Il realismo teologico, antropologico e morale della parabola del buon Samaritano

Mario Toso

La parabola del buon Samaritano è impiegata da papa Francesco quale strumento ermeneutico della realtà umana contemporanea, nella complessità di tutte le sue ombre e luci. Secondo il pontefice argentino, una tale parabola interpella chiunque, credente o non credente. Infatti, in essa ci si riferisce sia all’esperienza delle relazioni interpersonali su un piano precipuamente umano sia su un piano di fede. Per i credenti, la relazionalità è umana, ma anche più che umana. È relazionalità trascendente, avente una connotazione divina, ossia una relazionalità quale compete ai figli e alle figlie di Dio, a persone che sono viventi in Cristo. La parabola del buon Samaritano, come insegna la lettura che ne ha fatto nei secoli la Chiesa, e che papa Francesco ripropone nell’oggi, non solo illumina le relazioni tra gli esseri umani in quanto tali, ma anche consente di riconoscere in colui che aiuta il giudeo ferito, Cristo stesso. Incarnandosi si china sull’umanità ferita dal peccato e se ne prende cura salvandola, redimendola. Anche noi, al pari del buon samaritano, suggerisce il pontefice argentino, dobbiamo mostrare prossimità nei confronti delle persone o dei popoli feriti della terra.[1] Dobbiamo, però, essere non solo buoni samaritani, ma anche quell’umanità che, assunta e vissuta da Cristo, propria dei figli nel Figlio, si fa «vicina» e si prende cura di chi è nel bisogno, con lo stesso amore di Gesù, indipendentemente da dove è nato e da dove viene. Il buon samaritano, fattosi prossimo del giudeo ferito, superando barriere culturali e storiche, per papa Francesco rappresenta sia l’umanità misericordiosa nei confronti dei più fragili sia lo stesso Gesù, Figlio di Dio, che si incarna per amore e viene in soccorso di ogni malcapitato, derubato e picchiato. In sostanza, siamo sollecitati da papa Francesco a superare la dimensione semplicemente umana dell’episodio del buon samaritano. Dobbiamo andare oltre, per coglierne la dimensione trascendente, sino a scorgere nel samaritano, come già accennato, Cristo stesso. Ciò è evidente ove, alla fine del secondo capitolo, il pontefice scrive: «Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente. Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt 25,40.45)».[2] Gesù va riconosciuto, dunque, sia come il buon samaritano che aiuta l’umanità ferita dal peccato redimendola, sia come il giudeo ferito, ovvero come ogni persona che è derubata e maltrattata, abbandonata sul ciglio della strada.
A questo punto diventa facile osservare che la parabola del buon samaritano nella FT mette a disposizione non solo delle categorie ermeneutiche terrene per interpretare la realtà, per individuare dei principi di riflessione e dei criteri di giudizio, per avere a disposizione una progettualità germinale in vista della costruzione di un mondo più fraterno, ma consente di comprendere come l’impegno dei credenti nella trasfigurazione delle relazioni e delle istituzioni trova categorie ermeneutiche trascendenti nella comunione con la vita stessa di Cristo, che è venuto per fare nuove tutte le cose, ricapitolandole in sé, mediante l’incarnazione, la morte e la risurrezione. Una tale comunione mette a disposizione le sue radici e le sue coordinate, la sua anima agapica e trasfigurante, derivanti dalla stessa esperienza originaria e primaria della comunità di fede, che fa memoria della salvezza integrale di Cristo e cammina nella storia, accogliendola, celebrandola, annunciandola, testimoniandola.
In ultima analisi, papa Francesco pensa che il segreto della capacità innovatrice dei credenti, che la loro capacità efficace nel servire i poveri e il bene comune, nella costruzione di un mondo nuovo, è da ricercare nella partecipazione ontologica e sacramentale alla vita dell’Uomo nuovo, alfa ed omega, cuore della storia umana, fonte di una vita aperta al dono e alla fraternità. Senza coltivare l’appartenenza alla comunità cristiana, senza una vita partecipata e condivisa nella comunione-comunità, che è la Chiesa, viene meno la capacità di rigenerare e di alimentare, mediante un amore agapico e fraterno, i nostri  molteplici «noi», quali la famiglia, la scuola, la società politica, la famiglia umana, le associazioni. La professionalità, richiesta ad ogni persona, perde la sua anima spirituale ed etica. La realtà sociale smarrisce il suo paradigma di relazionalità nella comunione e nel dono reciproco.
In definitiva, la parabola del buon Samaritano che, nella costruzione di un mondo nuovo, induce a riflettere su un «prossimo» senza frontiere, su un amore fraterno universale, aperto a tutti, spalanca uno scenario teologico ed ecclesiologico, in cui per il credente emerge chiaramente che Gesù Cristo, mediante la sua Incarnazione, è comunicazione imprescindibile con una fraternità e una paternità trascendenti, che trova il suo rimando ultimo nelle missioni trinitarie e nel ruolo fontale del Padre che invia il Figlio affinché gli uomini siano tutti fratelli, figli nel Figlio, uniti in un’unica famiglia e comunione, tra loro e con il Padre. Quando si comprenda e si viva tutto questo si viene preservati dalla frattura tra fede ed impegno, un virus pericoloso che oggi colpisce non pochi cristiani.
Sull’origine teologica e trinitaria della fraternità si avrà modo di ritornare più avanti.

NOTE

[1] Cf ib., 79.
[2] Ib., 85.