La Chiesa alla prova della pandemia

Paolo Carrara


Che cos’è accaduto nel «corpo reale della Chiesa effettiva» durante i mesi dell’isolamento, provocato dalla pandemia da coronavirus? Se lo è chiesto il teologo Paolo Carrara, presbitero della diocesi di Bergamo e docente di Teologia pastorale presso la Facoltà teologica di Milano, in una relazione dal titolo «La Chiesa nella pandemia: una condizione di inedita passività», proposta presso il monastero di Camaldoli il 24 giugno, in occasione del convegno «La Chiesa alla prova della pandemia. Interpretazioni del presente ecclesiale» (23-26.6.2020).
Analizzando il vissuto ecclesiale sotto il profilo della trasformazione spaziale che la Chiesa ha attraversato, relativamente alla sua capacità di «essere significativa proprio lì dove il realismo della vita è emerso in tutta la sua drammaticità», l’autore individua alcune possibilità da saggiare e rischi da cui la pastorale deve ora guardarsi. Lo sfondo su cui proiettare il quadro è quello della riforma della Chiesa, tenendo però come riferimento il principio secondo cui «il profetico ha bisogno del pastorale».

Quando un fenomeno sociale ed ecclesiale è ancora in atto non è facile proporne un’interpretazione: vi è il rischio di darne una lettura parziale e di non coglierne in maniera adeguata tutte le implicazioni. Questa semplice osservazione assume una pertinenza particolare in un tempo come quello del COVID-19, inedito, inatteso e provocatore di effetti a catena dalla portata radicale.
Proprio sulla scia delle tante e contraddittorie emozioni suscitate dall’evento e dalle sue molteplici conseguenze che stiamo iniziando a conoscere, hanno preso le mosse molte proposte di lettura che in queste settimane sono già circolate, attraverso siti web e riviste. Non è facile orientarsi in questo mare, e la tentazione sarebbe quella di tacere per dare più tempo allo svolgersi degli eventi e per una maggiore presa di distanze da essi.
Assumo tuttavia la provocazione di proporre una «prima» lettura dell’evento, immaginando che possa costituire un tassello di un’opera ecclesiale più ampia e di certo non delegabile a uno solo [1]. Intendo provare a smarcarmi da alcune interpretazioni che si sono occupate di redigere l’elenco di ciò che la Chiesa avrebbe dovuto o potuto fare/essere.
La direzione che assumo vorrebbe alimentare un altro sguardo: cogliere ciò che, spesso anche al di là di quanto proclami ufficiali o interessi giornalistici hanno messo in evidenza, di fatto è accaduto nel corpo reale della Chiesa effettiva. Mi pare questo lo specifico del contributo che proviene da un approccio di carattere teologico-pastorale: distinguersi dalle affermazioni retoriche sempre in agguato, molto efficaci in ordine alla riscossione di successo ma poco capaci di stimolare il cammino del corpo ecclesiale, per cercare invece di accompagnare la Chiesa nelle sue effettive possibilità.
Ad animare le letture e le interpretazioni, infatti, dovrebbe essere il servizio all’unità e l’arricchimento del compito di testimonianza che la Chiesa è chiamata a svolgere. Lo ricordava già Paolo VI nella sua prima enciclica Ecclesiam suam al n. 49: «La Chiesa quale è dobbiamo servire ed amare, con senso intelligente della storia, e con umile ricerca della volontà di Dio, che assiste e guida la Chiesa anche quando permette che la debolezza umana ne offuschi alquanto la purezza di linee e la bellezza d’azione».[2] È questo, al contempo, un punto di partenza necessario per provare a intuire anche come potrebbe diventare la Chiesa di domani: ogni tentativo di parlarne senza fare riferimento a ciò che lo Spirito le ha consentito di essere fino a oggi è destinato a rimanere illusorio.

  1. Il contesto.
    Quando il reale stravolge

Il tempo della pandemia, non certo per scelta bensì per obbligo, è stato per tutti un’esperienza radicale di immersione nella realtà. Non ho la competenza per avventurarmi in letture culturali complesse, ma mi pare di poter assumere come sintetico proprio questo punto di condensazione. Senza diffondermi nella lista di accuse, peraltro pertinenti, che si potrebbero muovere all’individualismo della società del capitalismo tecno-nichilista da cui veniamo, [3] risulta evidente che il virus ci abbia ricondotto in poche settimane al cuore di alcune questioni antropologiche fondamentali che il buon tempo del maquillage ci aveva fatto dimenticare, dandoci l’illusione di poterle nascondere sotto una patina di trucco, e che l’ideologia del progettare ci aveva dato l’illusione di saper controllare. [4]
Penso alla questione della sofferenza e della morte, penso alle paure reali che queste hanno generato; penso al riconoscimento palpabile della precarietà della vita e della sua fragilità; penso all’impatto violento con la limitatezza delle risorse disponibili (emblematico il numero insufficiente di letti disponibili in terapia intensiva, così come la mancanza di bombole di ossigeno) e con la non onnipotenza delle conoscenze a nostra disposizione anche nei settori più avanzati della medicina; penso alla delicatezza dell’equilibrio sociale e al radicale riconoscimento della dipendenza reciproca che ognuno ha sperimentato in relazione agli altri, anche al di là di un’esplicita ammissione.
L’emersione di questi fenomeni non ci ha portato a diventare automaticamente migliori; certamente però ci ha provocato ad assumere uno sguardo più realistico – più umano – sulla vita, [5] e forse a riaprire alcune grandi domande della vita stessa: chi sono, a chi mi affido, come vinco la morte…
Questo bagno di realtà ha caratterizzato anche la nostra Chiesa. Anche le nostre comunità cristiane, infatti, si sono ritrovate in pochissime ore a fare i conti in maniera radicale e immersiva con domande assai impegnative. Per la Chiesa di per sé, in nome del Vangelo, dovrebbe essere sempre un po’ così. Tuttavia vale per essa ciò che già sperimentiamo in noi stessi: l’appartenenza al cammino di tutti gli uomini fa sì che alcune istanze culturali non ci stiano semplicemente davanti, ma ci attraversino.
È la ragione per cui anche la Chiesa, seppur costantemente chiamata a stare sull’essenziale, aveva rischiato di concentrarsi su una pastorale addomesticata e su problematiche periferiche, con il paradosso di diventare muta rispetto al nocciolo della vita, lì dove si gioca la partita del Vangelo. È rispetto a questa esperienza che la pandemia è entrata a gamba tesa: in pochi giorni ci ha fatto sentire deboli e ci ha fatto palpare la differenza tra l’essenziale e il superfluo. Mi pare che proprio qui si situi il criterio fondamentale attraverso cui giudicare oggi ciò che la Chiesa ha vissuto: nel riconoscimento della sua capacità di essere presente e significativa attorno ai nodi decisivi dell’esistenza piuttosto che, all’inverso, della sua chiusura in questioni troppo ad intra, magari legittime ma incapaci di toccare davvero il reale. [6]
Lo sguardo sulla Chiesa e su ciò che in essa è accaduto origina da queste domande: come la Chiesa ha cercato di mantenersi prossima a ciò che ogni uomo e donna stavano vivendo? Come ha provato, proprio lì, a riconoscere la presenza del Regno e ad annunciare in maniera credibile – non retorica – la speranza del Vangelo? Che cosa di essa sembra invece rimasto al di qua di questa linea di demarcazione fondamentale tra l’essenziale e il superfluo? Oppure che cosa sembra essere andato oltre, attraversando solo apparentemente il dramma umano che si stava vivendo, ma senza abitarlo pienamente?
Proprio perché immersiva, l’esperienza vissuta ha aperto degli scenari inediti anche per la verità della fede. Ne emerge una domanda che è anzitutto di carattere teologico-fondamentale, poiché relativa alla necessità di ripensare proprio per questo tempo il modo di parlare di Dio e la possibilità di «conciliare» la domanda sul male sperimentato con l’affidamento al Dio di Gesù. [7] Evoco questa prospettiva radicale senza poterla percorrere, ma con l’obiettivo di suggerirne la pertinenza. La riflessione che propongo si limita ad analizzare il vissuto ecclesiale sotto il profilo di quella trasformazione che la Chiesa ha attraversato e appunto relativamente alla sua capacità di essere significativa proprio li dove il realismo della vita è emerso in tutta la sua drammaticità.

