Il senso dello sport tra fragilità e mito della perfezione

Tra i sintomi più preoccupanti che ci fanno temere per lo stato di salute dello sport c’è, a mio avviso, il diffondersi del doping amatoriale. Fenomeno che cresce di pari passo con quella che è stata definita «la cultura della pillola», ovvero l’idea che ogni forma di fragilità o di vulnerabilità – tanto fisica quanto psicologica – possa essere superata grazie ai progressi della tecnica farmaceutica. Da questo punto di vista il diffondersi del doping tra gli amatori deve essere colto come il sintomo di un malessere più profondo, che riguarda l’incapacità dell’uomo di far pace con i propri limiti, nella persuasione, errata, che una vita realmente felice possa darsi solo grazie al superamento di ogni limite e alla rimozione di ogni forma di fragilità.

In questa mia breve riflessione proverò a tenere assieme questi due diversi livelli di discussione: quello generale, che si interroga sul modo con cui le nostre società affrontano il tema della fragilità e dei limiti, e quello più particolare, che concerne specificatamene l’ambito sportivo. La tesi che intendo sostenere riguarda non solo lo stretto legame tra queste due dimensioni ma, soprattutto, il contributo che un equilibrato (e maturo) approccio alla pratica sportiva può offrire all’educazione del cittadino.

  1. Uno sguardo sulla filosofia del postumano

 L’alba del terzo millennio ha registrato un crescente interesse nei confronti dei possibili effetti che la recente rivoluzione tecno-scientifica potrà avere sull’uomo. Vi è infatti chi ritiene che il matrimonio tra genetica, nanotecnologia e robotica dischiuderà scenari inediti per l’umanità; un’umanità che, per come la conosciamo oggi, sarebbe destinata a tramontare. Il futuro, stando all’opinione dei promotori della cosiddetta filosofia postumanista, promette infatti di vedere come protagonista l’uomo 2.0, capace di prendere congedo da tutte quelle forme di fragilità e di finitudine che caratterizzano, attualmente, le nostre vite.

Non è questa la sede nella quale esporre, in modo dettagliato, caratteristiche e finalità del pensiero postumanista,[1] è sufficiente ricordare come questa etichetta aiuti a raccogliere una pluralità di autori accomunati dall’idea secondo cui siamo ormai prossimi a un cambio di passo radicale che condurrà ben oltre ciò che oggi ci è noto e familiare. Tali autori, ad esempio, reputano molto più che probabile l’ipotesi secondo la quale, entro pochi decenni, l’uomo sarà in grado di sconfiggere tutte le cause di morte, bloccare i processi di invecchiamento cellulare, potenziare indefinitamente le proprie capacità di performance fisiche e cognitive, porre sotto controllo il proprio mondo emotivo.  La nuova umanità che sta per sorgere saprebbe auto-progettarsi a proprio piacimento attraverso l’ingegneria genetica e potenziarsi grazie al connubio tra dimensione biologica e robotica.[2]

Qui non intendo soffermarmi sulla plausibilità di tali scenari, quanto sugli impliciti culturali che alimentano una simile visione del futuro. Tre, in particolare, gli aspetti che meritano la nostra attenzione.

Innanzitutto l’accento posto sul tema della performance individuale, il cui incremento indefinito è indicato come l’obiettivo a cui dedicare tutte le energie disponibili. Maggiore salute, longevità, memoria, forza, intelligenza, controllo del mondo emotivo. L’elenco potrebbe certo proseguire, ma ciò che qui vorrei evidenziare è il primato riconosciuto all’efficienza prestativa, individuato come unico criterio di valutazione della qualità di vita. L’efficienza fisica e cognitiva – non soltanto ottimizzata rispetto agli standard attuali, ma quanto più possibile potenziata e incrementata – diviene il paradigma con cui si misura la dignità di un’esistenza.

