Sguardi pastorali di Michele Falabretti

  • Volti incontrati
  • Che cosa dobbiamo fare?
  • La partita della vita nei luoghi del quotidiano

Volti incontrati

Mi sarei perso, se non fossero venuti a prendermi. O forse no: mi sarei scavato una nicchia e me ne sarei stato buono buono nel mio. Quando ripenso ai tratti di strada che ho potuto percorrere nella vita, non posso fare a meno di tornare a una lunga galleria di volti, i cui occhi ho avuto la fortuna di incrociare. Persone che si sono spese: per loro sono stato fonte di preoccupazione; ho occupato i loro pensieri, li ho costretti a cercare grimaldelli che scardinassero la mia testardaggine, le mie insufficienze, i miei ritardi. A volte mi hanno spronato con delicatezza, altre mi hanno scosso con franchezza e decisione. Comunque ci hanno sempre messo la faccia, a rischio di sembrarmi antipatiche o addirittura sgradevoli. Un po’ alla volta si sono creati dei legami: mi sono entrate nel cuore e credo di aver trovato anch’io un po’ di posto nel loro.
Ogni tanto mi chiedo: ma chi gliel’ha fatto fare? Perché perdere così tanto tempo, qualche volta a dire e ridire le stesse cose? E perché farlo proprio con me? Non lo so, davvero. Non credo di essere speciale, non mi pare di aver nulla di così interessante da rendermi oggetto di cure particolari. Eppure, questo lo so con certezza, oggi non so dove sarei se non ci fossero state. Sono le persone i cui sguardi ti si presentano davanti – attraverso la memoria del cuore – nei momenti e nei passaggi più delicati del tuo camminare nell’esistenza. C’è, in questo legame, qualcosa di così arcano e misterioso; c’è qualcosa di così fortemente gratuito da condurti a pensare che – in definitiva – i tratti di quel volto non possono essere solo quelli dell’uomo: hanno anche quelli di Dio.

Quando tentiamo di parlare di educazione o ci avventuriamo in pensieri sulla pastorale giovanile, non possiamo far altro – in fondo – che ripartire dall’incontro con gli educatori incrociati nella vita. E da qui iniziamo a trovare i tratti fondamentali che un buon educatore sa riprodurre e riproporre, pur nella mediazione del proprio carattere o della propria personalità. Un’educazione non calata dall’alto, ma che umilmente sa partire dall’affiancamento e dall’accompagnamento e non ha fretta se non di condividere il tratto di strada comune. Un’educazione che non rinuncia a indicare direzioni e obiettivi da raggiungere, ma sa anche rispettare i tempi di ciascuno, le cadute e le fragilità.
Chi sta diventando grande ha bisogno di percorrere un cammino, ma anche di perdersi un po’. E il suo perdersi non è sempre un errore: più spesso è un errare capace di dire il bisogno di ognuno di noi di cercare e trovare il senso dell’essere nel mondo. Fa parte dell’ormai famosa “emergenza educativa”, la necessità di educatori che si facciano compagni di strada, che sappiano perdere pazientemente tempo ed energie, che sappiano esprimere una passione profonda per ogni persona che incontrano nel loro mandato. Educatori che sappiano decentrarsi dalle proprie figure e certezze, perché le tensioni di chi è loro affidato sono le priorità del loro compito. E perché soltanto quando si cammina insieme si scoprono i tratti della Verità.

Non sono pensieri così impegnativi o difficili. Eppure si sente la necessità di riprenderli se vogliamo tenere in mano il filo della pastorale giovanile. La novità è che abbiamo bisogno di tornare a quella normalità che sa esprimere la passione per il quotidiano e la vita delle persone. Perché anche il nostro possa essere – per i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che incontriamo – un volto per cui, un giorno, si possa percepire un senso di gratitudine.

Che cosa dobbiamo fare?