  1. Prima dinamica.
    Quando lo spazio si restringe

Quanto indicato a livello generale può essere indagato in modo più opportuno assumendo come punto privilegiato di osservazione la variabile dello spazio.
Il privilegio per la dimensione spaziale porta con sé i tratti di un’evidente parzialità, tuttavia non è un punto di osservazione casuale. Da sempre la Chiesa, in conformità alla logica d’incarnazione che presiede all’evento di Rivelazione, si è confrontata con la necessità di farsi presente in un certo luogo, in modo da rendere visibili quelle forme di mediazione che consentono alla comunità dei credenti l’incontro con il Signore.
Tante sono le forme attraverso cui nella storia la Chiesa ha imparato ad abitare lo spazio. La parrocchia riveste, tra queste forme, un ruolo decisivo, anche se non esaustivo, soprattutto in un tempo di trasformazione come l’attuale. Essa, nella scia della tradizione che viene dal concilio di Trento e che nei secoli successivi si è rafforzata, rimane la forma ordinaria del darsi della Chiesa in un luogo. Può essere utile, a tal proposito e proprio in virtù della sua caratteristica di «casa tra le case», sondare ciò che le è accaduto in questi ultimi mesi. Tale analisi vanta forse la possibilità di fornire indicazioni preziose anche circa le dinamiche che più in generale hanno attraversato il corpo ecclesiale; quindi anche in relazione alle altre realtà ecclesiali che la parrocchia non esaurisce. [8]
La dinamica prevalente, sotto il profilo in esame, mi pare sintetizzabile nella logica del restringimento. L’avanzata del virus e le regole finalizzate alla salvaguardia del bene comune che sono state progressivamente assunte dalle autorità civili [9] hanno obiettivamente determinato un restringimento dello spazio d’azione e di movimento delle persone. È sufficiente fare memoria di questi fenomeni: i ragazzi non sono più stati liberi di andare a scuola, molti genitori non sono stati più liberi di uscire per andare al lavoro, tutti siamo stati impossibilitati a partecipare alle consuete attività… Insomma per milioni di italiani, e non solo, l’unico spazio legittimamente praticabile è stato quello domestico e le identità hanno avuto bisogno di essere re-inventate a procedere da questa condizione inedita.
In questi mesi anche per la parrocchia lo spazio d’azione si è ristretto. Questa affermazione ha un duplice risvolto che merita di essere evidenziato. Anzitutto mostra una caratteristica di questo tempo che ha un rilievo strutturale: esso ha posto la Chiesa in una condizione di passività, nella misura in cui non le ha concesso la facoltà di stabilire le regole del gioco. Con un’altra immagine, si potrebbe dire che la Chiesa si è trovata obbligata ad apprendere in poco tempo una nuova lingua con cui comunicare, assumendo dei codici e delle regole di scrittura che altri in questo caso anzitutto un nemico invisibile e virulento – hanno imposto.
L’affermazione apre poi all’effettiva constatazione della condizione di restringimento e di limite spaziale in cui la comunità cristiana si è ritrovata. Molti sono gli elementi che possono aiutare a configurare questa condizione. Penso anzitutto alla dinamica del radunarsi, costitutiva per la Chiesa: il nome proprio della Chiesa, infatti, è «assemblea convocata da Dio». Le norme assunte per il contenimento del contagio e per la protezione individuale hanno impedito questo raduno nella forma abituale e paradigmatica del radunarsi fisico. Ciò ha causato l’impossibilità di radunarsi per la celebrazione dell’eucaristia, che è momento eminente nella vita di una comunità cristiana. Ne sono derivate anche l’impossibilità di celebrare ogni altro momento sacramentale e l’impraticabilità di tutte le altre forme di preghiera comunitaria, peraltro in un tempo liturgico come quello quaresimale e pasquale, che di per sé ne sarebbe particolarmente ricco.
A essere messo in discussione da questo restringimento è stato anche l’impegno educativo che la Chiesa profonde: si pensi alla realtà delle scuole paritarie e, per restare alla dimensione parrocchiale, che costituisce il prisma privilegiato di osservazione qui assunto, si pensi alla realtà degli oratori. Essi, pur nella varietà delle realizzazioni, concretamente sono un luogo di relazione e d’incontro in cui la Chiesa, attingendo al registro della cura, tenta di tessere virtuose relazioni tra la passione disinteressata per la vita di un ragazzo e l’annuncio di Gesù e della sua Parola. Come nel caso di altre istituzioni educative, anche l’oratorio è stato impedito – e lo è a tutt’oggi – nella realizzazione di questa sua opera.
Penso, infine, a tutto l’ambito caritativo che, dalle forme più immediate di soddisfacimento dei bisogni di tetto e cibo alle forme più elaborate di costruzione di progetti che si distendono nel tempo, si avvale delle dinamiche di base dell’incontro, del saluto, dello scambio, dell’accoglienza, dell’ospitalità…
In modo repentino, tutto ciò non è stato più praticabile secondo le forme consuete. Per certi aspetti l’opera evangelizzatrice della Chiesa si è trovata in una condizione di scacco. Ne sono state investite le coordinate di base dell’esperienza cristiana, poiché è stato toccato il corpo degli uomini che della stessa esperienza cristiana è una componente costitutiva, come ricordano il mistero dell’incarnazione e la promessa della risurrezione della carne. Non esiste esperienza cristiana, infatti, che non coinvolga il corpo, nelle sue dinamiche essenziali di incontro, di ritualità, di relazione, di dono…
L’eccezionalità – almeno ci si augura – di quanto accaduto non ha però spento il funzionamento ecclesiale. Oltre ai limiti e alle obiettive condizioni di restringimento è importante osservare il tipo di reazione che si è realizzata: ci si deve chiedere se e come le comunità cristiane siano riuscite a essere prossime, nonostante i restringimenti patiti, al cammino faticoso sperimentato da migliaia di persone nel tempo della pandemia, soprattutto nelle settimane in cui la sua ferocia è stata più devastante.
È questo, a mio avviso, il punto di osservazione più interessante per riconoscere lì dove alcuni spiragli si sono aperti. Che poi essi siano davvero frutto dell’azione dello Spirito non sta a noi stabilirlo in modo definitivo: spetta al tempo indicarlo con maggior consapevolezza. Qui conta saggiare il potenziale di significatività che quegli spazi sembrano detenere.

