ADOLESCENTI di Valerio Corradi

La rappresentazione dell’adolescenza in ambito sociale, politico ed educativo, ancora oggi e in molti casi è segnata da un’ottica deformante oppure da schemi semplificatori che di fatto impediscono un’adeguata comprensione rendendo parzialmente o totalmente inefficaci le azioni educative e pastorali ad essa rivolte. Si tratta di proposte di lettura che sviluppano analisi decontestualizzate che non considerano l’influenza del momento storico-culturale nel quale i ragazzi si trovano a vivere, oppure che cadono nell’errore di studiare gli adolescenti come soggetti passivi, isolandoli dai contesti relazionali e territoriali nei quali sono inseriti.

Per non incorrere in restituzioni riduttive o unidimensionali e per sostenere il rinnovamento dell’attività educativa e pastorale sul territorio, è dunque necessario avviare una riflessione che tenga conto sia del livello macro che del livello micro sociale nel quale si inserisce l’esperienza esistenziale dei ragazzi di oggi, partendo dal generale scenario psicologico-culturale dell’inizio del terzo millennio per arrivare ai contesti particolari nei quali essi vivono la loro quotidianità. Muovendo da questi presupposti e dai recenti riscontri offerti dalla ricerca sociale, la serie d’interventi inaugurata da questo contributo vuole proporre mirati approfondimenti sulle concrete relazioni intrattenute dagli adolescenti in ambito familiare e scolastico ed esplorare poi il loro modo di vivere il tempo libero e l’appartenenza ecclesiale.
Inizieremo dalla constatazione che il modo di essere e di sentirsi adolescenti, di vivere le relazioni e di elaborare e assegnare significati al mondo risente del clima culturale della nostra epoca che – di per sé – è dotata di peculiari tratti che la distinguono nettamente dai periodi storici precedenti. L’esigenza di fornire indicazioni in chiave pastorale comporta, allora e in primis, una mirata riflessione sul significato odierno che assume la condizione adolescenziale nella vita sociale.

L’adolescenza come “nuova” fase della vita

È ormai consolidata e generalmente condivisa la definizione di adolescenza come fase del ciclo vitale situato tra fanciullezza e vita adulta, contraddistinta da una serie di modificazioni bio-somatiche e psicosociali, variabili nei singoli individui. Molti studiosi preferiscono farla precedere, distinguendola, dalla preadolescenza o fase della pubertà (11-13 anni) in cui avvengono nel soggetto trasformazioni non solo biologiche (sviluppo della funzione sessuale e dei caratteri sessuali secondari) ma anche sociali. L’adolescenza è un periodo contraddistinto soprattutto dall’esigenza soggettiva di riformulare le modalità comunicative per stabilire più corretti e adeguati rapporti con il mondo delle cose, delle persone, dei significati e trovare un propria identità. Dopo l’adolescenza, tra diciannove e ventotto anni, si parla più propriamente di giovinezza o tarda adolescenza, fase che si contraddistingue per l’elaborazione di un compiuto progetto di vita verso cui orientare le proprie risorse e attese.
L’adolescenza vera e propria sarebbe dunque un periodo di tempo compreso tra la pubertà e la maturità (14-18 anni) contraddistinto dalla comparsa dei caratteri sessuali secondari, dalla capacità riproduttiva, dall’abbandono delle figure precedentemente interiorizzate, e dalla ricerca di nuovi oggetti d’amore.
Se nelle sue linee portanti questa descrizione si può ancora ritenere valida, si deve però aggiungere che oggi l’adolescenza è sempre più un periodo di ricerca dell’identità nel quale si ridefiniscono continuamente i significati legati alle trasformazioni biologiche e ai rapporti col mondo e viene vissuta in maniera prolungata (quasi indefinita rispetto al passato) la transizione dalla dipendenza all’indipendenza dalle figure genitoriali.  Inoltre il passaggio dall’infanzia alla vita adulta sta avvenendo in un contesto socio-culturale molto diverso rispetto a solo qualche decennio fa. Rischi e opportunità, sentimenti ed emozioni, riferimenti e legami, modelli educativi e di comportamento sono molto diversi da quelli delle generazioni precedenti tanto da non apparire azzardato parlare di nuovi adolescenti. Oggi in ambito educativo ed ecclesiale si è chiamati a interagire con ragazzi dotati di una nuova sensibilità e di inedite potenzialità, che si mostrano completamente “detradizionalizzati” e con grandi difficoltà a proiettarsi nel futuro ma molto attenti alle relazioni familiari e amicali. Si tratta di una generazione ormai completamente digitalizzata che fa passare buona parte delle proprie relazioni dai nuovi media e che avverte come lontani i grandi valori dell’impegno, della solidarietà e della partecipazione. Sul piano relazionale è una generazione che comunica molto ma fatica a instaurare relazioni e a mettersi nei panni dell’altro, mostrando un deficit di empatia. La sofferenza individuale non passa più attraverso le lacerazioni del senso di colpa, ma dal sentimento di vergogna che compare quando non si riesce a far fronte alla necessità di mostrarsi sempre all’altezza (prima di tutto) verso le proprie aspettative.