Che cosa dobbiamo fare? Domanda intrigante e decisiva, se non fosse che è già stata anticipata dal vangelo in un contesto di particolare attesa: quella del Messia.
Domanda che torna, spesso, di fronte alle questioni che la pastorale giovanile di ogni ordine e grado pone quotidianamente. Attenzione, perché è la stessa domanda che ci si fa ogni volta che si apre un gioco in scatola che non si conosce. E oggi, forse, stiamo rischiando di prendere la pastorale giovanile come un gioco in scatola: qualcuno studia una strategia, mette a punto delle regole, disegna uno scenario et voilà – il gioco è fatto.
Forse non è al “che cosa”, che dobbiamo tornare. Ma all’attesa. Quando ero un bambino aspettavo una cosa come se fosse l’ultima cosa al mondo da desiderare e un istante dopo averla ricevuta era già abbandonata sul pavimento della cucina. Era immensamente più bello aspettare. Perché le cose avute si rivelavano oggetti piccoli. Il mio desiderio invece restava grande. Questo mi sembrava veramente misterioso. Il desiderio è ostinato. Non impara nulla dai fallimenti. Mettiamo gli occhi, mentre cresciamo, su cose sempre più grandi. Ma il desiderio non si riempie mai.
Fare pastorale giovanile significa incrociare questo desiderio profondo che abita ogni bambino, ragazzo, adolescente e giovane che incontriamo. Sapendo che il loro desiderio può placarsi soltanto attraverso la relazione con gli altri che in definitiva sanno mostrarci la possibilità di incontrare l’Eterno.

La questione della cura educativa non è legata solo al tema del saper fare, ma prima ancora a quello del saper essere. Chi si ritrova ad avere a che fare con i giovani ne respira gli slanci, ma anche i facili entusiasmi; i sogni, ma insieme anche illusioni e abbagli sempre in agguato. E così l’educatore rischia di cadere facilmente nella tentazione di non avere tenuta di fronte a questi continui sbalzi di tensione.
C’è bisogno di una passione profonda che torni senza paura alla domanda: “Perché lo facciamo? E perché lo dobbiamo fare?”. È una frase scontata, ma vera: vogliamo bene ai nostri ragazzi e vogliamo il loro bene. Ci dispiace e soffriamo nel vederli sbandati, in balìa di sé, senza futuro, implicati in problemi e drammi più grandi di loro. Ci dispiace e soffriamo nel vederli alla deriva sul fronte dell’impegno e della speranza, prigionieri di un materialismo soffocante e senza ideali; a volte persino nel giro di circuiti di morte. Sicuri che dal Vangelo viene ancora la parola buona che permette di incontrare il cuore della vita e il suo senso.

A febbraio la pastorale giovanile italiana sarà a convegno a Genova. Per scoprire che prima di ogni altro passo, c’è bisogno di tornare alla sorgente di ogni educatore: la passione e la cura che Dio esprime e manifesta per ogni uomo. Perché chiunque si metta sulle spalle il bellissimo compito di accompagnare i piccoli nei loro processi di crescita, abbia ogni giorno la volontà di farlo con lo stesso cuore.

La partita della vita nei luoghi del quotidiano

(Note a margine del convegno di pastorale a Genova) “Tra il porto e l’orizzonte”)

È calato il sipario sul convegno di pastorale giovanile di Genova a febbraio 2014. Anche i convegni finiscono e a tutti viene su, da dentro, la solita domanda: e adesso, cosa facciamo? Prima, però, vorrei fare un piccolo esercizio di immaginazione. Supponiamo che di domande, durante il convegno, ne siano sorte altre. Sono quelle che emergono quando veniamo messi un po’ in crisi, quando si vanno a toccare i nervi più scoperti, quando ci sentiamo un po’ in ritardo sul centro delle questioni. Un convegno pastorale non può mai essere risolutivo: non ha forza “legislativa” perché non ha un mandato esplicito da parte di chi è responsabile del governo delle diocesi (i vescovi) di consegnare delle linee operative. Però un convegno può indicare delle direzioni. E lo può fare affrontando proprio le domande più scomode, quelle che ci mettono in crisi, quelle che vorremmo evitare e – se proprio ci vengono spiattellate davanti – quelle che si cerca di aggirare.

La forza del Convegno di Genova, a mio parere, è stata proprio in questo: nel coraggio di andare al cuore di una questione come quella della cura educativa. Noi, preti, religiosi e laici impegnati nella vita quotidiana della chiesa, abbiamo molta fretta di sapere “come si fa”. Siamo affascinati dai libri di ricette, come se fosse sufficiente mettere insieme degli ingredienti.

Negli ultimi anni il fascino delle forme è stato un vero e proprio virus nella vita pastorale: la sua manifestazione più forte è stata quella legata alle pratiche liturgiche, dove spesso un vuoto ritualismo (che fosse almeno) un po’ “vintage” è diventata la ricetta pronta da propinare anche al mondo giovanile. Queste forme hanno fatto l’occhiolino anche ad altre comunque di moda, ma non meno – bisognerebbe dirlo – “trendy”: aperitivi, cene e notti più o meno bianche; organizzazione di eventi a tema che hanno succhiato molte energie nella preparazione, lasciando poi praterie e deserti di tempi lunghi necessari per respirare. Perché non si può sempre andare a mille, perché gli eventi che si accumulano non sono più eventi, perché dobbiamo respirare prima di poter immaginare la prossima avventura.