Da questo primo aspetto discende l’identificazione del limite, della fragilità, della vulnerabilità come altrettanti mali da rimuovere. Una volta che la «vita riuscita» è divenuta sinonimo di «vita perfetta» ­ – efficiente e competitiva – tutti gli elementi difettivi della condizione umana appaiono esclusivamente come ostacoli lungo la via della piena realizzazione di sé. Non ci si deve sforzare di scorgere un senso o un valore nelle nostre fragilità; esse sono solo mali che, come tali, possono o essere subiti o essere rimossi.[3]

Conseguentemente, ed è il terzo aspetto che vorrei sottolineare, prevale l’idea che l’individuo debba essere messo in condizione di espandere compiutamente se stesso, senza limitazioni al proprio diritto di autodeterminazione che non siano giustificate dagli uguali diritti altrui. Vi è quindi un’esaltazione del principio di autonomia, strettamente connessa a una concezione proprietaria del corpo e alla persuasione di poterne disporre liberamente. Avere occhi solo per l’incremento indefinito delle performance, una sorta di idolatria dell’autonomia individuale, e un profondo rifiuto dei tratti difettivi dell’umano sono dunque, a mio avviso, i tratti caratteristici di quello che altrove ho definito come l’arcipelago postumanista.[4] Se siamo onesti ­– al di là degli scenari, spesso fantascientifici, ai quali i filosofi postumanisti amano dedicarsi – non fatichiamo a riconoscere come i tratti sopra richiamati siano ben presenti già nel contesto attuale delle nostre società. Basti pensare alla vita nascente, dove sempre meno accettata è la possibilità di un figlio non perfettamente efficiente (mentre si diffonde il sogno di poter dotare le nuove generazioni di migliori capacità grazie all’ingegneria genetica).[5] Oppure all’imporsi di un’idea di mercato inteso esclusivamente come massimizzazione del profitto e ottimizzazione dei processi produttivi, quali che siano le conseguenze per i meno dotati o i meno fortunati. O, ancora, al moltiplicarsi delle rivendicazioni individuali, che hanno portato alcuni autori a ritenere che dopo aver conosciuto l’età dei diritti celebrata da Bobbio, siamo entrati ora nell’età delle pretese.[6] In generale, oggi si fa sempre più condivisa l’idea che la riuscita personale sia una questione privata, fatta di risultati conseguiti grazie alle proprie capacità e alle proprie forze. Una sfida che si deve poter essere liberi di affrontare in piena autonomia. «Riuscire» sembra diventata una voce del verbo vincere; con la conseguenza che i vinti vengono progressivamente esclusi dal gioco sociale. Quando l’efficienza e la massimizzazione dei risultati in termini prestativi diventano gli unici parametri coi quali valutare la qualità delle nostre vite, inevitabilmente tutti coloro che non possono garantire tali standard vengono messi ai margini. Quando vincere è l’unica cosa che conta, non c’è spazio per i meno dotati, per coloro che si sarebbero accontentati di partecipare soltanto.