L’adolescenza come condizione culturale

Nel suo studio Padri e figli nell’Europa medievale e moderna (1960) Philippe Ariès afferma che l’adolescenza è una creazione dell’epoca moderna. È infatti con l’avanzamento dell’industrializzazione e della scolarizzazione che si creano le condizioni per il riconoscimento di una nuova fase della vita tra l’infanzia e l’inizio dell’età adulta.

Sul piano storico-culturale l’affermazione e l’esaltazione dell’adolescenza dalla seconda metà del XX secolo a oggi è dunque connessa col processo di modernizzazione. Ancora oggi, appare evidente lo stretto connubio tra adolescenza e modernità, in particolare in una società come la nostra ormai entrata in una nuova fase storica variamente definita postmoderna, modernità avanzata o tarda modernità.
Tra i tratti caratteristici del nostro tempo vi è quello dello slittamento temporale in avanti delle sfide di trovarsi un lavoro, raggiungere un’autonomia abitativa, trovare moglie o marito e costruire una famiglia vivendo l’esperienza della genitorialità; si tratta di una posticipazione legata a un profondo cambiamento del modo in cui adolescenti e giovani considerano il significato e il valore del diventare adulti.
Sembra che in epoca postmoderna l’adolescenza abbia ampliato a dismisura i propri confini temporali, anticipando la propria partenza a danno dell’infanzia e colonizzando in maniera sempre più profonda l’inizio della vita adulta contraddistinto dall’ingresso nella maggiore età. Inoltre nella società odierna, per cause strutturali (economiche e organizzative) e culturali, sembra essere in atto una generalizzata convergenza verso il modus vivendi adolescenziale che porta gli attuali adolescenti ad avere enormi difficoltà ad affrancarsi da questa fase, e induce molti adulti a cercare di sottrarsi dalla traiettoria del corso della vita e a desiderare un ritorno verso forme esistenziali proprio di tipo adolescenziale segnate da mutevoli opportunità e sperimentazioni.

Alcuni autori parlano apertamente di “adolescentizzazione della società”: termine che non solo mostra la dimensione nella quale sono imprigionati i ragazzi di oggi, ma che rivela anche la difficoltà degli adulti a offrire un sostegno maturo e responsabile ai giovani. Ecco allora che la perenne crisi d’identità in cui sono immersi gli adolescenti di oggi è il frutto della perdita di modelli e di riferimenti esterni “alti e forti” anche da parte delle generazioni più mature che stanno anche rimuovendo la dimensione narrativa sia della vita individuale che di quella collettiva.

L’adolescenza come sfida pastorale: strumenti e prospettive

Abbiamo visto che l’epoca nella quale viviamo è segnata dalla perdita di letture “forti” e condivise del mondo e dalla tendenza alla confusione dei significati tanto da influenzare e destabilizzare molto la percezione che gli adolescenti hanno di sé e degli altri, e da far diventare quella adolescenziale una condizione manifestamente o velatamente accolta anche da molti adulti formalmente investiti di responsabilità educative. In questo quadro incerto, ad esempio, la definizione dell’identità non si presenta più come un compito solo dei soggetti in età evolutiva, ma interessa anche coloro che sono immersi in fasi successive della vita e che, per scelta o per necessità, sono chiamati a ridefinire costantemente il proprio modo di essere nel mondo. Sul piano educativo e pastorale, nell’attuale contesto instabile emerge con forza l’esigenza di trovare dei criteri stabili sui quali basare azioni efficaci che sappiano rivolgersi in modo adeguato ai nuovi adolescenti, agganciandoli a percorsi di senso in grado di sottrarli alla frammentazione e alla liquidità del vivere postmoderno.  La fase storica attuale può costituire un’opportunità per rilanciare la proposta cristiana partendo proprio dai più giovani e dalla loro sensibilità. Non si tratta però di elaborare ricette generali e standardizzate, ma di offrire proposte di volta in volta declinate e riadattate ai singoli ambiti d’intervento. In questo è da ritenere fondamentale il supporto di base offerto all’intervento pastorale dall’attività di ricerca sociale applicata. Si tratta di uno strumento che risulta particolarmente utile per correggere eventuali distorsioni nelle rappresentazioni sociali prevalenti, e ricostruire un’immagine attendibile degli adolescenti dalla quale partire per formulare nuovi percorsi e proposte in ambito sociale ed ecclesiale, ampliando il bagaglio di conoscenze di coloro che come educatori, volontari, animatori, sacerdoti si confrontano quotidianamente con ragazzi e ragazze.

Le riflessioni sull’adolescenza che offriremo nei prossimi articoli (famiglia, scuola, tempo libero, appartenenza/esperienza/pratica/credenza religiosa) sono il necessario presupposto per la pianificazione di efficaci percorsi educativi che sappiano affermare la centralità della persona ed esaltare le potenzialità di ogni comunità educante.