  1. Seconda dinamica.
    Quando lo spazio si dilata

Nel movimento di assestamento che nel tempo del COVID-19 sta caratterizzando la Chiesa, uno sguardo particolare va rivolto dunque non soltanto a ciò che è venuto meno, ovvero lo spazio ordinario di azione, ma anche a ciò che, forse in maniera impensata, si è fatto avanti sotto il segno della novità o della spinta.
L’osservazione non è di carattere puramente descrittivo. Non basta individuare gli spazi in cui si è riposizionata l’azione ecclesiale, ma si tratta di provare a riconoscere se e come quegli spazi siano diventati per la Chiesa occasioni effettive per costruire nuovi legami: legami che rinnovassero il senso di una convocazione non più possibile secondo le modalità abituali; legami che traducessero il senso di una solidarietà umana capace di superare i confini e le necessarie distinzioni; legami che comunicassero la speranza della fede e l’ispirazione della Parola.
Mi pare che uno sguardo come quello annunciato, e che ora si tratta di mettere alla prova possa condurre, se capace di rispettare le intenzioni che lo hanno generato, a propiziare due guadagni: è uno sguardo che in maniera realistica consente di vedere dove in positivo si è mosso il popolo di Dio; è uno sguardo che evita di produrre un’ingenua contrapposizione tra il presente e il passato.
A mio avviso, per un esercizio di sano realismo, è necessario riconoscere che sia l’oggi sia il passato sono gravidi di ricchezze e di limiti. Le ricchezze di ieri spiegano le positività che sono riscontrabili nella risposta che la comunità ecclesiale ha provato a offrire nel pieno dell’emergenza della pandemia.
Analogamente i suoi limiti suggeriscono molto in ordine alla fatica di individuare le modalità più adeguate a mostrare la significatività del Vangelo dentro questo tempo. La logica della dilatazione dello spazio qui assunta vorrebbe tuttavia condurre allo sviluppo di un orizzonte soprattutto propositivo: è un’opzione che, rispetto alla denuncia delle inadempienze, inevitabilmente seleziona, ma che in questo momento mi sembra più urgente.

SPAZIO SIMBOLICO
Alcuni commentatori hanno designato questo periodo come il tempo in cui sarebbe esploso quel clericalismo già precedentemente attivo all’interno della nostra Chiesa. Essi lo riconducono soprattutto all’invadenza con cui vescovi e preti hanno occupato la scena, particolarmente quella digitale, con il rischio di ricondurre la presenza della comunità cristiana alla loro univoca esposizione.
Al di là della retorica con cui si utilizza troppo spesso la parola clericalismo, al punto da renderla una sorta di etichetta che ingloba ogni aspetto della Chiesa che non funziona come si vorrebbe, va riconosciuto che l’osservazione ha una sua pertinenza: quando a esporsi è soprattutto/soltanto uno, il rischio è che davvero il corpo si restringa al suo capo, perdendo la ricchezza della sua complessità.
Ma non ci si può fermare qui. Non si può non riconoscere che l’esposizione effettivamente marcata di figure episcopali e presbiterali abbia aiutato le comunità disperse a sentirsi unite. Ci si può interrogare sull’opportunità di quanto accaduto, ma si deve anche valutare l’incisività delle opzioni a confronto: sarebbe stata più significativa la disseminazione invisibile della comunità cristiana oppure, soprattutto in un tempo di emergenza, conta di più che i fedeli si siano potuti riconoscere uniti attorno al loro pastore? In relazione a questa dinamica si situa, a mio avviso, il primo allargamento dello spazio di vita della comunità cristiana: quello simbolico. Esso non è inedito, ma le condizioni straordinarie venutesi a creare gli hanno conferito una pregnanza raramente sperimentata.

Attorno alla preghiera
Alla luce di questa osservazione complessiva, provo a rileggere alcune pratiche pastorali di questi mesi. Mi riferisco anzitutto a quanto ho potuto direttamente sperimentare all’interno della mia diocesi di Bergamo, purtroppo fortemente provata dalla pandemia.
Nei mesi di marzo e aprile, nel periodo più intenso della stessa, sono stati molto apprezzati i momenti di preghiera che il nostro vescovo ha guidato in alcuni luoghi simbolo della città e della diocesi, così come i tanti momenti di preghiera che molti preti nelle parrocchie hanno promosso. Gli strumenti digitali hanno consentito la loro diffusione, nonostante gli impedimenti fisici non consentissero il raduno. Non si può negare che siano stati momenti alti di Chiesa. Essi interrogano, a livello teologico, in ordine alla ricomprensione del ministero del pastore. Moltissime persone, per esempio, hanno chiesto ai loro preti una preghiera di intercessione per molteplici bisogni che la situazione stava determinando.
Mi pare che una svalutazione di questi dati sotto la cifra del clericalismo, alla luce dell’esposizione massiccia della figura del prete e del vescovo, non renda onore a un vissuto del popolo di Dio di cui invece bisognerebbe tenere conto. Può essere interessante, tra l’altro, soffermarsi sul fatto che – stranamente – alcuni critici di questa eccessiva esposizione dei pastori siano invece del tutto favorevoli alla grande preghiera di intercessione che papa Francesco ha tenuto in piazza San Pietro lo scorso 27 marzo.
Quel momento di preghiera è stato obiettivamente significativo, poiché capace di toccare con incisività il cuore di tutti coloro che lo seguivano, anche di molti non credenti; non è casuale che l’immagine del papa che si dirige verso il palco sotto la pioggia battente sia circolata immediatamente sui siti della maggior parte dei giornali del mondo. Tuttavia ci si potrebbe provocatoriamente domandare perché non si definisca clericale anche quel momento: insieme al papa c’erano soltanto chierici, e i laici che si intravedevano nelle riprese erano solo addetti ai lavori, non impegnati nella preghiera stessa.
Non voglio proporre un’interpretazione riduttiva di quella preghiera, anzi; intendo però provocare in questa direzione: bisognerebbe allora limare l’accusa di clericalismo rivolta anche ad altri momenti di esposizione clericale, riconoscendo appunto che si può (e si deve!) realizzare un’esposizione del pastore non soltanto del papa –, che è pieno servizio ecclesiale poiché costitutiva della sua identità e del suo ministero nella Chiesa.

Attorno all’eucaristia (trasmessa)
Quanto indicato mi permette d’introdurre una valutazione pastorale anche a proposito dell’altro grande dibattito che ha animato la riflessione ecclesiale nelle settimane della pandemia: quello della celebrazione delle messe da parte di molti preti, malgrado non vi fosse la presenza diretta del popolo di Dio, al più relegata a una partecipazione via streaming.
Sotto il profilo delle idee, si sono contrapposte due linee di pensiero: da un lato gli strenui difensori delle celebrazioni eucaristiche con qualche sparuto fedele, ma senza la presenza diretta del popolo di Dio; dall’altro coloro che hanno gridato allo scandalo, tacciando la Chiesa di un’inaccettabile ansia eucaristica.
Senza pretendere di risolvere la diatriba, andrebbe anzitutto osservato che lo stesso Missale romanum ammette la possibilità di una celebrazione eucaristica «senza popolo». La terza edizione tipica dello stesso introduce, al proposito, anche un’opportuna precisazione terminologica: all’espressione Ordo missae sine populo sostituisce l’espressione Ordo missae cuius unus minister participat.
Oltre a questa osservazione, già non secondaria, di carattere liturgico, mi pare doveroso notare che proprio attorno a questa pratica si sia realizzato uno dei casi più eclatanti, in cui alle necessità spirituali del popolo di Dio si sia rischiato di anteporre l’assolutizzazione di pur legittime istanze teologiche, sotto-determinando la ragione pastorale più propria. Non è possibile giudicare come banalmente consolatorio e ritualista l’atteggiamento di partecipazione (anche via streaming) di molti cristiani alle celebrazioni eucaristiche presiedute «a distanza» da parroci e vescovi. Se il rischio della spettacolarizzazione e della moltiplicazione eucaristica sono obiettivi e andranno valutati, non si può disperdere il bene spirituale che, in queste condizioni straordinarie, anche il raduno non fisico diretto ha consentito di generare.

