La didattica a distanza non sia in alternativa alla presenza in classe

Intervista a don Michele Falabretti,
responsabile del Servizio nazionale di Pastorale Giovanile della Cei

Giacomo Galeazzi, Interris.it

Otto anni fa don Falabretti è stato chiamato alla Conferenza Episcopale Italiana per dirigere il Servizio nazionale di Pastorale Giovanile. Fino ad allora aveva guidato nella diocesi di Bergamo l’ufficio per la pastorale dell’età evolutiva. Al primo quinquennio a Roma è seguita la riconferma per altri cinque anni da parte del Consiglio permanente della Cei. Don Falabretti è impegnato a coordinare e animare iniziative per i giovani delle diocesi italiane a partire della lunga esperienza personale negli oratori. Una presenza diffusa in tutto il Paese (oltre 6.500 oratori), la cui forza è soprattutto radicata nel Nord Italia, con diocesi di grande tradizione.

Cosa gli adulti non hanno compreso dei giovani in pandemia?

“Lo scarto generazionale ha alimentato un equivoco. Le generazioni più mature hanno pensato che i ragazzi non avrebbero sofferto la perdita del contatto fisico. E invece nel distanziamento sociale richiesto dal Covid non è bastata la consuetudine dei giovani con la tecnologia per sostituire l’assenza del corpo. Così, appena le restrizioni sono state ridotte, i ragazzi sono scattati come elastici. Non per irresponsabilità, ma per la necessità di interagire realmente tra loro. Magari semplicemente sedendosi allo stesso tavolo per quattro chiacchiere davanti a una birra”.

La didattica a distanza ha fallito nel suo intento?

“No, ma non va intesa come sostitutiva all’insegnamento in presenza. Le due dimensioni devono integrarsi tra loro. E, quando la pandemia sarà superata, la didattica a distanza non va riposta in soffitta. Potrà essere utile per i compiti a casa o per tenere meno tempo in classe gli studenti e limitare le loro necessità di spostamento. I giovani che abbiamo visto tutti con i tablet in mano nelle piazze di Torino e in altre città ci dicono che le nuove generazioni vogliono tornare a scuola conciliando tecnologia e contatto reale”.

“Una strada nel deserto: giovani e fede nella prova della pandemia”. È questo il titolo della riflessione della Pastorale Giovanile della Cei sulle nuove generazioni nell’emergenza Covid. Cosa è emerso da questi spunti progettazione?

“Gli adulti hanno riempito le loro vite e quelle dei figli di beni materiali. Ma non sono stati in grado di raccogliere le domande di senso che arrivano dai giovani. C’è uno spazio che rimane ancora misterioso. È quello della coscienza personale e collettiva, quello dove si depositano le domande trovando un terreno sempre nuovo e sempre diverso. Per qualcuno è terreno fecondo, per altri è più arido. Ma le domande di senso hanno bussato alla porta di tutti: le risposte, sempre, sono affidate alla libertà di ciascuno”.

Come sono cambiate le domande di senso dei giovani?

“È stata una traversata del deserto. Attraversare il deserto significa rinunciare al superfluo, a tutte quelle cose che crediamo compongano la nostra identità, ma in verità ne compongono solo una maschera distorta. I giovani che hanno il coraggio di dirci che il re è nudo vanno ascoltati, accolti perché servono a noi forse più di quanto noi possiamo servire a loro. Negli anni questa lunga traversata ha tentato insistentemente di metterci di fronte a cambiamenti irreversibili”.

Quali?

“L’emergenza educativa si snoda in un contesto di ‘cambiamento d’epoca’ e si declina in una serie di snodi antropologici e pastorali come la coscienza giovanile che non accetta di essere istruita passivamente ma solo attraverso un’assunzione libera della propria responsabilità. I linguaggi non sono più soltanto strumenti ma dicono di un’identità nuova. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Iilo) afferma in un report su giovani e Covid che il 67% dei giovani in età compresa tra 18 e 29 anni può essere soggetto ad ansia o depressione. Il benessere mentale peggiora quando il percorso scolastico si interrompe e le aspettative per il futuro diventano incerte”.

 l’effetto della pandemia?

“In realtà si parlava da tempo della condizione giovanile in Italia come situazione
faticosa nell’affrontare il proprio futuro, soprattutto in relazione agli sbocchi lavorativi. Nel linguaggio del cattolicesimo tutto questo viene declinato nei temi della formazione e della vocazione. C’è ancora molto da capire a proposito di questo tempo e delle sue conseguenze nella vita dei giovani, tuttavia è possibile fare qualche rapida osservazione. Attorno alla vita dei giovani è consuetudine creare una sorta di fantasma intorno al tema della professione”.

Può farci un esempio?

“Emblematico fu uno degli interventi di una ragazza di fronte al Papa durante l’incontro dei giovani italiani nell’agosto del 2018. Gli adulti sviluppano attese sempre più grandi che la situazione attuale distrugge sistematicamente: a grandi progetti per organizzare la vita, spesso non è possibile dare seguito. Si può essere grandi uomini e grandi donne in qualunque situazione di vita, ma dire questo è difficile e non riusciamo a farlo con i giovani, preferendo una cultura del successo attraverso un buon posizionamento sociale”.