Adolescenza e trasformazioni familiari

Le principali ricerche degli ultimi anni confermano che la famiglia è un punto di riferimento per gli adolescenti sia nell’ambito della vita quotidiana sia in quello meramente valoriale. In essa ragazzi e ragazze avvertono di essere protetti e sostenuti, di poter esprimere se stessi senza timore di giudizio.
“La famiglia” alla quale pensano gli adolescenti è quella di origine, nella quale sono cresciuti e nella quale vivono hic et nunc; la proiezione verso una propria futura famiglia appare invece ancora debole e sfumata. L’ambiente familiare è dunque centrale per poter definire vissuti, problemi e aspirazioni dei ragazzi: per questo è necessario proporre su di esso alcune riflessioni. Per fare ciò ci si deve confrontare, prima di tutto, con le trasformazioni socio-demografiche che hanno interessato questa agenzia di socializzazione negli ultimi decenni per poi arrivare a occuparsi, più nello specifico, di alcuni aspetti del vivere in famiglia oggi.

Dinamiche familiari postmoderne

L’esperienza familiare degli adolescenti oggi fa i conti con le rilevanti trasformazioni socio-demografiche che hanno interessato questa istituzione, e con i tanti modi di sentirsi famiglia.

Gli adolescenti si trovano a vivere in famiglie profondamente diverse rispetto a quella nucleare prevalente fino a qualche decennio fa. Si tratta in molti casi di famiglie di fatto, monoparentali, composte o ricostituite, figlie del calo del numero di matrimoni, dell’aumento dei matrimoni civili, delle separazioni e dei divorzi, della diminuzione del tasso di natalità e dello spostamento in avanti delle scelte procreative.
Tra gli effetti più immediati di tutto ciò, vi è un indebolimento della struttura normativa della famiglia e l’aumento della probabilità per gli adolescenti di sperimentare esperienze come la crisi del legame tra i genitori e la conseguente rottura dell’unità familiare. Del resto circa il 70% delle persone che si separano e il 50% di coloro che divorziano hanno dei figli molto spesso in età adolescenziale, essendo la durata media del matrimonio in Italia di 15 anni. Sul piano prettamente relazionale, da più parti si sottolinea che la famiglia ha oggi accentuato le sue preoccupazioni economiche ed edonistiche, a scapito di quelle educative, abdicando al ruolo cruciale di agenzia dispensatrice di valori. L’attuale tipologia familiare, variegata e molteplice, riflette l’evoluzione del contesto socio-culturale in cui i nuclei domestici sono immersi. Vengono qui di seguito indicate in sintesi alcune dinamiche che sono alla base delle trasformazioni delle tipologie familiari della nostra epoca.

 – Rivalutazione del ruolo femminile.

Nel secolo scorso si è assistito al fenomeno dell’emancipazione femminile che ha comportato una trasformazione del ruolo della donna in società, non più vista solo nelle vesti di moglie e di madre. L’innalzamento del livello di istruzione femminile e l’aumento della presenza delle donne nel mondo del lavoro extradomestico hanno comportato numerosi cambiamenti matrimoniali e familiari. La donna, lavorando, trascorre molto più tempo fuori casa, non dedicandosi solo prevalentemente alla cura domestica e dei figli. In tal modo può garantirsi una certa indipendenza economica, oltre ad aver raggiunto una certa autonomia dalle figure maschili che segnano la sua vita (il padre prima, il marito poi). È così che l’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro favorisce l’emergere di nuovi modelli di relazioni familiari, in cui i rapporti gerarchici del passato tra generi e tra generazioni appaiono modificati e allo stesso tempo fa nascere nuovi bisogni in gran parte ancora insoddisfatti.
– Nuova concezione della funzione familiare. Un tempo tutti i bisogni (materiali e affettivi) dei membri familiari erano soddisfatti all’interno della famiglia stessa. Oggi, invece, molte agenzie educative esterne concorrono e cooperano con la famiglia alla realizzazione delle necessità degli individui, per cui c’è forse un “minor investimento” sociale sulla famiglia, rispetto al passato. Essa non è più l’unico punto di riferimento per la formazione individuale e sociale delle persone, anche se rimane senza dubbio il fondamentale.

– Mutamento della concezione dei valori.

Nella cultura contemporanea si raggiunge l’apice di un diffuso processo di misconoscimento della dimensione valoriale e della struttura assiologica dell’esistenza, che ha l’epicentro nella crisi dell’idealismo etico. Partendo proprio dalla famiglia, i riferimenti assiologici che precedentemente rappresentavano il fondamento dell’esistenza di ciascuno lasciano spazio alla nascita di nuovi valori morali che animano l’universo culturale attuale. Anzitutto, gli individui perdono il significato dell’alterità; ripiegano su se stessi, contando esclusivamente sulle proprie forze e potenzialità; in tal modo, non solo privano se stessi dell’aiuto che gli altri possono offrire loro, ma negano la loro presenza a chi ne ha bisogno. Viviamo in un mondo fortemente intriso di narcisismo, in cui molti ragazzi ritengono troppo opprimente condividere la loro vita con un’altra persona, perché esperienza ritenuta limitante la propria libertà individuale.

– Pendolarismo familiare.