SPAZIO DOMESTICO (E SECOLARE)
Una seconda dilatazione che ha caratterizzato questo tempo di pandemia è relativa allo spazio domestico. Come già si accennava, la casa è stata per milioni di italiani l’unico luogo in cui poter stare, in virtù delle regole di chiusura che sono state imposte dalle autorità competenti. Proprio queste case sono diventate per alcuni tra i cristiani delle nostre comunità l’unico spazio in cui poter coltivare la fede, pregare, ascoltare la Parola. Ciò, tra l’altro, è accaduto in corrispondenza a un tempo liturgico forte come quello della Quaresima e addirittura della Settimana santa.
È una circostanza che non avremmo scelto, ma che d’altro canto ha lanciato una provocazione forte: le case sono diventate, molto più di quanto accada in condizioni normali, lo spazio in cui riconoscere il Vangelo in atto e coltivare espressamente la fede. E significativo, sotto questo profilo, che in molte comunità cristiane siano stati realizzati per le domeniche e i giorni della Settimana santa dei sussidi volti a sostenere i diversi momenti di preghiera di cui una famiglia si poteva rendere protagonista. [10]
E indubbio che, almeno per qualche genitore, ciò abbia riattivato una presa in carico diretta dell’accompagnamento nella fede, soprattutto nella preghiera, verso i propri figli. Solitamente, infatti, si tratta di un’azione che viene demandata al prete e ai catechisti. Non bisogna illudersi: nonostante non si disponga di statistiche accurate, è ipotizzabile che solo una parte di tutte le famiglie a cui è stato inviato del materiale di supporto lo abbia utilizzato o che si sia avventurata liberamente in altre forme di preghiera. Sarebbe un’illusione immaginare che in questo momento la fede possa tornare a essere trasmessa, in modo diffuso, anzitutto/soprattutto nelle case: significherebbe attribuire al COVID-19 una capacità palingenetica rispetto al processo consolidato di rottura della trasmissione della fede.
Stante questa puntualizzazione, necessaria per evitare l’assunzione di posizioni irrealistiche, non va tuttavia dispersa la bontà di un funzionamento pastorale diverso rispetto a quello a cui la Chiesa si era un po’ troppo assuefatta. Nonostante i proclami, il modo ordinario di intendere il funzionamento parrocchiale rischiava di far coincidere la parrocchia con i momenti di raduno all’interno degli spazi di cui la parrocchia stessa dispone.
La dinamica attivatasi in questi ultimi mesi è stata preoccupata invece più del sostegno della fede dei cristiani là dove essi vivono che non della loro concentrazione in un unico luogo. La valorizzazione delle case è stata un’occasione di superamento del funzionamento monodirezionale della proposta pastorale, che forse può ispirare anche tempi più ordinari di progettazione: non esiste proposta di fede significativa che non s’innesti nel vissuto evangelico di base, che trova proprio nelle case (nelle famiglie!) uno dei luoghi emblematici di espressione.
Questa osservazione, tra l’altro, se unita a quanto evidenziato al punto precedente, aiuta ulteriormente a riconoscere il valore che può aver avuto anche il continuare a celebrare l’eucaristia in modo «centralizzato». È vero che l’assemblea non era fisicamente presente, ma è altresì vero che era riconoscibile, contestualmente a quella celebrazione, un corpo ecclesiale vivo, sebbene disperso in tante case; una pluralità di poli di espressione della fede che le norme hanno mantenuto distanti, ma che proprio la fede, anche attraverso il pregare e il celebrare, ha saputo comunque mettere in connessione. [11]
In relazione a questo funzionamento a poli ecclesiali tra loro connessi, è possibile riconoscere l’importanza che hanno rivestito, nel tempo più intenso del contagio, anche alcuni luoghi come gli ospedali e le residenze sanitarie assistite (RSA). Sono influenzato, sotto questo profilo, da quanto vissuto nella mia terra, soprattutto quando, durante l’imperversare del virus, il vescovo ha chiesto espressamente a medici e infermieri, nelle situazioni da loro ritenute più opportune, di benedire i malati e specialmente i moribondi che non potevano essere accompagnati né dai sacerdoti né,clai loro cari.
Anche in questa occasione si è verificato un funzionamento ecclesiale che merita di essere riconosciuto e valorizzato nell’ottica di quella tensione tra luoghi di concentrazione/raduno e luoghi di dispersione, e insieme nella prospettiva di un reciproco rilancio tra la figura di sintesi del pastore e alcune figure di conduzione diffusa, come i genitori nelle case o, in questo caso, il personale sanitario.
Lì dove il vissuto umano acquisiva progressivamente consistenza, alcuni gesti espliciti di fede hanno espresso tutta la loro pregnanza, e ciò appunto anche attraverso figure diverse rispetto a quella del pastore.

SPAZIO SORGIVO
Una dilatazione dello spazio si è realizzata anche nella direzione di quelle che la riflessione teologico-fondamentale designa sotto il titolo di «forme obiettive della testimonianza cristiana». [12] Si è trattato di una sorta di riconduzione più diretta e «nuda» della Chiesa alla sua sorgente: attraverso questo riferimento esplicito, la comunità cristiana ha potuto riscoprire ciò che la connota in modo essenziale, al punto da indicarne la ragion d’essere.
Il restringimento dello spazio ha comportato il venir meno di tutta una serie di attività che da queste forme obiettive sono generate, ma che, d’altro canto, rischiano talvolta di sostituirsi a esse, nascondendole, o di non risultare più così significative come nel tempo in cui sono nate. Nella condizione di emergenza esse sono invece emerse con più vigore e hanno assunto i tratti di quel DNA da cui la Chiesa non può prescindere: è tramite queste forme obiettive che la testimonianza ecclesiale ha potuto diventare significativa per la vita delle persone e costruttrice di legami e di spazi di significato.

L’eucaristia
Prendo in considerazione anzitutto il riferimento all’eucaristia non per il desiderio di assolutizzarla, ma perché è il sacramento che, in questo tempo di pandemia e di chiusura, ha obiettivamente assorbito il riferimento alla dimensione sacramentale della fede cristiana.
Mentre appunto la celebrazione degli altri sacramenti era di fatto impossibilitata, eccetto il caso di cappellani che hanno deciso di risiedere all’interno degli ospedali e delle RSA e che hanno amministrato anche il sacramento dell’unzione dei malati, l’eucaristia è stata alimento per molti cristiani.
Ho già espresso il mio pensiero in ordine all’accusa di una pastorale troppo legata alla sola eucaristia, anche nella situazione dell’assenza di una diretta partecipazione del popolo. Pur non considerando banale questa critica, ho già indicato quanto a mio avviso vada riconosciuto anzitutto il beneficio spirituale che la consapevolezza della celebrazione e, in molti casi, la possibilità di «seguirla» via streaming hanno concesso a molti.

