Il discernimento proposto dalla  «Fratelli tutti»

Mario Toso

Anche l’enciclica FT, in definitiva, viene strutturata secondo il metodo del discernimento che, specie dopo il Concilio Vaticano II, ha esplicitato nell’approccio al reale, nonché nella sua valutazione etica e nell’elaborazione di una nuova progettualità, una dimensione più che filosofica, chiaramente biblico-teologica, incarnata nei classici momenti del vedere, giudicare ed agire. Il metodo del discernimento ha ricevuto dalle varie encicliche, ma soprattutto nella importante costituzione conciliare Gaudium et spes, molteplici riletture e diversi approfondimenti epistemologici. Basti anche solo pensare che nella Laudato si’, l’enciclica immediatamente precedente alla FT, ai tre momenti del vedere, giudicare ed agire, papa Francesco ha aggiunto un quarto momento, quello del celebrare. A conferma che il metodo della Dottrina sociale della Chiesa non è riducibile a quello delle scienze descrittive o empiriche, pur rilevanti, perché corrisponde ad un sapere sapienziale particolare, la cui formalità è propria della teologia morale sociale, inclusiva di una interdisciplinarità vissuta in contesto di transdisciplinarità. Il momento del celebrare, particolarmente sottolineato dalla Chiesa latinoamericana, sta ad indicare, in maniera più puntuale, un’ulteriore dimensione intrinseca al discernimento sociale della Dottrina sociale della Chiesa, ovvero una dimensione che ne evidenzia la stretta connessione di esercizio con il radicamento nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, di cui si fa memoria specie nella celebrazione eucaristica.[1]
Come si dirà fra poco, lo stesso metodo del discernimento sociale è praticato da papa Francesco in una maniera che consente di evidenziarne, attraverso l’utilizzo della parabola del buon Samaritano, le radici cristologiche, eucaristiche, ecclesiologiche, assieme a quelle antropologiche e morali. Prima, però, conviene fermarsi a considerare il momento del vedere, così come è attuato nell’enciclica. Esso è riscontrabile, in particolare, nel primo capitolo, ove il pontefice prende in analisi alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale.
A fronte dell’anelito profondo dell’umanità alla fraternità vanno registrati anzitutto i segni di un ritorno all’indietro, in Europa e in latinoamerica, a motivo del risorgere di nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti ed aggressivi.[2] Inoltre, si segnala il prevalere di un globalismo che impone un modello culturale unico, che favorisce i più forti, dissolve le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti.[3] Si nota anche la perdita del senso della storia, l’affermarsi di una libertà che pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di un individualismo libertario.[4]
Le nuove forme di colonizzazione culturale, spiega papa Francesco, si nutrono della dissoluzione della coscienza storica, del pensiero critico, dell’impegno per la giustizia, dei processi di integrazione, a motivo dello svuotamento e della mistificazione dei grandi valori della verità, della libertà, dell’unità e della democrazia. La politica spesso non è più una discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune. È ridotta a produrre ricette effimere di marketing volte all’immediato, alla distruzione dell’altro, dei legami sociali. Non è a servizio della costruzione di molteplici «noi» che abitano la casa comune, semmai diviene funzionale ad una mentalità che considera le persone – povere, disabili, anziane, nasciture – non un valore primario, bensì un peso o, peggio, uno scarto. Ne è una riprova quanto è accaduto nei confronti degli anziani in alcuni luoghi, a causa del coronavirus. Posposti alle persone più giovani, sono stati crudelmente abbandonati alla morte, separati dai contatti e dagli affetti dei loro cari. L’insufficiente universalizzazione dei diritti umani aggrava il numero di quelle forme di ingiustizia che sono nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul mero profitto, che non esita a sfruttare le persone, in particolare le donne, aventi la stessa dignità e identici diritti degli uomini. Purtroppo, nonostante gli accordi internazionali, persiste il triste fenomeno della schiavitù che, anche con l’appoggio di reti criminali e delle moderne tecnologie, assoggetta milioni di persone, siano esse bambini, uomini e donne. Li si sequestra senza scrupoli, allo scopo di renderli schiavi del sesso o per vendere i loro organi.
Il progetto di una fraternità universale viene infranto da guerre, attentati, persecuzioni, per motivi razziali o religiosi. Si ripresentano paure ancestrali. Con le barriere di autodifesa si rafforza la tentazione di una cultura dei muri nei cuori, nelle varie regioni del mondo. Questo appare contrassegnato da: a) una globalizzazione mossa da un’etica deteriorata e priva di una rotta veramente umana, pervasa da una cultura di indifferenza e da un progresso tecnologico senza maggiore equità e inclusione sociale; b) una cultura digitale che sembra far perdere il gusto della fraternità, allontanando dalla realtà, dal senso di appartenenza e di solidarietà, rendendo prigionieri della virtualità;[5] c) regimi politici populisti e da posizioni economiche liberiste che contrastano un’integrazione controllata, graduale, rispettosa della dignità dei migranti e dei cittadini dei Paesi che li ospitano; d) una comunicazione digitale assoggettata da giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione delle coscienze e dei processi democratici, generatori di fanatismi, di movimenti di odio e di distruzione, di un’informazione senza saggezza, discriminatrice di ciò che non è conforme alla cultura dominante; e) tendenze alla omogeneizzazione del mondo, che livellano le identità, demoliscono l’autostima, creano una nuova cultura al servizio dei più potenti.
Dopo questa panoramica delle principali problematiche sfavorevoli allo sviluppo della fraternità universale, papa Francesco volge lo sguardo a ciò che nel mondo rappresenta dei germi di bene e dei segni di speranza. È a questo punto che il pontefice dedica il secondo capitolo alla parabola del buon Samaritano, narrata da Gesù Cristo. Egli la propone come una sorta di griglia di lettura della questione sociale contemporanea. In tal modo, ripropone ed illustra il tipo di lettura e di valutazione della realtà che il discernimento della Dottrina sociale della Chiesa è chiamata a compiere, giungendo ad indicare orientamenti pratici per la soluzione dei principali problemi odierni. Non si tratta, come già accennato, di una analisi e di una valutazione meramente sociologiche, empiriche o filosofiche, bensì di tipo biblico-teologico, che avvengono alla luce della Parola di Dio e della fede. Il rifarsi all’esempio del buon Samaritano fa parte dello stile pastorale di papa Francesco, che rifugge dal fare discorsi teorico-astratti, ma preferisce la concretezza dell’esperienza. E, quindi, per dire e dimostrare che cosa è e come si realizza la fraternità universale, sceglie di farlo ricordando l’insegnamento che deriva dalla parabola del buon Samaritano.[6]

NOTE

[1] Cf su questo M. Toso, Ecologia integrale dopo il coronavirus, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2020, pp. 23-26.
[2] Cf FT 10-11.
[3] Cf ib., 12.
[4] Cf ib., 13.
[5] Cf ib., 43.
[6] Cf B. Sorge, Perché l’Europa ci salverà. Dialoghi al tempo della pandemia con Chiara Tintori, Edizioni Terra Santa, Milano 2020,  p. 116.