Si tratta di un fenomeno non secondario rispetto a quelli presentati in precedenza che, apparentemente, non contribuisce all’incremento della crisi che la famiglia sta attraversando, ma è una realtà sempre più diffusa che merita un breve cenno. Oggi molti individui trascorrono l’intera settimana lontano da casa per motivi lavorativi (soprattutto i padri) o di studio, passando solo nel weekend del tempo con la propria famiglia. In siffatte condizioni si fa fatica a costruire un rapporto solido e duraturo non solo tra i coniugi ma anche tra i genitori e i figli.

Generazioni e relazioni

La famiglia è sempre stata in epoca moderna il luogo di rapporti tra le generazioni caratterizzati dalla presenza da una dialettica tra continuità e novità, tra produzione e riproduzione di significati, nel quale anche gli scontri e le divergenze tra genitori e figli potevano generare processi trasformativi sul piano della maturazione personale e degli orientamenti valoriali. Oggi, tuttavia, l’esperienza concreta di molte famiglie non sembra più rispecchiare tale modello e anzi mostra, nei suoi componenti, uno smarrimento dell’identità generazionale.

Il passaggio di consegne tra generazioni è sempre più lento e rarefatto e denota una crisi di progettualità esistenziale che ha alla base motivi strutturali e culturali. La presa di distanza delle giovani generazioni dalle vecchie avviene a fatica ed è meno netta e traumatica rispetto anche solo al recente passato. La famiglia di origine è meno un “trampolino di lancio” per gli adolescenti e più una cornice di protezione che per scelta o necessità sa che dovrà tutelarli ancora per molto tempo dopo l’adolescenza.
Sull’assenza di un’identità generazionale un peso lo possiede il già citato abbassamento della natalità, con la conseguente riduzione dell’esperienza fraterna. I ragazzi crescono senza un fratello o una sorella con cui confrontarsi, non sperimentando in famiglia il bene e l’amore verso un pari età diverso da sé.
Nei rapporti tra le generazioni si tratta allora di riscoprire l’autorevolezza nel suo significato etimologico di sostegno alla crescita. Oggi i genitori possono essere ammoniti in campo educativo a causa dell’abdicazione alla loro funzione, che dovrebbe essere quella di sostenere la dipendenza dei ragazzi e di confrontarsi con la nascente indipendenza degli adolescenti. Non possedendo più la famiglia un assetto normativo fondato su premi e punizioni, castighi e ricompense, i genitori sono chiamati a partecipare alla relazione con i loro figli negoziando in maniera attiva senza più trincerarsi dietro il rassicurante modello delle relazioni asimmetriche. Si scorge qui l’ambivalenza di rapporti che – nel privilegiare l’orizzontalità – rischiano di aprire per tutti nuovi spazi di realizzazione ma anche di sfociare in vita familiare sempre più segnata dalla de-differenziazione dei ruoli e dalla liquidità delle relazioni che non facilita il conseguimento di mete educative.

Conclusioni

Osservare l’adolescenza attraverso la famiglia appare oggi strategico dal punto di vista educativo e pastorale. Sappiamo che gli adolescenti necessitano di riferimenti solidi e vigorosi che permettano loro di costruire un progetto umano ed esistenziale non fondato sulla provvisorietà e la temporaneità, bensì su orientamenti saldi e stabili. Ciò è realizzabile solo se si riscopre a principio della propria azione la consapevolezza circa l’importanza del modello educativo e relazionale offerto dai genitori e dall’ambiente familiare nel suo complesso. È questo un elemento da sottolineare con forza contro la deresponsabilizzazione e l’insignificanza adulta, dirette responsabili dell’esistenza anomica di molti ragazzi.
È dall’elevato credito di fiducia che i ragazzi hanno nei confronti della famiglia che occorre ripartire, pure nella fluidità degli assetti familiari odierni. La sfida è allora quella di riempire lo “star bene in famiglia” degli adolescenti di contenuti e di valori.

Il tempo libero degli adolescenti: tra territorio e reti virtuali

Il tempo libero è connesso alla costruzione dell’identità dell’individuo e alla sua realizzazione. Come per gli adulti, anche per gli adolescenti esso rimane un ambito privilegiato per cercare di comprendere come gli individui instaurano relazioni con i soggetti che li circondano e come abitano il territorio nel quale vivono. Concordando con le indagini IARD possiamo definire il tempo libero come “tempo a disposizione da dedicare ai propri interessi e divertimenti” [1], un tempo di rigenerazione rispetto a quello segnato da obblighi e incombenze tipici del contesto lavorativo e scolastico che si contraddistingue per l’ambivalenza tra ricerca dell’autonomia individuale e omologazione tipica dell’adesione alla cultura dei consumi. Utilizzando questa categorie cercheremo di esplorare, in breve, due sfere fondamentali del lesure time adolescenziale: l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione e la partecipazione alle iniziative del territorio.