La preghiera
Sono davvero innumerevoli le proposte che sono state avanzate al fine di favorire il moltiplicarsi di momenti di preghiera. Con un’osservazione generale e sintetica mi pare di poter suggerire che la loro attivazione abbia funzionato secondo i due versanti fecondi già indicati: da un lato sono state valorizzate delle forme di preghiera centralizzate, a cui è stato possibile partecipare anche indirettamente mediante i media, tradizionali e nuovi; dall’altro sono state favorite delle esperienze di preghiera domestica, come la benedizione della tavola e la preghiera attorno al crocifisso.
Molto significativa è stata anche la valorizzazione della preghiera del rosario che, nelle due modalità (trasmessa o personale), ha radunato una gran quantità di persone. Hanno trovato spazio, complice anche il tempo quaresimale, altre forme tradizionali di preghiera come la via crucis.
Questo elenco è certamente incompleto, ma sufficiente per avanzare due osservazioni. La prima ha a che fare con il volto di Chiesa emerso: rispetto ad alcuni momenti più ordinari in cui, soprattutto in una terra molto produttiva come quella lombarda, anche la Chiesa sembra sempre molto indaffarata, è emersa con più vigore la sua identità orante, la sua missione a farsi spazio per l’intercessione.
Una seconda osservazione ha a che fare con le modalità di preghiera che sono state proposte: esse hanno attinto, a volte in forma più creativa altre volte in forma più mimetica, anche al patrimonio significativo della pietà popolare. Si sono valorizzati il corpo, i gesti, gli oggetti di devozione; inoltre, come già indicato, la conduzione della preghiera non è stata di appannaggio del solo prete. Va tuttavia riconosciuto, e reso oggetto di riflessione, che altre forme di preghiera non secondarie, come per esempio la liturgia delle ore, sono invece risultate assai meno valorizzate.

La Parola
Un capitolo a parte va dedicato allo spazio rivestito dall’ascolto della Parola. Anche in questo caso le interpretazioni divergono. Se si immagina che tinti i credenti avrebbero dovuto meditare la Parola nella forma della lectio divina, quanto avvenuto nel corpo effettivo della Chiesa appare molto acerbo. Tuttavia ci si deve chiedere se a essere sbagliato non sia proprio il bersaglio prefissato. La domanda andrebbe posta con più realismo, provando a chiedersi se siano state realizzate delle iniziative significative sotto il profilo dell’ascolto della Parola, in ordine al tentativo di leggere la Parola con le domande che il vissuto stava facendo emergere e, viceversa, illuminando quest’ultimo con la luce proveniente dalla Partila stessa.
Non è facile rispondere a questo interrogativo; esso rimane aperto. Servirà anche una verifica, che ogni realtà diocesana potrà svolgere, di tutte le proposte che sono state avanzate. Anche qui suggerisco un paio di osservazioni. Anzitutto fatico a distinguere in maniera netta l’ascolto della Parola dalle forme di preghiera e celebrazione che ho evocato nei passaggi precedenti. C’è una forma matura di ascolto della Parola, per esempio, che passa anche dentro una certa modalità di pregare il rosario e di meditare i misteri della passione nel corso della via crucis.
In secondo luogo osservo che in molte diocesi sia a livello centrale sia a livello più locale delle singole parrocchie si sono moltiplicati, anche mediante le nuove modalità comunicative, i tentativi di aiutare a pregare con la Parola. Penso all’iniziativa «Buongiorno Gesù», che alcuni giovani preti della mia diocesi hanno lodevolmente messo in atto: un breve video che ogni mattina, durante il tempo quaresimale, è stato fatto circolare per aiutare la preghiera dei bambini, in assenza di incontri regolari in parrocchia. Al centro il brano evangelico del giorno, un breve commento proposto a turno da uno di questi presbiteri, e poi alcuni canti e preghiere. Forme molto semplici quindi, ma non banali. Credo che questa modalità di ascolto della Parola sia feconda anche perché ripetibile. Va comunque rimarcato che essa non si sostituisce al compito più impegnativo, ma bisognoso anche di più tempo e non possibile a tutti, di una tematizzazione della lettura del tempo presente e dei suoi grandi movimenti culturali alla luce della Parola, a cui si associ il tentativo di mostrare come la fede sappia plasmare degli stili di vita nuovi.

La carità
Circa il polo della fede che si fa vissuto è sempre utile tenere distinte, nonostante abbiano indubbie connessioni, la forma della comunione come fraternità da quella della carità come dedizione a tutti. Poiché della prima – la comunione – già ho trattato in relazione allo spazio simbolico, mi soffermo a sottolineare il tratto generativo che la carità ha assunto per la Chiesa in questo tempo di pandemia.
La comunità cristiana non ha potuto raggiungere tutti, tuttavia la carità ha visto la Chiesa protagonista sotto molteplici fronti: l’ascolto e il sostegno delle persone ammalate e delle persone ferite dai lutti e dall’aggravio di non poter dare ai propri cari un ultimo saluto (sia quello del tenere la mano nelle ultime ore di agonia, sia quello della celebrazione del funerale); la creazione di reti di sostegno all’interno dei paesi e dei quartieri, con il protagonismo dei centri di ascolto; l’individuazione di progetti più ampi – forme di microcredito e simili – per sostenere la faticosa ripresa delle piccole imprese; il tentativo di mantenere i contatti con le famiglie e con i ragazzi legati all’esperienza parrocchiale e oratoriana… Anche qui l’elenco potrebbe continuare.
Emerge il profilo tipico della comunità cristiana: un investimento a perdere che fa della carità ciò che di più specifico la Chiesa vive e, al contempo, ciò che la rende capace d’incontrare anche tutti gli uomini di buona volontà – e in questo tempo di emergenza se ne sono visti molti – che, anche al di fuori dei suoi confini, s’impegnano con dedizione per il bene di altri.

SPAZIO DIGITALE
L’impedimento ad abitare lo spazio fisico secondo le modalità consuete e la coercizione alla clausura hanno obbligato la pastorale a un promettente affaccio su uno spazio già precedentemente intuito, ma non ancora adeguatamente esplorato: quello del digitale. È un fenomeno che, negli ultimi mesi, non ha riguardato soltanto la Chiesa: si pensi, per esempio, alla rincorsa da parte della scuola italiana per l’utilizzo di piattaforme digitali per l’insegnamento; oppure al rapidissimo dilagare del lavoro agile (smart working).
Anche l’azione pastorale è stata interessata da questa invasione del digitale: di fatto in poche settimane siamo diventati tutti molto più esperti di piattaforme digitali e di social. Essi hanno consentito di proseguire gli incontri di catechesi e le riunioni dei gruppi e dei consigli, di condividere da «connessi» alcuni momenti di preghiera, così come di poter seguire video e ascoltare podcast per la formazione personale… Si è imposto un modo di agire che ha forse definitivamente sconfitto l’antica contrapposizione tra on-line e off-line, non perché la distinzione sia venuta meno, ijia perché l’agito ha mostrato che l’on-line non necessariamente va inteso come degenerazione dell’ off-line.
A questo proposito sarebbe utile considerare almeno due livelli di ripresa. Il primo è quello della verifica delle novità che si sono introdotte, a partire da ciò che di inedito è stato realizzato. S’innesta qui la denuncia di ciò che obiettivamente è stato caratterizzato da spettacolarizzazione o da eccessi, che sono risultati, peraltro, ridicoli se non addirittura irriverenti.
Un secondo livelli, più complesso, ha a che fare con il processo di riflessione e formazione che chiede di essere attivato. Il linguaggio della comunicazione digitale ha proprie regole e propri codici, che vanno conosciuti e studiati. Ad esempio, non è possibile semplicemente trasporre su supporto digitale ciò che si sarebbe fatto in presenza: ci sono linguaggi diversi che vanno compresi e integrati. Vale la pena, a fronte della spinta che il tempo dell’emergenza ha dato, che la Chiesa investa su una formazione più seria sotto questo profilo. Si tratta di approfondire le trasformazioni che a livello antropologico il digitale comporta: non abbiamo a che fare con strumenti neutri. In tale ambito, infatti, le nostre posizioni sono a volte ingenue o eccessivamente timide, poiché pagano il prezzo alla mancanza di una conoscenza effettiva. [13]
Mi limito a una provocazione: non si può non riconoscere il valore «sacramentale» nell’ordine del raduno ecclesiale che alcune piattaforme hanno favorito, consentendo a migliaia di cristiani di sentirsi Chiesa nonostante l’isolamento fisico. Tale affermazione non apre all’immaginazione di un ottavo sacramento, ma invoca l’urgenza di ricomprendere la logica sacramentale a procedere dalle provocazioni pratiche che la capacità trasformativa del reale dell’innovazione digitale ci rivolge. Del resto oggi, che si voglia o no, la nostra anima è «racchiusa» in questi strumenti. [14]