  1. Lo spirito del postumanesimo nello sport contemporaneo

Quanto descritto finora a proposito del movimento postumanista trova preoccupanti riscontri nello sport contemporaneo. Nello sport d’élite, innanzitutto, dove si tende a dare per scontato che il fine del gioco sia esclusivamente il conseguimento del massimo risultato possibile. Ormai è sempre più frequente sentir descrivere sport professionistico nei termini di sistema spettacolare che vive di elevate prestazioni, fuori standard per definizione, nella costante ricerca del record. L’essenza dello sport, si sostiene, consiste nel mostrare il meglio dell’uomo, ovvero il massimo grado prestazionale a cui il nostro coraggio e il nostro ingegno sanno farci giungere. Questo, si afferma, è quanto il pubblico si attende e, in fondo, è ciò che rende lo sport così appassionante; ed è ciò che chiediamo ai professionisti, pagati proprio per garantire tali prestazioni. Sulla base di simili considerazioni, vi è chi si è fatto promotore di un vero e proprio «diritto al doping», nella convinzione che lo sportivo debba poter essere messo nelle condizioni di sfruttare tutti i risultati tecnici in grado di migliorarne le performance agonistiche e, altro aspetto non banale, nella persuasione che ciascuno, soprattutto un professionista, debba poter essere libero di assumersi i «rischi d’impresa» che reputa soggettivamente accettabili.[7] Come accennato all’inizio, tuttavia, ciò che ai miei occhi suscita maggiore preoccupazione non è tanto la diffusione del doping tra i professionisti, né che qualcuno (sconsideratamente) ne invochi la liberalizzazione. Ciò che ritengo allarmante è l’espandersi del fenomeno tra gli amatori, tra coloro che sono ben lontani dalle massime prestazioni possibili o dalla necessità di vincere per non perdere ingaggi importanti. Mettere seriamente a rischio la propria salute per battere il compagno d’ufficio, assumere un gran numero di farmaci per non rinunciare a una gara, preferire l’imbroglio a una serena accettazione del tempo che passa o della propria imperfezione è qualcosa che deve far riflettere. È, per l’appunto, il sintomo di un’incapacità diffusa di trovare un senso, anche sportivo, alle nostre fragilità. Pone in evidenza la persuasione diffusa secondo cui, nello sport come nella vita, conti solo la vittoria, e che tutto ciò che consente di conseguirla è, alla fin fine, ritenuto accettabile. Anche perché, parallelamente, si diffonde l’idea che per gli sconfitti, nello sport come nella vita, non ci sia spazio. Se il mio valore si misura esclusivamente in termini di risultati, quando questi non arrivano secondo le mie aspettative, importa poco ch’io abbia dato il massimo, che mi sia impegnato, che abbia messo a frutto le mie potenzialità. Se perdo mi identifico completamente col risultato: se perdo sono un perdente.

Vi è un’ulteriore conseguenza che deriva dall’idea che, nello sport, vincere sia l’unica cosa che conta: il passaggio da una logica ludica a una logica bellica. In guerra, infatti, tutto è permesso, perché ciò che conta è solo imporre la propria superiorità sul nemico. Vince chi elimina l’altro, conquistandone il territorio. L’annichilimento dell’avversario è il fine a cui tendere. Ma tutto questo, a ben guardare, è la negazione esatta dello spirito sportivo. All’interno della pratica sportiva, infatti, l’avversario è colui che non può essere eliminato, pena la fine del gioco. L’avversario è piuttosto il compagno di viaggio, colui che mi consente, sfidandomi, di esprimere al meglio il mio potenziale. Senza di lui sarei più povero, non più ricco, poiché con la sua assenza verrebbe meno il gioco stesso. A questa distorsione della logica agonistica, a mio avviso, è riconducibile anche il moltiplicarsi di fenomeni di violenza che caratterizzano lo sport moderno. Troppo spesso, infatti, il tifoso della squadra avversaria non è visto come l’equivalente, fuori dal campo, di quello che dovrebbe essere semplicemente il competitore in campo ma, ancora una volta, come il nemico da vincere e sul quale affermare la propria supremazia.