Una vita in rete

Sul versante tecnologico e mediatico molte delle recenti ricerche sottolineano come la televisione mantiene una certa centralità nel tempo libero degli adolescenti, ma si tratta di un primato sempre più ‘insidiato’ dall’impiego di Internet. Inferiore è invece il tempo dedicato ai giochi elettronici.
Inseparabile compagno è il telefonino che per la maggior parte dei ragazzi dichiara di utilizzare per più di 3 ore al giorno. Si tratta di un dato che mostra come questo strumento stia diventando sempre più un accessorio indispensabile, un elemento quasi imprescindibile del loro vivere quotidiano. Sappiamo poi che al crescere dell’età aumenta il tempo dedicato al cellulare e alla navigazione in Internet con un boom dopo i 15 anni. Sono soprattutto le ragazze ad essere precoci e assidue utilizzatrici del cellulare e sempre loro sono le migliori testimonial della cosiddetta “net generation”. A questa relazione “simbiotica” tra ragazzi e reti online contribuiscono indubbiamente le innovazioni tecnologiche che rendono possibile la commistione di attività comunicative ed espressive attraverso la gestione immediata di immagini, brani musicali e filmati e l’offerta di un accesso diretto a Internet.
Non è poi da dimenticare che gli adolescenti di oggi sono la prima generazione della storia più competente e preparata delle precedenti. È attraverso i nuovi media e il loro simultaneo impiego che essi stabiliscono, chiudono e ricreano relazioni costantemente, mostrando una maggiore propensione a comunicare per immagini e per codici semplificati sempre con l’imperativo di essere online.
In rete oltre al rapporto con gli altri subisce una trasformazione anche l’identità personale. Nello spazio mediatico le identità si fanno mobili [2]; mentre fino a pochi decenni fa l’identità personale veniva costruita sulle radici, sull’appartenenza a un luogo e sui legami con esso. Oggi tutto questo è ormai sostituito dalla capacità di servirsi, approfittare e anche godere di una mobilità virtuale praticamente illimitata. Gli adolescenti, prima che di un spostamento fisico, si compiacciono di un perpetuo movimento all’interno del flusso ininterrotto di informazioni e contatti in rete e della possibilità di comunicare con chiunque praticamente da ogni luogo fino a promuovere relazioni “intime” a distanza. Sono esperienze inedite, che portano con sé benefici straordinari ma anche costi non sempre immediatamente visibili connessi alla rimodulazione della relazioni del soggetto con se stesso e la realtà circostante.
Allora, non pare esagerato sostenere che gli adolescenti siano la cartina tornasole che ci informa della costituzione di nuove forme di interiorità e intimità nella nostra società. Essi soffrono e gioiscono in maniera diversa rispetto al passato e tendono a costituire delle “relazioni pure” nelle quali il consumo visivo più che il coinvolgimento empatico costituisce il medium prevalente. Si sta assistendo all’affermazione di una nuova forma di socialità digitale con processi spesso segnati da ambivalenze che vanno però colti nelle contraddizioni di ambienti digitali che sono al contempo luoghi di omologazione e luoghi della comunicazione e dello scambio orizzontale. Sul piano educativo è opportuno cogliere motivazioni e significati delle nuove pratiche comunicative sottolineando che per i più giovani l’equazione reale=autentico, e virtuale=inautentico rischia oggi di essere fuorviante [3]. Certo, la rete si presenta da una parte come il luogo del consumo, della doppiezza e della reificazione, ma dall’altra parte la rete diviene lo spazio di una possibile umanizzazione e della produzione di nuovi significati che ruotano intorno a nuove esperienze di relazionalità in un contesto generale segnato da frammentazione e instabilità dei rapporti.

Se i social network costringono i giovani a un eccesso di condivisione che fa venir meno privacy e intimità delle relazioni, è pur vero che tramite essi si promuovono forme di auto-organizzazione e di partecipazione che possono assumere anche una connotazione sociale e addirittura politico-culturale. Allo stesso mondo è presente un carattere relazionale nell’essere “on” ovvero sempre accessibili e disponibili per i propri amici in una cura e attenzione reciproca. Certo è che il gap generazionale tra vecchie generazioni e nativi digitali pone il problema della controllabilità degli accessi online e dell’educazione all’impiego dei nuovi media; si tratta di strategie che necessitano sia di un nuovo impegno del mondo adulto sia di dispositivi tecnologici più rispettosi della minore età.