SPAZIO PUBBLICO
Nel solco del rinnovato tirocinio in cui la pandemia ha gettato la Chiesa spicca anche il valore, soprattutto nei territori più colpiti, di un rilancio del compito d’interlocuzione con le altre istituzioni e realtà associative del territorio, a partire da quelle di natura civile. Bisognerebbe entrare nel merito dei singoli aspetti che, in forma talvolta anche sofferta, si sono realizzati.
L’osservazione generale è che la disgrazia accaduta abbia paradossalmente obbligato la Chiesa a compiere un passo in avanti in quel grande campo che è la percezione del pluralismo contemporaneo. Non lo considero solo in relazione alla dimensione religiosa ed etnica dello stesso, ma soprattutto in riferimento a quella condizione, ancora più radicale, di pluralismo degli umanesimi contemporanei con cui la Chiesa cattolica è ormai costretta a confrontarsi anche in Italia.
Se l’investimento appare gravoso e talvolta foriero di fatiche e incomprensioni, esso è ormai un dato di fatto che va assunto. Non è scontato che di esso debba emergere soltanto il versante negativo. Il compito di mediazione culturale della fede e l’istanza del confronto dialogico a cui i cattolici sono chiamati dentro questo contesto possono diventare una risorsa preziosa per aiutare la Chiesa a entrare con più attenzione nella conoscenza e comprensione del linguaggio e del pensiero dell’uomo contemporaneo. Essi, infatti, la possono sostenere, anche nelle azioni più interne come la celebrazione, la predicazione e la catechesi, a sintonizzarsi con questo tempo, per un annuncio che non immagini di confrontarsi con un interlocutore fittizio, ma che riconosca la consistenza di questo uomo. [15]

  1. Dinamiche da mantenere, rafforzare, attivare

Non è facile cogliere in quali direzioni vadano ora convogliate le energie a disposizione. Più che delle soluzioni definite, il cammino percorso sembra suggerire alcune piste di lavoro promettenti, che aiutino la Chiesa non soltanto a fare i conti con ciò che ha perso, ma anche a intravedere dove lo Spirito la chiama. Mi pare realistico immaginare che non si debba rivoluzionare tutto, ma d’altro canto è necessario pensare a ciò che va modificato o incentivato affinché quanto vissuto non risulti soltanto una parentesi da archiviare in fretta.

NARRAZIONE
In questo orizzonte s’inserisce anzitutto il compito umile e prezioso che la Chiesa può esercitare in ordine alla ripresa delle esperienze personali e comunitarie vissute nei mesi della pandemia. [16] Il pensiero va in modo particolare a tutte le persone che sono state colpite da un lutto e che non hanno avuto la possibilità di viverne una prima rielaborazione attraverso i gesti consueti del suffragio e del commiato. Può darsi che questa osservazione non valga per tutte le realtà con la stessa intensità. In ogni caso, tutti hanno vissuto esperienze di isolamento e di solitudine, ma anche di inattesa fraternità, ricevuta e offerta.
È un patrimonio umano che non può essere disperso. Un servizio ecclesiale maturo ha il compito di favorire lo scambio di queste narrazioni per provare, proprio lì dentro, a far emergere i tratti della speranza cristiana e a riconoscere, senza addomesticare gli aspetti tragici, i segni della presenza del regno di Dio. Ne va della credibilità della fede e della sua significanza per l’oggi. In questa direzione si potrebbe far tesoro di quella dilatazione dello spazio rappresentata dall’abbondanza di commistione tra silenzio e annuncio «nudo» della Parola, da cui il ministero cristiano è stato segnato proprio nei tempi della pandemia.

«TESSITURA SOCIALE»
Un secondo spazio di attenzione pastorale ha a che fare con il compito di «tessitura sociale» che la Chiesa potrebbe favorire. [17] Non è peregrina, anche perché se ne vedono già alcuni segnali, l’ipotesi che le problematiche economiche che la pandemia ha incrementato producano all’interno della società italiana una situazione di emergenza e dei possibili focolai di conflitto (cf. per esempio quello intergenerazionale). Alla Chiesa potrebbe spettare un compito orientato a favorire la coesione sociale. La dilatazione dentro lo spazio pubblico che negli scorsi mesi la comunità cristiana ha sperimentato chiede che questo compito di tessitura venga svolto non soltanto sul territorio ma con esso, e dunque attivando una sinergia ancora più forte con le istituzioni che lo governano.

DISCERNIMENTO
A un terzo livello, intrecciato con i precedenti e non banalmente conseguente a essi, si colloca il compito di discernimento di alcune dinamiche ecclesiali più proprie. Si tratta di comprendere come i riposizionamenti, a cui il COVID-19 ha obbligato tutti, costituiscano per la Chiesa delle possibilità per ripensarsi: le dilatazioni indicate vorrebbero costituire un potenziale con cui la Chiesa si possa confrontare per re-immaginare oggi la vitalità delle sue dinamiche più profonde e di alcuni suoi elementi più strutturali. In forma sintetica ne offro una ripresa in termini propositivi e secondo una logica polare, ovvero individuando alcuni campi di tensione capace di interpretare la realtà. [18]

Tra raduno e dispersione
La ripresa almeno parziale delle attività pastorali, a cominciare anzitutto dalla celebrazione dell’eucaristia con la presenza fisica dell’assemblea, sta consentendo di ridare concretezza ai momenti di raduno tipici della comunità cristiana. Essi sono costitutivi della sua identità, poiché danno visibilità al fatto che l’esperienza di fede non è configurabile come una pratica individuale né come l’espressione del tratto affinitario che unisce un gruppo: la vita cristiana appartiene a un’assemblea che si raduna e che scopre la propria unità in virtù del principio della fede stessa. [19] L’esperienza degli ultimi mesi è stata priva di questi momenti e ne sono derivate le tante fatiche di cui già si è detto.
D’altro canto, proprio questa condizione inedita ha consentito di riconoscere il valore che possono assumere i poli domestici e quelli legati ad altri spazi della vita ordinaria: essi non vivono soltanto al traino dei momenti centrali, ma vanno riconosciuti come luoghi di effettiva pregnanza per la fede. Sarà compito di un’adeguata progettazione pastorale tenere conto di questa polarità, dando valore a ciò che accade negli spazi parrocchiali, ma insieme riconoscendo che lo spazio della comunità cristiana è molto più ampio di essi. Sotto questo profilo sarà importante recuperare il valore della soggettività della famiglia dentro il percorso di fede, pur nella consapevolezza che sarebbe illusorio immaginare di interfacciarsi con famiglie modello. [20]
Tra gli elementi di questa concretezza, che sembrano farsi strada nelle prime settimane di ripresa, vi sono infatti anche alcuni fenomeni non troppo incoraggianti, ma che con onestà vanno considerati: alcuni sembrano aver imparato a fare a meno della celebrazione eucaristica domenicale, poiché stentano a manifestare la voglia di tornarvi; altri non sembrano aver patito eccessivamente l’assenza dei momenti di vita comunitaria. [21]