  1. Riscoprire il senso dello sport

Per arginare questi fenomeni non è sufficiente il ricorso alle sole politiche repressive. Se, come ho provato a mostrare, all’origine dei problemi c’è il diffondersi di un paradigma culturale tutto proteso a tessere le lodi dei vincenti, a celebrare il valore dell’autonomia individuale e incapace di scorgere il senso umano della fragilità e dei limiti, allora la battaglia deve essere anche e soprattutto culturale. Tale battaglia deve iniziare riappropriandoci del significato autentico del gioco agonistico, che, come suggerisce l’etimologia latina (cum-petere), è un incontrarsi cercando-assieme e non solo uno scontarsi contendendosi la vittoria. È spazio del «noi» prima che dell’«io». Per tale ragione, un’attenzione sproporzionata al tema dell’autonomia individuale rischia di far perdere di vista la natura strutturalmente intersoggettiva del gioco competitivo, all’interno del quale non si confrontano individui irrelati, ma con-correnti, che sono tali in quanto appartenenti alla comunità dei giocatori; comunità che li precede, che li ha accolti e formati all’interno di tradizioni, norme e consuetudini.[8] Il gioco istruisce una serie di relazioni interpersonali vincolanti che implicano doveri reciproci di lealtà, correttezza, solidarietà, ecc. La libertà del gioco si esprime dunque all’interno di vincoli che chiedono di essere riconosciuti e protetti, segnalando una sorta di anteriorità dei doveri (assunti) rispetto ai diritti (rivendicati). Desiderare una maggiore libertà d’azione a fronte di una contrazione dei vincoli reciproci è dunque l’esatto opposto dello spirito del gioco; è ciò che lo mortifica, non ciò che ne esalta la bellezza.

In secondo luogo va valorizzato il legame tra sport e pace, valore custodito dai vincoli che impediscono al conflitto agonistico di tramutarsi in guerra. Da questo punto di vista la pratica sportiva, laddove vissuta con equilibrio, offre un prezioso contributo alla formazione del cittadino mostrando, nel concreto di un’esperienza di vita piacevole e coinvolgente, come le differenze, scontrandosi, non siano destinate a degenerare in conflitti insanabili. Al contrario, imparando a riconoscersi e a farsi spazio, mediando il valore vittoria con i molti valori in gioco, impariamo come le differenze possano essere generative di novità e di ricchezza. Lo sport, a mio avviso, non deve essere considerato come una rappresentazione simbolica del conflitto bellico ma, per le ragioni sin qui esposte, la sua alternativa e un allenamento alla mediazione adulta (civile, umana) dei conflitti tra i diversi. In terzo luogo vale la pena di ricordare che lo sport nasce come istituzionalizzazione del gioco competitivo, ovvero un tipo di pratica che volutamente prova a conseguire scopi non necessari attraverso mezzi inefficaci con l’unico scopo di far conoscere all’uomo i suoi limiti reali. Un modo per mettersi alla prova, sentirsi capace e godere della soddisfazione di farcela.[9]  Vincere è indubbiamente lo scopo a cui è orientata la pratica sportiva; del resto cosa fare per conseguire la vittoria, e attraverso quali modalità, sono le prime regole che vengono stabilite quando si inizia un gioco. Tuttavia vincere non è l’unica finalità del gioco, poiché nella sfida dell’avversario ciò che si ricerca è il gusto della soddisfazione personale.[10] Soddisfazione che nasce anche dall’aver espresso al meglio il proprio potenziale, magari scoprendosi migliori di quanto si pensava d’essere (per quanto non sufficientemente forti da battere un avversario più dotato). Lo sport è un modo per conoscersi, sfidandosi reciprocamente e stimolandosi a dare il meglio di sé. Ridurre tutto a una questione di record e di massima performance possibile svilisce il potenziale educativo dello sport, il cui insegnamento più prezioso consiste proprio nell’imparare a distinguere tra i limiti che ci sfidano e che siamo invitati ad affrontare con coraggio, e quelli che, invece, ci appartengono e ci descrivono, coi quali dobbiamo imparare a far pace.

Il senso (adulto) dell’agonismo sportivo, dunque, non è riducibile a una astratta tensione alla perfezione; non è tanto una questione di frontiere da superare, quanto di confini da esplorare.[11] Proprio per questo limiti e fragilità non sono un problema; essi delimitano semplicemente il perimento entro il quale si gioca la nostra capacità di metterci alla prova. Si pensi agli atleti paralimpici: in molti casi, da un punto di vista prestazionale, essi non hanno le stesse potenzialità dei colleghi normodotati; tuttavia ciò non rende le loro sfide meno avvincenti. Il gioco non ha paura della fragilità perché non ha paura delle differenze. Ciò che esso promuove è la scoperta delle differenze e la celebrazione delle eccellenze, che non sono solo quelle testimoniate dai vincitori, ma altresì di coloro che, con tenacia, non demordono e non si scoraggiano, che con dignità non si lasciano abbattere, che con onestà sanno onorare chi si è dimostrato più forte. Proprio per questo lo sport può rappresentare una spettacolare palestra di cittadinanza inclusiva, allenando i valori dell’integrazione, dell’impegno, della solidarietà e della giustizia. [12]