Il disimpegno dal territorio

Molti indicatori attestano che negli ultimi anni a una riduzione del peso demografico degli adolescenti corrisponde un declino del loro peso sociale. Ciò è confermato dalla resistenza che la maggior parte dei ragazzi ha nel partecipare a iniziative del territorio e a diventare parte attiva del contesto nel quale vivono dal quale sono perlopiù distaccati e verso il quale provano un limitato senso di appartenenza.
Uno dei pochi dati in controtendenza è la partecipazione all’attività sportiva che coinvolge molti ragazzi e che col passare del tempo diviene meno formale e più spontanea e dipendente dall’auto-organizzazione degli stessi giovani. Altre occasioni di aggregazione sono feste e momenti ricreativi. Marginali sono invece la partecipazione a incontri culturali, di formazione e a iniziative di solidarietà su scala locale. Emerge una totale estraneità dei giovani ad attività di solidarietà e formazione diverse da quelle ludico-ricreative. È in atto un processo di implosione della capacità di attrazione attiva e partecipativa di molte associazioni impegnate nelle comunità locali. Questo fa sì che il profilo del giovane è più simile a quello dello spettatore piuttosto che a quello dell’attore [4] anche se per gli stessi ragazzi, ad esempio, la scuola può avere un ruolo attivo e svolgere una funzione ponte per avvicinarli soprattutto alle attività prosociali del terzo settore. La scuola potrebbe svolgere una funzione di mediazione importante e si potrebbe legare l’itinerario formativo anche a percorsi di maturazione extrascolastici.
Me è soprattutto lo sport, per le sue importanti connessioni con la riappropriazione dei luoghi da parte dei giovani, a rappresentare un punto di partenza importante per gli interventi sul territorio. Gli adolescenti che interrompono l’attività sportiva mantengono infatti una grande attenzione allo sport. Nella tarda adolescenza “il fare sport” non è più inserito in un contesto strutturato, con regole e codici propri che offre tutele (es. assistenza sanitaria) ma anche obblighi (presenza agli allenamenti, richiesta di perfomance), ma diviene più un’espressione della socialità spontanea dei ragazzi in discontinuità con la tecnicizzazione e la crescente razionalizzazione della pratica sportive nel mondo associazionistico.
In quest’ottica il rispondere alle richiesta dei ragazzi di maggiori spazi autogestiti ovvero di spazi che siano aperti e meno “controllati” rispetto a quelli delle strutture sportive classiche e che vedano un loro coinvolgimento nella gestione può costituire un canale di coinvolgimento importante dal quale partire per coinvolgerli in altre e più ambiziose proposte.

Conclusioni

Dal quadro presentato emerge che gli adolescenti di oggi prediligono il canale virtuale e ludico-ricreativo per liberare le proprie energie. Sul piano educativo si avverte allora il bisogno di azioni che riguardino sia il territorio che il mondo virtuale.

Per il territorio occorre ripartire dallo sport, uno dei pochi segmenti vitali della partecipazione giovanile che può essere un canale importante per inserire i ragazzi in percorsi di volontariato e di solidarietà. Per questo è necessario che associazioni sportive e gruppi della comunità locale creino una rete che sostenga le giovani generazioni nelle loro iniziative e che favorisca un ricambio generazionale attivo.
Per quanto riguarda il mondo virtuale, strumenti che riscuotono consenso e sembrano poter agganciare i più giovani sono i blog e gli spazi online di condivisione a patto che non alimentino un fuga dalla realtà ma piuttosto integrino e valorizzino ulteriormente ciò che in essa è presente. L’utilizzabilità per fini educativi di tali spazi virtuali andrebbe ulteriormente approfondita ad esempio in merito alle forme e alle modalità di coinvolgimento degli stessi ragazzi nella gestione. L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana della maggior parte degli adolescenti e come tale deve essere fatto oggetto di un investimento educativo. Da qui nasce l’esigenza di ricercare adeguate figure di mediazione in grado di creare e consolidare nel tempo un collegamento con la popolazione giovanile e di pensare a nuove modalità di coinvolgimento nelle proprie attività, sia per le realtà presenti sul territorio sia per coloro che vogliono accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita, presidiando e valorizzando il potenziale degli spazi online.

NOTE

[1] Caporusso L., Tempo libero, in Buzzi C., Cavalli A., De Lillo A., Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 329.
[2] Elliott A., Urry J., Vite mobili, Il Mulino, Bologna, 2013.

[3] Cfr. Giaccardi C. (a cura di), Abitanti della rete. Giovani, relazioni e affetti nell’epoca digitale, Vita & Pensiero, Milano, 2010.

[4] Cfr. Bazzanella A., Grassi R., I giovani della provincia di Milano: protagonisti o spettatori? Primo rapporto dell’Osservatorio Giovanidella Provincia di Milano, Milano, 2006.

Adolescenza e quotidianità

La vita quotidiana degli adolescenti assume oggi, di frequente, le forme dello svuotamento di senso e della patologia esistenziale, e nasconde un’esigenza di risocializzazione alla bontà della vita di ogni giorno [1].

La riscoperta della valore positivo della quotidianità è una delle strade maestre che oggi chi vive e lavora con i giovani deve provare a percorrere. Per questo la comprensione dell’esperienza della quotidianità dei ragazzi di oggi è un momento ineludibile. Di seguito cercheremo di condurre alcune riflessioni sul rapporto giovani-quotidianità partendo dalla particolare condizione esistenziale contemporanea in modo da far emergere elementi utili per coloro che proprio nella quotidianità sono a contatto con i ragazzi di oggi.