Tra presenza e connessione
L’invasione digitale che sta segnando anche la Chiesa chiede ora di essere resa oggetto di riflessione e di ripresa. Con franchezza e superando possibili pregiudizi, si tratta di verificare quanto accaduto, provando a riconoscere le possibilità contenute nelle molte iniziative realizzate e, al contempo, i limiti delle stesse. Si tratta altresì d’immaginare delle modalità nuove attraverso cui integrare, in un approccio pastorale che non può prescindere dall’incontro fisico diretto, anche le possibilità che il digitale offre.
Una maggior dimestichezza con esso, bilanciata con il dato di fatto che non tutti godono delle stesse condizioni di accesso alle tecnologie digitali (digital divide), può favorire il ripensamento di alcune attività, piuttosto che il lancio di nuove.
Vale poi quanto già si affermava in ordine al compito più vasto di formazione alle dinamiche e alle implicazioni che il digitale porta con sé: come a suo tempo auspicato in sede di celebrazione del Sinodo sui giovani, è ora che la Chiesa abbandoni le eccessive riserve per aprirsi a un approccio che, senza perdere di spessore critico, sappia riconoscere il tratto immersivo che la comunicazione digitale presenta nell’attuale cultura. [22]

Tra essenziale e derivato
Il brusco smottamento che anche la Chiesa ha sperimentato a causa dell’epidemia può diventare occasione propizia per un discernimento interno a tutte quelle azioni pastorali che la caratterizzavano. La comunità cristiana è chiamata a un lavoro di discernimento simile a quello a cui ogni persona è stata ricondotta: nella sua tragicità, l’emergenza vissuta ha obbligato ogni uomo a confrontarsi con l’essenziale dell’esistenza e con ciò che, pur non essendo necessariamente negativo, poteva invece essere lasciato da parte. In questa direzione si deve appunto muovere anche la Chiesa; la sua missione può essere riletta alla luce di questo criterio.
Non si tratta di disprezzare ciò che è stato fatto in precedenza: anche dentro azioni pastorali obiettivamente poco proficue si sono spesso intessute storie di grande santità. Al contempo però non bisogna dimenticare che già prima della pandemia la Chiesa in Italia registrava sintomi di malattia, derivanti soprattutto dalla fatica a far risuonare in modo significativo la parola del Vangelo e dalla sproporzione tra le energie a disposizione e i molteplici (eccessivi?) campi d’investimento. Quanto vissuto negli ultimi mesi può aiutare a ritornare su questa domanda rimasta aperta, per assumerla con più convinzione e radicalità.
Sotto questo profilo può essere raccolta la provocazione secondo cui la Chiesa è risultata significativa soprattutto in alcuni momenti: quando ha manifestato prossimità; quando ha saputo dare corpo a una comunità di cui l’isolamento faceva sentire il bisogno; quando si è fatta spazio d’intercessione; quando ha avuto la forza di annunciare la Parola e la promessa in essa contenuta.
La fatica del discernimento pastorale risiede non nel fatto di distinguere, quasi secondo la logica di una prospettiva manichea, tra ciò che N:positivo e ciò che è negativo, quanto nel riconoscere, dentro il campo del possibile, ciò che è più opportuno per questo tempo e più conforme alle energie a disposizione. È un compito di snellimento non facile, ma oggi necessario.

Tra esposizione e riconoscimento
Il discorso più generale affrontato al punto precedente chiama in causa anche le modalità di interpretazione del ministero pastorale. Esso andrebbe indagato in tutte le sue sfaccettature, ma è possibile, anche limitandosi alla sola figura del prete-parroco, riconoscere la ricchezza delle piste apertesi. Anzitutto andrebbe notato quanto il discorso giornalistico abbia abbandonato, almeno temporaneamente, il solco delle questioni giudiziarie per adagiarsi in quello che evoca il martirio. Ma soprattutto meriterebbe di essere ripreso quanto emerso nel vissuto più genuino del popolo di Dio: il riconoscimento della significatività dei preti nel momento in cui hanno esercitato un compito di raduno e unificazione della comunità, quando lo hanno vissuto nella modalità della prossimità all’esistenza delle persone, quando si sono offerti come intercessori per i tanti ammalati e defunti, quando hanno saputo alimentare la speranza riconducendo la vita a uno sguardo di fede. Il vissuto, in generale, non ha sentito il bisogno di additare come eccessiva l’esposizione della figura del prete, anzi.
Al contempo, il funzionamento ecclesiale attivatosi impone al prete di tenere conto, nell’esercizio del ministero stesso, della dinamica comunitaria virtuosa generata dalla tensione tra raduno e dispersione. La definizione dell’identità ministeriale del prete sembra giocarsi nello spazio definito dalla pressione incrociata di due forze: c’è bisogno di una figura di sintesi che aiuti la comunità a radunarsi e a riconoscersi come convocata; è altrettanto necessario che il prete non assorba in sé tutte le dimensioni del ministero cristiano, ma che valorizzi le potenzialità che sono racchiuse dal fenomeno della dispersione e che conduce all’esposizione, nelle modalità opportune, anche di figure laicali.
Si rivelerà decisivo un adeguato esercizio di ascolto delle trasformazioni che i preti stessi hanno registrato nell’esercizio del loro ministero in questi mesi, per mettere in evidenza le ricchezze sperimentate, le fatiche patite e le possibili intuizioni sorte in ordine a una re-immaginazione dello stesso. [23]

Tra riforma e missione
Le osservazioni proposte e lo sguardo sul corpo ecclesiale che si è cercato di suggerire sono molto interessanti anche sotto il profilo teologico-pastorale più generale, perché rivelano una regola a cui più ampiamente ci si dovrebbe riferire. Essa consiste nel riconoscere che la riforma ha sempre bisogno di essere compensata dalla missione. È quanto, in maniera analoga, affermava anche Y. Congar: «Il profetico ha bisogno del pastorale». [24]
L’azione pastorale diretta verso il popolo di Dio nella sua effettività ha bisogno di essere guidata da alcune istanze di riforma che la correggono, la provocano, la sostengono; d’altro canto, proprio la missione preserva le istanze di riforma da un processo di ipostatizzazione che tenderebbe a proporre una loro assolutizzazione, con l’esito di produrre una sorta di eterogenesi dei fini: da riforme immaginate per alimentare la fede del popolo di Dio si rischia facilmente di cadere in riforme che vanno a suo detrimento.
In questa direzione mi pare convergano, in particolare, due delle osservazioni raccolte: anzitutto quella relativa all’istanza legittima, ma non assolutizzabile, della «partecipazione attiva» del popolo di Dio all’interno della celebrazione eucaristica. Essa
come ho cercato di indicare – va bilanciata con la sollecitudine per il bene spirituale complessivo dello stesso, in condizioni straordinarie.
La seconda è invece relativa al modo di intendere la figura presbiterale: la legittima accusa di clericalismo e l’altrettanto legittima istanza della valorizzazione dei laici hanno bisogno di essere conciliate con l’obiettiva pregnanza che appartiene alla figura del ministro ordinato, di cui questo tempo ha dito attestazione. Questi, infatti, è garanzia di legame con la Tradizione, segno di unità tra la singola comunità cristiana e l’intero corpo mistico di Cristo, nonché guida per una lettura ispirante della Parola.
Da questi esempi deriva, se non una regola, quantomeno un’attenzione che in tempi di cambiamento radicale andrebbe recepita: non è possibile, neanche teologicamente, separarsi dal vissuto effettivo dell’insieme del popolo di Dio, altrimenti anche ragioni opportune si trasformano in discorsi autoreferenziali. Il criterio della coerenza interna di alcune istanze di riforma è legittimo, ma non sufficiente: è in uno spazio necessariamente ibrido che va proseguito il lavoro di riforma ecclesiale a cui anche questo tempo imprevisto, ma reale, sta chiamando la Chiesa. E ciò andrebbe vissuto in modo realistico e sotto il segno della speranza.

