il “diritto-dovere” all’istruzione e alla formazione finalizzato a consentire il conseguimento di un titolo di studio di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. Al termine della scuola secondaria di primo grado, i ragazzi possono scegliere di proseguire gli studi in un percorso dell’istruzione secondaria di secondo grado (articolato in licei, istituti tecnici e istituti professionali) o nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), di competenza regionale, che rilascia una qualifica triennale o un diploma quadriennale. In questo contesto, la formazione professionale in Italia rappresenta spesso, anche per ragioni storiche e culturali, una seconda scelta per le famiglie dei giovani. A complicare l’orientamento dei giovani e il discernimento delle famiglie, contribuisce anche il fatto che ad oggi il sistema di IeFP in Italia compete alle Regioni, con il paradosso per cui spesso quelle Regioni che investono di meno in questo settore sono proprio quelle in cui si registra una maggiore disoccupazione giovanile, alimentando un circolo vizioso.
Ad ogni buon conto, iniziative che mirino ad offrire una IeFP di qualità, sia in un sistema duale sia attraverso altre formule, sono benvenute in un Paese, l’Italia, che ha ancora il più alto tasso di giovani NEET (fuori da percorsi di studio, lavoro, e formazione) di tutta l’Unione Europea. La Commissione Europea ha recentemente lanciato un’iniziativa, mettendo a disposizione risorse finanziarie, per la creazione di Centri di Eccellenza nella Formazione Professionale. L’Italia saprà cogliere questa sfida? E l’Europa saprà bilanciare eccellenza e inclusione? Si parla di formazione professionale anche nel nuovo piano europeo sull’ambiente: lo “European Green Deal”. La transizione verso un’economia più sostenibile dovrà passare anche per un’educazione e una formazione professionale che preparino a lavori compatibili con la salvaguardia dell’ambiente. Sorge, tuttavia, la seguente domanda: questo “deal” sarà solo verde o sarà anche sociale, includendo chi ad oggi fa più fatica, per mancanza di risorse o per ritardi culturali, a convertirsi alle nuove tecnologie sostenibili? Si tratta, senza dubbio, di sfide complesse. I giovani, tuttavia, ci chiedono di aiutarli ad affrontarle insieme.
La Chiesa non può semplicemente sottrarsi a tutte queste sfide. Chi si preoccuperà di bilanciare la dimensione meramente professionale della formazione, duale o non, con la sua dimensione propriamente umana? La Pastorale Giovanile, laddove è capace di interagire con questi sistemi educativi, è chiamata a far sì che la formazione professionale sia un’occasione di crescita integrale per i giovani, e che non sia solo uno strumento brutale del sistema di produzione capitalistico per l’asservimento di nuove “risorse umane” a logiche di mercato e poi magari di scarto, quando queste “risorse” potranno essere sostituite da altre “risorse” più giovani o da macchine.
L’esperienza del “lockdown”, impedendo l’accesso al lavoro pratico con i macchinari e i laboratori, ha colpito duramente la formazione professionale. Se non altro, quest’esperienza di distanza forzata tra formatori e allievi ha confermato una volta di più l’importanza della relazione educativa, prioritaria rispetto alla trasmissione di contenuti tecnici. Don Bosco, alle prese con la prima rivoluzione industriale a metà del XIX secolo, si inventò a Torino il primo “contratto di apprendizzaggio”, coniugando inserimento professionale, formazione, sviluppo economico, protezione e promozione della dignità del giovane. Oggi, nel mezzo di una pandemia epocale e con la quarta rivoluzione industriale ormai alle porte, gli operatori di pastorale giovanile sono chiamati ad offrire ad ogni giovane che si apre ad una possibilità di formazione professionale, una parola che sia sì al passo con le sfide di questi tempi, ma soprattutto profetica: “È vero che non puoi vivere senza lavorare e che a volte dovrai accettare quello che trovi, ma non rinunciare mai ai tuoi sogni, non seppellire mai definitivamente una vocazione, non darti mai per vinto. Continua sempre a cercare, come minimo, modalità parziali o imperfette di vivere ciò che nel tuo discernimento riconosci come un’autentica vocazione” (CV 272).