Il tempo quotidiano

La crisi della dimensione temporale lungo la quale si dispiega l’esistenza quotidiana dell’uomo contemporaneo è legata alla più generale “perdita del senso del tempo storico” [2] a cui si assiste nella nostra epoca. Questa, più precisamente, consiste nel fatto che si sta “perdendo il senso della continuità storica, il senso di appartenenza a una successione di generazioni che affonda le sue radici nel passato e si proietta nel futuro” [3]. Ciò determina un’ossessione per il presente e per la quotidianità e una progettualità a corto raggio tramite la quale si persegue l’obiettivo minimo delle gratificazioni immediate.
Ciò è reso evidente dalla scarsa consapevolezza storica che dimostrano di possedere i ragazzi di oggi in quanto generazione. Essi non riescono neppure a presentarsi come “lost generation” (generazione perduta) in quanto avvertono la mancanza della necessità di una rottura con il passato, già di per sé privo di significato e slegato dal presente. Questa generazione sembra non essere in grado, in quanto tale, di dare alla storia un contributo dotato di originalità. Si opta, piuttosto, per la riproposizione di frammenti del passato estraendoli da quei contesti di appartenenza che solo possono conferire loro profondità e memoria [4]. Risulta subito evidente come la destrutturazione della temporalità determini una “destrutturazione del tempo biografico” [5] che si ripercuote sull’identità individuale indebolendola. I soggetti in fase di crescita diventano incapaci di concepire le proprie scelte in termini di decisioni vincolanti per il futuro e fonti di rischio e responsabilità, ma non sono nemmeno in grado di rivolgersi al passato per coglierne gli insegnamenti e per porsi in continuità con essi. Prevale così “l’abitudine a interpretare il corso della propria vita come un processo interminabile di auto-espressione e di auto-esplorazione, un girare a vuoto che non ha neppure la parvenza di un cammino verso una meta” [6].

Senza fretta di crescere

La paradossalità dell’esperienza del tempo, espressa dall’oscillazione tra fissità e accelerazione, coinvolge direttamente il cammino di maturazione personale di molti ragazzi. Tra di essi una cospicua parte non si pone nemmeno il problema di crescere [7], rimuovendo, anzi, qualsiasi richiamo ad esso con l’adagiamento in uno stato adolescenziale cronico, e in certi casi fanciullesco, di vita.
L’atteggiamento esistenziale dominante nelle generazioni dell’inizio del XXI secolo “vuole fare tabula rasa del passato e che rifiuta ogni contatto umano con il mondo sociale perché è dominato dalle vecchie generazioni, accusate d’incapacità di vivere un’esistenza autentica” [8].

Tali tratti della condizione giovanile sono stati rappresentati, in maniere emblematica, tra l’altro, sul piano letterario, a partire dal secondo dopoguerra in romanzi come Angry young men di Osborne, L’arancia meccanica di Burgess, Il giovane Holden di Salinger e nelle opere della Beat Generation. Autori più recenti come Jeoff Dyer in Brixton Bop, al contrario, non mettono in risalto le manifestazioni di aggressività della gioventù quanto piuttosto la calma piatta e monotona che domina la sua vita. I giovani sono in generale riluttanti ad assumere, anche solo tramite una proiezione ideale, impegni per il futuro su un eventuale stabile ruolo sociale da ricoprire. Quello che sorprende (anche se fino ad un certo punto visto l’atteggiamento complessivo delle giovani generazioni) è che pur essendo consapevoli essi stessi di trovarsi ancora in uno stato adolescenziale di vita, di quest’età molti ragazzi non possiedono né la forza trasgressiva, né la conflittualità, né la capacità si sognare. E’ come se l’adolescenza stessa fosse svuotata della sua passionalità e di tutti i suoi significati tanto celebrati. Sembrano ormai raffreddati e definitivamente tramontati anche quei “miti trasgressivi” che connotavano la giovinezza negli anni Sessanta considerati strumenti “per attingere nuove dimensioni della mente, per compiere esperienze intellettuali ed emotive più profonde di quelle consuete, per operare una sorta di trasfigurazione della propria esistenza quotidiana spesso piatta e avvilente” [9]. Per i giovani di oggi la realtà quotidiana, pur nella sua precarietà, non crea grossi problemi, essi affermano di trovarsi tutto sommato bene sia a scuola che in famiglia. In questo quadro normalizzante viene così ad assumere una disarmante monotonia lo stesso uso di droghe e l’abuso di alcolici. Il tipo di giovane che esce da questo quadro appare privo di “miti”, di simboli, da cui magari anche polemicamente prendere le distanze, attraverso cui riconoscere sé stesso. Assenza imputabile al totale svuotamento di significato dei riti di passaggio, un tempo veri spartiacque nella vita del singolo ora ridotti a simulacri non in grado di trasmettere alcunché ma anche alla crisi l’idea di status adulto come traguardo stabile e irreversibile.

Uscire dal quotidiano

Al contrario, molti ragazzi avvertono oggi l’esigenza di evadere da una vita quotidiana che percepiscono come una dimensione nella quale “ogni primato è silenziosamente livellato. Ogni originalità è dissolta nel risaputo, ogni grande impresa diviene oggetto di transazione, ogni segreto perde la sua forza. La cura della medietà rivela una nuova ed essenziale tendenza dell’esserci: il livellamento di tutte le possibilità dell’essere” [10]. Il senso di estraniazione riguarda anche il mondo delle cose, degli oggetti che circondano i giovani, e che essi percepiscono e impiegano ogni giorno (es. spazi scolastici, autobus territorio). Lo spazio di vita quotidiano è talmente diventato il regno dell’abituale e della routine da non suscitare più nessuna emozione e da non evocare più nessun vissuto significativo. E’ uno spazio che si è completamente spersonalizzato, nel quale serpeggia un senso di estraneità quasi assoluta e dal quale si cerca di evadere per provare emozioni forti (es. assunzione di rischi sulla strada, abuso di alcol o di sostanze) oppure per ottenere gratificazioni illusorie tramite sensazioni e aggregazioni effimere ed effervescenti [11].