  1. Concludendo

L’insegnamento più bello che lo sport ci regala concerne il legame tra libertà e regole. Nel gioco, infatti, non si è liberi dalle regole, ma grazie alle regole (purché, chiaramente, queste siano regole buone, ovvero umanamente sensate). E questo legame tra libertà e regole – questo scorgere che la libertà non è soltanto uno slegarci da ciò che ci ostacola, ma anche un sapersi legare a ciò che ci mette in condizione di esprimerci appieno – ci consente di cogliere il volto esigente della libertà. Essa infatti, laddove capace di esprimersi nella sua forma più matura, non può esprimersi che all’interno di vincoli di reciprocità. Ad abitare lo spazio del gioco, come ricordato, non è mai un individuo isolato, perché per competere bisogna essere almeno in due. Per questo la libertà che sperimentiamo nell’attività sportiva dovrebbe sempre accompagnarsi a un senso di responsabilità nei confronti di quello «spazio del noi» che solo può permetterci di praticare – assieme, per quanto l’uno contro l’altro ­– ciò che appassiona entrambi.

Luca Grion, docente di filosofia morale presso l’università di Udine, presidente dell’istituto Jacques Maritain

[1] Per una rapida introduzione all’argomento rimando al mio Chi ha paura del postumano? Breve vademecum all’umanità 2.0, disponibile on line all’indirizzo: http://disf.org/editoriali/2014-03. Per un approfondimento più dettagliato rimando a L. Grion (a cura di), La sfida postumanista. Colloqui sul significato della tecnica, il Mulino, Bologna 2012.

[2] Cf. P. Benanti, The cyborg: corpo e corporeità nell’epoca del post-umano, Cittadella Editrice, Assisi 2012.

[3] Cf. A. Aguti (a cura di), La vita in questione. Potenziamento o compimento dell’essere umano?, La Scuola, Brescia 2011.

[4] Cf. L. Grion, Persi nel labirinto. Etica e antropologia alla prova del naturalismo, Mimesis, Udine-Milano 2012.

[5] M. Sandel, Contro la perfezione. L’etica nell’era dell’ingegneria genetica, Vita e pensiero, Milano 2008.

[6] Cf. V. Possenti, Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017.

[7]  Sulle ragioni «pro» e «contro» il doping rimando a L. Grion, Doping: una questione di immaturità, disponibile on line all’indirizzo https://endoxai.net/2016/07/21/doping-una-questione-di-immaturita. Sulla pervasività del fenomeno doping si veda S. Donati, Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte, Gruppo Abele, Torino 2012..

[8] Cf. A. MacIntyre, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, Feltrinelli, Milano 2007.

[9] Cf. B. Suit, The Grasshopper. Games, life and utopia, University of Toronto press, Toronto 1978, 41.

[10] Cf. P. Trabucchi, Ripensare lo sport. Come (e perché) utilizzare lo sport per sviluppare le potenzialità di ogni persona, FrancoAngeli, Milano 2003.

[11] Per un approfondimento di questi aspetti rimando a L Grion, «Quando vincere non è tutto. Il potenziale educativo dello sport», in Aggiornamenti sociali, novembre 2016, 757-765.

[12] Per un approfondimento rispetto a questi temi rimando a L. Grion (a cura di), L’arte dell’equilibrista. La pratica sportiva come allenamento del corpo e formazione del carattere, Edizioni Meudon, Trieste 2015.