E intanto continua la vita quotidiana; nel frattempo i nostri giovani hanno a che fare con il problema dell’occupazione, o forse delle scelte scolastiche o ancora con gli affetti che fanno le bizze e non lasciano in pace il cuore. Tutte cose che un po’ di tempo fa, a noi educatori, scaldavano il cuore perché ci riportavano immediatamente a quella questione che è la vocazione di ciascuno. E lì, nei luoghi del quotidiano, siamo spariti. Non siamo più significativi. Se devono decidere o affrontare la questione, vanno da qualcun altro. Il convegno di Genova ha tentato di aprirci gli occhi su questo: sul fatto che la partita della vita, per ciascuno, è giocata nella quotidianità. Che, almeno in Italia, ha per i vescovi una collocazione unica: la parrocchia, casa tra le case, e il suo legame con il territorio. Collocazione che si declina in forme diverse: da qualche parte è la strada, da qualche altra è una casa con un bel cortile.

Ma non importa il luogo, come è fatto, come è organizzato. Importa chi lo abita, se ci sono dei ruoli riconosciuti (cioè se i bambini possono giocare da bambini, se gli adolescenti possono fare gli scemi come se fossero dei sedicenni veri, se dei giovani possono cominciare ad occuparsi della loro vita che sogna un lavoro, un percorso scolastico, una relazione) – (e non solo: se ci sono quelli che vogliono fare gli educatori, che hanno un cuore che batte davvero e per i loro ragazzi sono pronti a dare la vita. Perché non è che si chiama a un convegno la suor Carolina Iavazzo per sentire una bella storiella, ma perché – forse – il racconto del cuore di don Pino Puglisi è davvero qualcosa che fa venire il sudore freddo a tutti: c’è qualcuno che pensa di esserne all’altezza?).
Davvero il Convegno ha provato a istruire la questione: la cura educativa è una faccenda mai superata, che ci chiede di rimetterci in gioco con la consapevolezza che lo scenario è completamente cambiato.

Sarebbe bello, allora, mettere da parte i mal di pancia che questi pensieri possono persino averci provocato (o, insomma, sopportarli un po’) e provare a prendere le direzioni che il convegno ci ha consegnato e farle diventare un lavoro di verifica e discernimento nei nostri territori. Proprio perché un convegno non è mai risolutivo, c’è bisogno di questo lavoro: portare a casa le provocazioni e metterle a confronto (con sincerità, ma anche con il coraggio di chi mette insieme le sue storie, il suo territorio, i volti delle persone che lo abitano) con tempi di paziente verifica e confronto. È sempre difficile poter aprire dibattiti seri in assemblee di seicento persone; ma è molto più bello e opportuno farlo nelle consulte regionali e diocesane. Anche perché la titolarità di animare un territorio appartiene a chi lo abita.

Ecco: lo sforzo fatto per pensare il convegno non sarà vano se qualcuno lo raccoglierà. Sarà come tornare a casa con un sacchetto di semi che possono essere gettati nel terreno delle nostre comunità e portare frutto con il lavoro di tutti. Accanto al desiderio e alla richiesta, però, avrei anche un sogno. Mi è tornata spesso in mente, in questi giorni, mentre ascoltavo e seguivo i lavori in streaming davanti al computer, la riga del salmo 8 dove si dice “cosa è mai l’uomo perché Dio se ne prenda cura?”.

Se c’è un innesco che il convegno ha provato a far esplodere è questo: è finito il tempo in cui dire all’uomo come si fa a fare l’uomo. Lo sappiamo, è da un po’ che ce ne siamo accorti, lo ripetiamo spesso, ma ci comportiamo come se non fosse così. Forse è arrivato il tempo in cui anche noi, con stupore, siamo chiamati a tornare a questo chinarsi di Dio sull’uomo per prendersene cura. Se Dio, in Gesù, ci ha mostrato tutta la sua tenerezza per l’uomo, allora lo faccio anch’io. Allora sono pronto a metterci su la vita, chiedendomi ogni giorno cosa ha di così affascinante questa umanità per cui Dio si spende. È qui, è soltanto qui che nasce la più vera e profonda passione educativa. È questo, credo, l’orizzonte più bello che Genova ci lascia nel cuore.