All’interno di questo quadro l’esperienza della musica e del gioco sembrano assumere un particolare rilievo esistenziale. La musica sembra sottrarsi alla monotona e rilassata banalità, e in certi momenti appare in grado di far accedere i ragazzi ad una dimensione estatica assente altrove. Nella musica sembra possibile per loro vivere un’esperienza epifanica della grandiosa totalità del mondo esterno. Si stabilisce così un contatto immediato ed estemporaneo della coscienza con il mondo. La musica sembra risvegliare emozioni sopite e forse mai completamente vissute, incarnando quell’anelito all’infinito assente dalla vita quotidiana di molti giovani.

Accanto alla musica si osserva in molti casi il riemergere della dimensione del gioco, soprattutto del gioco libero (partite di calcetto, basket, ecc.). Si tratta di attività prive “di effetti collaterali, di conseguenze moleste o di complicazioni emotive. I giochi soddisfano contemporaneamente il bisogno di lasciare libera la fantasia e la ricerca di difficoltà gratuite; combinano l’esuberanza infantile con le complicazioni create intenzionalmente. (…) Sono richieste intelligenza, una determinazione estrema al servizio di attività assolutamente superflue, che non forniscono alcun contributo alla lotta dell’uomo contro la natura, al benessere, alla prosperità economica della collettività o alla sopravvivenza fisica” [12].

Riscoprire il quotidiano

Accanto al desiderio di evasione, dagli stessi ragazzi emerge il bisogno paradossale di trascendere la banalità quotidiana tornando a riconoscere il valore della quotidianità stessa. Storicamente sappiamo che per lo stesso insegnamento cristiano la vita comune, la vita di tutti i giorni, non è da considerarsi d’importanza secondaria e irrimediabilmente segnata da attività basse e inferiori (come avveniva ancora nella civiltà e nella cultura greca) ma come il teatro prediletto per la definizione di una vita altamente significativa.
Negli scritti del Nuovo Testamento compaiono un gran numero di persone ordinarie, per lo più di bassa estrazione sociale che vengono scosse nelle loro comuni esistenze. “Il pescatore o il gabelliere o il giovanotto ricco, la Samaritana o l’adultera passano direttamente dalla loro vita qualunque alla presenza di Cristo” [13] venendo chiamati ad un compito enorme cui si accompagnano profonda problematicità e tragicità. L’assolvimento di tale compito non avviene, però, mediante l’allontanamento o l’evasione dalla vita quotidiana bensì passa attraverso il riconoscimento, alla luce della divina Rivelazione, delle nuove implicazioni della stessa che preclude un nuovo, attivo e ispirato intervento nel mondo da parte dell’uomo. Il quotidiano diventa così lo spazio congeniale alla conduzione di una vita buona come insegnano le parabole dei talenti (Mt. 25, 14-30) della veste nuziale da intessere filo a filo (Mt. 22,11), dell’olio nelle lampade (Mt. 25, 1-15) e lo spazio prediletto per l’esercizio delle virtù in particolare di quella suprema della carità (1 Cor. 13,5).  Molti giovani richiedono di essere socializzati all’idea che è nella vita comune il nucleo della vita buona, affermando “che la dimensione superiore va cercata non già al di fuori dell’esistenza quotidiana, ma all’interno di essa come modo di vivere questa stessa esistenza” [14].

 

NOTE

[1] Cfr. C. Taylor, Le radici dell’Io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano, 1993.

[2] C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1999, p.15.

[3] Ibidem, p.17.

[4] I. Vaccarini, La letteratura storico-culturale sul mutamento: la cultura moderna nei teorici della ‘postmodernità’, in AA.VV., La cultura dell’Italia contemporanea, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1990, 291-316

[5] Ibidem p.301.

[6] I. Vaccarini, Gli assoluti morali nell’epoca del pluralismo, San Paolo, Milano, 2001, p.33.

[7] Cfr. A. Cavalli- O. Galland, Senza fretta di crescere, Liguori, Napoli 1996.

[8] I. Vaccarini, Società chiusa e società aperta, Vita e Pensiero, Milano, 1994, p.57.

[9] G. Petter, Problemi  psicologici della preadolescenza e dell’adolescenza, La Nuova Italia, Firenze, 1997, p. 228.

[10] M. Heidegger, Essere e tempo, Chiodi, Milano, 1953, p.202.

[11] Cfr. M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini & Associati, Milano, 2004.

[12] C. Lasch, La cultura del narcisismo, cit., p.115.

[13] E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Vol.I, Einaudi, Torino, 1956, p.52.

[14] C. Taylor, Le radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, cit., p.