NOTE

1 Ringrazio i colleghi Luca Bressan e Mattia Magoni per i confronti da cui sono maturate queste riflessioni, sviluppate poi personalmente.
2 PAOLO VI, lett. enc. Ecclesiam suam, 6.8.1964: EV 2/163-210.
3 Cf. M. MAGATTI, Oltre l’infinito. Storia della potenza dal sacro alla tecnica, Feltrinelli, Milano 2018.
4 «Prender tempo dal tempo: capire che il tempo dell’esistenza non si reduce né si comprende attraverso il tempo lineare dei processi di funzionamento» (M. BENASAYANG, Funzionare o esistere?, Vita e pensiero, Milano 2019, 11).
5 Cf. J. CARRON, Il risveglio dell’umano. Riflessioni da un tempo vertiginoso, Rizzoli, Milano 2020.
6 La provocazione era già emersa a chiare lettere in occasione del Sinodo su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», come attestato dall’esortazione papale: «”Se per molti giovani Dio, la religione e la Chiesa appaiono parole vuote, essi sono sensibili alla figura di Gesù, quando viene presentata in modo attraente ed efficace”. Per questo bisogna che la Chiesa non sia troppo concentrata su sé stessa, ma che rifletta soprattutto Gesù Cristo. Questo comporta che riconosca con umiltà che alcune cose concrete devono cambiare, e a tale scopo ha anche bisogno di raccogliere la visione e persino le critiche dei giovani» Christus n_ 3 Regno-doc. 9.2019,262).
7 Cf. G. CANOBBIO, «Perché Dio permette il male?», in L. Auci, G. DE SIMONE, P GRASSI (a cura di), La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia, AVE, Roma 2020, 74-76.
8 Cf. P.M. ZULEHNER, Teologia pastorale. 2. Pastorale della comunità. Luoghi di prassi cristiana, Queriniana, Brescia 1992. Si consideri in particolare il capitolo «Contro il parrocchialismo» (ivi, 204-225).
9 Non entro nel merito delle polemiche che si sono accese attorno alla ripresa delle celebrazioni aperte all’insieme del popolo di Dio e all’individuazione dei relativi protocolli d’intesa tra Chiesa italiana e Governo.
10 Cf A. CIUCCI, «Tesoro domestico. Interrogativi a partire dal triduo pasquale celebrato in famiglia»; Regno-att. l 0,2020,264s.
11 «Laddove la comunità cristiana è soggetto vivo; laddove – con tutte le sue fatiche – è realmente comunità, anche la messa in streaming si è potuta trasformare in opportunità, in strumento di comunicazione, di comunione e di dialogo; addirittura d’incontro. Il momento della messa è diventato il “luogo” di ripresentazione della vita che pulsa nella comunità: nominare i nati, i bambini e ragazzi in attesa dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, le famiglie in difficoltà economiche o di salute, i volontari impegnati nella distribuzione, i malati, i defunti non è stato un atto formale, ma il modo di raccogliere tutte le necessità di un popolo per offrirle a Dio, chiedendo benedizione. Peraltro quel momento è diventato anche il “luogo” d’incontro tra la comunità e il presbiterio, con l’effetto di rafforzarne il legame. Non è un caso che uno dei segni più belli avvertiti da quanti si collegavano per le celebrazioni fosse il fatto di vedere i loro preti concelebrare. Anche questo è stato un elemento che ha favorito il processo di unificazione delle parrocchie, anzi di costruzione dell’unica comunità cristiana» (D. VITALI, «La Chiesa al tempo del COVID-19. Prove di lettura», in La Rivista del clero italiano 101 [2020] 6, 424-445, qui 435s).
12 Cf. M. EPIS, Teologia fondamentale. La ratio della fede cristiana, Queriniana, Brescia 2009, 585-640.
13 Sane provocazioni, in tale direzione, vengono da A. BARICCO, The Game, Einaudi, Torino 2018. La sua tesi è che il Game ha modificato il design della verità: «La verità-veloce è una verità che per risalire alla superficie del mondo – cioè per diventare comprensibile ai più e per essere rilevata dall’attenzione della gente – si ridisegna in modo aerodinamico, perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità. Diciamo che continua a perdere in esattezza e precisione fino a quando giudica di aver ottenuto la sintesi e la velocità sufficienti per raggiungere la superficie del mondo: quando le ha ottenute, si ferma: non butterebbe mai via un solo grammo di esattezza più del necessario. In un certo senso va immaginata come un animale che gareggia con molti altri per la sopravvivenza: ogni mattino si svegliano molte verità e tutte hanno il solo obiettivo di sopravvivere, cioè di essere conosciute, di raggiungere la superficie del mondo: a sopravvivere non sarà la verità più esatta e precisa, ma quella che viaggia più veloce, che raggiunge per prima la superficie del mondo» (Ivi, 283).
14 Se qualcuno non ne fosse convinto si consiglia la visione del film di P. Genovese Perfetti sconosciuti (2016): tra il serio e il faceto, la trama si snoda proprio attorno a tale questione.
15 Ho tentato una prima riflessione su tale questione in P CARRARA, «Quando la fede mette in cammino. Chiesa e dialogo nell’eredità del Vaticano in La Rivista del clero italiano 100(2019) 12, 861-874.
16 Cf. M. ROSELLI, «La catechesi: riorganizzazione o ripartenza? Pensieri in divenire sulla catechesi che potrebbe essere», in Rivista di pastorale liturgica 68(2020) speciale 2, 45-48.
17 Cf. L. BRESSAN, «Milano come Ninive. Il presente urbano del cristianesimo e il suo futuro», in Teologia 44(2019) 4, 434-466.
18 Cf. R. GUARDINI, L’opposizione polare. Saggio per una filosofia del concreto vivente, Morcelliana, Brescia 1997 (ed. orig. 1925; 21955).
19 Cf. L. VILLEMIN, «Service public de religion et communauté. Deux modèles d’ecclésialité pour la paroisse», in La Maison-Dieu 229(2002) 1. 59-79.
20 Cf. E PESCE, Oltre la famiglia modello. Le catechesi di papa Francesco, EDB, Bologna 2016.
21 Sarà importante valutare il riposizionamento di alcune proposte ecclesiali, come ad esempio l’oratorio, dopo mesi in cui i ragazzi e le famiglie si sono «abituati» a fare a meno di esso.
22 «L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche. Alcune esperienze in questo senso sono già in corso e vanno incoraggiate, approfondite, condivise. La priorità che molti assegnano all’immagine come veicolo comunicativo non potrà non interrogare le modalità di trasmissione di una fede che si basa sull’ascolto della parola di Dio e sulla lettura della sacra Scrittura. I giovani cristiani, nativi digitali come i loro coetanei, trovano qui un’autentica missione, in cui alcuni sono già impegnati. Sono peraltro gli stessi giovani a chiedere di essere accompagnati in un discernimento sulle modalità mature di vita in un ambiente oggi fortemente digitalizzato che permetta di cogliere le opportunità scongiurando i rischi» (SINODO DEI VESCOVI, XV ASSEMBLEA ORDINARIA, Documento finale, n. 45; Regno-doc. 21,2018,249-684, qui 679).
23 Tra i limiti di questa mia relazione, anche la mancanza di una riflessione attorno alle figure di religiose e religiosi.
24 CONGAR, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaca Book, Milano 1972, 197.

(FONTE: Il Regno Documenti 19/2020, pp.589-600)

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